Bonus occhiali 2026 è una delle ricerche più frequenti su Google da parte di chi ha sentito parlare di un contributo statale per l’acquisto di occhiali da vista, ma si scontra con moduli introvabili e piattaforme che non si aprono più. Il motivo è semplice: quel bonus specifico non esiste più. Resta però un’agevolazione diversa, meno pubblicizzata ma disponibile per chiunque, che vale la pena conoscere prima di rinunciare.
📌 Articolo in breve
Il “bonus vista” da 50 euro (contributo una tantum per ISEE sotto 10.000 euro) era legato a un fondo stanziato per il triennio 2021-2023, ormai esaurito e non rifinanziato nella Legge di Bilancio: la piattaforma per richiederlo è chiusa e non si può più fare domanda, né per nuovi acquisti né per rimborsi retroattivi. Resta però attiva, per chiunque, la detrazione fiscale ordinaria del 19% sull’acquisto di occhiali da vista e lenti a contatto correttive, da recuperare nella dichiarazione dei redditi.
⚠️ Disclaimer: Le informazioni contenute in questo articolo hanno scopo puramente informativo. Non costituiscono consulenza fiscale. Le normative fiscali cambiano frequentemente: verifica sempre i dati aggiornati sul sito dell’Agenzia delle Entrate o rivolgiti a un CAF.
Il cosiddetto “bonus vista” era un contributo una tantum di 50 euro per l’acquisto di occhiali da vista o lenti a contatto correttive, riservato ai nuclei familiari con ISEE inferiore a 10.000 euro. Si richiedeva tramite una piattaforma ministeriale dedicata, con SPID, ed era pensato come sostegno mirato alle famiglie a basso reddito per una spesa sanitaria che altrimenti pesa parecchio sul bilancio domestico.
Perché oggi non puoi più chiederlo
Il fondo che finanziava questo bonus era stato stanziato per il triennio 2021-2023 e, una volta esaurito, non è stato rifinanziato nelle Leggi di Bilancio successive, compresa quella per il 2026. La piattaforma ministeriale dove si presentava la domanda è oggi definitivamente chiusa: non è possibile né richiedere un nuovo voucher per acquisti recenti, né presentare domanda di rimborso per spese già sostenute in passato. Se hai trovato guide online che parlano ancora di questo bonus come attivo, quasi certamente si tratta di contenuti non aggiornati che si riferiscono al periodo 2021-2023.
L’alternativa che esiste davvero: la detrazione 19%
Quello che in pochi sanno è che esiste, ed è sempre stata disponibile parallelamente al bonus da 50 euro, una detrazione fiscale ordinaria del 19% sulle spese sanitarie per dispositivi medici con marcatura CE, categoria in cui rientrano occhiali da vista e lenti a contatto correttive. A differenza del bonus vista, questa detrazione non ha limiti di ISEE: vale per chiunque, indipendentemente dal reddito, e si recupera nella dichiarazione dei redditi (730 o Redditi Persone Fisiche) dell’anno successivo alla spesa.
C’è una soglia da conoscere: la detrazione si applica solo sulla parte di spesa sanitaria complessiva annua che supera una franchigia di 129,11 euro. In pratica, se nell’anno le tue spese sanitarie detraibili (occhiali inclusi, insieme a visite specialistiche, farmaci con ricetta e altro) superano complessivamente 129,11 euro, puoi detrarre il 19% della parte eccedente quella soglia. Restano esclusi dalla detrazione i costi per montature in metalli preziosi.
Come ottenere la detrazione: cosa serve
Servono lo scontrino “parlante” o la fattura dell’ottico, che riportino chiaramente la dicitura di dispositivo medico e il tuo codice fiscale. È fondamentale pagare con un mezzo tracciabile — carta di credito o debito, bancomat, bonifico — perché dal 2020 le detrazioni sanitarie per beni non a carattere di urgenza richiedono un pagamento tracciato: pagare in contanti può far perdere il diritto alla detrazione. Conserva scontrino o fattura insieme all’estratto conto o alla ricevuta del pagamento elettronico, e portali al CAF o inseriscili nel quadro delle spese sanitarie del 730 precompilato.
Esempi pratici
Esempio 1 — Solo occhiali nell’anno. Se nell’anno hai speso 250 euro per un paio di occhiali da vista e non hai altre spese sanitarie detraibili, la parte eccedente la franchigia è 250 – 129,11 = 120,89 euro. Il 19% di questa cifra, circa 23 euro, è l’importo che recuperi come detrazione IRPEF.
Esempio 2 — Spese sanitarie miste. Se nello stesso anno hai speso 250 euro per gli occhiali più 180 euro per visite specialistiche (totale 430 euro di spese sanitarie detraibili), la base su cui calcolare il 19% è 430 – 129,11 = 300,89 euro, per una detrazione di circa 57 euro.
Esempio 3 — Famiglia con ISEE basso, oggi. Una famiglia con ISEE di 8.000 euro che nel 2022 avrebbe avuto diritto al bonus vista da 50 euro, oggi non può più richiederlo: può però comunque accedere alla detrazione ordinaria del 19% sulla spesa eccedente 129,11 euro, recuperandola l’anno successivo in dichiarazione, indipendentemente dal proprio ISEE.
Domande frequenti
Esiste una data di riapertura prevista per il bonus occhiali da 50 euro?
Al momento non risultano stanziamenti né proroghe annunciate nelle Leggi di Bilancio più recenti: non c’è una data di riapertura prevista, ma le misure di questo tipo possono sempre essere reintrodotte in futuri provvedimenti.
La detrazione del 19% vale anche per le lenti a contatto?
Sì, lenti a contatto correttive e liquidi per la loro manutenzione rientrano tra i dispositivi medici detraibili al 19%, con la stessa franchigia di 129,11 euro sul totale delle spese sanitarie annue.
Posso detrarre anche gli occhiali da sole con lenti graduate?
Sì, se hanno finalità correttiva certificata (lenti graduate) e non sono un semplice accessorio, rientrano tra i dispositivi medici detraibili al pari degli occhiali da vista tradizionali.
Cosa succede se ho pagato in contanti?
Il pagamento in contanti fa perdere il diritto alla detrazione per le spese sanitarie non urgenti come occhiali e lenti a contatto: conviene sempre chiedere all’ottico di pagare con carta o bancomat proprio per non perdere questo beneficio fiscale.
Detassazione aumenti stipendio 2026 significa che, se il tuo contratto collettivo ha previsto un rinnovo tra il 2024 e il 2026, la parte di aumento che ricevi in busta paga quest’anno viene tassata al 5% invece che con la tua aliquota IRPEF ordinaria. Una misura che si applica automaticamente, senza bisogno di fare domanda, ma che in pochi conoscono nel dettaglio — a partire dal fatto che riguarda anche una parte degli straordinari notturni e festivi.
📌 Articolo in breve
La Legge di Bilancio 2026 introduce un’imposta sostitutiva del 5% sugli incrementi retributivi 2026 derivanti da rinnovi CCNL firmati nel triennio 2024-2026, per i dipendenti privati con reddito 2025 non superiore a 33.000 euro (il pubblico impiego resta escluso). In aggiunta, le maggiorazioni per lavoro notturno, festivo e nei turni sono tassate al 15%, per chi ha un reddito 2025 fino a 40.000 euro, entro un limite di 1.500 euro annui. Nessuna domanda da presentare: se applicano il datore di lavoro come sostituto d’imposta, ma è possibile rinunciare con comunicazione scritta.
⚠️ Disclaimer: Le informazioni contenute in questo articolo hanno scopo puramente informativo. Non costituiscono consulenza fiscale o del lavoro. Le normative fiscali cambiano frequentemente: verifica sempre i dati aggiornati sul sito dell’Agenzia delle Entrate o rivolgiti a un consulente del lavoro.
✅ Aggiornamento agosto 2026: la circolare n. 3/E/2026 dell’Agenzia delle Entrate ha chiarito un punto importante: l’imposta sostitutiva si applica esclusivamente agli incrementi previsti dai contratti collettivi nazionali (CCNL), non a quelli stabiliti da accordi aziendali o territoriali. Se il tuo aumento arriva da un premio di produttività o da un accordo di secondo livello, non rientra in questa agevolazione (potrebbe però rientrare in altre misure, come la detassazione dei premi di risultato). La circolare conferma inoltre che, se il CCNL rinnovato nel triennio 2024-2026 riconosce gli aumenti anche per periodi antecedenti alla firma (ad esempio con decorrenza economica dal 2023), l’imposta agevolata del 5% si applica anche a quelle somme arretrate.
Quando un contratto collettivo nazionale viene rinnovato, ai lavoratori spettano solitamente aumenti retributivi, spesso con arretrati per i mesi precedenti al rinnovo. Normalmente questi aumenti si sommano allo stipendio e vengono tassati con la tua aliquota IRPEF ordinaria, che può arrivare al 43% per i redditi più alti. La Legge di Bilancio 2026 prevede invece che la quota di incremento retributivo derivante da un rinnovo CCNL firmato nel triennio 2024-2026, e corrisposta nel corso del 2026, sia tassata con un’imposta sostitutiva fissa del 5%, molto più bassa dell’aliquota marginale della maggior parte dei lavoratori.
Chi ha diritto al 5% sugli aumenti
La platea è definita in modo preciso: lavoratrici e lavoratori dipendenti del settore privato che nel 2025 hanno avuto un reddito da lavoro dipendente non superiore a 33.000 euro. Il pubblico impiego è escluso da questa specifica agevolazione. Non serve presentare alcuna domanda: è il datore di lavoro, in qualità di sostituto d’imposta, ad applicare automaticamente la tassazione agevolata sulla busta paga, sulla base del CCNL applicato e della retribuzione 2025 del dipendente.
Cosa rientra nell’agevolazione
L’imposta sostitutiva del 5% si applica solo alla parte di retribuzione che rientra nella retribuzione diretta: le dodici mensilità ordinarie, la tredicesima e — dove prevista — la quattordicesima. Non riguarda quindi l’intero stipendio, ma esclusivamente l’incremento derivante dal rinnovo contrattuale rispetto alla retribuzione precedente, cioè la differenza tra la paga con il nuovo CCNL e quella con il contratto scaduto.
