I buoni pasto restano uno dei benefit più diffusi nelle buste paga italiane, ma pochi sanno esattamente come vengono tassati, quanto valgono davvero e cosa cambia tra la versione cartacea e quella elettronica. Nel 2026 le regole fiscali premiano ancora chi li riceve rispetto a un aumento di stipendio equivalente, ed è proprio questo il motivo per cui tante aziende continuano a preferirli come forma di welfare. Capire le soglie di esenzione e le differenze tra le varie tipologie aiuta a valutare davvero quanto vale questo benefit in busta paga, cifra per cifra.
I buoni pasto elettronici sono esenti da tasse e contributi fino a 8 euro al giorno, quelli cartacei fino a 4 euro. Oltre questa soglia la parte eccedente diventa reddito imponibile. Non sono obbligatori per legge, ma quando previsti dal contratto o dal welfare aziendale rappresentano un risparmio netto sia per il lavoratore che per l’azienda rispetto a un pari importo in busta paga.
Indice
- Cosa sono i buoni pasto e chi ha diritto a riceverli
- Buoni cartacei vs elettronici: le differenze pratiche
- Come funziona la tassazione: le soglie di esenzione
- Perché conviene anche alle aziende
- Cosa prevedono i principali contratti collettivi
- Dove si possono usare e i limiti pratici
- Domande frequenti
Cosa sono i buoni pasto e chi ha diritto a riceverli
Il buono pasto è un titolo di credito che il datore di lavoro assegna ai dipendenti per l’acquisto di beni alimentari o la consumazione di pasti presso esercizi convenzionati. Non è un diritto automatico previsto dalla legge per tutti i lavoratori: la sua erogazione dipende dal contratto collettivo nazionale applicato, da un accordo aziendale specifico o da una scelta unilaterale del datore di lavoro come parte del pacchetto di welfare. Molti CCNL del settore terziario, commercio e servizi lo prevedono come standard per chi lavora più di sei ore al giorno, ma le regole cambiano parecchio da un settore all’altro.
Non spettano invece a chi lavora part-time con orari che non prevedono una pausa pasto strutturata, salvo diverse previsioni contrattuali, e in generale il buono pasto viene erogato per ogni giornata di presenza effettiva: non matura durante ferie, malattia o altre assenze, a differenza di altre voci retributive come la tredicesima.
Buoni cartacei vs elettronici: le differenze pratiche
Fino a qualche anno fa i buoni pasto cartacei erano la norma quasi assoluta, ma oggi la maggior parte delle aziende è passata alla versione elettronica, caricata su una tessera ricaricabile mensilmente. Il vantaggio pratico è evidente: niente più tagliandi da portare in giro, niente resto in buoni cartacei che spesso finiva perso o dimenticato, e la possibilità di usare esattamente l’importo speso senza sprechi.
Dal punto di vista fiscale la differenza non è solo di comodità. Il legislatore ha fissato soglie di esenzione diverse proprio per incentivare il passaggio al digitale, che è anche più semplice da tracciare e rendicontare per le aziende e per l’Agenzia delle Entrate.
Come funziona la tassazione: le soglie di esenzione
Questo è il punto che genera più confusione. I buoni pasto elettronici sono esenti da imposte e contributi previdenziali fino a un valore di 8 euro al giorno per lavoratore. Quelli cartacei si fermano a una soglia più bassa, 4 euro al giorno. Se il datore di lavoro eroga un valore superiore a queste soglie, la differenza viene considerata reddito imponibile a tutti gli effetti, tassata secondo le aliquote IRPEF ordinarie e soggetta a contribuzione INPS, sia per il lavoratore che per l’azienda.
Facciamo un esempio concreto: un’azienda che assegna buoni elettronici da 10 euro al giorno applica l’esenzione sugli 8 euro previsti dalla soglia, mentre i 2 euro eccedenti finiscono nel calcolo del reddito imponibile del mese, con un impatto piccolo ma reale sulla busta paga netta. Chi vuole capire come si riflette questo tipo di voce sul cedolino può consultare la nostra guida su come leggere la busta paga, che spiega voce per voce come si compone lo stipendio netto.
Perché conviene anche alle aziende
Dal lato del datore di lavoro, erogare buoni pasto entro le soglie di esenzione costa meno rispetto a un pari importo distribuito come aumento di stipendio, perché non genera gli stessi oneri contributivi. È uno dei motivi per cui, nella contrattazione del welfare aziendale, i buoni pasto restano una delle prime voci proposte insieme a strumenti come i fringe benefit generici, i rimborsi per l’asilo nido o i piani di previdenza integrativa — su questo tema può essere utile la nostra guida al fondo pensione integrativo, un’altra leva molto usata nei pacchetti welfare.
