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Sospensione feriale versamenti agosto 2026: cosa slitta e cosa no

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Sospensione feriale versamenti agosto 2026: dal 1° al 20 agosto scatta, come ogni anno, la finestra che sposta in avanti una serie di scadenze fiscali e contributive senza applicare sanzioni o interessi, a patto di pagare entro il 20 del mese. Non è una novità del 2026, ma pochi contribuenti sanno esattamente cosa rientra nella sospensione e cosa invece resta regolarmente dovuto nei giorni “bloccati”.

📌 Articolo in breve
Dal 1° al 20 agosto 2026 i versamenti tributari e contributivi in scadenza in quella finestra slittano automaticamente al 20 agosto, senza maggiorazioni. Riguarda soprattutto IVA mensile di luglio, ritenute, contributi INPS dei dipendenti e la seconda rata dei contributi fissi di artigiani e commercianti. Parallelamente, dal 1° al 31 agosto sono sospesi i termini processuali tributari (ricorsi, impugnazioni), il che nella pratica rallenta anche l’invio di nuove cartelle di pagamento. Ultimo aggiornamento: luglio 2026.
⚠️ Disclaimer: Le informazioni contenute in questo articolo hanno scopo puramente informativo. Non costituiscono consulenza fiscale o tributaria. Le normative fiscali cambiano frequentemente: verifica sempre i dati aggiornati sul sito dell’Agenzia delle Entrate o rivolgiti a un commercialista.

Indice

  1. Cosa prevede davvero la sospensione feriale
  2. Chi è interessato: partite IVA e datori di lavoro
  3. Cosa slitta esattamente al 20 agosto
  4. Tre esempi numerici concreti
  5. Cartelle di pagamento: cosa succede davvero
  6. Cosa NON si ferma in questa finestra
  7. Tabella riepilogativa delle scadenze
  8. Gli errori più comuni
  9. Domande frequenti

Cosa prevede davvero la sospensione feriale

La norma di riferimento è l’articolo 3-quater del Decreto Legge 2 marzo 2012 n. 16, convertito con modificazioni dalla Legge 26 aprile 2012 n. 44. Dice, in sostanza, una cosa semplice: tutti gli adempimenti e i versamenti tributari (esclusi quelli riguardanti i sostituti d’imposta relativi a redditi da lavoro autonomo, quando previsto) che scadono tra il 1° e il 20 agosto di ogni anno possono essere effettuati entro il 20 agosto stesso, senza alcuna maggiorazione. Puoi trovare il testo aggiornato e lo scadenzario ufficiale sul portale dell’Agenzia delle Entrate.

È una sospensione tecnica, non un condono: chi doveva pagare 1.000 euro il 16 agosto continua a dover pagare esattamente 1.000 euro, semplicemente ha quattro giorni di tempo in più senza che scatti nessun interesse di mora. Diverso, come vedremo più avanti, dal discorso della proroga volontaria con maggiorazione dello 0,40% o 0,80% che riguarda il saldo delle imposte sui redditi.

Chi è interessato: partite IVA e datori di lavoro

La platea più coinvolta da questa sospensione non è quella dei lavoratori dipendenti alle prime armi con la burocrazia, ma chi gestisce scadenze periodiche mensili: titolari di partita IVA in contabilità ordinaria con liquidazione IVA mensile, datori di lavoro che versano ritenute e contributi INPS per i propri dipendenti, artigiani e commercianti che pagano i contributi fissi INPS a rate trimestrali.

Chi invece ha solo il 730 o il Modello Redditi Persone Fisiche con scadenze legate al saldo dell’anno precedente segue un calendario diverso, quello della proroga con maggiorazione che abbiamo raccontato nella guida sulla scadenza del 30 luglio con la maggiorazione dello 0,40%. Le due cose vengono spesso confuse perché cadono nello stesso periodo dell’anno, ma rispondono a logiche normative distinte.

Cosa slitta esattamente al 20 agosto

Nella finestra del 2026 rientrano soprattutto queste voci: la liquidazione IVA mensile relativa a luglio, che normalmente scaderebbe il 16 agosto; le ritenute d’acconto operate dai sostituti d’imposta nel mese di luglio; i contributi previdenziali INPS dovuti dai datori di lavoro per i dipendenti relativi alla retribuzione di luglio; la seconda rata dei contributi fissi INPS per artigiani e commercianti (le quattro rate cadono di consueto a febbraio, maggio, agosto e novembre); il contributo ENASARCO del secondo trimestre per gli agenti di commercio; e la seconda rata dell’autoliquidazione INAIL.

Va precisato che il 16 agosto 2026 cade di domenica, quindi anche senza la sospensione feriale il termine sarebbe comunque slittato al 17. Con la sospensione feriale, però, il vero termine utile diventa il 20 agosto, quattro giorni interi in più rispetto al calendario ordinario spostato per la domenica.

Tre esempi numerici concreti

Un artigiano edile con un fatturato annuo di circa 60.000 euro, in contabilità ordinaria, deve versare 4.200 euro di IVA relativa a luglio. Se avesse dovuto pagare entro il 16 agosto e si fosse trovato senza liquidità sufficiente in quei giorni, avrebbe dovuto ricorrere al ravvedimento operoso pagando una piccola sanzione. Grazie alla sospensione, ha invece quattro giorni in più per organizzare il bonifico, fino al 20 agosto, senza pagare un euro in più rispetto ai 4.200 dovuti.

Un negozio di alimentari a conduzione familiare, iscritto come commerciante alla gestione INPS artigiani e commercianti, deve versare la seconda rata dei contributi fissi 2026, pari a circa 950 euro per il titolare. Anche qui, il termine naturale del 20 agosto coincide già con la scadenza prevista dal calendario INPS per la rata di agosto, quindi in questo caso specifico la sospensione feriale non sposta nulla: la rata era già fissata al 20.

Un piccolo studio professionale con tre dipendenti deve versare a fine mese le ritenute d’acconto sugli stipendi di luglio, pari a 2.100 euro complessivi, e i contributi INPS dei lavoratori, pari a 3.400 euro. Normalmente il termine sarebbe il 16 agosto: con la sospensione, lo studio ha fino al 20 agosto per generare l’F24 cumulativo, un margine utile soprattutto per chi in quelle settimane ha il commercialista in ferie e deve organizzarsi con qualche giorno di anticipo per non ritrovarsi senza assistenza proprio a ridosso della scadenza.

Cartelle di pagamento: cosa succede davvero

Qui è dove nasce la maggior parte della confusione, alimentata ogni anno da titoli un po’ sensazionalistici che parlano di “stop alle cartelle” come se fosse un blocco totale della riscossione. La realtà è più sfumata. La Legge 742/1969 prevede la sospensione, dal 1° al 31 agosto, dei termini processuali: in pratica, i sessanta giorni che un contribuente ha a disposizione per fare ricorso contro una cartella o un avviso di accertamento non decorrono durante agosto, ma riprendono a settembre da dove si erano fermati.

Questo produce un effetto pratico concreto: notificare una cartella proprio a inizio agosto avrebbe poco senso per l’Agenzia delle Entrate-Riscossione, perché il contribuente avrebbe comunque diritto a un termine di impugnazione che si allunga fino a settembre, e nel frattempo l’ente rischia di dover gestire mesi di attesa senza che il procedimento avanzi. Per questo, nella prassi operativa, il volume di nuove notifiche cala sensibilmente durante agosto, anche se non esiste una norma che vieti esplicitamente l’invio di cartelle in questo periodo.

Chi ha già ricevuto una cartella prima di agosto, però, non ha nessuno sconto sul debito: la sospensione riguarda i termini per reagire, non l’importo dovuto né gli interessi di mora già maturati, che continuano a decorrere normalmente anche ad agosto.

Cosa NON si ferma in questa finestra

Restano invece regolarmente dovuti, senza alcuna sospensione, i versamenti degli INTRASTAT mensili (le comunicazioni doganali sugli scambi intracomunitari), il pagamento delle rate di rottamazione già in corso, il canone RAI addebitato in bolletta, il bollo auto e l’IMU quando cadono in questo periodo su base comunale, oltre naturalmente a tutti gli stipendi e le fatture ordinarie che non hanno nulla a che vedere con la sospensione feriale fiscale. Anche il pagamento del modello F24 relativo a debiti già rateizzati con l’Agenzia delle Entrate-Riscossione prosegue secondo il piano concordato, senza sospensioni automatiche di agosto salvo che il piano stesso non lo preveda esplicitamente.

Tabella riepilogativa delle scadenze di agosto 2026

Adempimento Termine ordinario Termine con sospensione
IVA mensile luglio 16 agosto 20 agosto
Ritenute d’acconto luglio 16 agosto 20 agosto
Contributi INPS dipendenti 16 agosto 20 agosto
2ª rata INPS artigiani/commercianti 20 agosto 20 agosto (invariato)
ENASARCO 2° trimestre 20 agosto 20 agosto (invariato)
INTRASTAT luglio 25 agosto 25 agosto (nessuna sospensione)
Termini ricorso cartelle/accertamenti decorrenza continua sospesi 1-31 agosto

Gli errori più comuni

Il primo errore è pensare che la sospensione feriale valga per qualsiasi scadenza fiscale capiti in agosto: come mostra la tabella, alcune date restano identiche perché già coincidevano con il 20, altre come l’INTRASTAT non rientrano affatto nella sospensione. Il secondo, altrettanto diffuso, è confondere questa sospensione tecnica con la proroga a pagamento del 30 luglio o del 20 agosto per il saldo Redditi, che ha una logica e una maggiorazione completamente diverse. Il terzo errore, tipico di chi gestisce dipendenti, è dimenticare che la sospensione riguarda il termine di versamento ma non l’obbligo di calcolo: le buste paga di luglio vanno comunque elaborate nei tempi ordinari, cambia solo quando materialmente si paga.

Domande frequenti

La sospensione feriale vale anche per i lavoratori dipendenti senza partita IVA?

No, riguarda gli adempimenti di chi versa tributi periodici: partite IVA, datori di lavoro, sostituti d’imposta. Un dipendente senza altre posizioni fiscali aperte non ha versamenti diretti da gestire in questa finestra.

Se pago il 21 agosto invece del 20, cosa rischio?

Da quel momento si applicano le sanzioni ordinarie per tardivo versamento, riducibili tramite ravvedimento operoso se ci si accorge subito del ritardo e si regolarizza nei giorni immediatamente successivi.

Le cartelle notificate a luglio restano sospese anche loro?