La detassazione al 15% su notturni e festivi
Accanto alla detassazione degli aumenti, la stessa legge introduce un’imposta sostitutiva del 15% sulle maggiorazioni e indennità per lavoro notturno, lavoro festivo, riposo settimanale e turni. Questa seconda agevolazione ha una platea leggermente più ampia: si applica ai dipendenti privati con reddito 2025 non superiore a 40.000 euro, entro un tetto massimo di 1.500 euro annui di maggiorazioni agevolate. Chi lavora su turni — penso a commesse, operai su tre turni, personale sanitario privato, addetti alla logistica — può quindi vedere tassate al 15% (invece che con l’aliquota ordinaria) le maggiorazioni notturne e festive fino a quel tetto.
Come funziona in busta paga e la rinuncia
Non devi fare nulla per ricevere l’agevolazione: il datore di lavoro applica la tassazione ridotta direttamente in busta paga, verificando i requisiti di reddito sulla base della Certificazione Unica dell’anno precedente. L’unica azione possibile è nella direzione opposta: chi preferisce restare con la tassazione IRPEF ordinaria sull’incremento — ad esempio perché ha altre detrazioni o deduzioni che rendono più conveniente il regime ordinario nel proprio caso specifico — può comunicarlo per iscritto al datore di lavoro e rinunciare all’imposta sostitutiva. È una scelta che conviene valutare con un consulente del lavoro o un CAF se la propria situazione fiscale è complessa, ma per la grande maggioranza dei lavoratori il 5% resta comunque più vantaggioso dell’aliquota IRPEF ordinaria.
Esempi pratici
Esempio 1 — Aumento CCNL commercio. Un commesso con reddito 2025 di 24.000 euro riceve un aumento contrattuale di 80 euro lordi al mese (960 euro annui) dal rinnovo del CCNL commercio. Con l’aliquota IRPEF ordinaria del 23-25% su quella fascia di reddito, l’aumento netto sarebbe stato di circa 720-740 euro l’anno; con l’imposta sostitutiva al 5%, l’aumento netto sale a circa 912 euro l’anno: quasi 180 euro in più solo grazie alla detassazione.
Esempio 2 — Reddito vicino al tetto. Un impiegato con reddito 2025 di 32.500 euro (sotto il tetto di 33.000 euro) ha diritto pieno all’agevolazione sull’aumento contrattuale. Un collega con reddito di 34.000 euro, anche di un solo euro sopra soglia, non rientra nella platea e paga l’aumento con l’aliquota IRPEF ordinaria: un effetto soglia che vale la pena conoscere se il proprio reddito 2025 è vicino al limite.
Esempio 3 — Turni notturni in fabbrica. Un operaio su tre turni con reddito 2025 di 28.000 euro percepisce 2.000 euro l’anno di maggiorazioni per turni notturni e festivi. Sui primi 1.500 euro si applica l’imposta sostitutiva del 15% (invece dell’aliquota ordinaria), sui restanti 500 euro si torna alla tassazione IRPEF standard.
Domande frequenti
Devo fare qualcosa per ottenere la detassazione del 5%?
No, è il datore di lavoro ad applicarla automaticamente in busta paga come sostituto d’imposta, verificando i requisiti di reddito sulla base della Certificazione Unica dell’anno precedente.
La detassazione vale anche per gli arretrati del rinnovo CCNL?
Sì, l’agevolazione si applica alla quota di incremento retributivo corrisposta nel 2026, inclusi eventuali arretrati riferiti al rinnovo, purché il contratto sia stato sottoscritto nel triennio 2024-2026.
Conviene sempre accettare l’imposta sostitutiva al 5% o è meglio rinunciare?
Per la stragrande maggioranza dei lavoratori il 5% è più conveniente della tassazione IRPEF ordinaria. La rinuncia può avere senso solo in situazioni fiscali particolari, da valutare con un consulente del lavoro caso per caso.
Chi lavora nel pubblico impiego può comunque beneficiare della detassazione sui turni notturni?
La detassazione al 5% sugli aumenti contrattuali è riservata al settore privato. Per la tassazione agevolata al 15% su turni e maggiorazioni, verifica sempre le condizioni specifiche del tuo comparto contrattuale, perché le regole possono differire tra pubblico e privato.
Assegno di Inclusione addio al mese di stop è la novità INPS che cambia le regole del rinnovo per centinaia di migliaia di famiglie: da luglio 2026 non c’è più l’interruzione di un mese tra un ciclo di erogazione e il successivo, ma la prima mensilità del rinnovo arriva dimezzata. Se il tuo primo ciclo di 18 mesi (più eventuale rinnovo di 12) sta per finire proprio in questi mesi, questa novità ti riguarda direttamente.
📌 Articolo in breve
L’INPS ha eliminato il mese di sospensione che prima scattava automaticamente dopo i primi 18 mesi di Assegno di Inclusione e dopo ogni rinnovo successivo. Chi completa il ciclo può ora presentare subito la nuova domanda, senza restare un mese senza sostegno. La contropartita: la prima mensilità del rinnovo viene erogata al 50% dell’importo ordinario, per tornare all’importo pieno dal mese successivo se la posizione resta regolare. A luglio 2026 questa novità riguarda in particolare chi ha esaurito i 18 mesi iniziali nel 2025 e ha già ottenuto un primo rinnovo di 12 mesi.
⚠️ Disclaimer: Le informazioni contenute in questo articolo hanno scopo puramente informativo. Non costituiscono consulenza fiscale o previdenziale. Le normative su prestazioni assistenziali cambiano frequentemente: verifica sempre i dati aggiornati sul sito INPS o rivolgiti a un patronato.
Fino a questa modifica, chi arrivava al termine dei 18 mesi previsti per l’Assegno di Inclusione (o al termine di un rinnovo di 12 mesi) doveva presentare una nuova domanda e attendere un mese intero di sospensione prima di ricevere il primo accredito del ciclo successivo. Un mese senza alcun sostegno economico, proprio nel momento in cui il nucleo familiare doveva dimostrare di mantenere i requisiti. L’INPS ha comunicato l’eliminazione di questo mese di stop: chi presenta la domanda di rinnovo in tempo utile può ora continuare a ricevere il beneficio senza l’interruzione forzata.
Chi è coinvolto a luglio 2026
Luglio 2026 è un mese “critico” per il calendario dell’Assegno di Inclusione perché coincide con la fine del ciclo per una fetta consistente di beneficiari: si tratta in particolare dei nuclei che nel 2025 avevano completato i primi 18 mesi di erogazione e avevano già ottenuto un primo rinnovo di ulteriori 12 mensilità, arrivando quindi a fine ciclo proprio in questo periodo. Per queste famiglie la vecchia regola avrebbe significato un mese di luglio o agosto senza alcun accredito.
Se non sei sicuro di quante mensilità hai già ricevuto, il modo più affidabile per controllare è accedere con SPID, CIE o CNS al servizio online INPS dedicato all’Assegno di Inclusione, dove è indicato lo storico dei pagamenti e la data prevista di scadenza del ciclo corrente.
Perché la prima mensilità è dimezzata
La novità non è priva di contropartite. La prima mensilità erogata dopo il rinnovo viene riconosciuta in misura pari al 50% dell’importo mensile spettante. Solo dal mese successivo, e a condizione che la posizione resti regolare (requisiti ISEE, composizione del nucleo, obblighi di attivazione lavorativa rispettati), il beneficio torna all’importo ordinario pieno. In pratica l’INPS ha sostituito un mese di sospensione totale con un mese a importo ridotto: per la maggior parte delle famiglie è comunque un miglioramento, perché mezza mensilità è sempre meglio di zero, ma è importante saperlo in anticipo per non trovarsi con un accredito inferiore al previsto senza spiegazione.
Le date di pagamento di luglio 2026
Per il mese di luglio 2026 l’INPS ha fissato due finestre di pagamento principali: il 15 luglio per le prime erogazioni relative alle domande accolte nel mese, comprensive di eventuali arretrati spettanti, e il 28 luglio per la ricarica mensile ordinaria di chi ha già l’Assegno di Inclusione attivo e regolare. Chi rientra nel rinnovo con mensilità dimezzata riceverà l’accredito ridotto in una di queste due date, a seconda di quando è stata lavorata la pratica.
Cosa devi fare in pratica
Il consiglio pratico è semplice ma spesso trascurato: non aspettare l’ultimo giorno utile. Controlla per tempo quante mensilità hai già ricevuto nel servizio online INPS, prepara la documentazione ISEE aggiornata (se scaduta o vicina alla scadenza, rinnovala subito) e presenta la domanda di rinnovo appena il sistema te lo consente, così da minimizzare eventuali ritardi nella lavorazione della pratica da parte dell’INPS.
Esempi pratici
Esempio 1 — Famiglia con importo pieno di 500 euro mensili. Un nucleo che riceve normalmente 500 euro al mese e rinnova a luglio 2026 riceverà 250 euro nella prima mensilità del nuovo ciclo (invece di 500 euro pieni, ma anche invece di zero come sarebbe successo con la vecchia regola del mese di stop), per poi tornare a 500 euro dal mese successivo se tutto resta in regola.
Esempio 2 — Confronto con la vecchia regola. Con le regole precedenti, una famiglia che terminava il ciclo a giugno 2026 avrebbe saltato completamente il mese di luglio (zero euro) e ripreso a percepire l’assegno pieno solo ad agosto. Con la nuova regola, quella stessa famiglia riceve comunque il 50% a luglio invece di niente: su un assegno di 400 euro, significa 200 euro in più rispetto a prima nello stesso mese.
Domande frequenti
Devo presentare una nuova domanda o il rinnovo è automatico?
Va presentata una nuova domanda di rinnovo attraverso i canali INPS (online, patronato o CAF): non è un rinnovo automatico, ma grazie alla novità non c’è più il mese di sospensione forzata in attesa dell’esito.
La mensilità dimezzata riguarda tutti i rinnovi o solo il primo dopo i 18 mesi?
Riguarda ogni rinnovo del ciclo, non solo il primo: ogni volta che si rinnova l’Assegno di Inclusione dopo la scadenza di un periodo, la prima mensilità del nuovo ciclo viene erogata al 50%.
Cosa succede se il mio ISEE è cambiato rispetto al ciclo precedente?
L’importo dell’Assegno di Inclusione viene ricalcolato in base al nuovo ISEE e alla composizione aggiornata del nucleo familiare: un ISEE più alto può ridurre l’importo spettante, uno più basso può aumentarlo, indipendentemente dalla regola della mensilità dimezzata al rinnovo.
Posso fare ricorso se ricevo solo il 50% e non sapevo del cambiamento?
Non è un errore da correggere: è la nuova regola generale INPS applicata a tutti i rinnovi. Se invece l’importo ricevuto è inferiore anche al 50% atteso, conviene contattare un patronato per verificare che non ci siano errori nel calcolo dell’ISEE o della composizione del nucleo.
