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Bonus centri estivi 2026: graduatoria, importi e quando arriva il pagamento INPS

nido bambini – Bonus centri estivi 2026

Le domande per il Bonus centri estivi INPS 2026 si sono chiuse il 25 giugno, ma la misura resta di grande interesse per centinaia di migliaia di famiglie con figli tra i 3 e i 14 anni: dalla graduatoria attesa entro il 28 luglio ai tempi di pagamento, ecco cosa sapere adesso e cosa cambierà per chi vorrà richiederlo il prossimo anno.

📌 In breve:

  • Contributo fino a 100 euro a settimana, massimo 4 settimane: 400 euro totali a figlio
  • Riservato ai figli di dipendenti e pensionati della Pubblica Amministrazione, tra 3 e 14 anni
  • Domande chiuse il 25 giugno 2026, graduatoria attesa entro il 28 luglio 2026
  • Pagamento ai vincitori entro il 31 dicembre 2026, dopo la rendicontazione

Ultimo aggiornamento: luglio 2026

Chi poteva richiedere il bonus e per chi

Il bonus centri estivi 2026 non è una misura universale come l’assegno unico: è riservato specificamente ai dipendenti e pensionati della Pubblica Amministrazione iscritti alla gestione unitaria delle prestazioni creditizie e sociali INPS, per figli o minori a carico di età compresa tra i 3 e i 14 anni. Chi lavora nel settore privato non rientra in questa particolare linea di finanziamento, anche se esistono misure analoghe gestite da alcuni fondi di categoria contrattuale — vale la pena verificare se il proprio CCNL ne prevede una.

La domanda andava presentata esclusivamente online, tramite il Portale prestazioni welfare INPS, cercando il servizio “Centri estivi: contributi per minori fino a 14 anni”, con accesso SPID, CIE o CNS. La finestra è stata aperta dalle 12:00 del 4 giugno alle 12:00 del 25 giugno 2026: chi non ha presentato domanda in quei 21 giorni dovrà attendere l’apertura del bando 2027.

Quanto vale il contributo: tre esempi pratici

L’importo massimo teorico è di 100 euro a settimana per un massimo di 4 settimane, anche non consecutive. Vediamo come cambia in base alle settimane effettivamente frequentate.

Settimane di centro estivo frequentate Contributo massimo richiedibile
2 settimane (es. luglio) 200€
3 settimane (luglio + inizio agosto) 300€
4 settimane (tetto massimo) 400€

Il contributo è legato alla rendicontazione effettiva delle spese sostenute: chi ottiene un posto in graduatoria dovrà comunque documentare le settimane realmente frequentate e le ricevute di pagamento al centro estivo scelto, non basta l’iscrizione formale al bando.

Come funziona la graduatoria e il ruolo dell’ISEE

A differenza di bonus a sportello dove basta rientrare nei requisiti per ottenere il contributo, il bonus centri estivi funziona con una graduatoria basata sull’ISEE: a parità di altri requisiti, chi ha un ISEE più basso viene collocato prima in graduatoria, e il budget stanziato copre solo un numero limitato di posizioni. Questo significa che aver presentato domanda in tempo non garantisce automaticamente il contributo — è indispensabile controllare la propria posizione in graduatoria quando verrà pubblicata.

Chi aveva un ISEE 2026 già aggiornato al momento della domanda ha avuto un vantaggio procedurale, perché il valore risultava immediatamente disponibile ai fini del calcolo. Chi ha presentato la DSU in ritardo rischia una posizione meno favorevole in graduatoria, a prescindere dalla situazione reddituale reale del nucleo familiare. Chi non ha ancora un ISEE aggiornato per i prossimi bandi può calcolarne una stima con il nostro calcolatore ISEE 2026 prima di presentare la DSU.

Cosa succede adesso: i prossimi passaggi

La graduatoria con riserva dovrebbe essere pubblicata entro il 28 luglio 2026 sul portale INPS. Chi risulta ammesso dovrà completare la rendicontazione delle spese sostenute nei tempi indicati dall’avviso INPS. L’accredito sul conto corrente per chi ha completato correttamente la procedura è previsto entro il 31 dicembre 2026 — un arco temporale ampio che vale la pena tenere presente per non preoccuparsi se il pagamento non arriva subito dopo l’estate.

Nel frattempo, chi lavora come dipendente e ha un reddito complessivo entro i 28.000 euro può contare anche su un altro sostegno mensile automatico: il trattamento integrativo (ex bonus Renzi), fino a 100 euro al mese senza bisogno di presentare alcuna domanda.

⚠️ Disclaimer: Le informazioni contenute in questo articolo hanno scopo puramente informativo. Non costituiscono consulenza previdenziale personalizzata. Per verificare la propria posizione in graduatoria e i requisiti specifici, consulta il portale INPS o il proprio ente di appartenenza.

Domande frequenti

Posso ancora presentare domanda dopo il 25 giugno?

No, la finestra per le domande 2026 è chiusa. Chi non ha fatto domanda in tempo dovrà attendere l’apertura del bando per l’anno successivo.

Il bonus è compatibile con altri contributi per centri estivi erogati da Comuni o Regioni?

Dipende dal bando locale: alcuni enti territoriali prevedono espressamente il cumulo, altri lo escludono. Va verificato caso per caso con l’ente che eroga il contributo aggiuntivo.

Cosa succede se non trovo la mia domanda in graduatoria?

Significa che il budget disponibile si è esaurito prima di raggiungere la propria posizione ISEE. Non è previsto un ricorso specifico, ma è possibile ripresentare domanda al prossimo bando con un ISEE aggiornato.

Il contributo concorre alla formazione del reddito?

No, si tratta di un rimborso spese e non di un reddito imponibile ai fini fiscali.

Bonus mamme lavoratrici 2026: importo sale a 60 euro al mese, requisiti e domanda

bonus mamme – Bonus mamme lavoratrici 2026

Il Bonus mamme lavoratrici cambia importo nel 2026: da 40 a 60 euro al mese per ogni mensilità di lavoro. La misura, illustrata dall’INPS con la circolare n. 139 del 28 ottobre 2025 e dal messaggio n. 3289 dello stesso mese, riguarda centinaia di migliaia di madri lavoratrici dipendenti e autonome. In questa guida vediamo chi ha diritto al bonus, quanto vale davvero in un anno, come si presenta la domanda e quando arriva il pagamento.

📌 In breve:

  • Importo 2026: 60 euro al mese per ogni mese di rapporto di lavoro attivo (era 40 euro nel 2025)
  • Somma non imponibile, non concorre alla formazione del reddito
  • Erogazione in un’unica soluzione a dicembre 2026
  • Tetto di reddito da lavoro: 40.000 euro annui

Ultimo aggiornamento: luglio 2026

Chi ha diritto al bonus mamme 2026

Il bonus spetta a due categorie di lavoratrici, con condizioni leggermente diverse tra loro. Le lavoratrici autonome iscritte a gestioni previdenziali obbligatorie autonome — incluse le casse di previdenza professionali e la Gestione Separata INPS — possono presentare domanda a prescindere dal numero di figli, purché rientrino nei requisiti reddituali. Le lavoratrici dipendenti (con l’eccezione dei rapporti di lavoro domestico) devono invece avere un reddito da lavoro non superiore a 40mila euro su base annua.

Il numero di figli determina la durata del beneficio, ed è qui che molte lavoratrici si confondono leggendo le prime notizie sul bonus. Con due figli, il bonus spetta fino al mese in cui il secondo figlio compie dieci anni. Con più di due figli, invece, la finestra si allarga fino al diciottesimo anno di età del figlio più piccolo — ma solo a condizione che il reddito da lavoro non derivi da un contratto di lavoro dipendente a tempo indeterminato. Questa distinzione non è un dettaglio secondario: una lavoratrice dipendente a tempo indeterminato con tre figli, ad esempio, rientra nella prima casistica (fino ai 10 anni del secondo figlio) e non nella seconda.

Quanto vale il bonus in un anno: tre esempi concreti

Per capire la differenza pratica rispetto al 2025, vediamo tre scenari reali con l’importo annuo massimo teorico (12 mensilità piene).

Situazione Importo mensile 2026 Totale annuo (12 mesi) Differenza vs 2025
Lavoratrice autonoma, 2 figli, reddito 25.000€ 60€ 720€ +240€
Dipendente part-time, 3 figli, reddito 18.000€ 60€ 720€ +240€
Libera professionista, 2 figli, reddito 38.000€ 60€ 720€ +240€

In tutti e tre gli scenari l’aumento rispetto al 2025 è identico: 20 euro al mese, 240 euro l’anno per chi matura tutte e 12 le mensilità. Chi ha un rapporto di lavoro attivo solo per una parte dell’anno (ad esempio un contratto a termine di 6 mesi) riceve il bonus solo per quei mesi: 6 mensilità da 60 euro fanno 360 euro totali, non 720.

Come si presenta la domanda

La domanda si presenta esclusivamente online tramite i canali INPS, con identità digitale SPID, CIE o CNS. Il servizio dedicato è raggiungibile dal portale INPS cercando “Bonus mamme” tra le prestazioni per la famiglia. In alternativa, la domanda può essere presentata tramite patronato o chiamando il Contact Center INPS al numero verde 803 164 (gratuito da rete fissa) o 06 164 164 da cellulare.

Per le lavoratrici dipendenti che rientrano nei requisiti in corso d’anno (ad esempio perché il figlio compie il decimo anno d’età), l’INPS aggiorna automaticamente la platea dei beneficiari sulla base dei dati già in suo possesso, ma è comunque consigliabile verificare la propria posizione tramite il servizio online per evitare ritardi nell’erogazione. Chi ha appena avuto un figlio può verificare anche altre misure collegate, come il bonus nido e il congedo parentale, entrambi cumulabili con il bonus mamme.

Quando arriva il pagamento

A differenza di altri bonus INPS erogati mensilmente insieme allo stipendio o alla busta paga, il bonus mamme 2026 viene corrisposto in un’unica soluzione a dicembre 2026, calcolato sulla base dei mesi di spettanza maturati durante l’anno. Questo significa che una lavoratrice che ha diritto al bonus da gennaio non riceve nulla mese per mese, ma un accredito unico a fine anno che somma tutte le mensilità spettanti.