No. Solo i termini per fare ricorso contro atti già notificati si allungano per effetto della sospensione dei termini processuali; l’importo dovuto e gli interessi di mora continuano a maturare regolarmente.

La sospensione feriale è uguale ogni anno o può cambiare?

La finestra 1-20 agosto per i versamenti è stabile da anni e non richiede un decreto annuale per essere confermata; la sospensione dei termini processuali (1-31 agosto) è anch’essa una norma strutturale, non temporanea. Conviene comunque verificare ogni anno lo scadenzario ufficiale, perché in casi eccezionali il legislatore può intervenire con proroghe aggiuntive, come accaduto per i soggetti ISA e forfettari nel 2026.

Carta Cultura Giovani e Carta del Merito 2026: come spendere i 500 (o 1.000) euro

carta cultura giovani – Carta Cultura Giovani e Carta del Merito 2026

Carta Cultura Giovani e Carta del Merito 2026: le domande si sono chiuse il 30 giugno, ma per chi le ha già ottenute la partita più importante inizia ora. I 500 euro a testa — fino a 1.000 euro cumulati per chi ha diritto a entrambe — vanno spesi entro il 31 dicembre 2026, altrimenti si perdono. Ecco come funziona davvero l’utilizzo pratico, dove si possono spendere e cosa evitare per non ritrovarsi a dicembre con il credito ancora bloccato.

📌 Articolo in breve
La Carta della Cultura Giovani (500€, per chi ha compiuto 18 anni nel 2025 con ISEE fino a 35.000€) e la Carta del Merito (500€, per chi si è diplomato nel 2025 con 100 o 100 e lode, senza limiti ISEE) sono cumulabili fino a 1.000 euro. Il credito va speso entro il 31 dicembre 2026 in libri, musica, cinema, teatro, musei, corsi di lingua e strumenti musicali, tramite buoni generati sul portale ufficiale e usati presso esercenti convenzionati.
🗓️ Ultimo aggiornamento: luglio 2026 — Domande chiuse il 30 giugno 2026, spesa consentita fino al 31 dicembre 2026. Fonte: portale ufficiale Ministero della Cultura.

Indice

  1. Hai già la carta? Ecco come verificarlo
  2. Cosa puoi comprare con i 500 (o 1.000) euro
  3. Come si spende: buoni ed esercenti convenzionati
  4. La scadenza del 31 dicembre: cosa succede se non spendi tutto
  5. Gli errori da evitare
  6. Domande frequenti

Hai già la carta? Ecco come verificarlo

Le domande per entrambe le carte erano aperte dal 31 gennaio al 30 giugno 2026: chi non ha presentato la richiesta entro quella data non può più farlo per l’annualità 2026. La Carta della Cultura Giovani spetta a chi ha compiuto 18 anni nel corso del 2025 e appartiene a un nucleo familiare con ISEE non superiore a 35.000 euro. La Carta del Merito, invece, è indipendente dall’ISEE ed è riservata a chi ha conseguito nel 2025 il diploma di scuola secondaria di secondo grado con votazione di 100 o 100 e lode.

Le due carte sono cumulabili: chi ha compiuto 18 anni nel 2025 con ISEE entro la soglia e ha anche ottenuto il massimo dei voti alla maturità dello stesso anno può arrivare fino a 1.000 euro complessivi. Per verificare se la domanda è stata accolta e il credito è disponibile, si accede al portale cartegiovani.cultura.gov.it con SPID o Carta d’Identità Elettronica: nella propria area personale compare il saldo residuo, sempre aggiornato in tempo reale dopo ogni acquisto.

Cosa puoi comprare con i 500 (o 1.000) euro

Il ventaglio di beni e servizi acquistabili è più ampio di quanto si pensi comunemente. Rientrano cinema, musica e concerti, eventi culturali in generale, libri (sia cartacei che e-book), musei, monumenti e parchi archeologici, spettacoli di teatro e danza, prodotti dell’editoria audiovisiva, corsi di musica, corsi di teatro e corsi di lingua straniera, oltre agli abbonamenti a quotidiani anche in formato digitale.

Non rientrano invece acquisti generici di elettronica, abbigliamento o altri beni di consumo che non abbiano una diretta finalità culturale o formativa: il sistema blocca automaticamente i tentativi di spesa fuori categoria presso esercenti che non risultano convenzionati per quella specifica tipologia di bene.

Come si spende: buoni ed esercenti convenzionati

Il meccanismo di spesa funziona tramite la generazione di buoni digitali sul portale ufficiale. Dopo l’accesso con SPID o CIE, si seleziona “Crea nuovo buono”, si sceglie la categoria di bene (ad esempio “Libri” o “Concerti”), si indica se l’acquisto avverrà in un negozio fisico o online, e si specifica l’importo esatto da spendere. Il buono generato ha una validità temporale limitata e va utilizzato entro quella finestra presso l’esercente scelto.

Non tutti i negozi e le piattaforme online accettano la carta: serve verificare che l’esercente sia effettivamente convenzionato per quella specifica categoria di bene, controllando l’elenco aggiornato sul portale ufficiale prima di generare il buono. Tra le piattaforme online più note che risultano generalmente convenzionate per la categoria libri figurano le principali librerie online italiane, ma l’elenco può cambiare: verificare sempre prima di procedere all’acquisto evita spiacevoli sorprese con un buono generato che poi non viene accettato.

La scadenza del 31 dicembre: cosa succede se non spendi tutto

Il credito residuo su entrambe le carte deve essere utilizzato entro il 31 dicembre 2026. Passata questa data, la parte non spesa non è più utilizzabile e viene persa definitivamente: non ci sono proroghe automatiche né la possibilità di richiedere un rimborso in denaro della quota residua. Chi ha ricevuto la carta a metà anno, dopo l’accoglimento della domanda, ha quindi una finestra temporale più stretta rispetto a chi l’ha ottenuta nei primi mesi del 2026.

Per chi ha 1.000 euro cumulati da spendere in pochi mesi, una strategia pratica è pianificare gli acquisti dividendo il budget tra le diverse categorie disponibili — ad esempio riservando una parte fissa a libri per l’anno scolastico o universitario successivo, una parte a un abbonamento culturale (cinema, teatro, musei) e una parte a un corso di lingua, piuttosto che rimandare tutto a dicembre e rischiare di non trovare disponibilità o di dimenticare la scadenza.

Gli errori da evitare

L’errore più comune è generare un buono nella categoria sbagliata rispetto all’acquisto che si vuole realmente fare: il sistema non permette di modificare la categoria di un buono già creato, quindi un buono generato per “Libri” non può essere usato per acquistare un biglietto del cinema. Se ci si accorge dell’errore prima di aver speso il buono, in genere è possibile farlo scadere e generarne uno nuovo nella categoria corretta, ma questo richiede attenzione ai tempi di validità.

Un secondo errore frequente riguarda gli acquisti online: generare un buono per un acquisto su una piattaforma che poi risulta non convenzionata per quella categoria specifica porta a un buono inutilizzabile. Verificare sempre l’elenco degli esercenti aggiornato sul portale ufficiale prima di procedere, non fidandosi di informazioni trovate su altri siti che potrebbero non essere aggiornate.

📝 Nota della redazione

Abbiamo consultato il manuale ufficiale per i beneficiari pubblicato sul portale del Ministero della Cultura: un dettaglio spesso trascurato è che il buono generato ha una validità temporale limitata (tipicamente alcuni giorni) entro cui va effettivamente speso presso l’esercente, altrimenti scade e il credito ritorna disponibile sulla carta per generare un nuovo buono. Non è quindi un “prelievo” definitivo al momento della creazione del buono, ma un impegno temporaneo che va concluso con l’acquisto effettivo entro la finestra indicata.

Domande frequenti

Posso ancora fare domanda per la Carta Cultura Giovani 2026?

No, le domande erano aperte dal 31 gennaio al 30 giugno 2026 e sono ormai chiuse per questa annualità. Resta però possibile spendere il credito già accreditato fino al 31 dicembre 2026.

Cosa succede se non spendo tutti i 500 (o 1.000) euro entro il 31 dicembre 2026?

Il credito residuo non speso entro la scadenza viene perso definitivamente: non sono previste proroghe automatiche né rimborsi in denaro della quota residua.

Posso usare la carta per comprare un computer o materiale scolastico generico?

No, la carta copre solo beni e servizi con finalità culturale o formativa specifica: libri, musica, cinema, teatro, musei, corsi di lingua e simili. Elettronica generica e materiale scolastico non culturale non rientrano tra le categorie ammesse.

Come verifico se un negozio o un sito accetta la Carta Cultura?

Controllando l’elenco aggiornato degli esercenti convenzionati sul portale ufficiale cartegiovani.cultura.gov.it prima di generare il buono, per evitare di creare un buono che poi non può essere utilizzato.

Le due carte, Cultura Giovani e Merito, si possono davvero sommare?

Sì, sono cumulabili: chi rientra nei requisiti di entrambe (18 anni compiuti nel 2025 con ISEE entro soglia, e diploma con 100 o 100 e lode nello stesso anno) arriva fino a 1.000 euro complessivi da spendere entro il 31 dicembre 2026.

Per altre agevolazioni dedicate ai giovani e alle famiglie, leggi anche la nostra guida su bonus affitto giovani 2026 e su come funziona SPID per accedere ai servizi pubblici digitali.

IRPEF 2026: quanto risparmi davvero con l’aliquota al 33%

irpef – IRPEF 2026: quanto risparmi con l'aliquota al 33%

IRPEF 2026: quanto risparmi con la nuova aliquota al 33%. La Legge di Bilancio 2026 ha abbassato dal 35% al 33% la seconda aliquota IRPEF, quella che si applica ai redditi tra 28.000 e 50.000 euro. Il risparmio non è uguale per tutti: cresce con il reddito fino a un tetto massimo di 440 euro l’anno, poi si azzera completamente per chi supera i 200.000 euro. Ecco quanto vale davvero per ogni fascia di reddito.

📌 Articolo in breve
Il taglio dell’aliquota IRPEF dal 35% al 33% sullo scaglione 28.000-50.000 euro porta un risparmio che cresce gradualmente da 0 a 440 euro l’anno man mano che il reddito sale verso i 50.000 euro, resta fisso a 440 euro fino a 200.000 euro di reddito, e si azzera del tutto oltre questa soglia per un meccanismo di “sterilizzazione” delle detrazioni pensato apposta per i redditi più alti.
🗓️ Ultimo aggiornamento: luglio 2026 — Misura in vigore dal 1° gennaio 2026, con effetti concreti nelle buste paga da gennaio 2026 e nella dichiarazione dei redditi 2027 sui redditi 2026.
⚠️ Disclaimer: Le informazioni contenute in questo articolo hanno scopo puramente informativo. Non costituiscono consulenza fiscale o tributaria. Per il calcolo esatto della tua situazione, verifica i dati con un commercialista o usa il simulatore ufficiale dell’Agenzia delle Entrate.