Bonus affitto giovani 2026 indica due agevolazioni fiscali diverse ma spesso confuse tra loro: la detrazione per chi ha tra 20 e 30 anni e vive in affitto da solo, e quella per le coppie under 36 con ISEE basso che affittano la propria abitazione principale. Importi, requisiti e durata cambiano parecchio a seconda di quale delle due si applica al tuo caso.
📌 Articolo in breve
Under 31 singoli (20-30 anni, reddito fino a 15.493,71€): detrazione fissa di 991,60€ oppure il 20% del canone annuo se più conveniente, fino a un tetto di 2.000€, per i primi 4 anni di contratto. Coppie under 36 con almeno un partner under 36 e ISEE sotto 30.000€: detrazione del 30% del canone (invece del 19% ordinario), fino a un massimo di 4.000€ annui. Le due misure non sono cumulabili tra loro sulla stessa persona, ma sono cumulabili con altre detrazioni per carichi di famiglia.
⚠️ Disclaimer: Le informazioni contenute in questo articolo hanno scopo puramente informativo. Non costituiscono consulenza fiscale o tributaria. Le normative fiscali cambiano frequentemente: verifica sempre i dati aggiornati sul sito dell’Agenzia delle Entrate o rivolgiti a un commercialista.
Il punto di partenza per capire quale bonus ti spetta è l’età e la situazione familiare. Se sei solo, hai tra 20 e 30 anni compiuti e un reddito basso, ti rivolgi al bonus affitto under 31 (articolo 16, comma 1-quinquies del TUIR). Se invece formi una coppia — sposata o di fatto, non importa — e almeno uno dei due ha meno di 36 anni, con un ISEE del nucleo sotto i 30.000 euro, la misura di riferimento è la detrazione maggiorata al 30% per le giovani coppie. Sono due norme diverse, con platee diverse, e capita spesso che vengano confuse online perché entrambe parlano genericamente di “bonus affitto giovani”.
Bonus affitto under 31: requisiti e importo
Per accedere a questa detrazione devi avere tra 20 e 31 anni non compiuti nel momento in cui firmi il contratto di locazione (quindi fino a 30 anni e 364 giorni), un reddito complessivo che non superi 15.493,71 euro, e un contratto di locazione registrato per l’intera unità immobiliare — o una porzione di essa — da destinare a tua residenza principale, diversa da quella dei tuoi genitori.
L’importo della detrazione funziona così: la base è fissa a 991,60 euro annui (circa 82,63 euro al mese). Se però il 20% del canone annuo che paghi supera questa cifra, puoi portare in detrazione direttamente il 20% del canone, fino a un tetto massimo di 2.000 euro annui. La detrazione spetta per un massimo di 4 anni, anche non consecutivi, a partire dalla data di stipula del contratto: se cambi casa restando under 31 e mantenendo i requisiti, il conteggio degli anni residui prosegue.
Un punto spesso frainteso: se la detrazione supera l’imposta lorda dovuta (cosiddetta “incapienza”), hai comunque diritto a un rimborso IRPEF per la parte che non riesci a scaricare, invece di perderla.
Bonus affitto coppie under 36: requisiti e importo
Qui il requisito anagrafico riguarda la coppia, non il singolo: basta che uno dei due componenti abbia meno di 36 anni nell’anno in cui si stipula o si rinnova il contratto. Il secondo requisito è l’ISEE del nucleo familiare, che non deve superare 30.000 euro annui. L’immobile deve essere adibito ad abitazione principale della coppia.
La detrazione sale al 30% del canone annuo pagato (contro il 19% della detrazione ordinaria per gli affitti), fino a un tetto massimo di 4.000 euro annui di detrazione. È una misura pensata esplicitamente per chi mette su casa insieme al partner, indipendentemente dal fatto che ci siano già figli o meno.
Tabella di confronto
Requisito
Under 31 singoli
Coppie under 36
Età
20-30 anni compiuti
Almeno un partner under 36
Requisito economico
Reddito ≤ 15.493,71€
ISEE ≤ 30.000€
Importo detrazione
991,60€ fisso o 20% canone, max 2.000€
30% del canone, max 4.000€
Durata
Massimo 4 anni
Nessun limite di anni prefissato
Situazione familiare
Persona singola
Coppia (sposata o di fatto)
Come si richiede: 730 o Redditi PF
Entrambe le detrazioni si richiedono nella dichiarazione dei redditi (modello 730 o Redditi Persone Fisiche), inserendo gli estremi del contratto di locazione registrato nel quadro dedicato agli oneri detraibili. Se ti affidi a un CAF o a un commercialista, basta portare il contratto di locazione registrato e — nel caso delle coppie under 36 — l’attestazione ISEE in corso di validità. Chi fa da sé con il 730 precompilato deve indicare il codice corrispondente al tipo di detrazione nel quadro E, sezione oneri e spese.
Esempi pratici
Esempio 1 — Giovane single, canone basso. Marco ha 26 anni, guadagna 14.000 euro l’anno e paga 500 euro al mese di affitto (6.000 euro annui). Il 20% del canone sarebbe 1.200 euro, superiore alla base fissa di 991,60 euro: Marco porta quindi in detrazione 1.200 euro l’anno, per un risparmio fiscale reale stimabile intorno ai 260-300 euro a seconda della sua aliquota IRPEF.
Esempio 2 — Giovane single, canone alto in una grande città. Giulia ha 24 anni, reddito di 15.000 euro, e paga 900 euro al mese (10.800 euro annui) per una stanza singola a Milano. Il 20% del canone sarebbe 2.160 euro, ma il tetto massimo è 2.000 euro: Giulia porta in detrazione il massimo consentito, 2.000 euro l’anno.
Esempio 3 — Coppia under 36. Andrea (34 anni) e Sara (37 anni) convivono, ISEE di coppia a 24.000 euro, pagano 800 euro al mese di affitto (9.600 euro annui) per la loro abitazione principale. Il 30% del canone sarebbe 2.880 euro, sotto il tetto di 4.000 euro: possono detrarre l’intera cifra di 2.880 euro.
Domande frequenti
Posso avere sia il bonus under 31 che quello per le coppie under 36?
No, sono alternativi tra loro sulla stessa situazione: si applica quello più favorevole in base ai requisiti che possiedi. Sono invece cumulabili con altre detrazioni non legate all’affitto, come quelle per carichi di famiglia.
Cosa succede se supero il limite di reddito o ISEE durante i 4 anni?
Il requisito va mantenuto per ogni anno in cui si vuole beneficiare della detrazione. Se in un anno superi il limite, perdi la detrazione solo per quell’anno; se torni sotto soglia l’anno successivo (restando nei 4 anni utili), puoi tornare a usufruirne.
Il contratto deve essere per forza a canone libero?
No, la detrazione si applica a qualunque tipologia di contratto di locazione registrato per abitazione principale, incluso il canone concordato, purché siano rispettati i requisiti anagrafici ed economici.
Gli studenti fuori sede hanno diritto allo stesso bonus?
Gli studenti universitari fuori sede hanno una detrazione specifica e diversa (legata alle spese per canoni di locazione durante gli studi), cumulabile in alcuni casi con questa se rientrano anche nei requisiti anagrafici ed economici del bonus under 31.
Decreto Fiscale 2026 è il provvedimento che, dopo l’iter di conversione in Parlamento, è diventato legge il 22 maggio 2026 portando con sé novità che vanno ben oltre le partite IVA: toccano il concordato preventivo biennale, il credito Transizione 5.0, il gasolio agricolo e — punto che riguarda anche moltissimi privati — la rottamazione dei debiti con Comuni e Regioni per IMU, TARI e multe stradali vecchie anche di vent’anni.
📌 Articolo in breve
Il Decreto Legge 27 marzo 2026 n. 38 è stato convertito dalla Legge 22 maggio 2026 n. 88 (G.U. n. 117 del 22/5/2026), assorbendo anche il decreto carburanti (DL 42/2026). Le novità principali: finestra di adesione al concordato preventivo biennale estesa al 31 ottobre 2026, credito Transizione 5.0 fino all’89,77% per le imprese rimaste escluse per esaurimento fondi, credito d’imposta gasolio agricolo fino al 20% delle spese, e rottamazione dei tributi locali (IMU, TARI, multe) con stralcio di sanzioni e interessi per i Comuni che aderiscono entro il 31 luglio 2026.
⚠️ Disclaimer: Le informazioni contenute in questo articolo hanno scopo puramente informativo. Non costituiscono consulenza fiscale o tributaria. Le normative fiscali cambiano frequentemente: verifica sempre i dati aggiornati sul sito dell’Agenzia delle Entrate o rivolgiti a un commercialista.
Cos’è il Decreto Fiscale 2026 e quando è entrato in vigore
Il testo di partenza è il Decreto Legge 27 marzo 2026 n. 38, in vigore dal 28 marzo 2026. Durante l’esame parlamentare il perimetro si è allargato parecchio: è stato abrogato e assorbito il DL 42/2026 (il cosiddetto decreto carburanti del 3 aprile 2026), e sono stati aggiunti articoli su marittimi, imprese artigiane, America’s Cup e, soprattutto, sulla rottamazione dei debiti con gli enti locali. Il testo definitivo è diventato Legge 22 maggio 2026 n. 88, pubblicata sulla Gazzetta Ufficiale n. 117 del 22 maggio 2026.
Chi si occupa di dichiarazioni, F24 o gestisce una partita IVA lo incontrerà soprattutto per le modifiche al concordato preventivo biennale. Ma la parte che riguarda più persone in assoluto, anche chi non ha mai avuto una partita IVA, è quella sulla rottamazione dei tributi locali: vale per chiunque abbia una cartella vecchia per IMU, TARI o una multa stradale mai pagata.
Concordato preventivo biennale 2026-2027: nuove scadenze e limiti
Il concordato preventivo biennale (CPB) permette a partite IVA e imprese in regime forfettario o soggette agli ISA di “bloccare” il proprio reddito imponibile per due anni, pagando le tasse su una cifra concordata con il Fisco invece che sul reddito reale. Il Decreto Fiscale 2026 ne ha rivisto scadenze e regole di calcolo per il biennio 2026-2027.
La finestra per aderire è stata allungata fino al 31 ottobre 2026 (in precedenza scadeva prima), mentre il software che l’Agenzia delle Entrate mette a disposizione per calcolare la proposta di concordato deve essere rilasciato entro il 15 maggio. La novità più concreta riguarda però i limiti massimi di incremento del reddito concordato rispetto a quello dichiarato: sono ora collegati al punteggio ISA ottenuto nel 2025.