Le aziende che gestiscono grandi volumi di dipendenti spesso affidano l’erogazione a operatori specializzati che gestiscono la piattaforma elettronica, il caricamento mensile e la rete di esercizi convenzionati, riducendo il carico amministrativo interno.
Dove si possono usare e i limiti pratici
I buoni pasto si possono usare presso bar, ristoranti, supermercati e negozi alimentari convenzionati con l’operatore che li emette. Dal 2020 è stato eliminato il tetto giornaliero di utilizzo per singola transazione, quindi in teoria si può spendere in un colpo solo l’intero saldo accumulato, anche se restano alcune limitazioni pratiche imposte dai singoli esercizi convenzionati o dall’app dell’operatore, specialmente sull’acquisto di alcolici.
Vale la pena controllare periodicamente la scadenza dei buoni caricati: molte piattaforme applicano una validità limitata, e chi non consuma il saldo entro i termini rischia di perderlo, un dettaglio che sfugge a molti lavoratori distratti dalla gestione quotidiana della tessera.
Cosa prevedono i principali contratti collettivi
Le regole cambiano parecchio guardando i CCNL più diffusi. Nel commercio e nei servizi il buono pasto è quasi sempre previsto per chi lavora almeno sei ore consecutive, con importi che nella pratica oscillano tra i 5,29 euro storici del tabellare e cifre più alte negoziate a livello aziendale. Nel settore metalmeccanico molte aziende preferiscono la mensa interna o il rimborso spese pasto, un’alternativa che ha una disciplina fiscale leggermente diversa rispetto al buono pasto vero e proprio. Nella pubblica amministrazione il buono pasto resta uno dei benefit più stabili, spesso confermato anche negli anni di blocco contrattuale sugli stipendi, proprio perché rientra in una voce di spesa diversa da quella salariale.
Chi lavora con un contratto part-time verticale, cioè concentrato su alcuni giorni della settimana con orario pieno, matura normalmente il buono pasto nelle giornate lavorate, mentre chi ha un part-time orizzontale con meno di sei ore al giorno spesso ne resta escluso, salvo diverse previsioni specifiche del contratto applicato. Vale sempre la pena controllare il proprio CCNL di riferimento, perché le differenze tra un settore e l’altro sono più marcate di quanto si pensi.
Domande frequenti
I buoni pasto spettano anche durante lo smart working?
Dipende dal contratto e dagli accordi aziendali specifici: alcune aziende li mantengono anche per le giornate di lavoro da remoto, altre li erogano solo per le presenze in ufficio. Non esiste una regola unica valida per tutti i settori.
Posso ricevere i buoni pasto anche se lavoro part-time?
Sì, se il contratto collettivo o l’accordo aziendale lo prevede, anche se spesso l’importo o la maturazione sono proporzionati alle ore effettivamente lavorate nella giornata.
I buoni pasto influiscono sul calcolo dell’ISEE?
No, i buoni pasto entro le soglie di esenzione non rientrano nel reddito imponibile e quindi non incidono sul calcolo dell’ISEE, a differenza di altre componenti retributive tassate ordinariamente.
Cosa succede ai buoni pasto non utilizzati se cambio lavoro?
Nella maggior parte dei casi i buoni caricati sulla tessera elettronica restano utilizzabili fino alla scadenza prevista dall’operatore, indipendentemente dal rapporto di lavoro in corso, ma conviene verificarlo con le condizioni specifiche del programma aziendale.
I buoni pasto si possono sommare al fringe benefit generico?
Sì, sono due voci distinte con soglie di esenzione separate: il fringe benefit generico ha un proprio tetto annuale (variabile di anno in anno per decisione normativa) che si somma, senza sovrapporsi, alla soglia giornaliera dei buoni pasto. Un lavoratore può quindi beneficiare di entrambi gli strumenti nello stesso anno fiscale.
Meglio ricevere il valore in buoni pasto o come aumento in busta paga?
Dal punto di vista puramente numerico, entro le soglie di esenzione i buoni pasto convengono quasi sempre di più: un aumento di stipendio equivalente viene tassato con le aliquote IRPEF ordinarie e soggetto a contribuzione, mentre il buono pasto entro soglia arriva al lavoratore senza queste trattenute. Il rovescio della medaglia è che il buono pasto non entra nel calcolo di alcune prestazioni legate al reddito da lavoro dipendente, come il TFR o alcuni bonus collegati allo stipendio lordo.
Per la normativa fiscale aggiornata sui fringe benefit e i buoni pasto, la fonte di riferimento resta l’Agenzia delle Entrate.