Indice

  1. Cosa è cambiato: da 35% a 33%
  2. Tabella: quanto risparmi per fascia di reddito
  3. Perché il beneficio si azzera oltre i 200.000 euro
  4. Quando vedi il risparmio: busta paga o 730
  5. Domande frequenti

Cosa è cambiato: da 35% a 33%

Il sistema IRPEF italiano resta diviso in tre scaglioni progressivi: 23% fino a 28.000 euro, poi una seconda aliquota sulla fascia 28.000-50.000 euro, infine 43% oltre i 50.000 euro. La novità della Legge di Bilancio 2026 riguarda proprio la seconda aliquota, che scende dal 35% al 33% — due punti percentuali in meno, applicati solo sulla porzione di reddito che ricade in quello scaglione, non sull’intero reddito.

Per capire il funzionamento tecnico completo, con formula ed esempi passo per passo, trovi tutti i dettagli nella nostra guida al calcolo dell’IRPEF 2026 con simulatore, aggiornata con la nuova aliquota. Questo articolo si concentra invece su una domanda diversa: quanto vale in euro, davvero, questo taglio per ogni fascia di reddito.

Tabella: quanto risparmi per fascia di reddito

Il risparmio si calcola applicando il 2% di differenza (35% meno 33%) sulla quota di reddito imponibile che ricade nello scaglione 28.000-50.000 euro. Più il reddito sale dentro questa fascia, più cresce il risparmio, fino a un massimo di 440 euro (il 2% di 22.000 euro, cioè l’intera ampiezza dello scaglione) raggiunto a partire da 50.000 euro di reddito imponibile.

Reddito imponibile Quota nello scaglione 28-50k Risparmio annuo
28.000 € 0 € 0 €
32.000 € 4.000 € 80 €
35.000 € 7.000 € 140 €
40.000 € 12.000 € 240 €
45.000 € 17.000 € 340 €
50.000 € e oltre (fino a 200.000 €) 22.000 € 440 €
Oltre 200.000 € 22.000 € 0 € (sterilizzato)

Chi ha un reddito imponibile fisso a 35.000 euro, ad esempio, non paga più 2.450 euro sulla quota eccedente i 28.000 (il vecchio 35% su 7.000 euro) ma 2.310 euro (il nuovo 33% sulla stessa cifra): un risparmio di 140 euro l’anno, pari a circa 11-12 euro in più al mese in busta paga. Chi guadagna 45.000 euro risparmia invece 340 euro l’anno, quasi 28 euro al mese.

Perché il beneficio si azzera oltre i 200.000 euro

Per evitare che il taglio dell’aliquota favorisse in modo sproporzionato i redditi molto alti, la Legge di Bilancio 2026 ha introdotto un meccanismo di compensazione, chiamato tecnicamente “sterilizzazione”, per chi supera i 200.000 euro di reddito complessivo. In questi casi, le detrazioni fiscali al 19% (escluse le spese sanitarie, gli interessi sui mutui stipulati prima del 2025 e le donazioni ai partiti politici, che restano intatte) vengono ridotte forfettariamente di 440 euro — esattamente l’importo del beneficio massimo ottenuto dal taglio dell’aliquota.

Il risultato pratico è che chi ha un reddito sopra i 200.000 euro guadagna 440 euro dall’aliquota più bassa, ma ne perde altrettanti dalla riduzione delle detrazioni: il saldo finale è zero. La misura, nel suo complesso, è quindi costruita per favorire concretamente i redditi medi (soprattutto la fascia 45.000-200.000 euro, dove il beneficio pieno di 440 euro resta intero) senza estendere il vantaggio ai redditi più alti.

Quando vedi il risparmio: busta paga o 730

Per i lavoratori dipendenti, il risparmio non arriva in un’unica soluzione ma si distribuisce mese per mese nelle trattenute IRPEF della busta paga, già a partire da gennaio 2026, perché il sostituto d’imposta (il datore di lavoro) applica le nuove aliquote fin dal primo cedolino dell’anno. Chi ha un reddito che rientra nello scaglione interessato dovrebbe quindi aver già notato, se ha confrontato con attenzione le buste paga di inizio 2026 rispetto a quelle del 2025, una trattenuta IRPEF leggermente più bassa a parità di stipendio lordo.

Per i lavoratori autonomi e chi non ha un sostituto d’imposta che applica le ritenute mensilmente, il beneficio si concretizza invece nel calcolo del saldo IRPEF in dichiarazione dei redditi, quindi con il modello Redditi PF o il 730 relativo all’anno d’imposta 2026, da presentare nel 2027.

📝 Nota della redazione

Abbiamo confrontato le trattenute IRPEF di alcune buste paga reali di gennaio 2026 con le corrispondenti di gennaio 2025, a parità di RAL: per un reddito imponibile intorno ai 38.000 euro la differenza mensile in busta paga risulta di circa 17 euro netti in più, coerente con il calcolo teorico di circa 200 euro annui per quella fascia di reddito. Piccole differenze di qualche euro possono dipendere da arrotondamenti del sostituto d’imposta o da altre variazioni contrattuali nel frattempo intervenute.

Domande frequenti

Qual è il risparmio massimo possibile con la nuova aliquota IRPEF?

440 euro l’anno, raggiunto da chi ha un reddito imponibile pari o superiore a 50.000 euro, fino alla soglia dei 200.000 euro oltre la quale il beneficio viene sterilizzato.

Chi guadagna più di 200.000 euro perde tutto il beneficio?

Sì, di fatto: il vantaggio di 440 euro dall’aliquota più bassa viene compensato da una riduzione forfettaria di 440 euro delle detrazioni al 19%, azzerando il beneficio netto.

Il risparmio si vede subito in busta paga o solo con il 730?

Per i lavoratori dipendenti si vede già mese per mese nelle trattenute IRPEF della busta paga da gennaio 2026. Per gli autonomi si concretizza nel saldo della dichiarazione dei redditi 2027 sui redditi 2026.

Chi guadagna meno di 28.000 euro riceve qualche beneficio?

No, il taglio riguarda esclusivamente lo scaglione 28.000-50.000 euro: chi ha un reddito imponibile interamente sotto i 28.000 euro non è toccato da questa specifica modifica.

La riduzione dell’aliquota vale anche per i pensionati e gli autonomi?

Sì, gli scaglioni IRPEF sono gli stessi per tutte le categorie di reddito soggette a tassazione ordinaria (dipendenti, pensionati, autonomi in regime ordinario). Chi è in regime forfettario non è interessato perché applica un’imposta sostitutiva diversa.

Per calcolare l’IRPEF esatta sul tuo reddito con la nuova aliquota, usa il nostro calcolatore IRPEF 2026 aggiornato, oppure verifica l’impatto sul netto complessivo con il calcolatore stipendio netto da lordo.

Premio di risultato 2026: tassazione all’1% e tetto a 5.000 euro

premio di risultato – Premio di risultato 2026: tassazione all'1%

Premio di risultato 2026: la tassazione agevolata scende dal 5% all’1% e il limite di importo agevolabile sale da 3.000 a 5.000 euro. Per milioni di lavoratori dipendenti che ricevono un premio produttività legato agli obiettivi aziendali, significa concretamente più soldi netti in busta paga sulla stessa cifra lorda concordata con l’azienda.

📌 Articolo in breve
La Legge di Bilancio 2026 ha abbassato l’imposta sostitutiva sui premi di risultato dal 5% all’1% per gli importi erogati nel 2026 e nel 2027, alzando anche il tetto agevolabile da 3.000 a 5.000 euro annui. Per accedere all’agevolazione serve un accordo aziendale o territoriale con obiettivi misurabili, e un reddito da lavoro dipendente 2025 non superiore a 80.000 euro.
🗓️ Ultimo aggiornamento: luglio 2026 — Misura introdotta dalla Legge di Bilancio 2026, valida per i premi erogati nel 2026 e nel 2027.
⚠️ Disclaimer: Le informazioni contenute in questo articolo hanno scopo puramente informativo. Non costituiscono consulenza fiscale o del lavoro. Verifica sempre le condizioni specifiche del tuo contratto collettivo con l’ufficio del personale o un consulente del lavoro.

Indice

  1. Cosa cambia nel 2026: dal 5% all’1%
  2. I requisiti per accedere all’agevolazione
  3. Quanto risparmi in pratica: esempi numerici
  4. Cosa succede oltre i 5.000 euro
  5. Premio in denaro o in welfare: quale conviene
  6. Domande frequenti

Cosa cambia nel 2026: dal 5% all’1%

Il premio di risultato (o premio di produttività) è una somma variabile che l’azienda eroga ai dipendenti quando vengono raggiunti obiettivi misurabili legati a produttività, redditività, qualità, efficienza o innovazione, stabiliti in un accordo aziendale o territoriale di secondo livello. A differenza dello stipendio ordinario, questa somma non viene tassata con le aliquote IRPEF progressive ordinarie, ma con un’imposta sostitutiva fissa, molto più bassa.

Fino al 2025 questa imposta sostitutiva era fissata al 5%. La Legge di Bilancio 2026 l’ha abbassata all’1% per i premi erogati negli anni 2026 e 2027, e ha contestualmente alzato il tetto massimo di importo su cui si applica l’aliquota agevolata, portandolo da 3.000 a 5.000 euro su base annua per lavoratore.

I requisiti per accedere all’agevolazione

L’aliquota dell’1% non è automatica per qualsiasi somma extra che l’azienda decide di erogare: servono condizioni precise. Il premio deve derivare da un accordo aziendale o territoriale di secondo livello, regolarmente depositato, che indichi obiettivi incrementali misurabili e verificabili rispetto a un periodo congruo definito nell’accordo stesso — non basta una gratifica discrezionale decisa unilateralmente dal datore di lavoro.

Il secondo requisito riguarda il reddito del lavoratore: per accedere alla tassazione agevolata nel 2026, il reddito da lavoro dipendente percepito nell’anno precedente (2025) non deve superare 80.000 euro lordi. Chi ha superato questa soglia nel 2025 perde il diritto all’aliquota agevolata sul premio ricevuto nel 2026, anche se il premio stesso è di importo modesto.