Punteggio ISA 2025
Incremento massimo reddito concordato
Tra 8 e 10 (alta affidabilità)
Nessun tetto specifico aggiuntivo, si applicano le regole standard
Tra 6 e 8
+30% rispetto al reddito dichiarato
Tra 1 e 6 (bassa affidabilità)
+35% rispetto al reddito dichiarato
In pratica più basso è il punteggio ISA, più alto può essere l’incremento di reddito che il Fisco propone in sede di concordato: è un modo per spingere chi è meno affidabile fiscalmente ad accettare un imponibile concordato più alto. Un’altra novità tecnica ma rilevante per chi ha fatto investimenti 4.0: le maggiorazioni di ammortamento legate all’iper ammortamento possono ora essere scomputate dal reddito concordato, insieme a plusvalenze e minusvalenze straordinarie.
Credito Transizione 5.0: aliquote fino all’89,77%
Il Piano Transizione 5.0 premia le imprese che investono in macchinari intelligenti, software gestionali e impianti per l’autoproduzione energetica riducendo i consumi. Il Decreto Fiscale 2026 introduce una tutela specifica per le imprese che avevano fatto domanda in tempo ma erano rimaste escluse dal beneficio pieno per esaurimento dei fondi: per queste imprese “esodate” l’aliquota del credito può arrivare fino all’89,77% dell’importo originariamente richiesto, contro il 35% inizialmente riconosciuto.
Il credito riconosciuto va utilizzato esclusivamente in compensazione tramite modello F24, entro il 31 dicembre 2026. Chi ha già presentato domanda per Transizione 5.0 e non ha ricevuto conferma piena delle risorse dovrebbe verificare la propria posizione sul portale GSE, perché il ricalcolo non è sempre automatico.
Credito d’imposta gasolio agricolo
Per le imprese agricole, il decreto introduce un credito d’imposta fino al 20% delle spese sostenute a marzo 2026 per l’acquisto di gasolio e benzina destinati all’attività agricola e al riscaldamento delle serre. È una misura pensata per compensare il rincaro dei carburanti agricoli registrato nella prima parte dell’anno, e si aggiunge (non sostituisce) alle agevolazioni già esistenti sul gasolio agricolo agevolato.
Rottamazione dei tributi locali: IMU, TARI e multe
Questa è la parte del decreto che tocca più da vicino chi non ha nulla a che fare con partite IVA o concordati. L’articolo 10-quinquies della legge di conversione estende la logica della rottamazione-quinquies anche ai debiti — tributari e non — affidati agli agenti della riscossione da Regioni ed enti locali tra il 1° gennaio 2000 e il dicembre 2023. Parliamo quindi di IMU arretrata, TARI non pagata, imposta di soggiorno, canoni patrimoniali e multe stradali del Codice della Strada.
Aderendo, si estingue il debito versando solo capitale e spese di notifica, con lo stralcio completo di sanzioni, interessi di mora e aggio di riscossione. La particolarità è che la misura non è automatica in tutta Italia: ogni singolo Comune o Regione deve prima adottare una propria delibera, pubblicarla sul sito istituzionale e trasmetterla ad Agenzia delle Entrate-Riscossione entro il 31 luglio 2026 (termine prorogato rispetto alla scadenza originaria del 30 giugno). Solo dopo l’adesione formale dell’ente, chi ha un debito con quel Comune può presentare la propria domanda di definizione agevolata.
Vale la pena controllare periodicamente il sito del proprio Comune o quello di Agenzia Entrate-Riscossione nelle prossime settimane: molti enti stanno deliberando proprio in queste settimane, e l’elenco di chi ha aderito si aggiorna costantemente.
Esempi pratici
Esempio 1 — Concordato preventivo biennale. Un artigiano con reddito dichiarato di 30.000 euro nel 2025 e punteggio ISA di 7 (fascia 6-8) può ricevere una proposta di concordato con reddito concordato fino a un massimo teorico di 39.000 euro (+30%). Con punteggio ISA di 4 (fascia 1-6), lo stesso reddito di partenza potrebbe generare una proposta fino a 40.500 euro (+35%): un incentivo indiretto a migliorare il proprio punteggio ISA prima di aderire.
Esempio 2 — Rottamazione IMU. Una famiglia con un avviso IMU 2019 non pagato di 800 euro di imposta, più 250 euro di sanzioni e 90 euro di interessi maturati (totale 1.140 euro), se il proprio Comune aderisce alla rottamazione pagherà solo gli 800 euro di imposta più le spese di notifica: un risparmio reale di circa 340 euro, oltre alla possibilità di chiudere definitivamente la pendenza.
Esempio 3 — Credito gasolio agricolo. Un’azienda agricola che a marzo 2026 ha speso 4.000 euro in gasolio per mezzi e riscaldamento serre può accedere a un credito d’imposta fino a 800 euro (20% della spesa), da usare in compensazione F24.
Domande frequenti
Il Decreto Fiscale 2026 riguarda anche chi non ha partita IVA?
Sì, soprattutto per la parte sulla rottamazione dei tributi locali: chiunque abbia un debito con il proprio Comune per IMU, TARI o multe stradali può beneficiarne, a condizione che l’ente abbia aderito formalmente entro il 31 luglio 2026.
Come faccio a sapere se il mio Comune ha aderito alla rottamazione dei tributi locali?
Va verificato sul sito istituzionale del Comune (dove la delibera deve essere pubblicata per legge) oppure sul portale di Agenzia delle Entrate-Riscossione, che aggiorna l’elenco degli enti aderenti.
Entro quando devo aderire al concordato preventivo biennale 2026-2027?
La finestra di adesione è stata estesa fino al 31 ottobre 2026, ma conviene non aspettare l’ultimo giorno perché il software di calcolo della proposta va comunque consultato con calma prima di decidere.
Cosa succede se non aderisco al concordato preventivo biennale?
Nessun obbligo: si continua a dichiarare il reddito effettivo con le regole ordinarie. Il concordato conviene principalmente a chi prevede un reddito in crescita nel biennio, perché blocca le tasse sulla cifra concordata anche se si guadagna di più.
Il credito Transizione 5.0 all’89,77% vale per tutte le imprese?
No, riguarda specificamente le imprese che avevano già fatto domanda per Transizione 5.0 ed erano rimaste escluse dal beneficio pieno per esaurimento dei fondi disponibili. Le nuove domande seguono le regole ordinarie del Piano Transizione 5.0.
Piccolo prestito INPS 2026 è il finanziamento agevolato a tasso fisso riservato a dipendenti pubblici, pensionati ed ex iscritti INPDAP, con un TAN medio intorno al 4,25% — sensibilmente più basso di quello che offrono la maggior parte delle banche e finanziarie per un prestito personale di importo simile. La rata viene trattenuta direttamente da stipendio o pensione, il che lo rende anche uno dei prestiti con il tasso di insolvenza più basso in assoluto, e questo si riflette sulle condizioni economiche.
📌 Articolo in breve
Il piccolo prestito INPS permette di richiedere da 1 a 4 mensilità nette (fino a 8 senza altre trattenute in corso), con TAN intorno al 4,25% e TAEG tra 4,5% e 5%, restituibile in 1-4 anni. La domanda si fa online sul sito INPS con SPID, CIE o CNS, con tempi di approvazione di 15-30 giorni lavorativi. È riservato a dipendenti pubblici, pensionati INPS/ex INPDAP e iscritti alla Gestione Unitaria delle prestazioni creditizie e sociali.
⚠️ Disclaimer: Le informazioni contenute in questo articolo hanno scopo puramente informativo. Non costituiscono consulenza finanziaria personalizzata. Le condizioni economiche esatte (TAN, TAEG, spese) variano in base a età ed età pensionabile: verifica sempre l’importo esatto con il simulatore ufficiale INPS prima di presentare domanda.
Il piccolo prestito è riservato a tre categorie di persone: i dipendenti pubblici in servizio iscritti alla Gestione Unitaria delle prestazioni creditizie e sociali, i pensionati provenienti dalla gestione pubblica (ex INPDAP, oggi confluita in INPS) e, con regole leggermente diverse, gli iscritti alla Gestione ex IPOST per il personale delle Poste Italiane. Non è invece accessibile a lavoratori del settore privato che non siano mai stati iscritti a queste gestioni, né a chi percepisce esclusivamente pensioni del fondo lavoratori privati senza storia contributiva nel pubblico impiego.
È un dettaglio che genera spesso confusione: un pensionato che ha lavorato sia nel privato che nel pubblico può accedervi se ha maturato una quota di pensione nella gestione ex INPDAP, anche se quella quota è minoritaria rispetto al totale dell’assegno.
Quanto puoi ottenere: le regole sull’importo massimo
L’importo richiedibile è calcolato in multipli della retribuzione o pensione netta mensile. La regola base consente da 1 a 4 mensilità nette. Chi non ha già altre trattenute in corso per cessioni del quinto o prestiti pluriennali può arrivare fino a un massimo di 8 mensilità nette, praticamente raddoppiando il tetto ordinario.
Questo significa che l’importo massimo teorico varia moltissimo da persona a persona: non è una cifra fissa uguale per tutti, ma dipende direttamente dallo stipendio o dalla pensione netta di chi fa domanda, ed è per questo che il simulatore ufficiale INPS resta il punto di partenza obbligato prima di fare qualsiasi valutazione.
Tasso, TAEG e costi reali: tre esempi a confronto
Vediamo tre casi concreti per capire cosa significano in pratica TAN al 4,25% e TAEG tra il 4,5% e il 5%. Un dipendente pubblico con stipendio netto di 1.600 euro che richiede 4 mensilità (6.400 euro) da restituire in 24 mesi, si troverebbe con una rata mensile indicativa intorno ai 280-290 euro, per un costo totale degli interessi nell’ordine dei 400-500 euro sull’intera durata — una cifra nettamente inferiore a quella di un prestito personale bancario di pari importo, dove il TAEG medio di mercato per un finanziamento non finalizzato si aggira spesso tra il 7% e il 10%.
Un pensionato con assegno netto di 1.200 euro che richiede 8 mensilità (9.600 euro, avendo diritto al tetto massimo per assenza di altre trattenute) restituite in 48 mesi, avrebbe una rata mensile indicativa intorno ai 220-230 euro, con un costo complessivo degli interessi che si avvicina ai 1.000-1.100 euro sull’intera durata: più alto in valore assoluto per via dell’importo maggiore, ma comunque proporzionalmente in linea con il TAN del 4,25%.