⚠️ Disclaimer: Le informazioni contenute in questo articolo hanno scopo puramente informativo. Non costituiscono consulenza fiscale o previdenziale personalizzata. Per verificare la propria situazione specifica e i requisiti di accesso, consulta il portale INPS o un patronato.

Domande frequenti

Il bonus mamme 2026 è compatibile con l’assegno unico?

Sì, il bonus mamme è una misura distinta dall’assegno unico e universale e non ne riduce l’importo: le due prestazioni si cumulano.

Le lavoratrici domestiche possono richiederlo?

No, il bonus esclude esplicitamente i rapporti di lavoro domestico tra le categorie di lavoratrici dipendenti beneficiarie.

Cosa succede se cambio lavoro durante l’anno?

Il bonus si calcola per mese o frazione di mese di vigenza del rapporto di lavoro o dell’attività autonoma: un cambio di occupazione non fa perdere il diritto, purché il nuovo rapporto rientri comunque nei requisiti previsti.

Serve fare domanda ogni anno?

Sì, il bonus va richiesto per ciascuna annualità di riferimento; l’INPS verifica i requisiti reddituali e familiari anno per anno.

Truffe telefoniche 2026: numeri a tre cifre e blocco spoofing, cosa cambia con le nuove regole AGCOM

truffe telefoniche 2026 – Truffe telefoniche 2026: numeri a tre cifre e blocco spoofing, cosa cambia con le nuove regole AGCOM

Le chiamate truffa con numero italiano fasullo hanno una data di scadenza, almeno sulla carta: l’AGCOM ha varato un pacchetto di regole nel 2026 che punta a smascherare lo spoofing telefonico e a introdurre numeri brevi a tre cifre per riconoscere subito chi chiama in modo legittimo. Non è ancora tutto operativo, ma sapere cosa sta cambiando aiuta a capire quali telefonate fidarsi da subito e quali continuare a trattare con sospetto.

📌 Articolo in breve
Con la delibera n. 21/26/CIR del 14 aprile 2026, l’AGCOM ha introdotto numeri brevi a tre cifre per identificare call center e operatori legittimi, non replicabili dall’estero. In parallelo è scattato il blocco automatico del CLI spoofing (numero italiano falso generato da software) sulle reti degli operatori, e dal 19 giugno 2026 le compagnie energetiche non possono più chiamare per proporre offerte senza consenso esplicito preventivo. L’attuazione è graduale: non tutte le chiamate mostreranno già il numero breve, quindi la prudenza resta necessaria.

Indice

  1. Cos’è lo spoofing telefonico e perché funzionava così bene
  2. I nuovi numeri brevi a tre cifre
  3. Il blocco automatico del CLI spoofing
  4. Stop alle chiamate energetiche senza consenso
  5. Cosa cambia davvero per chi riceve le chiamate
  6. Come difendersi nel frattempo
  7. Domande frequenti

Cos’è lo spoofing telefonico e perché funzionava così bene

Lo spoofing telefonico consiste nel far apparire sul display del destinatario un numero diverso da quello reale del chiamante, spesso un numero italiano plausibile o addirittura identico a quello di un ente conosciuto. I call center, molti dei quali operano dall’estero, usano software che generano numeri fittizi a piacimento, rendendo quasi impossibile per l’utente medio distinguere una chiamata legittima da un tentativo di truffa o da telemarketing aggressivo non autorizzato.

Il problema non è solo commerciale: lo spoofing è anche lo strumento usato in molte truffe telefoniche vere e proprie, dove il chiamante finge di essere la banca, le Poste o le forze dell’ordine mostrando un numero che sembra credibile. La combinazione tra telemarketing aggressivo e truffe vere e proprie ha reso il fenomeno particolarmente difficile da arginare solo con la prudenza del singolo utente, da qui la scelta dell’AGCOM di intervenire a livello di rete.

I nuovi numeri brevi a tre cifre

Con la delibera n. 21/26/CIR del 14 aprile 2026, l’AGCOM ha aggiornato il Piano Nazionale di Numerazione introducendo la possibilità di assegnare numeri brevi a tre cifre agli operatori, alle imprese e ai call center che operano in modo legale e trasparente. L’idea è semplice da spiegare anche se complessa da realizzare: se in futuro una chiamata arriva da un numero breve a tre cifre, l’utente potrà sapere con ragionevole certezza che proviene da un soggetto censito e autorizzato, non da un numero generato al momento per ingannare.

Un dettaglio tecnico importante è che questi numeri brevi non potranno essere replicati dall’estero, il che riduce in modo diretto la possibilità per i call center stranieri — una fetta consistente del problema — di mascherarsi dietro un’identità italiana credibile. L’attuazione, però, procede con un tavolo tecnico dedicato e un approccio graduale: non esiste ancora una data in cui tutte le aziende avranno completato la migrazione ai nuovi numeri, quindi per un periodo di transizione coesisteranno numerazioni vecchie e nuove.

Il blocco automatico del CLI spoofing

Parallelamente ai numeri brevi, un intervento congiunto di AGCOM e Garante Privacy ha previsto il blocco automatico, direttamente sulle reti degli operatori telefonici italiani, delle chiamate che utilizzano un CLI (Calling Line Identification, cioè il numero mostrato al destinatario) falsificato e riconducibile a un numero italiano generato artificialmente da software di call center. In pratica, gli operatori di rete filtrano alla fonte un tipo di chiamata che prima arrivava comunque a destinazione mascherata da numero locale.

Questo non elimina tutte le chiamate indesiderate — il telemarketing autorizzato, quello che rispetta le regole sul consenso, continua a essere legittimo — ma riduce in modo concreto la fetta di chiamate con numero palesemente falsificato, che era anche il vettore più usato per le truffe telefoniche vere e proprie, come quelle che si fingono operatori bancari o assistenza tecnica.

Stop alle chiamate energetiche senza consenso

Una novità specifica riguarda il settore energetico, tra i più segnalati per telemarketing aggressivo negli ultimi anni. La Legge n. 49 del 10 aprile 2026, di conversione del Decreto Bollette, stabilisce che dal 19 giugno 2026 le compagnie di luce e gas non possono più contattare telefonicamente i clienti né inviare comunicazioni promozionali senza un consenso esplicito e preventivo raccolto in modo verificabile. Chi riceve ancora chiamate di questo tipo senza aver mai dato un consenso esplicito può segnalarlo, e la compagnia rischia sanzioni.

Questa regola si aggiunge, senza sostituirlo, al Registro Pubblico delle Opposizioni, lo strumento con cui chi non vuole ricevere telemarketing può iscrivere il proprio numero per bloccare le chiamate promozionali da elenchi pubblici — utile ricordarlo perché molte persone non sanno ancora che esiste ed è gratuito.

Cosa cambia davvero per chi riceve le chiamate

Nell’immediato, la maggior parte delle chiamate continuerà ad arrivare come prima, perché la migrazione ai numeri brevi richiede tempo e coinvolge migliaia di operatori diversi. L’effetto più tangibile nel breve periodo è probabilmente quello del blocco del CLI spoofing, che dovrebbe ridurre — non azzerare — le chiamate con numero italiano palesemente falso. Per il settore energia, invece, il cambiamento è già in vigore dal 19 giugno 2026 ed è verificabile subito: chi non ha mai dato consenso esplicito e continua a ricevere chiamate commerciali da una compagnia di luce e gas può segnalare l’irregolarità.

Va detto con chiarezza che nessuna di queste misure elimina del tutto il rischio di truffe telefoniche più sofisticate, che spesso non passano nemmeno dal telefono fisso o mobile ma da altri canali come WhatsApp — un fenomeno che abbiamo approfondito nella nostra guida sulla truffa PostePay su WhatsApp, che segue una logica simile ma su un canale diverso dal telefono.

Come difendersi nel frattempo

Fino al completamento della migrazione ai numeri brevi, la regola pratica resta quella di sempre: non rispondere a numeri sconosciuti se non si è disposti a gestire una possibile chiamata commerciale o fraudolenta, e non fornire mai dati personali, codici di accesso, IBAN o codici OTP al telefono, indipendentemente da quanto il numero mostrato sembri affidabile. Chi riceve una chiamata che sostiene di essere la propria banca o le Poste dovrebbe sempre riagganciare e richiamare il numero ufficiale stampato sulla carta o trovato sul sito istituzionale, non fidarsi del numero visualizzato sul display.

Vale anche la pena iscriversi al Registro Pubblico delle Opposizioni se non lo si è ancora fatto, un’operazione gratuita che riduce sensibilmente il telemarketing legittimo da elenchi pubblici, pur non avendo effetto su chi opera illegalmente ignorando le liste. Per un quadro più ampio sulle tecniche di riconoscimento delle truffe online in generale, la nostra guida su cos’è il phishing e come riconoscerlo raccoglie i segnali comuni a molte tipologie di frode, non solo quelle telefoniche.

Domande frequenti

Da quando sono attivi i numeri a tre cifre?

La delibera AGCOM è stata approvata il 14 aprile 2026, ma l’attuazione è graduale tramite un tavolo tecnico che sta definendo i dettagli operativi con gli operatori. Non esiste ancora una data unica in cui tutte le aziende avranno completato la migrazione.

Se il numero che mi chiama sembra italiano, posso fidarmi?

No, non ancora in modo automatico. Fino al completamento della migrazione ai numeri brevi, un numero italiano “normale” può comunque essere generato artificialmente da un call center. Il blocco del CLI spoofing riduce il fenomeno ma non lo azzera del tutto nella fase di transizione.

Come faccio a segnalare una chiamata di telemarketing energetico senza consenso?

Si può segnalare direttamente alla compagnia che ha effettuato la chiamata, chiedendo di dimostrare il consenso raccolto, oppure inoltrare una segnalazione all’AGCOM o al Garante Privacy se si sospetta una violazione sistematica delle nuove regole.