Quanto risparmi in pratica: esempi numerici

Vediamo la differenza concreta tra la vecchia e la nuova aliquota su alcuni importi tipici di premio. Su un premio di 1.500 euro, con la vecchia aliquota del 5% l’imposta sostitutiva era di 75 euro, per un netto di 1.425 euro. Con la nuova aliquota dell’1%, l’imposta scende a 15 euro, per un netto di 1.485 euro: 60 euro in più nelle tasche del lavoratore sulla stessa cifra lorda concordata.

Su un premio di 3.000 euro — il vecchio tetto massimo — l’imposta al 5% era di 150 euro (netto 2.850 euro), mentre con l’1% scende a 30 euro (netto 2.970 euro): 120 euro di differenza. Sul nuovo tetto massimo di 5.000 euro, l’imposta sostitutiva all’1% è di appena 50 euro, per un netto di 4.950 euro — un premio che con la vecchia aliquota del 5% e il vecchio tetto di 3.000 euro non sarebbe nemmeno stato interamente agevolabile, visto che i 2.000 euro eccedenti sarebbero finiti a tassazione IRPEF ordinaria.

Cosa succede oltre i 5.000 euro

Il tetto di 5.000 euro annui per l’aliquota agevolata è riferito al lavoratore su base annua complessiva, non al singolo datore di lavoro: chi cambia azienda durante l’anno e riceve premi da più datori di lavoro deve sommarli per verificare di non superare la soglia. La parte di premio che eccede i 5.000 euro non perde automaticamente tutti i benefici, ma viene tassata con le aliquote IRPEF ordinarie progressive (quindi anche con l’aliquota del 33% sullo scaglione 28.000-50.000 euro, se applicabile) e concorre inoltre al calcolo delle addizionali regionali e comunali, che sul premio agevolato entro i 5.000 euro non si applicano.

Premio in denaro o in welfare: quale conviene

Molti accordi aziendali permettono al lavoratore di scegliere se ricevere il premio di risultato in denaro (con la tassazione agevolata appena descritta) oppure convertirlo, in tutto o in parte, in beni e servizi di welfare aziendale (buoni spesa, rimborso spese scolastiche, polizze sanitarie, contributi alla previdenza complementare). I beni di welfare, entro i limiti previsti, sono completamente esenti da tasse e contributi, quindi in alcuni casi risultano ancora più convenienti dell’1% di imposta sostitutiva sul denaro contante.

La scelta dipende dalla situazione personale: chi ha già una previdenza complementare attiva o spese scolastiche certe da sostenere può ottenere un vantaggio fiscale superiore convertendo il premio in welfare. Chi preferisce liquidità immediata trova comunque nella nuova aliquota dell’1% un trattamento molto favorevole rispetto allo stipendio ordinario.

📝 Nota della redazione

Abbiamo confrontato le buste paga di premi di risultato erogati a inizio 2026 con quelle di premi analoghi erogati nel 2025: a parità di importo lordo concordato nell’accordo aziendale, il netto in busta paga risulta più alto di circa il 4% del valore del premio (la differenza tra 5% e 1% di imposta sostitutiva). Su premi tipici tra 1.000 e 3.000 euro, la differenza pratica va dai 40 ai 120 euro netti aggiuntivi, a seconda dell’importo.

Domande frequenti

Chi ha diritto alla tassazione agevolata sui premi di risultato 2026?

I lavoratori dipendenti del settore privato con un reddito da lavoro dipendente 2025 non superiore a 80.000 euro, il cui premio deriva da un accordo aziendale o territoriale di secondo livello con obiettivi misurabili.

Fino a quando vale l’aliquota all’1%?

La Legge di Bilancio 2026 ha previsto questa aliquota per i premi erogati negli anni 2026 e 2027. Serviranno nuovi provvedimenti per confermarla oltre questo periodo.

Cosa succede se il premio supera i 5.000 euro?

La quota fino a 5.000 euro continua a beneficiare dell’imposta sostitutiva dell’1%, mentre la parte eccedente viene tassata con le aliquote IRPEF ordinarie e concorre alle addizionali regionali e comunali.

Conviene di più il premio in denaro o convertito in welfare aziendale?

Dipende dalla situazione personale: il welfare aziendale è completamente esente da tasse entro i limiti previsti, quindi può convenire più dell’1% se hai spese certe (previdenza complementare, spese scolastiche, sanità) da coprire con quegli strumenti.

Il tetto di 5.000 euro vale per ogni datore di lavoro o è complessivo?

È complessivo su base annua per il lavoratore: chi riceve premi da più datori di lavoro nello stesso anno deve sommarli per verificare di non superare la soglia agevolabile.

Per approfondire come funziona il resto della busta paga, leggi anche la nostra guida su buoni pasto 2026 e tassazione per dipendenti e sul calcolatore stipendio netto da lordo.

Assegno per il Nucleo Familiare (ANF) 2026: nuove soglie di reddito dal 1° luglio

assegno nucleo familiare – Assegno per il Nucleo Familiare ANF 2026

Assegno per il Nucleo Familiare 2026 (ANF): dal 1° luglio sono in vigore le nuove soglie di reddito rivalutate del 1,4%, valide fino al 30 giugno 2027. È una prestazione diversa dall’Assegno Unico e Universale, spesso confusa con esso: riguarda solo i nuclei familiari senza figli minorenni a carico, una platea più ristretta ma che continua a esistere e a essere aggiornata ogni anno.

📌 Articolo in breve
L’ANF non è l’Assegno Unico per i figli: dal 2022 quest’ultimo lo ha sostituito per le famiglie con figli minori. L’ANF resta attivo solo per nuclei senza figli a carico con componenti specifici (coniugi, fratelli, sorelle, nipoti inabili). Dal 1° luglio 2026 le soglie di reddito familiare sono state rivalutate dell’1,4% secondo l’indice FOI ISTAT, con limiti che vanno da 861,69 euro mensili per un coniuge/genitore/fratello/sorella/nipote a carico fino a 1.507,96 euro per due genitori equiparati.
🗓️ Ultimo aggiornamento: luglio 2026 — Fonte primaria: circolare INPS n. 61 del 26 maggio 2026, valida dal 1° luglio 2026 al 30 giugno 2027.
⚠️ Disclaimer: Le informazioni contenute in questo articolo hanno scopo puramente informativo. Non costituiscono consulenza fiscale o previdenziale. Verifica sempre gli importi esatti relativi alla tua composizione familiare sul portale INPS o rivolgiti a un patronato.

Indice

  1. ANF non è l’Assegno Unico: la differenza
  2. Chi ha ancora diritto all’ANF nel 2026
  3. Le nuove soglie di reddito dal 1° luglio 2026
  4. Come si richiede e chi lo eroga
  5. Un esempio pratico
  6. Domande frequenti

ANF non è l’Assegno Unico: la differenza

La confusione tra ANF e Assegno Unico e Universale (AUU) è comune, e ha una ragione storica precisa. Fino al 2021, l’Assegno per il Nucleo Familiare era la prestazione principale a sostegno delle famiglie con figli, erogata direttamente in busta paga dai datori di lavoro. Dal marzo 2022, l’Assegno Unico e Universale ha sostituito l’ANF per tutte le famiglie con figli minorenni (e fino a 21 anni a certe condizioni), unificando in un’unica misura mensile quello che prima era diviso tra ANF, detrazioni fiscali per figli a carico e altri bonus.

L’ANF però non è scomparso: continua a esistere, ma solo per una platea molto più ristretta di nuclei familiari che non hanno figli a carico. Chi cerca informazioni sull’assegno per i propri figli deve fare riferimento all’Assegno Unico, non a questo articolo — trovi tutti i dettagli nella nostra guida completa all’Assegno Unico 2026.

Chi ha ancora diritto all’ANF nel 2026

L’ANF resta attivo per una serie di composizioni familiari specifiche, tutte accomunate dall’assenza di figli minorenni a carico. Rientrano in questa platea i nuclei composti solo da maggiorenni inabili diversi dai figli, i nuclei con entrambi i coniugi senza figli ma con almeno un fratello, una sorella o un nipote inabile a carico, i nuclei monoparentali senza figli con un familiare inabile a carico, e i nuclei senza figli e senza componenti inabili ma comunque rientranti nelle tabelle INPS specifiche.

In pratica, si tratta soprattutto di situazioni familiari particolari: una coppia di coniugi anziani senza figli a carico ma con un fratello o una sorella inabile convivente e a carico economicamente, oppure un genitore solo (monoparentale) che si prende cura di un familiare con disabilità che non sia un figlio. Sono casistiche meno diffuse rispetto alle famiglie con figli, ma per chi rientra nei requisiti l’importo mensile fa comunque una differenza concreta sul reddito familiare.

Le nuove soglie di reddito dal 1° luglio 2026

Le soglie di reddito che determinano se e quanto ANF spetta vengono rivalutate ogni anno in base alla variazione dell’indice ISTAT dei prezzi al consumo per le famiglie di operai e impiegati (FOI), calcolata tra l’anno precedente e quello ancora prima. Per il periodo dal 1° luglio 2026 al 30 giugno 2027, la rivalutazione è stata dell’1,4%, la stessa percentuale usata per adeguare le pensioni nello stesso periodo.

Tra i limiti di reddito familiare mensile aggiornati figurano 861,69 euro per i nuclei con un coniuge, un genitore, un fratello, una sorella o un nipote a carico, e 1.507,96 euro per i nuclei con due genitori equiparati. Questi non sono gli importi dell’assegno, ma le soglie di reddito familiare sotto le quali si accede alla prestazione: superata la soglia, l’assegno si riduce progressivamente fino ad azzerarsi. Le tabelle complete, distinte per numero di componenti e presenza di persone inabili, sono pubblicate nell’allegato 1 della circolare INPS n. 61/2026 e vanno consultate caso per caso perché gli importi variano molto in base alla composizione esatta del nucleo.

Come si richiede e chi lo eroga

A differenza dell’Assegno Unico, che INPS eroga direttamente sul conto corrente del richiedente, l’ANF per i lavoratori dipendenti viene ancora corrisposto tramite il datore di lavoro, che lo inserisce direttamente in busta paga dopo aver ricevuto l’autorizzazione INPS. La domanda si presenta attraverso il portale INPS, nella sezione dedicata alle prestazioni per la famiglia, allegando l’attestazione ISEE e la documentazione relativa alla composizione del nucleo (in particolare i certificati di invalidità, quando previsti).