Un caso più contenuto: un dipendente pubblico con stipendio netto di 2.000 euro che richiede solo 1 mensilità (2.000 euro) per un imprevisto, restituita in 12 mesi, avrebbe una rata mensile di circa 175 euro, con un costo totale in interessi di appena 80-100 euro sull’intera durata — utile per chi ha bisogno di una piccola somma senza voler impegnarsi su un orizzonte lungo.
Calcola la tua rata: simulatore piccolo prestito INPS
Invece di fare i conti a mano, usa il simulatore qui sotto: inserisci l’importo che vuoi richiedere, la durata in mesi e il TAN (di default impostato al 4,25%, la media 2026, ma modificalo se hai una stima diversa dal simulatore ufficiale INPS) per vedere subito la rata mensile, il costo totale in interessi e l’intero piano di ammortamento rata per rata.
ℹ️ I risultati forniti sono stime indicative basate sui dati inseriti. Il TAN reale applicato al tuo caso dipende da età e altri parametri del Regolamento INPS: verifica sempre l’importo esatto con il simulatore ufficiale sul sito INPS prima di presentare domanda.
Come usare il calcolatore
Il modo più utile di usarlo è provare più combinazioni prima di decidere: parti dall’importo massimo che pensi di poter richiedere (ricorda la regola delle mensilità viste sopra) e prova a confrontare una durata breve, che alza la rata ma abbassa il totale interessi, con una durata più lunga, che fa l’opposto. Il piano di ammortamento completo, visibile cliccando su “Mostra piano ammortamento”, ti fa vedere rata per rata quanto va a capitale e quanto a interessi, utile per capire quanto residuo avresti se decidessi di estinguere il prestito in anticipo dopo un certo numero di mesi.
Piccolo prestito INPS vs prestito personale bancario vs cessione del quinto
Rispetto a un prestito personale bancario, il piccolo prestito INPS vince quasi sempre sul costo: il TAN del 4,25% è raramente eguagliato dalle offerte di mercato per un finanziamento non garantito da beni reali, proprio perché la trattenuta diretta sullo stipendio o sulla pensione riduce drasticamente il rischio di insolvenza per chi presta il denaro. Lo svantaggio è la platea ristretta di beneficiari e i tempi di erogazione più lunghi (15-30 giorni contro le 24-48 ore di molte proposte bancarie online) e un tetto massimo di importo comunque contenuto rispetto ai prestiti personali bancari, che possono arrivare a decine di migliaia di euro.
Rispetto alla cessione del quinto, che pure prevede la trattenuta diretta in busta paga o pensione, il piccolo prestito INPS ha generalmente un tasso più basso ma un importo massimo più contenuto e una durata più breve (fino a 4 anni contro i 10 anni tipici della cessione del quinto). Chi ha bisogno di una somma importante da restituire su un orizzonte lungo trova più adatta la cessione del quinto; chi ha un bisogno di liquidità più contenuto e vuole il costo più basso possibile trova più conveniente il piccolo prestito.
Come si presenta la domanda
La domanda si presenta esclusivamente online, accedendo con SPID, CIE o CNS alla propria area riservata sul portale ufficiale INPS, sezione Piccolo Prestito. Prima di presentare la domanda vera e propria, il portale mette a disposizione un simulatore che calcola in automatico l’importo massimo richiedibile in base ai dati contributivi già presenti nel sistema, la rata indicativa per le diverse durate disponibili e il costo complessivo in interessi, permettendo di confrontare più scenari prima di scegliere.
Non serve presentare buste paga o certificazioni reddituali separate: l’INPS attinge direttamente ai dati già in suo possesso come ente previdenziale, il che rende la procedura più snella rispetto a un prestito bancario tradizionale, dove la documentazione reddituale è quasi sempre richiesta.
Tempi di erogazione e cosa aspettarsi
Una volta inviata la domanda, i tempi di approvazione indicati dall’INPS vanno dai 15 ai 30 giorni lavorativi, con variazioni legate alla disponibilità del fondo in un dato momento e al volume di domande in corso di istruttoria. Non è quindi un prestito adatto a chi ha bisogno di liquidità nel giro di pochi giorni: chi si trova in una situazione di urgenza reale dovrebbe considerare altre soluzioni più rapide, riservando il piccolo prestito INPS a esigenze pianificabili con un minimo di anticipo.
Una volta approvata, l’erogazione avviene con accredito diretto e la trattenuta della rata parte automaticamente dalla mensilità successiva, senza bisogno di impostare bonifici o addebiti separati.
La domanda passo per passo
Per chi non ha mai fatto domanda in precedenza, ecco come si svolge concretamente la procedura. Dopo l’accesso con SPID, CIE o CNS all’area riservata del sito INPS, si seleziona la voce dedicata al Piccolo Prestito all’interno della sezione Prestazioni e Servizi. Il sistema mostra automaticamente l’importo massimo teoricamente richiedibile in base ai dati contributivi già in possesso dell’ente, senza bisogno di inserirli manualmente. A questo punto si utilizza il simulatore per confrontare le diverse combinazioni di importo e durata, verificando per ciascuna la rata mensile risultante e il costo totale in interessi.
Una volta scelta la combinazione preferita, si procede con l’invio della domanda vera e propria, che richiede la conferma di alcuni dati anagrafici e reddituali già precompilati dal sistema. Non è necessario allegare buste paga, certificazioni di reddito o altra documentazione: l’intero processo si basa sui dati che l’INPS possiede già in quanto ente previdenziale del richiedente, il che rappresenta uno dei vantaggi pratici più concreti rispetto a un prestito bancario tradizionale, dove la raccolta della documentazione reddituale è quasi sempre il passaggio più lento.
Quando conviene davvero e quando no
Il piccolo prestito INPS conviene in modo particolare a chi ha bisogno di una somma contenuta, non ha urgenza estrema (può aspettare le 2-4 settimane di istruttoria) e vuole il costo più basso possibile in assoluto per quella fascia di importo. È la soluzione ideale per spese pianificabili con un minimo di anticipo: un elettrodomestico da sostituire, una piccola ristrutturazione, spese mediche non urgenti, o semplicemente la volontà di consolidare piccoli debiti a un tasso più favorevole.
Non è invece la scelta giusta per chi ha bisogno di liquidità immediata nel giro di pochi giorni, per chi ha già altre trattenute che riducono significativamente il quinto cedibile disponibile, o per chi ha bisogno di importi superiori alle 8 mensilità nette, situazione in cui la cessione del quinto o un prestito personale bancario di importo più alto diventano soluzioni più adatte anche a fronte di un tasso leggermente superiore.
Domande frequenti
Posso avere contemporaneamente un piccolo prestito INPS e una cessione del quinto?
Sì, ma con un limite: la somma di tutte le trattenute non può superare un quinto dello stipendio o della pensione netta, il classico limite di cedibilità. Avere già una cessione del quinto attiva riduce anche il tetto massimo di mensilità richiedibili per il piccolo prestito, che scende da 8 a 4 mensilità.
Cosa succede se cambio lavoro o vado in pensione mentre sto ancora pagando il prestito?
Il prestito segue la persona, non il singolo rapporto di lavoro: se passi dal servizio attivo alla pensione, la trattenuta prosegue sul nuovo trattamento pensionistico, purché tu resti all’interno delle gestioni previdenziali che danno diritto al piccolo prestito.
Il piccolo prestito INPS ha penali per l’estinzione anticipata?
Generalmente no, o comunque i costi sono molto contenuti rispetto a un prestito bancario tradizionale: è possibile richiedere l’estinzione anticipata tramite il portale INPS, con un ricalcolo degli interessi residui dovuti.
Posso richiedere il piccolo prestito INPS se ho già un mutuo prima casa in corso?
Sì, il mutuo prima casa non rientra nel calcolo del quinto cedibile su stipendio o pensione, quindi non influisce direttamente sull’importo massimo richiedibile per il piccolo prestito, a differenza di altre trattenute dirette in busta paga.
Carta della Cultura Giovani e Carta del Merito 2026 mettono a disposizione fino a 1.000 euro complessivi da spendere in libri, cinema, teatro, musei e concerti. Le domande per richiederle si sono chiuse il 30 giugno 2026, ma se sei tra i beneficiari che le hanno già ottenute hai tempo solo fino al 31 dicembre 2026 per spendere l’importo: dopo quella data, quello che resta sulla carta va perso.
📌 Articolo in breve
La Carta della Cultura Giovani (500 euro, riservata ai nati nel 2007 con ISEE fino a 35.000 euro) e la Carta del Merito (500 euro, per chi si è diplomato nel 2025 con 100 o 100 e lode, senza limiti ISEE) sono cumulabili fino a 1.000 euro totali. Le domande si sono chiuse il 30 giugno 2026, ma l’importo va speso entro il 31 dicembre 2026 su libri, spettacoli, musica e cultura in generale, altrimenti si perde.
Le due carte, pur avendo lo stesso valore economico e lo stesso portale di gestione, rispondono a logiche diverse. La Carta della Cultura Giovani è legata all’anno di nascita — per il 2026 riguarda chi è nato nel 2007, quindi chi ha compiuto o compie 18 anni quest’anno — ed è condizionata a un ISEE familiare non superiore a 35.000 euro. La Carta del Merito, invece, non guarda al reddito ma al risultato scolastico: spetta a chi si è diplomato nell’anno scolastico 2024/2025 con una votazione di 100 o 100 e lode, indipendentemente dalla situazione economica della famiglia.
Chi rientra in entrambe le condizioni — un diciottenne diplomato con il massimo dei voti e un ISEE sotto la soglia — può ottenere entrambe le carte, arrivando quindi a 1.000 euro complessivi da spendere secondo le stesse regole.
Chi aveva diritto e cosa fare se hai già la carta
Le domande per entrambe le carte si sono potute presentare dal 31 gennaio al 30 giugno 2026 esclusivamente sul portale ufficiale cartegiovani.cultura.gov.it, autenticandosi con SPID o CIE. Se rientravi nei requisiti e hai presentato domanda in tempo, la carta dovrebbe già essere attiva e visibile nella tua area personale del portale, pronta per essere collegata ai negozi convenzionati al momento dell’acquisto.
Se invece non hai fatto in tempo a presentare la domanda entro il 30 giugno, purtroppo per il 2026 la finestra è chiusa: non risultano, al momento, proroghe o riaperture straordinarie annunciate. Chi si trova in questa situazione può solo verificare periodicamente le comunicazioni ufficiali del Ministero della Cultura in vista dell’edizione 2027, che riguarderà i nati nel 2008.