Il Registro Pubblico delle Opposizioni blocca anche le chiamate dall’estero?

No, il Registro ha efficacia solo sugli operatori che utilizzano elenchi pubblici italiani per il telemarketing autorizzato. Le chiamate illegali da call center esteri con numero falsificato non sono coperte da questo strumento, motivo per cui servono anche le misure tecniche di blocco alla fonte descritte in questo articolo.

Assegno di maternità dei Comuni 2026: 2.065 euro per chi non ha l’indennità INPS

assegno di maternità dei comuni – Assegno di maternità dei Comuni 2026: 2.065 euro per chi non ha l'indennità INPS

L’assegno di maternità dei Comuni 2026 vale 2.065,50 euro complessivi, erogati in 5 mensilità da 413,10 euro, ed è pensato per un gruppo di madri che spesso non sa nemmeno di averne diritto: chi durante la gravidanza non ha una copertura contributiva sufficiente per ricevere l’indennità di maternità ordinaria dall’INPS. È una misura diversa dall’assegno unico e dall’indennità di maternità per lavoratrici dipendenti, e proprio per questo resta tra le prestazioni meno richieste rispetto a quante persone ne avrebbero diritto.

📌 Articolo in breve
L’assegno di maternità dei Comuni 2026 vale 413,10 euro al mese per 5 mensilità (2.065,50 euro totali), destinato alle future mamme senza copertura previdenziale sufficiente per l’indennità INPS ordinaria. Serve un ISEE non superiore a 20.668,26 euro. La domanda va presentata al Comune di residenza entro 6 mesi dalla nascita, dall’affidamento preadottivo o dall’adozione, e il pagamento arriva poi dall’INPS.

Indice

  1. Cos’è e a chi spetta davvero
  2. La differenza con l’indennità di maternità INPS
  3. Importo 2026 e come si calcola
  4. Il requisito ISEE
  5. Come e quando fare domanda
  6. Due esempi numerici concreti
  7. Domande frequenti

Cos’è e a chi spetta davvero

L’assegno di maternità dei Comuni nasce per coprire una situazione precisa: le donne che, al momento della gravidanza, non hanno abbastanza contributi versati o non rientrano tra le categorie tutelate dall’indennità di maternità ordinaria erogata dall’INPS ai lavoratori dipendenti e ad alcune categorie di autonome. Senza questa misura, chi si trova in questa condizione — disoccupate, casalinghe, lavoratrici con carriere contributive discontinue, alcune collaboratrici con rapporti di lavoro molto brevi — resterebbe priva di qualsiasi sostegno economico legato alla maternità.

Il nome “dei Comuni” non è casuale: a differenza di altre prestazioni gestite interamente dall’INPS, qui è il Comune di residenza a ricevere la domanda e verificare i requisiti, mentre l’INPS si occupa solo dell’erogazione materiale del pagamento una volta che il Comune ha dato il via libera. Questa doppia gestione è probabilmente uno dei motivi per cui la misura resta meno conosciuta rispetto ad altre.

La differenza con l’indennità di maternità INPS

È facile confondere questa prestazione con l’indennità di maternità vera e propria, ma sono due strumenti pensati per platee diverse. L’indennità di maternità INPS — quella che copre l’80% dello stipendio per le lavoratrici dipendenti durante il congedo obbligatorio — richiede una copertura contributiva e un rapporto di lavoro attivo o recente. Chi non ha questi requisiti, semplicemente, non può accedervi.

L’assegno dei Comuni entra in gioco esattamente in questo vuoto: è una misura assistenziale, non contributiva, pensata per garantire comunque un sostegno economico anche a chi non ha versato abbastanza contributi. Per un quadro completo di come funziona invece l’indennità ordinaria per chi lavora, la nostra guida indennità di maternità 2026: importi, durata e regole spiega la misura riservata alle lavoratrici con copertura contributiva.

Importo 2026 e come si calcola

Per il 2026 l’importo mensile è di 413,10 euro, in aumento rispetto ai 407,40 euro del 2025 grazie alla rivalutazione annuale collegata all’inflazione. Moltiplicato per le 5 mensilità previste, il totale erogabile arriva a 2.065,50 euro. La cifra viene versata in un’unica soluzione dall’INPS dopo l’istruttoria del Comune, non mese per mese come potrebbe suggerire il termine “mensilità” — è un modo di calcolare l’importo complessivo, non il calendario dei pagamenti.

Il requisito ISEE

Per accedere alla prestazione serve un ISEE in corso di validità che, per il 2026, non deve superare i 20.668,26 euro, soglia anch’essa rivalutata dell’1,4% rispetto all’anno precedente. Chi supera questo limite non ha diritto all’assegno, indipendentemente dagli altri requisiti soddisfatti. Vale la pena calcolare in anticipo la propria situazione ISEE prima di fare domanda: la nostra guida su come stimare l’ISEE 2026 aiuta a farsi un’idea prima ancora di rivolgersi a un CAF per il calcolo ufficiale.

Come e quando fare domanda

La domanda si presenta al Comune di residenza, non all’INPS direttamente, ed entro un termine preciso: 6 mesi dall’evento che dà diritto alla prestazione, quindi dalla data del parto, oppure dalla notifica dell’affidamento preadottivo o dell’adozione. Superato questo termine, il diritto decade e non è recuperabile, quindi conviene muoversi appena possibile invece di aspettare la fine del periodo di puerperio per organizzare le pratiche.

Il Comune verifica i requisiti anagrafici, di residenza e reddituali, poi trasmette la pratica all’INPS che effettua materialmente il pagamento. I tempi complessivi, tra istruttoria comunale e liquidazione INPS, variano da zona a zona, ma è possibile seguire lo stato della domanda tramite i servizi online del proprio Comune o rivolgendosi direttamente all’ufficio servizi sociali.

Due esempi numerici concreti

Esempio 1 — Disoccupata senza contributi recenti. Una donna che ha perso il lavoro un anno prima della gravidanza e non ha maturato i requisiti contributivi per l’indennità INPS ordinaria, con un ISEE familiare di 14.000 euro, ha diritto all’assegno pieno: 2.065,50 euro totali, un sostegno concreto nei mesi successivi al parto in un momento in cui il reddito familiare è già sotto pressione per le nuove spese.

Esempio 2 — ISEE oltre soglia. Una coppia con un ISEE di 24.000 euro, leggermente sopra il limite di 20.668,26 euro, non ha diritto all’assegno dei Comuni nemmeno se la madre non ha copertura contributiva. In questo caso resta comunque accessibile l’assegno unico e universale, che ha soglie ISEE diverse e più alte: la nostra guida assegno unico 2026 spiega come funziona questa misura complementare, che si può ricevere insieme all’assegno di maternità quando entrambi spettano.

Domande frequenti

Posso ricevere sia l’assegno di maternità dei Comuni sia l’assegno unico?

Sì, sono due misure distinte e cumulabili: l’assegno unico sostiene il nucleo familiare per la presenza di figli a carico su base continuativa, mentre l’assegno di maternità dei Comuni è un contributo una tantum legato specificamente all’evento nascita/adozione per chi non ha copertura contributiva.

Le lavoratrici autonome hanno diritto all’assegno dei Comuni?

Dipende dalla copertura previdenziale specifica. Le autonome iscritte a gestioni che garantiscono l’indennità di maternità ordinaria (come la Gestione Separata INPS con i contributi minimi versati) non rientrano nell’assegno dei Comuni, mentre chi non ha maturato questi requisiti può farne richiesta.

Cosa succede se presento la domanda dopo i 6 mesi?

Il diritto alla prestazione decade e non è più recuperabile per quell’evento specifico. Non esistono deroghe ordinarie al termine, quindi è importante attivarsi appena possibile dopo il parto o l’adozione.

L’assegno dei Comuni è tassato?

No, è una prestazione assistenziale esente da imposte e non concorre alla formazione del reddito imponibile IRPEF.

⚠️ Disclaimer: Le informazioni contenute in questo articolo hanno scopo puramente informativo. Non costituiscono consulenza previdenziale o fiscale personalizzata. Verifica sempre i requisiti aggiornati con il tuo Comune di residenza o con un patronato.

Bonus colf e badanti 2026: 1.200 euro l’anno, requisiti e come richiederlo

bonus colf e badanti – Bonus colf e badanti 2026: 1.200 euro l'anno, requisiti e come richiederlo

Il bonus colf e badanti 2026 è un contributo diretto dell’INPS fino a 1.200 euro l’anno per le famiglie che assumono regolarmente collaboratori domestici, e nel 2026 diventa accessibile anche a chi non presenta la dichiarazione dei redditi. È una misura diversa dalla detrazione del 19% sui contributi INPS che molte famiglie già conoscono: qui il denaro arriva direttamente in busta, non come sconto sulle tasse.

📌 Articolo in breve
Il bonus vale fino a 1.200 euro l’anno, erogato in 4 rate trimestrali da 300 euro sul conto corrente del datore di lavoro. Spetta per intero a chi ha un reddito annuo fino a 15.000 euro, in modo parziale tra 15.000 e 28.000 euro, e si azzera oltre questa soglia. La domanda si presenta online sul portale INPS con SPID, CIE o CNS, oppure tramite patronato. Dal 2026 i contributi INPS per colf e badanti si versano solo online: niente più bollettini cartacei.

Indice

  1. Cos’è il bonus colf e badanti 2026
  2. Requisiti di reddito e ISEE
  3. Come fare domanda all’INPS
  4. La novità 2026: anche senza dichiarazione dei redditi
  5. Contributi colf e badanti solo online dal 2026
  6. Due esempi numerici concreti
  7. La differenza con la detrazione fiscale del 19%
  8. Domande frequenti

Cos’è il bonus colf e badanti 2026

Il bonus nasce per sostenere le famiglie che hanno bisogno di un aiuto domestico regolare — badanti per l’assistenza a un anziano o una persona non autosufficiente, colf per le pulizie, baby sitter per i bambini — e che spesso rinunciano al contratto regolare proprio per il peso dei contributi INPS da versare. L’importo massimo è di 1.200 euro l’anno, erogato non in un’unica soluzione ma in 4 rate trimestrali da 300 euro ciascuna, accreditate direttamente sul conto corrente del datore di lavoro che ha regolarizzato il rapporto.