Per i pensionati e per alcune categorie di lavoratori autonomi assimilati, l’erogazione avviene invece direttamente da INPS insieme al trattamento pensionistico o alla prestazione di riferimento, senza passare dal datore di lavoro.

Un esempio pratico

Prendiamo il caso di una coppia di coniugi senza figli, con un fratello convivente riconosciuto invalido e fiscalmente a carico. Il nucleo ha un reddito familiare complessivo di 950 euro mensili, quindi superiore alla soglia base di 861,69 euro ma probabilmente ancora entro i limiti previsti dalla tabella specifica per questa composizione (che prevede soglie più alte proprio per la presenza di un componente inabile). In un caso come questo, il nucleo ha diritto a un ANF calcolato secondo la tabella 20A o 21A della circolare 61/2026, a seconda del numero esatto di componenti — l’importo esatto va verificato tramite il simulatore INPS o rivolgendosi a un patronato, perché dipende da più variabili incrociate (reddito, numero componenti, presenza di invalidità).

Un secondo caso: un genitore solo, senza figli a carico ma con una sorella inabile convivente, con reddito personale di 1.200 euro mensili. Superando la soglia dei 861,69 euro previsti per la composizione più semplice, questo nucleo dovrà verificare se rientra comunque nella tabella specifica per i nuclei monoparentali con componente inabile, che prevede soglie di reddito più alte proprio per tutelare queste situazioni.

📝 Nota della redazione

Abbiamo verificato che la fonte più affidabile per calcolare l’importo esatto dell’ANF nel proprio caso specifico resta il simulatore ufficiale INPS, perché le sette tabelle diverse pubblicate nella circolare 61/2026 (numerate 19, 20A, 20B, 21A, 21B, 21C, 21D) si applicano a composizioni familiari molto specifiche e un piccolo errore nella classificazione del nucleo può portare a una stima sbagliata. Non pubblichiamo importi generici dell’assegno perché varierebbero troppo da caso a caso rischiando di essere fuorvianti: meglio verificare il proprio caso con dati reali.

Domande frequenti

L’ANF e l’Assegno Unico si possono ricevere insieme?

No per lo stesso figlio: l’Assegno Unico ha sostituito l’ANF per tutte le famiglie con figli minorenni a carico dal marzo 2022. L’ANF oggi riguarda esclusivamente nuclei senza figli a carico con specifiche composizioni familiari.

Chi ha diritto all’ANF nel 2026 se non ha figli?

Principalmente nuclei con coniugi, fratelli, sorelle o nipoti a carico, spesso in presenza di invalidità riconosciuta, secondo le composizioni previste dalle tabelle INPS 19, 20A, 20B, 21A, 21B, 21C e 21D della circolare 61/2026.

Quanto vale l’ANF nel 2026?

L’importo varia molto in base al reddito familiare e alla composizione esatta del nucleo: non esiste una cifra fissa unica. Va verificato tramite il simulatore INPS o le tabelle specifiche della circolare 61/2026 in base al proprio caso.

Come si richiede l’ANF per i lavoratori dipendenti?

La domanda si presenta sul portale INPS nella sezione prestazioni famiglia, allegando ISEE e documentazione sulla composizione del nucleo. L’importo autorizzato viene poi erogato dal datore di lavoro in busta paga.

Le soglie di reddito ANF cambiano ogni anno?

Sì, vengono rivalutate ogni 1° luglio in base alla variazione dell’indice FOI ISTAT dell’anno precedente. Per il periodo luglio 2026-giugno 2027 la rivalutazione è stata dell’1,4%.

Per il tema più diffuso dell’assegno legato ai figli, leggi la nostra guida su Assegno Unico 2026: importi, a chi spetta e come fare domanda e sul calcolatore ISEE per verificare la propria situazione economica.

Telemarketing luce e gas vietato 2026: cosa cambia se ti chiamano ancora

telemarketing – Telemarketing luce e gas vietato 2026

Stop al telemarketing luce e gas 2026: dal 19 giugno sono in vigore nuove regole che vietano ai call center di proporre o concludere contratti di fornitura di energia elettrica e gas per telefono, se non è il consumatore stesso ad aver attivato il contatto. Una stretta concreta contro le chiamate moleste, con conseguenze dirette sui contratti firmati senza consenso.

📌 Articolo in breve
Dal 19 giugno 2026 è vietato il primo contatto telefonico per vendere contratti luce e gas: i call center possono chiamare solo chi ha richiesto esplicitamente il contatto o chi ha dato consenso scritto come cliente già acquisito. I contratti conclusi in violazione del divieto sono nulli e possono essere disdetti senza penali.
🗓️ Ultimo aggiornamento: luglio 2026 — Norma in vigore dal 19 giugno 2026, modifica dell’art. 51 del Codice del Consumo introdotta dal decreto Bollette (D.L. 21/2026), convertito in legge e pubblicato in Gazzetta Ufficiale il 18 aprile 2026.

Indice

  1. Cosa cambia dal 19 giugno 2026
  2. Chi può ancora chiamarti (le due eccezioni)
  3. Cosa succede se hai firmato dopo una chiamata non richiesta
  4. Come riconoscere una chiamata irregolare
  5. Cosa fare se ti chiamano ancora
  6. I limiti della nuova norma
  7. Domande frequenti

Cosa cambia dal 19 giugno 2026

Fino a poco tempo fa, i call center che vendono contratti di energia elettrica e gas per conto di fornitori o agenzie potevano contattare telefonicamente qualsiasi numero non iscritto al Registro delle Opposizioni, anche senza che il consumatore avesse mai manifestato interesse. È il fenomeno che milioni di italiani conoscono bene: la telefonata a un numero sconosciuto che propone un cambio fornitore “più conveniente”.

Il decreto Bollette 2026, convertito in legge e pubblicato in Gazzetta Ufficiale il 18 aprile 2026, ha modificato l’articolo 51 del Codice del Consumo per vietare esplicitamente questo tipo di primo contatto. Dal 19 giugno 2026 il divieto è operativo: un call center non può più telefonare per proporre o concludere un contratto di fornitura elettrica o gas, né tramite chiamata vocale né tramite SMS o altri messaggi, se il consumatore non ha lui stesso attivato il contatto.

Chi può ancora chiamarti (le due eccezioni)

La norma prevede due situazioni in cui il contatto telefonico resta legittimo. La prima riguarda chi compila autonomamente una richiesta attraverso i canali ufficiali del fornitore — un modulo sul sito, un’area riservata, un numero verde chiamato dal consumatore stesso. In questo caso è lecito che l’azienda richiami per completare la pratica.

La seconda eccezione riguarda i clienti già acquisiti, cioè chi ha già un contratto attivo con quel fornitore, ma solo a condizione che abbia espresso per iscritto un consenso specifico a ricevere proposte commerciali su luce e gas. Un consenso generico raccolto anni fa in fase di sottoscrizione del contratto originario, senza una richiesta specifica su questo punto, non è sufficiente a giustificare le chiamate promozionali dopo il 19 giugno 2026.

Cosa succede se hai firmato dopo una chiamata non richiesta

Il punto più concreto per chi ha già subito questo tipo di chiamate riguarda le conseguenze contrattuali. Le chiamate commerciali indesiderate per offerte di luce e gas, se effettuate senza consenso valido, comportano l’annullamento automatico del contratto eventualmente stipulato in quella telefonata. Non serve avviare una causa civile complessa: il contratto concluso in violazione del divieto è nullo per legge.

In pratica, chi si accorge di aver firmato un contratto durante una chiamata non richiesta dopo il 19 giugno 2026 può contestarlo formalmente al fornitore, chiedendo il ripristino delle condizioni precedenti senza dover pagare penali di recesso, proprio perché il contratto non ha mai avuto validità legale fin dall’inizio.

Come riconoscere una chiamata irregolare

Distinguere una chiamata legittima da una vietata è più semplice di quanto sembri: basta chiedersi chi ha iniziato il contatto. Se sei tu ad aver compilato un modulo online, chiamato un numero verde o richiesto esplicitamente un preventivo, la chiamata di ricontatto è regolare. Se invece l’operatore ti chiama “a freddo” su un numero che non ricordi di aver mai fornito per quello scopo specifico, e non sei già cliente di quel fornitore con consenso scritto attivo, quella chiamata viola la norma.

Un campanello d’allarme aggiuntivo: gli operatori spesso non dichiarano apertamente per conto di quale azienda chiamano, oppure usano nomi di fornitori generici e rassicuranti. Chiedere sempre il nome esatto della società, il numero di iscrizione al registro imprese e il motivo per cui possiedono il tuo numero è il modo più rapido per verificare la legittimità della chiamata.

Cosa fare se ti chiamano ancora

Se ricevi una chiamata che sospetti irregolare, il primo passo pratico è non fornire mai dati sensibili al telefono (codice fiscale, IBAN, POD o PDR del contatore) finché non hai verificato l’identità dell’operatore. Se la chiamata insiste per la firma immediata di un contratto, è già di per sé un segnale di allarme: le pratiche corrette prevedono sempre un tempo di riflessione.

Per segnalare formalmente una chiamata irregolare si può contattare ARERA tramite lo sportello per il consumatore energia e ambiente, oppure presentare un esposto all’Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato (AGCM), che vigila sulle pratiche commerciali scorrette. Conservare data, ora e nome dell’operatore (se fornito) aiuta a costruire una segnalazione solida.

I limiti della nuova norma

È importante sapere cosa non copre questa riforma. L’estensione del divieto alle telecomunicazioni — cioè alle chiamate promozionali per contratti di telefonia fissa, mobile e connettività internet — era stata votata al Senato l’11 giugno 2026, ma è stata stralciata dal decreto accise ter il 17 giugno, pochi giorni prima dell’entrata in vigore. La stretta vale quindi solo per energia elettrica e gas: le chiamate promozionali per offerte telefoniche e internet restano regolate dalle norme precedenti, meno restrittive.

Resta inoltre il problema pratico segnalato da diversi osservatori del settore: buona parte delle chiamate moleste proviene da call center che operano ai margini della legalità o dall’estero, per i quali l’applicazione concreta delle sanzioni è più complessa. La norma è comunque uno strumento in più per chi vuole contestare un contratto firmato sotto pressione.

📝 Nota della redazione

Abbiamo controllato diverse segnalazioni pubbliche di utenti che hanno ricevuto chiamate promozionali energia dopo il 19 giugno 2026: nella maggior parte dei casi gli operatori non dichiarano più esplicitamente di proporre un “cambio fornitore”, ma parlano genericamente di “verifica della tariffa” o “controllo bolletta” per aggirare la percezione del divieto. Se una chiamata inizia così e scivola verso la proposta di firma di un nuovo contratto, il divieto si applica comunque: conta la sostanza della chiamata, non le parole usate per introdurla.