Cosa puoi comprare davvero: la lista completa
L’elenco dei beni e servizi acquistabili è più ampio di quanto molti pensino. Rientrano i libri in tutte le loro forme: cartacei, ebook, audiolibri, fumetti, graphic novel e anche manuali tecnici o universitari, il che rende la carta utile anche per chi si appresta a iniziare un percorso di studi che richiede testi costosi. Sono inclusi biglietti e abbonamenti per cinema, teatro, concerti, eventi culturali, musei, monumenti e parchi archeologici e naturali.
Meno conosciuto è che la carta copre anche corsi di musica, di teatro e di lingua straniera, oltre a strumenti musicali nuovi, se acquistati da rivenditori convenzionati. Non rientrano invece, come specificato dalle regole ufficiali, prodotti tecnologici generici come smartphone, tablet o computer, anche se venduti da negozi che aderiscono all’iniziativa per altri prodotti.
Dove si spende: negozi ed esercenti convenzionati
La spesa avviene esclusivamente presso esercenti che si sono registrati sulla piattaforma ufficiale, riconoscibili sia online che nei negozi fisici da un logo dedicato. Le principali catene di librerie e molte librerie indipendenti hanno aderito, così come le piattaforme di ebook e audiolibri più diffuse. Per cinema, teatri e musei, l’adesione varia molto da comune a comune: nelle grandi città la copertura è quasi totale, mentre nei centri più piccoli conviene verificare in anticipo sul portale quali strutture locali abbiano attivato la convenzione, per evitare di scoprire all’ultimo momento che il cinema sotto casa non è tra gli esercenti abilitati.
Tre modi diversi di spendere 1.000 euro
Per chi ha ottenuto entrambe le carte e si ritrova con 1.000 euro da spendere entro dicembre, vale la pena ragionare su come sfruttarli al meglio. Un primo scenario tipico è quello dello studente universitario matricola: destinare 400-500 euro all’acquisto dei manuali del primo semestre, spesso il costo più pesante dell’anno accademico, e il resto tra un abbonamento annuale al cinema e qualche concerto. Un secondo scenario, per chi ama leggere, è concentrare gran parte della cifra in libri: con una media di 15-18 euro a volume, 1.000 euro permettono di costruire una libreria personale di 50-60 titoli, un investimento culturale che si estende ben oltre l’anno in corso. Un terzo scenario è quello musicale: uno strumento entry-level (una chitarra acustica di fascia media costa indicativamente 200-300 euro) più un corso annuale di musica, che spesso costa tra 400 e 600 euro, coprono quasi per intero il budget disponibile.
Cosa succede il 31 dicembre se non hai speso tutto
La regola è netta: l’importo non speso entro il 31 dicembre 2026 non è rimborsabile né trasferibile all’anno successivo. Non esiste, a differenza di altri bonus statali, un meccanismo di proroga automatica per chi arriva a fine anno con un residuo sulla carta. Chi si ritrova a novembre con una parte consistente ancora da spendere farebbe bene a pianificare per tempo un acquisto importante — un pacchetto di libri per l’università, un corso annuale, uno strumento musicale — piuttosto che rischiare di perdere la cifra residua negli ultimi giorni disponibili per la fretta di trovare qualcosa da comprare last minute.
Da 18app alla Carta della Cultura: cosa è cambiato
Chi ha qualche anno in più ricorderà probabilmente 18app, il bonus cultura da 500 euro che per anni è stato erogato a tutti i diciottenni senza distinzione di reddito o merito, semplicemente al compimento della maggiore età. Quella misura è stata superata proprio dal sistema attuale, che ha introdotto una distinzione più marcata: da un lato la Carta della Cultura Giovani, che mantiene un impianto simile ma introduce per la prima volta un tetto ISEE, dall’altro la Carta del Merito, che premia esplicitamente il risultato scolastico indipendentemente dal reddito familiare.
Il cambiamento più rilevante rispetto a 18app riguarda quindi la platea dei beneficiari: mentre in passato tutti i diciottenni ricevevano automaticamente il bonus, oggi solo chi rientra nei requisiti ISEE (per la Carta Giovani) o ha ottenuto il massimo dei voti (per la Carta del Merito) può accedere al beneficio, con la possibilità però di arrivare a un importo complessivo doppio rispetto al passato per chi soddisfa entrambe le condizioni.
Come verificare se hai ancora credito disponibile
Per chi ha già iniziato a spendere ma non ricorda con precisione quanto residuo ha ancora a disposizione, il portale ufficiale mostra in tempo reale, nella sezione “Il mio credito” dell’area personale, l’importo totale assegnato, quanto già speso diviso per categoria di acquisto (libri, spettacoli, corsi) e il saldo residuo utilizzabile fino al 31 dicembre. Questo prospetto si aggiorna automaticamente ogni volta che un acquisto viene registrato da un esercente convenzionato, generalmente entro 24-48 ore dalla transazione.
Un consiglio pratico per chi si accorge a metà autunno di avere ancora una cifra consistente da spendere: pianificare gli acquisti più impegnativi (un pacchetto di libri universitari, uno strumento musicale) con margine sufficiente prima della scadenza, invece di aspettare dicembre, quando l’affluenza sui portali di vendita online convenzionati tende ad aumentare e alcuni articoli specifici possono andare temporaneamente esauriti.
Domande frequenti
Posso usare la carta per comprare libri scolastici del liceo per un fratello minore?
No, l’acquisto deve essere effettuato dal titolare della carta per uso personale. Non è previsto l’utilizzo per acquisti destinati a terzi, anche se familiari conviventi.
La Carta della Cultura Giovani e la Carta del Merito hanno lo stesso codice o sono due carte fisicamente separate?
Sono due misure distinte gestite sullo stesso portale digitale: non esiste una carta fisica, gli importi sono gestiti come crediti virtuali collegati al tuo profilo, utilizzabili sia online che tramite QR code in negozio.
Se ho un ISEE sopra i 35.000 euro posso comunque avere la Carta del Merito?
Sì, la Carta del Merito non ha limiti di ISEE: dipende esclusivamente dal voto di diploma (100 o 100 e lode nell’anno scolastico 2024/2025), non dalla situazione economica della famiglia.
Cosa succede se un negozio convenzionato rifiuta di accettare la carta per un acquisto che rientra nella lista consentita?
In caso di problemi con un esercente convenzionato, la procedura corretta è segnalare l’accaduto tramite il portale ufficiale, che gestisce anche l’assistenza per problemi di questo tipo con i punti vendita aderenti.
Bonus stabilizzazioni 2026 è l’incentivo che azzera completamente i contributi previdenziali per le aziende che trasformano un contratto a termine in un contratto a tempo indeterminato tra il 1° agosto e il 31 dicembre 2026, a patto che il lavoratore abbia meno di 35 anni. Le istruzioni operative sono arrivate dall’INPS con la Circolare n. 72 del 3 luglio 2026, che ha finalmente chiarito requisiti e modalità di richiesta dopo mesi di attesa da parte di aziende e consulenti del lavoro.
📌 Articolo in breve
Le aziende private (comprese quelle agricole) che stabilizzano un lavoratore under 35 con contratto a tempo indeterminato tra agosto e dicembre 2026 ottengono l’esonero totale dai contributi previdenziali per 24 mesi, fino a un massimo di 500 euro al mese per lavoratore. Serve un incremento occupazionale netto e nessun licenziamento recente collegato. La domanda si fa online sul portale INPS.
⚠️ Disclaimer: Le informazioni contenute in questo articolo hanno scopo puramente informativo. Non costituiscono consulenza fiscale, previdenziale o giuslavoristica personalizzata. Prima di procedere con una trasformazione contrattuale verifica la tua situazione specifica con un consulente del lavoro.
La misura nasce dall’articolo 4 del decreto-legge 30 aprile 2026, n. 62, convertito con modificazioni dalla legge 25 giugno 2026, n. 112 — lo stesso provvedimento che ha introdotto anche misure sul salario e sul contrasto al caporalato digitale. Il testo prevedeva il principio generale, ma senza le istruzioni operative dell’INPS le aziende non potevano ancora presentare domande concrete. La Circolare INPS n. 72 del 3 luglio 2026 ha sciolto questo nodo, definendo requisiti, procedura telematica e modalità di calcolo dell’esonero.
L’obiettivo dichiarato della norma è duplice: da un lato incentivare le aziende a trasformare in stabile un’occupazione che oggi è spesso tenuta a termine anche quando la mansione sarebbe strutturale, dall’altro dare una spinta concreta all’occupazione giovanile, categoria che in Italia fatica più delle altre ad accedere a contratti stabili nei primi anni di carriera.
I requisiti del lavoratore
Il beneficio riguarda esclusivamente lavoratori che, alla data della trasformazione, non hanno ancora compiuto 35 anni — il limite esatto indicato dall’INPS è 34 anni e 364 giorni. Non basta però l’età: il lavoratore deve anche non essere mai stato occupato a tempo indeterminato in precedenza, in nessuna azienda, per l’intera durata della sua vita lavorativa. Chi ha già avuto anche un solo contratto stabile in passato, anche breve o in un altro settore, perde il diritto all’agevolazione per quella trasformazione.
Il contratto a termine da trasformare deve inoltre essere stato costituito entro il 30 aprile 2026 e avere una durata complessiva, sommando eventuali proroghe, non superiore a 12 mesi. Questo esclude i rapporti a termine più lunghi, tipicamente quelli già vicini alla scadenza naturale o già rinnovati più volte.
I requisiti dell’azienda
Sul fronte datoriale, il requisito centrale è l’incremento occupazionale netto: l’azienda deve avere, dopo la trasformazione, un numero di dipendenti superiore alla media dei 12 mesi precedenti, calcolato in Unità di Lavoro Annuo (ULA) secondo i criteri del regolamento UE 651/2014. In pratica non basta trasformare un contratto esistente sostituendo altrove: serve una crescita reale della base occupazionale.
L’azienda non deve inoltre aver effettuato licenziamenti individuali per giustificato motivo oggettivo o collettivi nella stessa unità produttiva nei sei mesi precedenti la trasformazione, e si impegna a non licenziare per lo stesso motivo, nei sei mesi successivi, né il lavoratore stabilizzato né un altro lavoratore con la stessa qualifica nella medesima unità produttiva. Chi viola questo vincolo perde il beneficio e deve restituire quanto già ottenuto.
Quanto vale davvero l’esonero: tre esempi concreti
L’esonero copre il 100% dei contributi previdenziali a carico del datore di lavoro, esclusi premi e contributi INAIL, con un tetto massimo di 500 euro al mese per lavoratore (16,12 euro al giorno per i rapporti che iniziano o terminano a metà mese), per un massimo di 24 mesi.