Per accedere al bonus, il rapporto di lavoro deve essere regolare: contratto CCNL Colf e Badanti, contributi versati con puntualità, e un orario minimo di almeno 10 ore settimanali, requisito che copre anche i rapporti part-time e non solo quelli a tempo pieno.

Requisiti di reddito e ISEE

La misura non è uguale per tutti: l’importo pieno di 1.200 euro spetta solo a chi ha un reddito annuo fino a 15.000 euro. Tra 15.000 e 28.000 euro il riconoscimento non è automatico e viene valutato caso per caso in base alla situazione economica complessiva del nucleo familiare. Oltre i 28.000 euro di reddito annuo il bonus si azzera del tutto.

Serve inoltre un ISEE in corso di validità per l’anno 2026, ordinario o corrente: chi ha ancora l’ISEE relativo al 2025 deve rinnovarlo prima di presentare la domanda, altrimenti la pratica viene respinta per documentazione non aggiornata. Il calcolo dell’ISEE può essere fatto tramite CAF o patronato, oppure stimato in autonomia con strumenti online prima di avviare la pratica ufficiale.

Come fare domanda all’INPS

La domanda si presenta esclusivamente online, attraverso il portale INPS, autenticandosi con SPID, Carta d’Identità Elettronica o Carta Nazionale dei Servizi. Chi non ha dimestichezza con le procedure digitali può rivolgersi a un patronato, che compila e invia la pratica senza costi aggiuntivi per l’assistito.

Le domande vengono gestite con cadenza trimestrale: chi presenta la richiesta nel primo trimestre dell’anno vede l’istruttoria completarsi entro la fine del mese successivo e il pagamento entro il mese ancora dopo, secondo un calendario che si ripete per ciascuno dei quattro trimestri. È quindi possibile presentare la domanda in qualsiasi momento dell’anno, ma prima si presenta, prima parte il conteggio delle rate spettanti.

La novità 2026: anche senza dichiarazione dei redditi

Fino allo scorso anno, chi non presentava la dichiarazione dei redditi (perché pensionato con reddito basso, o per altre ragioni) rischiava di restare escluso dal bonus per mancanza di un documento formale che attestasse il proprio reddito. Dal 2026 questo ostacolo è stato rimosso: è possibile accedere al bonus anche senza dichiarazione, presentando in alternativa l’ISEE aggiornato, la Certificazione Unica (CU) rilasciata dal proprio sostituto d’imposta o dall’ente pensionistico, e un’autocertificazione dei redditi secondo il modello messo a disposizione dall’INPS.

Questa novità allarga in modo concreto la platea dei beneficiari, soprattutto tra le famiglie con anziani a reddito fisso da pensione minima che assumono una badante e che in passato restavano fuori dalla misura solo per un cavillo burocratico, non per mancanza dei requisiti di reddito.

Contributi colf e badanti solo online dal 2026

Un cambiamento pratico da conoscere riguarda il pagamento ordinario dei contributi INPS per colf e badanti, separato dal bonus ma collegato alla stessa area di gestione del rapporto di lavoro domestico. Dal 1° gennaio 2026 l’INPS non invia più i bollettini cartacei: il versamento va effettuato esclusivamente online, tramite PagoPA o gli altri strumenti digitali messi a disposizione dal portale INPS, con scadenza trimestrale entro il giorno 10 del mese successivo alla chiusura di ciascun trimestre.

Le fasce di retribuzione convenzionale su cui si calcolano i contributi orari sono state inoltre adeguate all’inflazione (+1,4% per il 2026), il che comporta un leggero aumento dell’importo contributivo orario rispetto al 2025: un dettaglio da tenere presente per chi imposta il budget familiare annuale legato al collaboratore domestico.

Due esempi numerici concreti

Esempio 1 — Reddito basso, bonus pieno. Una coppia di pensionati con reddito complessivo di 13.000 euro l’anno assume una badante per 30 ore settimanali con contratto regolare. Avendo un reddito sotto la soglia dei 15.000 euro, ha diritto al bonus pieno di 1.200 euro l’anno, che riduce in modo sensibile il costo netto della badante: se il costo lordo mensile tra stipendio e contributi è di circa 1.400 euro, il bonus copre l’equivalente di quasi una mensilità intera nell’arco dell’anno.

Esempio 2 — Reddito medio, valutazione caso per caso. Una famiglia con reddito complessivo di 22.000 euro l’anno assume una colf per 12 ore settimanali. Rientrando nella fascia intermedia tra 15.000 e 28.000 euro, il riconoscimento del bonus non è automatico: la famiglia deve comunque presentare la domanda con ISEE e documentazione completa, e attendere l’esito dell’istruttoria INPS che valuta la situazione economica complessiva prima di stabilire l’importo effettivamente riconosciuto, che può essere inferiore ai 1.200 euro pieni.

La differenza con la detrazione fiscale del 19%

È importante non confondere questo bonus con la detrazione fiscale del 19% sui contributi INPS versati per colf e badanti, già esistente da anni e recuperabile fino a un massimo di 1.549 euro di detrazione tramite la dichiarazione dei redditi. Sono due misure distinte e, salvo diversa indicazione nei singoli bandi attuativi, potenzialmente cumulabili: la detrazione riduce le tasse dovute l’anno successivo, il bonus da 1.200 euro arriva invece come accredito diretto sul conto corrente, trimestre dopo trimestre, indipendentemente dalla dichiarazione dei redditi.

Per chi vuole un quadro completo sui costi di una badante regolare — dal contratto CCNL alle detrazioni disponibili — la nostra guida badante 2026: costi, contratto e detrazioni fiscali approfondisce tutti gli altri aspetti pratici del rapporto di lavoro domestico.

Domande frequenti

Il bonus spetta anche per una baby sitter?

Sì, il bonus copre i rapporti di lavoro domestico regolari con contratto CCNL Colf e Badanti, categoria che include anche le baby sitter, purché l’orario settimanale sia di almeno 10 ore.

Posso avere il bonus se la badante lavora in nero?

No, il bonus è condizionato alla regolarità del rapporto di lavoro: contratto registrato e contributi INPS versati con continuità. Un rapporto irregolare esclude automaticamente dalla misura, oltre a esporre a sanzioni indipendenti dal bonus.

Devo rifare l’ISEE ogni trimestre per ricevere le rate successive?

No, l’ISEE presentato con la prima domanda resta valido per l’intero anno di riferimento, salvo che l’INPS richieda un aggiornamento per variazioni significative della situazione reddituale o patrimoniale del nucleo familiare.

Cosa succede se supero i 28.000 euro di reddito a metà anno?

Il requisito di reddito viene verificato sulla base della documentazione presentata al momento della domanda. Un cambiamento successivo della situazione reddituale non comporta automaticamente la revoca delle rate già riconosciute, ma può incidere su eventuali domande presentate nei trimestri successivi.

⚠️ Disclaimer: Le informazioni contenute in questo articolo hanno scopo puramente informativo. Non costituiscono consulenza fiscale o previdenziale. Le normative INPS cambiano frequentemente: verifica sempre i dati aggiornati sul portale INPS o rivolgiti a un patronato.

Sconto in fattura 2026: stop definitivo, come funziona ora la detrazione diretta

sconto in fattura 2026 – Sconto in fattura 2026: stop definitivo, come funziona ora la detrazione diretta

Lo sconto in fattura per i bonus edilizi ordinari non è più un’opzione praticabile nel 2026, e chi progetta lavori di ristrutturazione contando ancora su questo meccanismo rischia di scoprirlo solo davanti al preventivo dell’impresa. La regola è cambiata già da tempo, ma la conferma strutturale per il 2026 chiude ogni margine di dubbio: si torna alla detrazione fiscale diretta, spalmata su dieci anni.

📌 Articolo in breve
Dal 2024 la cessione del credito e lo sconto in fattura sono bloccati per i bonus edilizi ordinari (ristrutturazioni, ecobonus, bonus mobili) e la regola resta confermata nel 2026: chi fa lavori deve anticipare l’intera spesa e recuperarla in 10 rate annuali di pari importo tramite la dichiarazione dei redditi. Restano eccezioni ristrette per le zone colpite da eventi sismici e per interventi specifici legati alle barriere architettoniche, ma vanno verificate caso per caso perché i requisiti sono cambiati più volte negli ultimi due anni.

Indice

  1. Cosa è cambiato rispetto agli anni del Superbonus 110%
  2. La regola per il 2026: solo detrazione diretta
  3. Le eccezioni ancora in vigore
  4. Come funziona ora la detrazione diretta in 10 anni
  5. Due esempi numerici concreti
  6. Cosa cambia in pratica per chi vuole ristrutturare
  7. Domande frequenti

Cosa è cambiato rispetto agli anni del Superbonus 110%

Durante gli anni d’oro del Superbonus, tra il 2020 e il 2022, molti lavori di ristrutturazione e efficientamento energetico venivano fatti senza che il proprietario tirasse fuori un euro: bastava cedere il credito d’imposta a una banca o all’impresa che eseguiva i lavori, che lo scontava direttamente in fattura o lo utilizzava in compensazione. Il meccanismo ha permesso a moltissime famiglie di rifare tetti, cappotti termici e impianti senza liquidità propria, ma ha anche generato un buco di gettito fiscale enorme e una quantità di frodi che ha spinto il legislatore a smontarlo pezzo per pezzo.

Il decreto legge 11/2023, poi convertito in legge, ha bloccato la possibilità di aprire nuove cessioni del credito e nuovi sconti in fattura per la maggior parte degli interventi, lasciando in vita solo le pratiche già avviate prima di quella data. Da allora la stretta è stata confermata e in alcuni casi ulteriormente ristretta, fino ad arrivare alla situazione attuale.