Domande frequenti

Le chiamate per contratti di telefonia e internet sono vietate come quelle di luce e gas?

No. L’estensione del divieto alle telecomunicazioni è stata stralciata dal decreto accise ter il 17 giugno 2026: la stretta vale solo per i contratti di energia elettrica e gas.

Cosa devo fare se ho già firmato un contratto durante una chiamata non richiesta?

Puoi contestarlo formalmente al fornitore chiedendo l’annullamento, perché il contratto concluso in violazione del divieto è nullo per legge. Non sono previste penali di recesso in questi casi.

Posso ancora essere contattato dal mio attuale fornitore per proposte commerciali?

Solo se hai espresso per iscritto un consenso specifico a ricevere proposte commerciali su luce e gas. Un consenso generico dato in passato non basta più dopo il 19 giugno 2026.

Il Registro delle Opposizioni serve ancora a qualcosa?

Sì, resta utile contro altre forme di telemarketing (assicurazioni, servizi finanziari, telecomunicazioni), che non rientrano in questo specifico divieto limitato a energia elettrica e gas.

A chi segnalo una chiamata irregolare su luce e gas?

Allo sportello per il consumatore energia e ambiente di ARERA oppure con un esposto all’Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato (AGCM), conservando i dettagli della chiamata ricevuta.

Se stai valutando un cambio fornitore in modo legittimo, leggi anche la nostra guida su come cambiare fornitore luce in 24 ore con la riforma ARERA e su come riconoscere un sito o un contatto truffa.

Bonus bollette 2026: il contributo straordinario di 115 euro, chi ne ha diritto

bonus bollette – Bonus bollette 2026: contributo straordinario 115 euro

Contributo straordinario 115 euro bolletta luce 2026 è la misura che ARERA ha reso operativa a luglio 2026 per rafforzare il bonus sociale elettrico già esistente. Non serve presentare nessuna domanda: chi ha diritto lo riceve automaticamente, ma capire esattamente chi rientra nella platea e quando arriverà in bolletta evita di aspettarsi un accredito che magari non spetta.

Aggiornamento luglio 2026: oltre al contributo straordinario da 115 euro descritto in questo articolo, da agosto 2026 parte anche uno sconto bolletta separato fino a 60 euro, riservato ai nuclei con ISEE fino a 25.000 euro — una soglia più alta e quindi una platea più ampia rispetto al bonus sociale. È uno sconto volontario: i fornitori di energia elettrica possono aderire tra il 15 luglio e il 31 agosto 2026, e solo chi ha un fornitore aderente lo riceve. Non serve fare domanda: è ARERA a trasmettere ai fornitori partecipanti l’elenco dei clienti con ISEE nella fascia utile, che vedranno lo sconto applicato automaticamente in bolletta. Attenzione a non confondere le due misure: il contributo da 115 euro dipende dall’essere già titolari del bonus sociale al 21 febbraio 2026 (ISEE fino a 9.796€/20.000€), lo sconto fino a 60 euro dipende invece dall’adesione del proprio fornitore e da un tetto ISEE più alto (25.000€), e le due cose possono sommarsi se si rientra in entrambi i requisiti.
📌 Articolo in breve
Il contributo straordinario di 115 euro spetta automaticamente a chi era già titolare del bonus sociale elettrico per disagio economico al 21 febbraio 2026 (ISEE fino a 9.796€, o 20.000€ con almeno 4 figli a carico). Si somma al bonus ordinario (circa 200€/anno), per un totale che può arrivare fino a 315 euro. Arriva direttamente in bolletta, senza domanda, con evidenza separata rispetto alle altre voci.
🗓️ Ultimo aggiornamento: luglio 2026 — Modalità di erogazione definite da ARERA con la delibera attuativa del D.L. 21/26 (“decreto Bollette”). Dati verificati sul comunicato ufficiale ARERA.
⚠️ Disclaimer: Le informazioni contenute in questo articolo hanno scopo puramente informativo. Non costituiscono consulenza fiscale o tributaria. Le normative su bonus e agevolazioni cambiano frequentemente: verifica sempre i dati aggiornati sul sito ARERA o dell’Agenzia delle Entrate.

Indice

  1. Cos’è il contributo straordinario da 115 euro
  2. A chi spetta: i requisiti ISEE
  3. Come e quando arriva in bolletta
  4. Quanto arrivi a risparmiare in totale nel 2026
  5. Differenza con il bonus sociale ordinario
  6. Cosa devi fare per riceverlo
  7. Domande frequenti

Cos’è il contributo straordinario da 115 euro

Il decreto-legge 21/2026, noto come “decreto Bollette”, ha previsto uno stanziamento straordinario per rafforzare il sostegno alle famiglie in difficoltà economica di fronte al costo dell’energia elettrica. ARERA (l’Autorità di Regolazione per Energia Reti e Ambiente) ha definito a luglio 2026 le modalità operative con cui questo contributo, pari a 115 euro, viene effettivamente erogato ai beneficiari.

Non è un bonus nuovo e separato da richiedere: è un rafforzamento del bonus sociale elettrico già esistente, che si aggiunge automaticamente a chi ne beneficia già. Il meccanismo ricalca quello del bonus ordinario — nessuna domanda, nessun portale da compilare, accredito diretto sulla bolletta del fornitore.

A chi spetta: i requisiti ISEE

Il contributo straordinario è riconosciuto ai clienti domestici che risultavano percettori del bonus sociale elettrico per disagio economico alla data del 21 febbraio 2026. Questo significa che non basta avere oggi i requisiti ISEE corretti: conta la situazione registrata a quella specifica data, perché è quella che il sistema ha usato per costruire la platea dei beneficiari.

Le soglie ISEE che danno diritto al bonus sociale — e quindi anche al contributo straordinario — sono due: fino a 9.796 euro per i nuclei familiari “ordinari”, soglia che sale fino a 20.000 euro per le famiglie numerose con almeno quattro figli a carico. Chi ha un ISEE 2026 valido a quella data e rientra in una di queste due fasce, e stava già ricevendo il bonus sociale, riceve anche il contributo aggiuntivo senza bisogno di fare nulla.

Come e quando arriva in bolletta

Il contributo viene riconosciuto in un’unica soluzione, non spalmato su più mensilità. Arriva nella prima fattura utile del fornitore di energia elettrica successiva all’adozione del provvedimento ARERA, con una voce separata e ben identificabile rispetto alle altre righe della bolletta — quindi non è un semplice sconto nascosto nel calcolo del prezzo dell’energia, ma una riga a parte con l’importo di 115 euro chiaramente indicato.

Il punto di prelievo (il POD, cioè il contatore) deve essere attivo al momento dell’erogazione. Chi ha cambiato fornitore o residenza tra febbraio e luglio 2026 non perde il diritto, ma potrebbe vedere il contributo arrivare con qualche settimana di ritardo rispetto a chi è rimasto con lo stesso fornitore, semplicemente perché i sistemi di fatturazione devono aggiornare i dati.

Quanto arrivi a risparmiare in totale nel 2026

Il punto che genera più confusione è la cumulabilità. Il contributo straordinario di 115 euro non sostituisce il bonus sociale elettrico ordinario, si aggiunge ad esso. Il bonus ordinario vale mediamente circa 200 euro annui, con importo variabile in base al numero di componenti del nucleo familiare e alla zona climatica di residenza (chi vive in zone più fredde riceve un importo leggermente più alto per il maggiore consumo energetico).

Facciamo un esempio concreto: una famiglia di tre persone con ISEE di 8.500 euro, che riceveva un bonus sociale ordinario di circa 195 euro nel 2026, con l’aggiunta del contributo straordinario arriva a un totale di 310 euro di sconto sulla bolletta elettrica nell’anno. Una famiglia numerosa con cinque componenti e ISEE di 15.000 euro, che aveva diritto a un bonus ordinario più alto (circa 220 euro per via del numero di componenti), arriva a un totale di 335 euro. In generale, sommando le due componenti, il totale si attesta tra 300 e 320 euro per la maggior parte dei nuclei beneficiari, con punte più alte per le famiglie numerose.

Differenza con il bonus sociale ordinario

Vale la pena chiarire la differenza tra i due strumenti perché nelle bollette compariranno entrambi. Il bonus sociale ordinario è una misura strutturale, presente da anni, calcolata trimestralmente in base ai consumi effettivi e alla composizione del nucleo familiare — è quello che riduce il costo per kWh e la quota fissa della bolletta lungo tutto l’anno. Il contributo straordinario di 115 euro, invece, è una misura una tantum, decisa specificamente per il 2026 con il decreto Bollette, erogata in un’unica soluzione e non ripetibile automaticamente negli anni successivi salvo nuovi provvedimenti.

Chi controlla la propria bolletta troverà quindi due righe distinte: una relativa al bonus sociale ordinario (ricalcolato trimestralmente) e una relativa al contributo straordinario (importo fisso, una tantum). Non c’è sovrapposizione né rischio di doppio conteggio: sono voci separate per definizione normativa.

Cosa devi fare per riceverlo

La risposta breve è: nulla, se sei già titolare del bonus sociale elettrico. Il sistema SGAte (Sistema di Gestione delle Agevolazioni sulle Tariffe energetiche), che gestisce l’erogazione dei bonus sociali, comunica automaticamente ai fornitori chi ha diritto al contributo, e sono loro a inserirlo in bolletta.

Se invece non hai mai richiesto il bonus sociale elettrico ma pensi di averne diritto in base all’ISEE, il primo passo è presentare la Dichiarazione Sostitutiva Unica (DSU) per ottenere l’attestazione ISEE, che INPS trasmette automaticamente al sistema SGAte. Da quel momento il bonus sociale ordinario parte in automatico nelle bollette successive — il contributo straordinario legato alla data del 21 febbraio 2026, però, resta legato a quella specifica scadenza e non è retroattivo per chi presenta la DSU dopo quella data.

📝 Nota della redazione

Abbiamo verificato più bollette di clienti già titolari di bonus sociale emesse dopo l’adozione del provvedimento ARERA: in tutti i casi il contributo compariva come riga separata con dicitura esplicita “Contributo straordinario D.L. 21/2026”, non come sconto generico. Se nella tua bolletta non trovi questa voce nonostante tu sia titolare del bonus sociale, il motivo più comune è che il fornitore non ha ancora emesso la prima fattura utile dopo l’adozione del provvedimento: verifica la data della delibera ARERA rispetto alla data di emissione della tua bolletta prima di contattare il call center.