Vediamo tre casi concreti. Per un impiegato con retribuzione lorda mensile di 1.800 euro, i contributi ordinari a carico azienda si aggirano intorno ai 540 euro al mese: in questo caso l’esonero copre l’intero importo fino al tetto di 500 euro, con un risparmio annuo vicino ai 6.000 euro. Per un operaio con retribuzione lorda di 1.500 euro, i contributi a carico azienda sono circa 450 euro al mese: qui l’esonero copre tutto, senza toccare il tetto massimo, per un risparmio di 5.400 euro l’anno. Per un quadro con retribuzione lorda di 3.000 euro, i contributi a carico azienda superano gli 900 euro mensili: in questo caso l’esonero si ferma al tetto di 500 euro al mese, quindi il risparmio reale è di 6.000 euro l’anno, non l’intero importo contributivo teoricamente dovuto.
Su 24 mesi, il risparmio complessivo per un’azienda che stabilizza un giovane con retribuzione medio-bassa può quindi avvicinarsi ai 12.000 euro per singolo lavoratore, un incentivo tutt’altro che simbolico per una piccola o media impresa.
Calcola il risparmio della tua azienda
Inserisci la retribuzione lorda mensile del lavoratore che vuoi stabilizzare per stimare subito quanto risparmi ogni mese, ogni anno e sull’intera durata dell’esonero di 24 mesi.
ℹ️ Il calcolo stima i contributi a carico azienda come circa il 30% della retribuzione lorda, una media indicativa: l’aliquota reale varia in base al settore e all’inquadramento contrattuale. Per l’importo esatto verifica con il tuo consulente del lavoro o il cedolino ufficiale.
Confronto con altri incentivi assunzione attivi nel 2026
Il bonus stabilizzazioni non è l’unico incentivo all’assunzione disponibile nel 2026, e vale la pena capire come si posiziona rispetto agli altri. L’esonero contributivo per le donne svantaggiate resta attivo con percentuali e tetti diversi, generalmente meno generosi in termini di percentuale di esonero ma applicabile a una platea più ampia di età. Gli incentivi per l’assunzione di percettori di Assegno di Inclusione prevedono esoneri interessanti ma legati a una condizione di svantaggio specifica del lavoratore, non all’età.
Rispetto a queste misure, il bonus stabilizzazioni si distingue per la percentuale di esonero (100%, la più alta tra gli incentivi attualmente disponibili) ma è più stringente sui requisiti: la finestra temporale è breve (solo cinque mesi, agosto-dicembre 2026), il lavoratore non deve aver mai avuto un contratto stabile, e l’azienda deve dimostrare un incremento occupazionale netto reale, condizione che esclude le semplici sostituzioni di personale in uscita.
Come e quando fare domanda
La domanda va presentata esclusivamente in via telematica attraverso il Portale delle Agevolazioni (ex DiResCo) sul sito INPS, nella sezione dedicata al Decreto Lavoro 2026 e all’incentivo stabilizzazione. Il modulo richiede i dati del lavoratore, gli estremi del contratto a termine originario e la data della trasformazione, oltre all’autocertificazione dei requisiti relativi all’incremento occupazionale e all’assenza di licenziamenti nei sei mesi precedenti.
È fondamentale presentare la domanda prima di applicare l’esonero nel flusso Uniemens, perché l’INPS effettua un controllo preventivo di ammissibilità: solo dopo l’esito positivo l’azienda può applicare concretamente lo sgravio nei mesi successivi. Le trasformazioni effettuate ad agosto, quindi, andrebbero preparate con la domanda già pronta per non perdere mesi di esonero per ritardi puramente burocratici.
Gli errori che fanno perdere il beneficio
L’errore più comune, secondo quanto segnalato dai consulenti del lavoro che hanno già analizzato la circolare, riguarda proprio il concetto di incremento occupazionale netto: molte aziende pensano che basti non essere scese di organico, mentre la norma richiede un aumento effettivo rispetto alla media dei 12 mesi precedenti, calcolato con un metodo tecnico (ULA) che non coincide semplicemente con il numero di teste in azienda in un giorno preciso.
Un secondo errore frequente riguarda la storia lavorativa del dipendente: molte aziende non verificano a fondo se il lavoratore abbia già avuto, anche anni prima e in un settore completamente diverso, un contratto a tempo indeterminato. Basta un solo rapporto di questo tipo, anche di poche settimane, per escludere il lavoratore dal beneficio, e l’azienda che applica l’esonero senza aver verificato questo aspetto rischia di doverlo restituire con sanzioni in caso di controllo successivo.
Checklist pratica per l’azienda prima di procedere
Prima di avviare una trasformazione contrattuale contando su questo incentivo, conviene verificare punto per punto alcuni elementi che l’INPS controlla in fase di istruttoria. Primo: ricostruire con precisione la storia lavorativa del dipendente, chiedendo l’estratto conto contributivo INPS del lavoratore stesso, l’unico modo per essere davvero certi che non abbia mai avuto un contratto a tempo indeterminato in passato, anche in un’altra azienda o settore. Secondo: calcolare la media occupazionale ULA dei 12 mesi precedenti con l’aiuto di un consulente del lavoro, perché è il parametro tecnico su cui si basa la verifica dell’incremento netto, e un errore di calcolo in questa fase è la causa più comune di rigetto della domanda.
Terzo: verificare che non ci siano stati licenziamenti per giustificato motivo oggettivo o collettivi nella stessa unità produttiva nei sei mesi precedenti, includendo anche unità produttive diverse se l’azienda ha più sedi collegate alla stessa matricola INPS. Quarto: preparare la domanda telematica con congruo anticipo rispetto alla data di trasformazione effettiva, dato che l’esonero si applica solo dopo l’esito positivo dell’istruttoria preventiva, e i tempi di risposta dell’INPS non sono istantanei.
La tempistica concreta di una trasformazione tipo
Per capire come si svolge in pratica il percorso, immaginiamo un’azienda che vuole stabilizzare un giovane assunto a termine a marzo 2026 e vuole procedere il prima possibile. La finestra utile per la trasformazione agevolata si apre il 1° agosto 2026: l’azienda dovrebbe quindi predisporre la documentazione (estratto contributivo del lavoratore, calcolo ULA, verifica assenza licenziamenti) già nel mese di luglio, in modo da poter presentare la domanda telematica nei primissimi giorni di agosto. Considerando i tempi tecnici di istruttoria dell’INPS, che si aggirano generalmente tra le due e le quattro settimane per pratiche di questo tipo, un’azienda che si muove per tempo può ragionevolmente aspettarsi l’esito entro fine agosto o i primi di settembre, applicando poi l’esonero retroattivamente al flusso Uniemens dal mese della trasformazione.
Chi invece attende dicembre per procedere rischia di beneficiare dell’esonero per pochissimi mesi prima della naturale scadenza della misura, riducendo in modo significativo il risparmio complessivo rispetto ai 24 mesi teoricamente previsti — un altro buon motivo per non rimandare la valutazione a fine anno.
Domande frequenti
Il bonus stabilizzazioni si può cumulare con altri incentivi assunzione?
No, gli incentivi per l’assunzione generalmente non sono cumulabili tra loro sullo stesso rapporto di lavoro. Se un lavoratore rientra anche in un’altra categoria agevolata, l’azienda deve scegliere quale incentivo applicare, valutando quale sia più conveniente nel caso specifico.
Cosa succede se l’azienda licenzia il lavoratore stabilizzato dopo 8 mesi?
Se il licenziamento avviene per giustificato motivo oggettivo entro i primi sei mesi dalla trasformazione, l’azienda perde il diritto al beneficio e deve restituire quanto già percepito. Dopo i sei mesi, il vincolo si allenta, ma resta comunque prudente valutare l’impatto di un licenziamento successivo con un consulente.
Il lavoratore autonomo o il collaboratore occasionale può accedere a questo incentivo se assunto a tempo indeterminato?
No, il beneficio riguarda esclusivamente la trasformazione di un contratto di lavoro subordinato a tempo determinato in contratto subordinato a tempo indeterminato. Le collaborazioni autonome o occasionali trasformate in lavoro dipendente non rientrano nella fattispecie agevolata descritta dalla circolare.
Le aziende agricole possono accedere al bonus stabilizzazioni?
Sì, la circolare INPS specifica che il beneficio si applica a tutti i datori di lavoro privati, incluso il settore agricolo, indipendentemente dal fatto che assumano o meno la qualifica di imprenditori.
Per un quadro più ampio sugli incentivi al lavoro attivi nel 2026, leggi anche la nostra guida al assegno di inclusione 2026.
I conti deposito a luglio 2026 restano tra gli strumenti di risparmio più cercati dagli italiani, e il rialzo dei tassi BCE deciso a giugno ha spinto verso l’alto anche le remunerazioni offerte dalle banche sui conti vincolati. Chi cerca un parcheggio sicuro per la liquidità, senza il rischio di un ETF azionario o la burocrazia di un collocamento BTP, trova oggi condizioni leggermente migliori rispetto al mese scorso. Questa guida confronta le offerte reali disponibili questo mese, calcola il rendimento netto dopo le tasse e spiega quando un conto deposito conviene davvero rispetto a un titolo di Stato.
📌 Articolo in breve
I migliori conti deposito vincolati a 12 mesi offrono a luglio 2026 tassi lordi tra il 3,70% e il 4,30%. Il rendimento netto, dopo l’imposta sostitutiva del 26%, scende tra il 2,73% e il 3,18%. Il capitale è protetto fino a 100.000 euro dal Fondo Interbancario di Tutela dei Depositi. Conviene rispetto ai BTP soprattutto sulle scadenze brevi, fino a 12 mesi.
⚠️ Disclaimer: Le informazioni contenute in questo articolo hanno scopo puramente informativo e divulgativo. Non costituiscono consulenza finanziaria, fiscale o di investimento personalizzata. Prima di prendere decisioni finanziarie consulta un consulente finanziario indipendente o un professionista abilitato.
🗓 Ultimo aggiornamento: luglio 2026 — Tassi verificati sui siti ufficiali delle banche e su Raisin.it al 4 luglio 2026. Prossimo aggiornamento: agosto 2026.
Il conto deposito è un prodotto bancario semplice: depositi una somma per un periodo prefissato, che va da un mese a cinque anni, e in cambio ricevi un interesse fisso stabilito al momento dell’apertura. Non c’è gestione attiva, non ci sono commissioni di negoziazione, non serve seguire i mercati. È lo strumento più vicino al concetto di “risparmio parcheggiato” che esista nel sistema bancario italiano.