La regola per il 2026: solo detrazione diretta

Per il 2026 la regola generale, valida per bonus ristrutturazioni, ecobonus e bonus mobili, è netta: non è più possibile scegliere sconto in fattura o cessione del credito per le nuove pratiche. L’unica strada resta la detrazione fiscale diretta nella dichiarazione dei redditi, recuperata in 10 rate annuali di pari importo. Chi fa lavori nel 2026 deve quindi avere la liquidità per pagare per intero l’impresa, e aspettare gli anni successivi per recuperare la quota di detrazione spettante tramite il 730 o il modello Redditi.

Questo cambia in modo concreto la convenienza economica dei lavori, soprattutto per chi ha un reddito basso o irregolare: la detrazione funziona infatti come sconto sull’IRPEF dovuta, e chi non ha abbastanza imposta da pagare in un dato anno perde in modo definitivo la quota di detrazione che eccede il proprio debito fiscale di quell’anno — non si accumula né si trasforma in credito da recuperare dopo.

Le eccezioni ancora in vigore

Esistono ancora margini ristretti in cui sconto in fattura e cessione del credito restano percorribili, ma vanno verificati con attenzione perché i requisiti sono cambiati più volte negli ultimi due anni e le fonti disponibili non sono sempre allineate tra loro sui dettagli più recenti. Una delle eccezioni riguarda i lavori nei comuni colpiti da eventi sismici degli ultimi anni (tra le zone interessate rientrano diversi comuni di Abruzzo, Lazio, Marche e Umbria), dove per gli interventi collegati alla ricostruzione post-sisma la possibilità di cessione o sconto è stata prorogata anche per il 2026.

Un’altra area di eccezione riguarda gli interventi per l’eliminazione delle barriere architettoniche, ma qui la materia è particolarmente delicata: il bonus specifico all’aliquota maggiorata non è stato prorogato con le stesse condizioni degli anni scorsi, e la possibilità di cessione/sconto per questo tipo di lavori risulta ristretta a platee più limitate (enti del terzo settore, organizzazioni di volontariato, o interventi su parti comuni condominiali con requisiti ISEE specifici). Prima di contare su questa eccezione per un lavoro programmato, la verifica diretta sul sito dell’Agenzia delle Entrate o con un commercialista è indispensabile, perché una pratica avviata sulla base di un’informazione superata rischia di lasciare il proprietario senza copertura finanziaria a metà lavori.

Come funziona ora la detrazione diretta in 10 anni

Il meccanismo della detrazione diretta non è complicato, ma richiede pianificazione. Dopo aver sostenuto la spesa con bonifico parlante (quello specifico che riporta causale, codice fiscale del beneficiario e partita IVA dell’impresa), l’importo detraibile — 50% per la prima casa, 36% per le seconde case negli interventi di ristrutturazione ordinaria, percentuali diverse per ecobonus e bonus mobili — viene diviso in 10 quote annuali uguali, da portare in detrazione nella dichiarazione dei redditi per dieci anni consecutivi.

Chi ha un’imposta IRPEF dovuta inferiore alla quota annua di detrazione perde la parte eccedente per quell’anno: è per questo che, prima di avviare lavori importanti, conviene fare una stima realistica della propria capienza fiscale futura, magari con l’aiuto di un commercialista, invece di scoprirlo a lavori già conclusi.

Due esempi numerici concreti

Esempio 1 — Ristrutturazione bagno, prima casa. Una famiglia spende 15.000 euro per rifare bagno e impianto idraulico nella propria abitazione principale. Con l’aliquota al 50%, la detrazione totale è di 7.500 euro, divisa in 10 rate da 750 euro l’anno. Se la famiglia ha un’IRPEF dovuta di almeno 750 euro l’anno per i prossimi dieci anni, recupera l’intero importo; se in qualche anno l’imposta dovuta scende sotto quella soglia (ad esempio per un periodo di disoccupazione), la quota eccedente per quell’anno è persa.

Esempio 2 — Cappotto termico con ecobonus. Una coppia con figli spende 20.000 euro per un cappotto termico e la sostituzione degli infissi. Con l’ecobonus al 50% la detrazione è di 10.000 euro, spalmata in 10 rate da 1.000 euro l’anno. In questo caso, dovendo anticipare l’intero importo di tasca propria (visto che sconto in fattura e cessione non sono più disponibili), la coppia ha dovuto attivare un piccolo prestito personale per coprire la spesa iniziale, recuperando poi 1.000 euro l’anno in meno tasse per un decennio — un calcolo che va fatto includendo anche gli interessi del finanziamento nel confronto costi-benefici complessivo.

Cosa cambia in pratica per chi vuole ristrutturare

Il consiglio pratico più utile, per chi sta valutando lavori nel 2026, è includere fin da subito nel budget l’intero importo della spesa, senza contare su sconti immediati in fattura. Alcune imprese offrono comunque forme di dilazione del pagamento (non fiscale, ma commerciale) proprio per venire incontro a questa nuova realtà, ed è legittimo chiedere questa possibilità in fase di preventivo. Vale anche la pena confrontare più preventivi, perché la scomparsa dello sconto in fattura ha spinto alcune imprese ad alzare i prezzi confidando sul fatto che il cliente, comunque, recupererà parte della spesa in detrazione nel tempo.

Chi ha bisogno di liquidità immediata per i lavori può valutare anche un prestito personale dedicato, tenendo presente che gli interessi non sono deducibili come invece lo sono, a determinate condizioni, quelli di un mutuo per l’acquisto della prima casa.

Domande frequenti

Posso ancora usare lo sconto in fattura se ho già firmato il preventivo nel 2025?

Dipende dalla data in cui è stata effettivamente esercitata l’opzione presso l’Agenzia delle Entrate (comunicazione di cessione/sconto), non dalla data del preventivo o del contratto con l’impresa. Se l’opzione non è stata comunicata prima dello stop, il lavoro rientra nelle regole 2026 con sola detrazione diretta.

La detrazione in 10 anni si può ancora cedere a qualcuno se cambio casa?

In caso di vendita dell’immobile, le quote di detrazione residue passano di regola al nuovo proprietario, salvo diverso accordo tra le parti riportato nell’atto di compravendita, che può stabilire che restino al venditore.

Il bonus mobili segue le stesse regole del bonus ristrutturazioni?

Sì, anche il bonus mobili e grandi elettrodomestici, collegato a una ristrutturazione, segue la stessa regola: solo detrazione diretta, nessuna cessione o sconto in fattura disponibile per le nuove spese.

Conviene comunque ristrutturare senza sconto in fattura?

Dipende dalla propria capacità di anticipare la spesa e dalla capienza fiscale futura. Se l’immobile ne ha davvero bisogno o se l’intervento aumenta il valore di mercato, la detrazione diretta resta comunque un vantaggio reale, solo spalmato nel tempo invece che immediato.

Per un quadro completo di cosa resta oggi degli incentivi edilizi, la nostra guida al Superbonus 2026 approfondisce la parte legata alla riqualificazione energetica, mentre la guida al bonus ristrutturazione casa 2026 spiega requisiti e domanda passo per passo. Chi ha già fatto lavori negli anni scorsi dovrebbe anche controllare se serve aggiornare la rendita catastale: ne parliamo nella guida sulla riforma del catasto 2026.

⚠️ Disclaimer: Le informazioni contenute in questo articolo hanno scopo puramente informativo. Non costituiscono consulenza fiscale o tributaria. Le normative fiscali cambiano frequentemente, soprattutto sulle eccezioni descritte: verifica sempre i dati aggiornati sul sito dell’Agenzia delle Entrate o rivolgiti a un commercialista prima di avviare lavori importanti.

Riforma catasto 2026: quando aggiornare la rendita e rischio sanzioni fino a 8.264 euro

riforma catasto 2026 – Riforma catasto 2026: quando aggiornare la rendita e rischio sanzioni fino a 8.264 euro

La riforma del catasto 2026 introduce un obbligo che riguarda soprattutto chi ha fatto lavori in casa negli ultimi anni con Superbonus, Ecobonus o bonus ristrutturazioni: se l’intervento ha cambiato in modo sostanziale il valore dell’immobile, la rendita catastale va aggiornata, e chi non lo fa rischia una sanzione fino a 8.264 euro.

📌 Articolo in breve
Con la Risoluzione n. 21/E del 5 giugno 2026, l’Agenzia delle Entrate ha chiarito quando gli interventi edilizi (Superbonus, Ecobonus, ristrutturazioni con impianti nuovi) obbligano alla dichiarazione di variazione catastale tramite DOCFA. Le sanzioni per chi non aggiorna vanno da 1.032 a 8.264 euro, ma con il ravvedimento operoso si riducono molto. Se l’Agenzia aggiorna la rendita d’ufficio, può chiedere anche la differenza IMU degli ultimi 5 anni.

Indice

  1. Cosa cambia con la riforma del catasto 2026
  2. Quando scatta l’obbligo di aggiornamento
  3. Le lettere di compliance dell’Agenzia delle Entrate
  4. Sanzioni e rischio IMU arretrata
  5. Come aggiornare la rendita: la procedura DOCFA
  6. Due esempi numerici concreti
  7. Domande frequenti

Cosa cambia con la riforma del catasto 2026

Il punto centrale della riforma è semplice da capire ma con conseguenze economiche non banali: il valore catastale di un immobile non dipende più soltanto dai metri quadrati e dal numero di vani, ma anche dalla sua qualità tecnologica ed energetica. Un appartamento che prima dei lavori aveva un impianto di riscaldamento vecchio e infissi singoli, e che dopo il Superbonus si ritrova in classe energetica A con pompa di calore e cappotto termico, ha oggettivamente un valore di mercato diverso — e il catasto, secondo la nuova impostazione, deve rifletterlo.

Questo non significa che ogni tinteggiatura o ogni cambio di caldaia faccia scattare l’obbligo. La Risoluzione n. 21/E del 5 giugno 2026 dell’Agenzia delle Entrate ha proprio lo scopo di chiarire il confine tra interventi che vanno dichiarati e interventi che restano fuori dall’obbligo, dopo mesi in cui la materia era interpretata in modo diverso da un ufficio provinciale all’altro.