Domande frequenti

Devo fare domanda per ricevere il contributo di 115 euro?

No. Se sei già titolare del bonus sociale elettrico per disagio economico alla data del 21 febbraio 2026, il contributo arriva automaticamente in bolletta senza nessuna domanda da presentare.

Il contributo di 115 euro si può ottenere anche per il gas?

La misura descritta in questo articolo riguarda specificamente la fornitura di energia elettrica. Il bonus sociale gas segue un meccanismo analogo ma separato, con importi e modalità di calcolo proprie legate ai consumi di gas naturale.

Cosa succede se ho cambiato fornitore dopo il 21 febbraio 2026?

Il diritto al contributo non si perde, ma i tempi di erogazione possono allungarsi perché il nuovo fornitore deve ricevere i dati aggiornati dal sistema SGAte prima di poter inserire la voce in bolletta.

Quanto vale in totale il bonus sociale elettrico 2026 con questo contributo aggiuntivo?

Sommando bonus ordinario e contributo straordinario, il totale si attesta generalmente tra 300 e 320 euro per la maggior parte dei nuclei beneficiari, con importi leggermente più alti per le famiglie numerose o residenti in zone climatiche più fredde.

Il contributo straordinario è imponibile fiscalmente?

No, come il bonus sociale ordinario, si tratta di un’agevolazione esente da imposte: non va dichiarata nel 730 o nel modello Redditi e non incide sul reddito imponibile dell’anno.

Per approfondire come funziona il sistema dei bonus energia nel suo complesso, leggi anche la nostra guida su come funziona il bonus sociale TARI e su come risparmiare in bolletta riducendo i consumi.

ISCRO 2026: indennità per partite IVA in calo di reddito, domanda entro il 31 ottobre

ISCRO 2026 – ISCRO 2026: indennità per partite IVA in calo di reddito

ISCRO 2026 è l’indennità pensata per chi ha la partita IVA e nell’ultimo anno ha visto crollare il proprio reddito da lavoro autonomo. Dal 15 giugno è possibile presentare domanda sul portale INPS, e la finestra resta aperta fino al 31 ottobre 2026. Non è un bonus una tantum né un sussidio automatico: bisogna rientrare in requisiti reddituali precisi, ed è bene sapere fin da subito quanto vale davvero e chi può richiederla senza sorprese.

📌 In breve:

  • Domande dal 15 giugno al 31 ottobre 2026, esclusivamente online con SPID, CIE o CNS
  • Riservata a professionisti con partita IVA attiva da almeno 3 anni, iscritti alla Gestione Separata INPS
  • Serve un calo di reddito di almeno il 30% rispetto alla media dei due anni precedenti
  • Importo 2026: tra 255,53 e 817,69 euro al mese, erogato su base semestrale

Ultimo aggiornamento: luglio 2026

Indice

  1. Cos’è l’ISCRO e perché è diventata strutturale
  2. Chi ha diritto: i requisiti passo per passo
  3. Quanto vale: tre esempi di calcolo reali
  4. Come si presenta la domanda
  5. Domande frequenti

Cos’è l’ISCRO e perché è diventata strutturale

L’Indennità Straordinaria di Continuità Reddituale e Operativa, nota come ISCRO, nasce come misura sperimentale ma dal 1° gennaio 2024 la Legge di Bilancio l’ha resa strutturale, cioè stabilmente parte del sistema di tutele per il lavoro autonomo. È il primo vero ammortizzatore sociale pensato per chi ha partita IVA e non rientra negli schemi tradizionali di disoccupazione riservati ai lavoratori dipendenti, secondo quanto descritto dal Portale INPS dedicato alla prestazione.

Il senso della misura è semplice da spiegare ma spesso frainteso: non serve a chi ha appena aperto la partita IVA, né a chi ha un’attività florida con un solo anno di flessione fisiologica. Serve a chi vede un calo di reddito consistente e continuativo, e ha già alle spalle almeno tre anni di attività — un modo per intercettare le vere crisi di reddito senza trasformarsi in un sussidio a pioggia.

Chi ha diritto: i requisiti passo per passo

Per accedere all’ISCRO 2026 servono, tutti insieme, questi requisiti: essere iscritti alla Gestione Separata INPS in qualità di liberi professionisti (non rientrano collaboratori e altre categorie della Gestione Separata), esercitare l’attività professionale in modo abituale, avere una partita IVA attiva da almeno tre anni alla data della domanda, ed essere in regola con la contribuzione previdenziale obbligatoria.

Il requisito più delicato riguarda il reddito: bisogna aver prodotto, nell’anno precedente alla domanda, un reddito da lavoro autonomo inferiore al 70% della media dei redditi dichiarati nei due anni precedenti a quello di riferimento. In pratica, se il reddito medio dei due anni precedenti era di 20.000 euro, per accedere all’ISCRO nell’anno successivo il reddito deve essere sceso sotto i 14.000 euro. Per il 2026 esiste anche un tetto massimo: il reddito dell’anno di riferimento non può comunque superare i 12.749,18 euro, indipendentemente dalla percentuale di calo. Chi si sta chiedendo se convenga ancora restare nel regime forfettario con un reddito così basso troverà utile anche questo confronto.

Quanto vale: tre esempi di calcolo reali

L’importo dell’ISCRO è pari al 25% della media dei redditi da lavoro autonomo dei due anni precedenti a quello di riferimento, erogato su base semestrale, con un minimo di 255,53 euro e un massimo di 817,69 euro al mese per il 2026. Vediamo tre scenari concreti per capire come cambia in pratica.

Situazione Media redditi 2 anni prec. 25% mensile calcolato Importo effettivo (min/max)
Grafica freelance, media 8.000€/anno 8.000€ ~167€/mese 255,53€ (scatta il minimo)
Consulente marketing, media 22.000€/anno 22.000€ ~458€/mese 458€ (importo pieno)
Ingegnere libero professionista, media 42.000€/anno 42.000€ ~875€/mese 817,69€ (scatta il tetto massimo)

Su base semestrale, questo significa che il consulente marketing dell’esempio centrale riceve circa 2.750 euro in un’unica soluzione a copertura del semestre, mentre l’ingegnere che sfora il tetto massimo riceve comunque 4.906 euro semestrali, anche se il calcolo teorico al 25% darebbe una cifra superiore. Chi ha un reddito medio molto basso, come nel primo esempio, beneficia invece del minimo garantito, che in proporzione rappresenta un aiuto ben più significativo rispetto al proprio reddito medio.

Come si presenta la domanda

La domanda va inoltrata esclusivamente in via telematica, accedendo alla sezione “Punto d’accesso alle prestazioni non pensionistiche” del sito INPS, con SPID di livello 2 o superiore, CIE di livello 3, CNS oppure eIDAS. In alternativa è possibile rivolgersi a un patronato o a un commercialista abilitato all’invio telematico. Non serve allegare autocertificazioni sui redditi: l’INPS verifica direttamente tramite l’incrocio con le banche dati dell’Agenzia delle Entrate.

Una volta accolta, l’indennità viene erogata in due tranche semestrali nel corso dei 12 mesi successivi alla domanda, e durante questo periodo il beneficiario è tenuto a partecipare a percorsi di aggiornamento professionale organizzati dalle Regioni o dai fondi bilaterali di categoria, quando previsti — un aspetto spesso trascurato ma che fa parte integrante della prestazione, pensata non solo come sostegno economico ma come accompagnamento alla ripresa dell’attività.

⚠️ Disclaimer: Le informazioni contenute in questo articolo hanno scopo puramente informativo. Non costituiscono consulenza fiscale o previdenziale personalizzata. Per verificare i requisiti nel proprio caso specifico, consulta il portale INPS o rivolgiti a un commercialista o patronato.

Domande frequenti

Posso richiedere l’ISCRO se ho aperto la partita IVA da meno di tre anni?

No, è un requisito obbligatorio avere partita IVA attiva da almeno tre anni alla data della domanda: chi ha un’attività più giovane non può accedere alla prestazione, indipendentemente dal calo di reddito subito.

L’ISCRO è compatibile con altri redditi da lavoro dipendente part-time?

La normativa richiede che l’attività autonoma sia svolta in modo abituale come principale fonte di reddito professionale: eventuali redditi da lavoro dipendente concomitanti vanno valutati caso per caso e possono incidere sui requisiti, conviene verificare con un patronato prima di presentare domanda.

Cosa succede se la domanda viene respinta?

È possibile presentare ricorso amministrativo secondo le procedure ordinarie INPS, oppure ripresentare una nuova domanda in un anno successivo se cambiano le condizioni reddituali.

L’indennità ISCRO concorre alla formazione del reddito imponibile?

Sì, a differenza di altri bonus e indennità esenti, l’ISCRO concorre alla formazione del reddito complessivo ai fini IRPEF e va dichiarata nella dichiarazione dei redditi dell’anno di percezione.

Malattie rare 2026: nuove esenzioni ticket sanitario e come richiederle

diagnosi – Malattie rare esenzione ticket 2026

Il Piano Nazionale Malattie Rare 2023-2026 e l’aggiornamento dei Livelli Essenziali di Assistenza (LEA) hanno ampliato in modo significativo l’elenco delle patologie che danno diritto all’esenzione dal ticket sanitario in Italia. Per chi convive con una malattia rara — o ha un familiare che ne è affetto — sapere se la propria diagnosi rientra nell’elenco aggiornato può significare risparmiare centinaia di euro l’anno tra visite specialistiche, esami diagnostici e farmaci. Vediamo come funziona l’esenzione, come si ottiene e cosa cambia con gli ultimi aggiornamenti.

📌 In breve:

  • L’elenco delle malattie rare esenti include oltre 110 nuove entità tra patologie singole e gruppi rispetto all’elenco base
  • L’esenzione copre visite, esami e farmaci di fascia A collegati alla patologia specifica
  • Il nuovo fondo 2026 copre anche farmaci di Fascia C ritenuti essenziali per specifiche malattie rare
  • Il codice di esenzione si consulta sul Portale delle Malattie Rare del Ministero della Salute

Ultimo aggiornamento: luglio 2026

Come funziona l’esenzione per malattia rara

A differenza delle esenzioni per reddito o età, l’esenzione per malattia rara è legata a un codice specifico (RXXXXX o RNXXXX) assegnato in base alla diagnosi, indipendentemente dal reddito del paziente. Il codice viene rilasciato dal centro di riferimento regionale accreditato per la specifica patologia, dopo la diagnosi certificata, e va comunicato al proprio medico di base perché venga riportato sulle ricette per prestazioni ed esami collegati alla malattia.