Quando scatta l’obbligo di aggiornamento

La regola pratica è questa: se i lavori hanno cambiato la categoria catastale, la consistenza (i vani, la superficie utile) oppure hanno inciso in modo significativo sul valore commerciale dell’unità immobiliare, la variazione va dichiarata tramite procedura DOCFA entro 30 giorni dalla fine dei lavori. Rientrano tipicamente in questa casistica gli interventi di Superbonus che hanno comportato cappotto termico, sostituzione integrale dell’impianto di riscaldamento, installazione di pannelli fotovoltaici integrati o ampliamenti di superficie.

Non rientrano invece nell’obbligo i lavori di manutenzione ordinaria che non alterano né la consistenza né la classe energetica in modo determinante: una tinteggiatura, la sostituzione di sanitari, piccoli interventi impiantistici che non cambiano la prestazione energetica complessiva dell’immobile. Il criterio guida resta comunque tecnico, e nei casi dubbi — soprattutto per chi ha fatto interventi misti, in parte strutturali e in parte di manutenzione — la scelta più sicura è farsi seguire da un tecnico abilitato (geometra o architetto) che presenti la pratica DOCFA con la relazione tecnica corretta.

Le lettere di compliance dell’Agenzia delle Entrate

Chi ha usato il Superbonus negli anni scorsi e non ha ancora aggiornato la rendita potrebbe ricevere, o aver già ricevuto, una lettera di compliance dall’Agenzia delle Entrate. Non è una multa e non è un accertamento formale: è una comunicazione che segnala un’anomalia tra i dati delle detrazioni fiscali richieste e quelli risultanti in catasto, e invita il proprietario a regolarizzare spontaneamente la propria posizione prima che parta un controllo vero e proprio.

Ricevere questa lettera, quindi, è in realtà un’opportunità più che un problema: chi si mette in regola dopo averla ricevuta ma prima di un accertamento formale può ancora usare il ravvedimento operoso, con sanzioni molto più basse rispetto a chi aspetta e viene scoperto direttamente in un controllo. Ignorare la lettera, al contrario, aumenta sensibilmente il rischio di finire nella fascia di sanzione più alta.

Sanzioni e rischio IMU arretrata

Le sanzioni per la mancata presentazione della variazione catastale entro i termini vanno da un minimo di 1.032 euro a un massimo di 8.264 euro, un intervallo piuttosto ampio che dipende dalla gravità dell’omissione e dal tempo trascorso. Chi regolarizza spontaneamente con il ravvedimento operoso, prima di essere scoperto, paga sanzioni ridotte in proporzione al tempo trascorso dalla scadenza — quanto prima ci si muove, tanto più basso è l’importo.

C’è però un rischio economico più concreto delle sole sanzioni amministrative: se è l’Agenzia delle Entrate ad aggiornare la rendita d’ufficio, cioè senza che il proprietario abbia dichiarato nulla, può richiedere anche la differenza IMU non versata per gli ultimi 5 anni, calcolata sulla rendita più alta risultante dopo i lavori, oltre a interessi e sanzioni per omesso versamento IMU. Su un immobile che con i lavori è passato da una rendita di 500 euro a una di 750 euro, il conguaglio IMU su 5 anni può arrivare facilmente a diverse centinaia di euro, prima ancora di contare la sanzione per la mancata variazione catastale.

Come aggiornare la rendita: la procedura DOCFA

La pratica si presenta con la procedura DOCFA (Documenti Catasto Fabbricati), che va predisposta da un tecnico abilitato — geometra, architetto o ingegnere — iscritto all’albo e abilitato all’uso del software catastale. Il tecnico effettua un sopralluogo, verifica le planimetrie esistenti rispetto allo stato reale dell’immobile dopo i lavori, e calcola la nuova rendita in base ai parametri aggiornati.

Il costo della pratica varia in genere tra 300 e 600 euro a seconda della complessità dell’immobile e della zona, cifra che va messa in conto insieme all’eventuale aumento futuro di IMU e TARI dovuto alla rendita più alta. Prima di procedere è consigliabile far controllare al tecnico anche la planimetria depositata: capita spesso che immobili ristrutturati negli anni abbiano planimetrie non aggiornate anche per motivi indipendenti dal Superbonus, e sistemare tutto in un’unica pratica evita di dover intervenire due volte.

Due esempi numerici concreti

Esempio 1 — Regolarizzazione spontanea. Una famiglia ha completato il Superbonus su un appartamento nel 2023 senza aggiornare la rendita. Nel 2026 riceve la lettera di compliance, si affida a un geometra, presenta la DOCFA e regolarizza con ravvedimento operoso: la sanzione, ridotta per la regolarizzazione spontanea, si attesta intorno ai 200-300 euro, oltre al costo della pratica tecnica di circa 400 euro. Costo totale nell’ordine di 600-700 euro, ma senza rischio di conguagli IMU pregressi perché la variazione decorre da subito.

Esempio 2 — Accertamento d’ufficio. Un proprietario che ignora la lettera di compliance viene raggiunto, due anni dopo, da un accertamento diretto. L’Agenzia aggiorna la rendita d’ufficio e richiede la differenza IMU per i 5 anni precedenti, in questo caso circa 480 euro di imposta arretrata più interessi, a cui si aggiunge la sanzione per la variazione non presentata nella fascia alta, vicina agli 8.264 euro se l’omissione viene considerata grave. La differenza rispetto al primo esempio è enorme, ed è tutta nella tempestività della regolarizzazione.

Domande frequenti

Devo aggiornare il catasto anche per un semplice cambio caldaia?

Nella maggior parte dei casi no, se l’intervento non cambia in modo significativo la classe energetica complessiva dell’immobile. L’obbligo scatta con interventi più incisivi come cappotto termico, sostituzione integrale dell’impianto o ampliamenti. Nei casi dubbi conviene comunque un parere tecnico.

Cosa succede se ho fatto il Superbonus ma non ho ricevuto nessuna lettera?

Non ricevere la lettera di compliance non significa essere esenti dall’obbligo: significa solo che l’Agenzia delle Entrate non ha ancora incrociato i dati per quell’immobile. Il consiglio pratico è verificare comunque con un tecnico se i lavori fatti rientrano tra quelli che richiedono l’aggiornamento, invece di aspettare una comunicazione che potrebbe arrivare anche anni dopo, con sanzioni più alte nel frattempo.

Il ravvedimento operoso si può usare anche dopo un accertamento avviato?

No, il ravvedimento operoso è valido solo se la regolarizzazione avviene prima che l’amministrazione abbia formalmente avviato un controllo su quella specifica posizione. Dopo l’avvio di un accertamento, si applicano le sanzioni piene.

L’aggiornamento della rendita fa aumentare anche la TARI?

Sì, se il comune calcola la TARI anche in base alla rendita catastale o alla superficie catastale aggiornata, un aumento di rendita può riflettersi anche su questa componente, oltre che sull’IMU per le seconde case.

Per approfondire il calcolo dell’imposta sulla casa, la nostra guida su IMU 2026: cos’è e come si calcola spiega passo per passo il meccanismo, mentre chi deve ancora fare i conti con gli incentivi edilizi può consultare la guida aggiornata al Superbonus 2026. Chi vuole verificare la propria situazione attuale prima di contattare un tecnico può leggere anche visura e rendita catastale: cos’è e come si calcola.

⚠️ Disclaimer: Le informazioni contenute in questo articolo hanno scopo puramente informativo. Non costituiscono consulenza fiscale o tributaria. Le normative fiscali cambiano frequentemente: verifica sempre i dati aggiornati sul sito dell’Agenzia delle Entrate o rivolgiti a un tecnico abilitato o a un commercialista.

Truffa PostePay su WhatsApp: come funziona il falso rimborso e come difendersi

truffa postepay whatsapp – Truffa PostePay su WhatsApp: come funziona il falso rimborso e come difendersi

Truffa PostePay è il nome che si dà ormai a una famiglia intera di raggiri, ma quella che sta girando su WhatsApp in questi giorni ha una caratteristica che la rende più pericolosa delle solite: dopo il messaggio arriva una telefonata vera, con una voce che si finge un operatore Poste e che sa già il tuo nome. La Polizia Postale ha lanciato un avviso specifico a inizio luglio 2026 perché i casi segnalati sono in crescita netta rispetto alla primavera.

📌 Articolo in breve
Arriva un messaggio WhatsApp che promette un rimborso o una “PostePay omaggio”, poi una telefonata che sembra ufficiale chiede di cliccare un link o versare una piccola commissione di sblocco. Poste Italiane non chiede mai codici o dati della carta per telefono, SMS o chat. Se hai già fornito dati, il primo passo è bloccare la carta chiamando il numero ufficiale, non quello ricevuto nel messaggio.

Indice

  1. Come funziona la truffa del “rimborso” su WhatsApp
  2. Le varianti più diffuse: SMS, email, telefonata
  3. Perché sembra così credibile
  4. Cosa fare se hai già cliccato o dato i dati
  5. Come proteggersi davvero
  6. Truffa online: chi paga, la banca o il cliente?
  7. Domande frequenti

Come funziona la truffa del “rimborso” su WhatsApp

Il meccanismo segue quasi sempre lo stesso copione. Arriva un messaggio WhatsApp da un numero sconosciuto, spesso con il logo di Poste Italiane copiato da internet, che avvisa di un rimborso in sospeso o di una PostePay “attivata in omaggio” a tuo nome per qualche centinaio di euro. Il testo invita a cliccare un link entro poche ore, altrimenti l’importo andrà perso — la fretta è lo strumento psicologico più usato in questo tipo di frode, perché non lascia il tempo di ragionare con calma.

Chi clicca finisce su una pagina che copia in modo quasi perfetto il sito o l’app di Poste Italiane, dove viene chiesto di inserire numero di carta, scadenza, codice di sicurezza e a volte anche il codice OTP ricevuto per SMS. Da quel momento i truffatori hanno tutto quello che serve per svuotare la carta, spesso nel giro di pochi minuti. In alcuni casi il link non chiede dati subito, ma installa un’app di controllo remoto travestita da “app di verifica identità”: una volta installata, chi è dall’altra parte vede lo schermo del telefono in tempo reale.

Quello che rende la versione 2026 diversa dalle solite campagne di smishing è la telefonata di conferma. Dopo il messaggio, spesso entro un’ora, arriva una chiamata da un numero che sembra un normale cellulare italiano: una voce cordiale, con toni da call center, chiede di “verificare l’operazione” leggendo proprio i dati appena inseriti sul sito falso. Sentirsi ripetere i propri dati da chi chiama abbassa la guardia, perché sembra la controprova che l’operazione sia genuina — è in realtà l’esatto contrario.

Le varianti più diffuse: SMS, email, telefonata

Oltre alla versione WhatsApp esistono almeno altre tre varianti che circolano in parallelo, e conviene conoscerle tutte perché i truffatori alternano il canale a seconda di cosa funziona meglio in un dato momento.

La più vecchia è lo smishing via SMS: un messaggio che avvisa di un accesso anomalo o del blocco della carta, con un link per “sbloccarla subito”. La differenza rispetto a un SMS legittimo si nota quasi sempre nel numero mittente, che non compare nella stessa conversazione degli SMS reali di Poste già ricevuti in passato — su questo aspetto è utile la nostra guida sullo smishing e come riconoscerlo. C’è poi la variante via email, quasi sempre con un allegato PDF che simula un estratto conto o una fattura, pensata più per chi usa PostePay per acquisti online che per il conto corrente.

La variante più insidiosa resta però quella telefonica pura, senza nemmeno un messaggio prima: un finto operatore chiama direttamente sostenendo di dover “annullare un pagamento sospetto” appena tentato sulla carta. Qui la pressione psicologica è ancora più alta perché sembra un’emergenza reale in corso, non una promozione. In tutti i casi il punto di contatto finale è lo stesso: un link, un’app da installare, o la richiesta diretta del codice OTP.

Perché sembra così credibile

Non è ingenuità: le pagine copiate oggi sono quasi indistinguibili dagli originali, e i truffatori spesso hanno già in mano dati reali della vittima, comprati da fughe di dati precedenti (nome, cognome, numero di telefono, a volte anche le ultime cifre di una carta). Sentirsi chiamare per nome da chi dice di essere Poste Italiane, con qualche dettaglio vero già noto, è quello che convince anche persone attente a fidarsi.

Esempio 1. A una persona di Bergamo è arrivato un WhatsApp che indicava un rimborso di 187 euro per “un disservizio del servizio clienti”, cifra volutamente non tonda per sembrare più reale di un generico “hai vinto 500 euro”. Dopo il click sul link, la telefonata di conferma è arrivata in undici minuti.

Esempio 2. Un caso segnalato a Bari riguardava una finta “PostePay Evolution omaggio” da 200 euro, con tanto di falso numero di pratica da citare durante la telefonata: un dettaglio che imita esattamente il linguaggio burocratico dei veri servizi clienti, ed è proprio quello che fa abbassare la guardia a chi ha già avuto a che fare con l’assistenza reale in passato.

Cosa fare se hai già cliccato o dato i dati

Se ti accorgi di aver inserito dati della carta su un sito sospetto, o di aver letto un codice OTP al telefono, il tempo conta più di tutto: ogni minuto in più è un minuto in cui i truffatori possono muovere denaro. Il primo passo è bloccare subito la carta chiamando il numero ufficiale di assistenza PostePay, 800.003.322, mai un numero ricevuto nel messaggio o suggerito dalla persona al telefono durante la truffa stessa.

Dopo il blocco, conviene controllare i movimenti dall’app ufficiale Poste Italiane scaricata dagli store ufficiali (mai da link ricevuti) e segnalare ogni operazione non riconosciuta tramite la procedura di disconoscimento presente nell’app o in filiale. Va sporta denuncia alla Polizia Postale, anche online sul portale del Commissariato di P.S. online, perché senza denuncia le probabilità di ottenere un rimborso da parte della banca si riducono molto, come spiegato più avanti.

Se hai anche installato un’app sospetta dopo aver cliccato il link, il consiglio pratico è disinstallarla e, se possibile, fare un ripristino delle impostazioni di fabbrica del telefono: alcune di queste app restano attive in background anche dopo la disinstallazione manuale delle sole icone visibili.

Come proteggersi davvero

La regola che vale sempre, ripetuta ma quasi mai seguita fino in fondo, è che nessuna banca, Poste inclusa, chiede mai il codice della carta, la password dell’app o il codice OTP per telefono, SMS o chat. Chi lo chiede, in qualunque forma lo chieda, sta cercando di rubare denaro: non esistono eccezioni, nemmeno per “verificare un rimborso” o “annullare un pagamento sospetto”.

Un’abitudine utile è non cliccare mai link ricevuti via SMS o WhatsApp che riguardano conti o carte, nemmeno per curiosità: se un messaggio sembra plausibile, meglio aprire l’app ufficiale direttamente e controllare da lì se c’è davvero qualcosa in sospeso. Allo stesso modo, se arriva una telefonata sospetta, riagganciare e richiamare il numero ufficiale stampato sul retro della carta o sul sito istituzionale è più sicuro che continuare la conversazione, anche se chi chiama insiste sul fatto che il tempo stia per scadere.

Vale la pena anche impostare le notifiche push per ogni movimento sulla carta, così un utilizzo non autorizzato si nota nel giro di secondi e non di giorni. Per un quadro più ampio su come riconoscere questo tipo di raggiri anche fuori dal mondo bancario, la nostra guida su come riconoscere un sito truffa raccoglie i segnali comuni a phishing, finti e-commerce e altre frodi online.

Truffa online: chi paga, la banca o il cliente?

Qui la situazione è meno scontata di quanto si pensi. Se il cliente ha fornito i dati volontariamente, anche se ingannato, le banche spesso sostengono che ci sia stata “colpa grave” e negano il rimborso in prima battuta. La giurisprudenza recente, però, tende a dare più spesso ragione al cliente quando la truffa usa tecniche di ingegneria sociale sofisticate come quelle descritte in questo articolo, perché la responsabilità della banca di proteggere i propri sistemi da frodi note e diffuse resta comunque forte.

In pratica, la strada che porta più spesso a un rimborso, anche parziale, è quella di denunciare subito alla Polizia Postale, contestare formalmente l’operazione alla banca entro 13 mesi dall’addebito (termine di legge per le operazioni di pagamento non autorizzate) e, se la banca rifiuta, rivolgersi all’Arbitro Bancario Finanziario prima di valutare una causa civile vera e propria. Senza denuncia, la contestazione formale ha molte meno probabilità di andare a buon fine.

Domande frequenti

Poste Italiane chiama davvero per verificare un rimborso?

No. Poste Italiane non contatta mai i clienti per telefono, SMS o WhatsApp per chiedere di confermare rimborsi, sbloccare carte o fornire codici. Qualunque comunicazione di questo tipo che chieda dati o l’inserimento di codici va considerata una truffa.

Posso riconoscere il sito falso dall’URL?

Spesso sì: i siti clone usano indirizzi molto simili all’originale ma con piccole variazioni (trattini in più, dominio diverso da .it, sottodomini strani). Il modo più sicuro resta comunque non cliccare affatto il link e digitare a mano l’indirizzo ufficiale, oppure usare l’app scaricata dallo store ufficiale.

Ho già dato il codice OTP, cosa rischio esattamente?

Con OTP e dati della carta i truffatori possono autorizzare pagamenti o bonifici in tempo reale, spesso in pochi minuti. Il rischio concreto è lo svuotamento del saldo disponibile sulla carta. Per questo il blocco immediato tramite il numero ufficiale è la priorità assoluta, prima ancora di sporgere denuncia.

Conviene rispondere al messaggio per “verificare”?

No, rispondere conferma ai truffatori che il numero è attivo e monitorato, esponendo a nuovi tentativi anche su altri canali. La cosa più sicura è ignorare il messaggio, non cliccare nulla e, se si vuole, segnalarlo direttamente a WhatsApp bloccando il contatto.

Bonus elettrodomestici 2026: classi energetiche minime e detrazione 50%

elettrodomestici – Bonus elettrodomestici 2026

Bonus elettrodomestici 2026 resta una delle detrazioni fiscali più utilizzate da chi sta ristrutturando casa, ma le regole sulla classe energetica minima richiesta sono cambiate e diventano più restrittive rispetto al passato. Chi sta per acquistare un elettrodomestico nuovo approfittando dell’agevolazione farebbe bene a controllare bene l’etichetta energetica prima di procedere, per non rischiare di perdere il diritto alla detrazione.

📌 Articolo in breve
Il bonus elettrodomestici 2026 è una detrazione IRPEF del 50% su una spesa massima di 5.000 euro tra mobili ed elettrodomestici per immobile, recuperabile in 10 rate annuali. Richiede un intervento di ristrutturazione in corso sullo stesso immobile. Le classi energetiche minime richieste nel 2026 sono più severe: classe A per i forni, classe E per lavatrici, lavasciughe e lavastoviglie, classe F per frigoriferi e congelatori.

Indice

  1. Cos’è il bonus elettrodomestici e come funziona
  2. Le classi energetiche minime richieste nel 2026
  3. Il requisito che in pochi conoscono: serve una ristrutturazione in corso
  4. La comunicazione all’ENEA
  5. Tre esempi numerici di detrazione
  6. Domande frequenti

Cos’è il bonus elettrodomestici e come funziona

Il bonus elettrodomestici è una detrazione IRPEF del 50% per l’acquisto di grandi elettrodomestici nuovi destinati a un immobile oggetto di lavori di ristrutturazione. La detrazione si applica su una spesa massima complessiva di 5.000 euro, che comprende sia i mobili sia i grandi elettrodomestici acquistati per la stessa unità immobiliare. L’importo detraibile si recupera in dichiarazione dei redditi, tramite modello 730 o Redditi Persone Fisiche, suddiviso in 10 rate annuali di pari importo.