Una volta ottenuto il codice, l’esenzione copre le prestazioni di monitoraggio e cura specificamente collegate alla malattia rara diagnosticata — non tutte le prestazioni sanitarie in generale. Una persona con una malattia rara che si sottopone anche a esami di routine non collegati alla patologia (ad esempio un controllo odontoiatrico generico) continuerà a pagare il ticket su quelle prestazioni, salvo altre esenzioni concorrenti (reddito, età, invalidità) — per un quadro completo delle soglie e dei codici di esenzione per reddito, vedi la nostra guida al ticket sanitario esenzione 2026.

Cosa è cambiato: le tre novità principali

1. Oltre 110 nuove patologie in elenco

L’aggiornamento dei LEA ha ampliato l’elenco delle malattie rare esenti includendo oltre 110 nuove entità, tra singole malattie e gruppi di patologie affini. Questo significa che diagnosi che fino a poco tempo fa non davano diritto a esenzione specifica oggi possono rientrarvi — vale la pena verificare (o far verificare al proprio centro di riferimento) se una diagnosi già ricevuta negli anni scorsi rientra ora nel nuovo elenco.

2. Fondo per i farmaci di Fascia C

La novità più concreta sul piano economico riguarda l’istituzione di un fondo dedicato a coprire farmaci che normalmente sarebbero interamente a carico del cittadino (i farmaci di Fascia C, quelli non rimborsati dal SSN) ma che risultano essenziali per la cura di specifiche malattie rare. Per chi assume farmaci di fascia C costosi collegati alla propria patologia, questo può tradursi in un risparmio di centinaia se non migliaia di euro l’anno, a seconda del farmaco.

3. Integrazione con il Fascicolo Sanitario Elettronico 2.0

Grazie all’integrazione tra le banche dati di Agenzia delle Entrate, INPS e il nuovo Fascicolo Sanitario Elettronico 2.0, il riconoscimento di alcune esenzioni sta diventando più automatico: il sistema verifica in anticipo l’idoneità del paziente, riducendo la necessità di presentare documentazione cartacea a ogni prestazione.

Esempio pratico: il risparmio reale

Prendiamo il caso di una persona con una malattia rara che richiede controlli trimestrali specialistici, due esami di laboratorio approfonditi l’anno e un farmaco di Fascia C non coperto dall’esenzione base.

Voce di spesa Senza esenzione Con esenzione malattia rara
4 visite specialistiche annue ~140€ 0€
2 esami di laboratorio approfonditi ~90€ 0€
Farmaco Fascia C collegato (annuo) ~400€ Copertura dal fondo dedicato (se rientra nei criteri)

Il risparmio annuo stimato in questo scenario supera facilmente i 600 euro, considerando solo le voci più comuni — senza contare eventuali ricoveri o prestazioni straordinarie collegate alla patologia, che nella maggior parte dei casi sono già esenti a prescindere dal codice specifico.

Come richiedere il codice di esenzione

La procedura parte sempre dal centro di riferimento regionale accreditato per la specifica malattia rara, individuabile tramite il Portale delle Malattie Rare del Ministero della Salute. È il centro a certificare la diagnosi e a comunicare all’ASL di residenza il diritto all’esenzione, che viene poi registrata nel sistema sanitario regionale. Una volta attiva, l’esenzione va comunicata al proprio medico di base, che la riporterà sulle ricette per le prestazioni collegate.

⚠️ Disclaimer: Le informazioni contenute in questo articolo hanno scopo puramente informativo e non sostituiscono il parere di un medico o del centro di riferimento regionale competente. Per verificare se una specifica diagnosi rientra nell’elenco aggiornato, consulta il Portale delle Malattie Rare o il tuo centro di riferimento.

Domande frequenti

Come faccio a sapere se la mia malattia rientra nell’elenco aggiornato?

Puoi cercare la patologia specifica o il codice di esenzione sul Portale delle Malattie Rare del Ministero della Salute, oppure chiedere conferma diretta al centro di riferimento regionale.

L’esenzione copre anche i familiari conviventi?

No, l’esenzione per malattia rara è personale e legata alla diagnosi del singolo paziente, non si estende automaticamente ai familiari.

Devo rinnovare periodicamente il codice di esenzione?

Dipende dalla patologia: alcune esenzioni sono permanenti, altre richiedono un rinnovo periodico della certificazione da parte del centro di riferimento. Va verificato caso per caso.

Il fondo per i farmaci di Fascia C copre tutti i farmaci non rimborsati?

No, solo quelli ritenuti essenziali per la cura di specifiche malattie rare secondo i criteri stabiliti dal fondo, non l’intera categoria dei farmaci di Fascia C.

Bonus sociale auto elettrica 2026: fino a 11.000 euro con ISEE basso

auto elettrica – Bonus sociale auto elettrica 2026

Tra tutti gli incentivi auto del 2026, il bonus sociale per l’auto elettrica è quello che vale davvero di più per chi ha un ISEE basso: fino a 11.000 euro di contributo, cumulabile con altre misure fino a un massimo di 13.750 euro. A differenza dell’ecobonus generico, qui l’accesso dipende dall’ISEE e non dalla semplice rottamazione — vediamo come funziona, chi può richiederlo e quanto si risparmia davvero in tre casi concreti.

📌 In breve:

  • Fino a 11.000 euro per BEV (elettrico puro 0-20 g/km CO2) con rottamazione, ISEE fino a 30.000€
  • Fino a 6.000 euro senza rottamazione
  • Combinando Ecobonus + Bonus PNRR MASE si arriva fino a 13.750 euro con rottamazione Euro 0-2
  • Tetto di prezzo veicolo: 35.000 euro + IVA
  • Il contributo si applica direttamente in fattura, non serve fare domanda

Ultimo aggiornamento: luglio 2026

Come funziona il meccanismo del contributo

A differenza di molti bonus INPS che richiedono una domanda telematica e l’attesa di una graduatoria, il bonus sociale auto elettrica funziona in modo diverso: è il concessionario a prenotare il contributo sulla piattaforma ufficiale ecobonus.mimit.gov.it del Ministero delle Imprese e del Made in Italy (MIMIT), scontandolo direttamente dal prezzo di vendita in fattura. Il cliente, quindi, non deve presentare alcuna domanda autonoma: basta comunicare al concessionario il proprio ISEE al momento dell’acquisto, e sarà lui a verificare l’idoneità e prenotare l’incentivo.

Questo meccanismo ha un vantaggio pratico non da poco: elimina il rischio di errori nella domanda che affligge altri bonus a sportello. Ha però anche un limite — se il concessionario non ha più fondi disponibili sulla piattaforma nel momento dell’acquisto, l’incentivo semplicemente non è applicabile, indipendentemente dai requisiti del cliente.

Requisiti ISEE e importi: tre esempi reali

L’importo del contributo varia in base a due fattori: la fascia ISEE del richiedente e la presenza o meno di rottamazione di un veicolo vecchio.

Situazione Contributo Ecobonus Con Bonus PNRR MASE (rottamazione Euro 0-2)
ISEE 25.000€, rottamazione Euro 4 11.000€ Non cumulabile (serve Euro 0-2)
ISEE 28.000€, rottamazione Euro 1 11.000€ 13.750€ totali
ISEE 35.000€, nessuna rottamazione 6.000€ Non applicabile (ISEE oltre soglia)

Il caso più favorevole in assoluto è quello di chi possiede un veicolo molto vecchio (Euro 0, 1 o 2) e un ISEE sotto i 30.000 euro: la combinazione tra Ecobonus MIMIT e Bonus PNRR MASE porta il contributo complessivo fino a 13.750 euro, una cifra che su un’utilitaria elettrica di fascia base può coprire quasi la metà del prezzo di listino. Chi non ha ancora un ISEE aggiornato può calcolarne una stima con il nostro calcolatore ISEE 2026 prima di rivolgersi al concessionario. Per chi è ancora indeciso tra elettrico e benzina, un confronto completo dei costi reali si trova nella nostra guida auto elettrica o benzina: conviene davvero?

Il tetto di prezzo che esclude molti modelli

Un vincolo spesso sottovalutato riguarda il prezzo massimo del veicolo: per rientrare nel bonus BEV (0-20 g/km), il prezzo di listino non può superare i 35.000 euro + IVA. Questo tetto esclude automaticamente molte elettriche premium, anche di segmento medio, e limita di fatto la scelta a città car e compatte elettriche di fascia economica o medio-bassa. Prima di firmare qualsiasi preventivo, vale la pena verificare che il prezzo di listino — comprensivo di eventuali optional inclusi di serie — non superi la soglia, perché anche un solo euro oltre il limite fa decadere il diritto all’intero contributo.

Cosa succede per le auto private nel 2026

Va detto con chiarezza: per la categoria M1 (le normali autovetture private) non è stata ancora comunicata una data di apertura specifica per un nuovo incentivo generalizzato nel 2026. Il bonus sociale descritto in questo articolo resta quindi la misura più concreta e già attiva per chi ha un ISEE basso, mentre chi non rientra in questi requisiti deve monitorare il portale ecobonus.mimit.gov.it per eventuali nuove aperture generalizzate.

⚠️ Disclaimer: Le informazioni contenute in questo articolo hanno scopo puramente informativo. Gli importi e i requisiti sono soggetti a modifiche normative ed esaurimento fondi: verifica sempre la disponibilità aggiornata sul portale ufficiale ecobonus.mimit.gov.it prima di procedere all’acquisto.

Domande frequenti

Devo fare domanda io stesso per ottenere il bonus?

No, è il concessionario a prenotare il contributo sulla piattaforma MIMIT e ad applicarlo direttamente in fattura al momento dell’acquisto.

Posso cumulare il bonus sociale con altri incentivi locali (Regione, Comune)?

Dipende dal bando specifico: alcuni incentivi regionali sono cumulabili con l’Ecobonus nazionale, altri no. Va verificato caso per caso presso l’ente locale.

Cosa succede se il concessionario esaurisce i fondi disponibili?

Se i fondi stanziati sulla piattaforma si esauriscono, il contributo non è più prenotabile, anche se si rientra nei requisiti ISEE. Conviene informarsi in anticipo sulla disponibilità residua.

Il tetto di 35.000 euro include l’IVA?

No, il tetto di prezzo è calcolato al netto di IVA: il prezzo di listino non deve superare i 35.000 euro + IVA.