Le classi energetiche minime richieste nel 2026

La novità che pesa di più nel 2026 riguarda l’inasprimento dei requisiti di efficienza energetica per accedere al bonus. Non basta più acquistare un elettrodomestico nuovo: deve rispettare classi energetiche minime più restrittive rispetto agli anni precedenti. Per i forni la classe minima ammessa è la A. Per lavatrici, lavasciugatrici e lavastoviglie la soglia minima è la classe E. Per frigoriferi e congelatori, invece, la classe richiesta è la F.

Chi acquista un elettrodomestico che non rispetta questi requisiti minimi, anche se nuovo e anche se destinato a un immobile in ristrutturazione, non ha diritto alla detrazione su quella specifica spesa.

Il requisito che in pochi conoscono: serve una ristrutturazione in corso

Uno degli errori più comuni è pensare che il bonus elettrodomestici sia una detrazione autonoma, utilizzabile per qualsiasi acquisto. In realtà la condizione fondamentale, esattamente come per il bonus mobili, è avere in corso o aver avviato un intervento di ristrutturazione edilizia agevolabile sullo stesso immobile per cui si acquistano gli elettrodomestici. Senza questo collegamento, la detrazione semplicemente non spetta, indipendentemente dalla classe energetica dell’elettrodomestico acquistato.

La comunicazione all’ENEA

Per alcune tipologie di elettrodomestici acquistati con il bonus è prevista una comunicazione obbligatoria all’ENEA: rientrano in questo obbligo forni, frigoriferi, lavastoviglie, piani cottura elettrici, lavasciuga e lavatrici. Una precisazione importante: la mancata o tardiva trasmissione di questa comunicazione non comporta la perdita del diritto alla detrazione, ma è comunque un adempimento che va rispettato per essere in regola con la normativa.

Tre esempi numerici di detrazione

Una famiglia che, durante la ristrutturazione della cucina, acquista un frigorifero in classe F da 800 euro e una lavastoviglie in classe E da 600 euro, per un totale di 1.400 euro, ha diritto a una detrazione del 50%, pari a 700 euro, da recuperare in 10 rate annuali da 70 euro ciascuna.

Una coppia che spende complessivamente 5.000 euro (il tetto massimo) tra mobili ed elettrodomestici per la stessa unità immobiliare ottiene la detrazione massima possibile, pari a 2.500 euro totali, sempre spalmati su 10 anni in rate da 250 euro.

Chi invece acquista un forno in classe B, quindi sotto la soglia minima richiesta di classe A, non ha diritto ad alcuna detrazione su quella specifica spesa, anche se il resto degli acquisti rispetta tutti i requisiti.

Domande frequenti

Posso usare il bonus elettrodomestici senza fare lavori di ristrutturazione?

No, il requisito fondamentale è avere un intervento di ristrutturazione edilizia agevolabile in corso sullo stesso immobile per cui si acquistano gli elettrodomestici.

Cosa succede se dimentico di comunicare l’acquisto all’ENEA?

La mancata comunicazione non fa perdere il diritto alla detrazione, ma resta comunque un adempimento dovuto secondo la normativa vigente.

Il tetto di 5.000 euro è per persona o per immobile?

Il limite di 5.000 euro è riferito alla singola unità immobiliare oggetto di ristrutturazione, non al singolo contribuente: se più persone sostengono la spesa per lo stesso immobile, il tetto resta comunque unico e va suddiviso tra gli aventi diritto.

⚠️ Disclaimer: Le informazioni contenute in questo articolo hanno scopo puramente informativo. Non costituiscono consulenza fiscale o tributaria. Verifica sempre i dati aggiornati sul sito dell’Agenzia delle Entrate o rivolgiti a un commercialista.

Per altre agevolazioni collegate alla casa, leggi anche Bonus mobili 2026: come funziona, importi e come richiederlo e la nostra guida completa ai bonus fiscali 2026. Tutti i dettagli ufficiali sono disponibili sul sito dell’Agenzia delle Entrate.

Bonifici istantanei 2026: nuovo limite 25.000€ e Verification of Payee

mobile banking payment transfer – Bonifici istantanei 2026

Bonifici istantanei 2026 cambiano sotto più aspetti contemporaneamente: sale il tetto massimo trasferibile, diventa obbligatorio un controllo automatico sul nome del beneficiario, e le banche ottengono più margine per bloccare temporaneamente un’operazione sospetta. Chi usa spesso il bonifico istantaneo per pagamenti importanti farebbe bene a conoscere queste novità prima di trovarsi un trasferimento bloccato senza capirne il motivo.

📌 Articolo in breve
Il tetto massimo per un singolo bonifico istantaneo sale a 25.000 euro (dai 15.000 precedenti). Entro il secondo semestre 2026 le banche devono attivare il sistema Verification of Payee, che controlla la corrispondenza tra IBAN e nome del beneficiario prima di eseguire il pagamento. Le banche possono inoltre bloccare un bonifico fino a 48 ore per controlli antiriciclaggio più approfonditi.

Indice

  1. Il nuovo limite: 25.000 euro per bonifico
  2. Verification of Payee: cos’è e come funziona
  3. Il blocco fino a 48 ore: quando può succedere
  4. Bonifico istantaneo vs bonifico ordinario: le differenze che restano
  5. Tre esempi pratici
  6. Domande frequenti

Il nuovo limite: 25.000 euro per bonifico

Fino al 2025 il tetto massimo per un bonifico istantaneo era fissato a 15.000 euro. Nel 2026 questo limite sale a 25.000 euro, un aumento che rende il bonifico istantaneo utilizzabile anche per operazioni di importo più consistente, come l’anticipo per l’acquisto di un’auto o parte della caparra per una casa, senza dover ricorrere a un bonifico ordinario con tempi di accredito più lunghi.

Verification of Payee: cos’è e come funziona

La novità più rilevante dal punto di vista della sicurezza è l’introduzione obbligatoria, entro il secondo semestre 2026, del sistema Verification of Payee (VoP). In pratica, prima di eseguire il bonifico, la banca è tenuta a verificare che il nome del beneficiario inserito corrisponda effettivamente al titolare dell’IBAN indicato. Se il sistema rileva una discrepanza, l’utente viene avvisato prima di completare l’operazione, con la possibilità di correggere l’errore o annullare il pagamento.

Questo meccanismo è pensato soprattutto per ridurre le truffe basate sulla sostituzione dell’IBAN, un fenomeno cresciuto parecchio negli ultimi anni: chi riceveva una fattura con un IBAN falsificato spesso si accorgeva dell’errore solo dopo aver già inviato il pagamento.

Il blocco fino a 48 ore: quando può succedere

Dal 2026 le banche possono bloccare temporaneamente un bonifico, fino a un massimo di 48 ore, per effettuare controlli antiriciclaggio più approfonditi. Non è una misura che scatta su ogni operazione, ma su quelle che il sistema della banca individua come potenzialmente a rischio, ad esempio per importo insolito rispetto alle abitudini del cliente o per caratteristiche del beneficiario. In caso di blocco, la banca è tenuta a comunicare al cliente il motivo e a richiedere, se necessario, documentazione integrativa per sbloccare l’operazione.

Bonifico istantaneo vs bonifico ordinario: le differenze che restano

Nonostante le novità, resta valida la differenza di fondo tra le due modalità: il bonifico istantaneo accredita l’importo sul conto del beneficiario nel giro di pochi secondi, tutti i giorni dell’anno compresi festivi, mentre il bonifico ordinario segue i tempi bancari standard, tipicamente uno o due giorni lavorativi. Il costo del bonifico istantaneo, storicamente più alto di quello ordinario, resta comunque a discrezione della singola banca, ed è sempre consigliabile controllare le condizioni del proprio conto prima di scegliere quale modalità usare.

Tre esempi pratici

Un cliente che deve versare una caparra di 20.000 euro per l’acquisto di un’auto può ora farlo con un unico bonifico istantaneo, cosa che con il vecchio tetto di 15.000 euro avrebbe richiesto di dividere il pagamento in due operazioni separate.

Un utente che riceve una fattura con un IBAN diverso da quello abituale del fornitore, magari per un tentativo di truffa, viene avvisato dal sistema Verification of Payee prima di completare il pagamento, perché il nome associato a quell’IBAN non corrisponde al beneficiario indicato in fattura.

Un cliente che effettua un bonifico di importo insolito rispetto alle sue abitudini, ad esempio dieci volte superiore alla media dei suoi movimenti mensili, potrebbe vedersi bloccare l’operazione per 48 ore mentre la banca effettua verifiche aggiuntive, con una comunicazione che ne spiega il motivo.

Domande frequenti

Il sistema Verification of Payee è attivo per tutti i bonifici, anche quelli ordinari?

Il sistema VoP riguarda i pagamenti in euro nell’area SEPA e si estende progressivamente a tutte le tipologie di bonifico, non solo quelli istantanei, con obbligo di attivazione da parte delle banche entro il secondo semestre 2026.

Se il mio bonifico viene bloccato per 48 ore, perdo i soldi?

No, il blocco è temporaneo e serve solo per verifiche antiriciclaggio: l’importo resta comunque nella disponibilità del pagamento, e una volta completati i controlli il bonifico viene eseguito regolarmente o, in casi eccezionali, respinto con restituzione dei fondi.

Posso comunque effettuare un bonifico se il nome del beneficiario non corrisponde secondo il sistema VoP?

Sì, il sistema segnala la discrepanza ma nella maggior parte dei casi lascia all’utente la decisione finale se procedere comunque, assumendosene la responsabilità, oppure annullare l’operazione.

⚠️ Disclaimer: Le informazioni contenute in questo articolo hanno scopo puramente informativo. Non costituiscono consulenza finanziaria personalizzata. Le condizioni specifiche possono variare da banca a banca: verifica sempre con il tuo istituto di credito.

Per approfondire, leggi anche Come fare un bonifico bancario: guida completa e costi 2026 e Bonifico SEPA e SWIFT: differenze, costi e quando usarli.