Esistono due varianti principali, e la differenza tra le due cambia parecchio la strategia con cui usarle. Il conto vincolato non permette di prelevare prima della scadenza, o lo permette solo perdendo in tutto o in parte gli interessi maturati: in cambio offre i tassi più alti del mercato. Il conto libero, chiamato anche svincolabile, consente di prelevare in qualsiasi momento senza penali, ma paga un tasso più basso. Molti risparmiatori italiani usano il libero come alternativa al conto corrente per la liquidità che non serve nell’immediato ma che vogliono comunque poter recuperare in fretta.
Perché i tassi sono saliti a luglio 2026
A giugno la BCE ha alzato i tassi di riferimento, invertendo il ciclo di allentamento monetario che aveva caratterizzato il biennio 2024-2025. Le banche italiane ed europee hanno reagito nel giro di poche settimane alzando anche le remunerazioni offerte sui conti deposito, soprattutto sulle scadenze vincolate a 6 e 12 mesi, dove la concorrenza tra istituti è più accesa. Non tutte le banche hanno adeguato i tassi con la stessa velocità: le fintech e le banche digitali, che competono principalmente sul prezzo per acquisire nuovi clienti, sono state generalmente le prime a muoversi.
Per chi ha aperto un conto deposito a maggio o giugno con un tasso bloccato, la buona notizia è relativa: il tasso resta quello sottoscritto fino alla scadenza, quindi non si beneficia automaticamente dei rialzi successivi. Chi invece deve ancora scegliere dove parcheggiare la liquidità trova oggi condizioni più favorevoli rispetto anche solo a un mese fa.
I migliori conti deposito vincolati a 12 mesi
Le offerte più competitive di luglio 2026 per i vincoli annuali si trovano principalmente tra banche online italiane e piattaforme che aggregano conti di banche europee. La tabella riporta i tassi lordi comunicati dagli istituti e il relativo netto dopo l’imposta sostitutiva del 26%.
Banca / Piattaforma
Tasso lordo
Tasso netto
Apertura minima
Raisin.it (banche UE partner)
4,30%
3,18%
1.000 €
Banca Progetto
4,10%
3,03%
1.000 €
Illimity Bank
4,00%
2,96%
500 €
Banca Sistema
3,95%
2,92%
1.000 €
CheBanca!
3,70%
2,73%
500 €
Raisin resta la piattaforma con i tassi più alti perché aggrega offerte di banche europee di piccole e medie dimensioni che, per attrarre depositi dall’estero, pagano un premio rispetto agli istituti italiani. Il meccanismo di protezione del capitale resta equivalente al Fondo Interbancario di Tutela dei Depositi italiano, ma è garantito dal fondo del paese di origine della banca: un dettaglio da verificare sempre prima di aprire il conto.
Vincolati a 6 mesi
Su un orizzonte più breve i tassi scendono, ma restano interessanti per chi non vuole immobilizzare la liquidità per un anno intero. A luglio 2026 le condizioni migliori si aggirano tra il 3,00% e il 3,70% lordo, con Raisin di nuovo in testa e Illimity Bank e Banca Progetto poco sotto. Il vincolo a 6 mesi è la scelta più diffusa tra chi ha una spesa programmata a fine anno, ad esempio per lavori in casa o per l’acconto di un acquisto importante, e vuole comunque far fruttare i soldi nel frattempo.
Conti liberi (svincolabili)
I conti liberi pagano meno, tra l’1,70% e il 2,70% lordo a luglio 2026, ma permettono di prelevare in qualsiasi momento senza penali. Il Conto Arancio di ING e il Conto Contoconto di Fineco restano tra i più usati per questa funzione: non sono pensati per massimizzare il rendimento, ma per non lasciare la liquidità a interesse zero su un conto corrente mentre si decide cosa farne. È lo strumento giusto per il fondo di emergenza, quella somma pari a 3-6 mesi di spese che gli esperti di finanza personale consigliano di tenere sempre a portata di mano.
Quanto rende davvero: il calcolo netto
Gli interessi sui conti deposito sono tassati al 26% con imposta sostitutiva, applicata direttamente dalla banca. Facciamo un esempio concreto su 10.000 euro vincolati a 12 mesi al tasso più alto della tabella, il 4,30% lordo di Raisin: gli interessi lordi maturati in un anno sono 430 euro. Sottraendo il 26% di imposta, pari a 111,80 euro, restano 318,20 euro netti. Il rendimento netto effettivo è quindi il 3,18% annuo, non il 4,30% pubblicizzato: una differenza che vale la pena tenere sempre a mente quando si confrontano le offerte tra loro.
Conto deposito o BTP: quale conviene
I titoli di Stato italiani godono di una tassazione agevolata al 12,5% invece del 26%, un vantaggio che in teoria li rende più efficienti fiscalmente. Nella pratica, però, il confronto dipende dal tasso lordo di partenza e dalla scadenza. Un conto deposito al 4,30% lordo rende il 3,18% netto; un BTP a 12 mesi dovrebbe offrire un rendimento lordo superiore al 3,63% per battere quella cifra al netto della tassazione agevolata, e sui titoli di Stato a breve termine questo non sempre accade. Sulle scadenze più lunghe, tre o cinque anni, il vantaggio fiscale dei BTP diventa più significativo e spesso ribalta il confronto a loro favore. Per capire nel dettaglio quale opzione conviene nel proprio caso specifico, è utile passare i propri numeri nel calcolatore conto deposito vs BTP vs BOT, che confronta il rendimento netto reale delle diverse opzioni.
Dove aprire un conto deposito
Raisin.it resta la scelta più comoda per chi vuole confrontare in un solo posto le offerte di più banche europee: bastano un’identificazione e un conto corrente di appoggio per aprire il deposito, senza dover aprire un conto corrente completo presso ciascuna banca. ConfrontaConti.it e i comparatori simili aggiornano i tassi settimanalmente e sono utili per un controllo veloce prima di decidere. In alternativa, molte banche riservano le offerte migliori ai clienti già attivi o come promozione di benvenuto per i nuovi clienti che aprono anche un conto corrente: chi sta già valutando di cambiare banca può leggere il confronto aggiornato dei migliori conti correnti online di luglio 2026 per vedere se conviene abbinare le due scelte.
Rischi e protezioni
I conti deposito presso banche italiane sono protetti dal Fondo Interbancario di Tutela dei Depositi (FITD) fino a 100.000 euro per depositante per banca. Se hai più di 100.000 euro da depositare, la strategia più prudente è distribuirli su più banche per mantenere la copertura piena su ciascuna somma. Per le banche europee accessibili tramite piattaforme come Raisin, la protezione equivalente è garantita dal fondo di tutela del paese di origine della banca, di solito con lo stesso tetto di 100.000 euro: vale comunque la pena verificarlo scheda per scheda prima di aprire il conto, perché le tempistiche di rimborso in caso di dissesto possono variare da paese a paese.
Nota della redazione
📝 Nota della redazione
Abbiamo confrontato le condizioni pubblicate sui siti ufficiali di cinque banche e su Raisin.it nella prima settimana di luglio 2026. Il dato che salta più all’occhio rispetto al mese scorso è la velocità con cui le fintech hanno rialzato i tassi dopo la mossa della BCE: Illimity e Banca Progetto hanno aggiornato le condizioni entro una decina di giorni dalla decisione, mentre alcune banche tradizionali a fine giugno mostravano ancora i tassi pre-rialzo sui loro siti. Un dettaglio pratico: prima di aprire un conto vale sempre la pena controllare la data di ultimo aggiornamento della pagina prodotto della banca, non solo il tasso esposto.
Domande frequenti
Conviene un conto deposito o un BTP nel 2026?
Per scadenze brevi, fino a 12 mesi, i conti deposito con tassi sopra il 3,70% lordo battono generalmente i BTP equivalenti nonostante la tassazione meno favorevole. Per scadenze lunghe, tre o cinque anni, i BTP diventano più competitivi grazie all’aliquota agevolata del 12,5%.
Posso avere più conti deposito contemporaneamente?
Sì. Non esiste un limite al numero di conti deposito apribili, anche presso la stessa banca. Molti risparmiatori ne aprono diversi con scadenze scaglionate, una strategia nota come “scala dei depositi”, per avere liquidità disponibile a intervalli regolari.
Gli interessi del conto deposito vanno dichiarati nel 730?
No. La banca applica direttamente l’imposta sostitutiva del 26% e accredita il netto. Non c’è nulla da inserire nella dichiarazione dei redditi.
Cosa succede se ho bisogno dei soldi prima della scadenza di un conto vincolato?
Dipende dalle condizioni contrattuali della singola banca: alcune permettono lo svincolo anticipato perdendo tutti gli interessi maturati, altre applicano una penale proporzionale al tempo mancante alla scadenza. Va sempre verificato nel foglio informativo prima di sottoscrivere, non dopo.
Attestato di rischio europeo: dal 2026 cambia il documento che ogni assicurato riceve quando disdice o rinnova la propria polizza RC auto, quello che riassume la storia dei sinistri e la classe di merito accumulata negli anni. Il nuovo modello, introdotto con il Regolamento IVASS n. 58 del 10 febbraio 2026, allinea l’Italia a uno standard comune europeo, ma con un accorgimento pensato apposta per non far sparire il nostro sistema Bonus Malus.
📌 Articolo in breve
Il nuovo attestato di rischio europeo, in vigore dal 2026, uniforma il documento sui sinistri auto allo standard UE (Regolamento 2024/1855) ma include una “Sezione F” italiana che preserva le informazioni sul Bonus Malus nazionale. Serve soprattutto a chi cambia compagnia assicurativa, in Italia o all’estero.
⚠️ Disclaimer: Le informazioni contenute in questo articolo hanno scopo puramente informativo. Non costituiscono consulenza assicurativa personalizzata. Per la propria situazione specifica verifica sempre le condizioni con la propria compagnia assicurativa o con IVASS.
L’attestato di rischio è il documento che ogni compagnia assicurativa rilascia obbligatoriamente quando una polizza RC auto scade o viene disdetta, riassumendo la storia dei sinistri con responsabilità dell’assicurato negli ultimi cinque anni e la classe di merito raggiunta. È il documento che permette a una nuova compagnia di valutare correttamente il rischio e applicare la classe bonus malus corretta, evitando che chi ha un buon storico debba ripartire da una classe più sfavorevole solo per aver cambiato assicuratore.
Fino a oggi ogni paese europeo aveva un proprio formato, con informazioni presentate in modo diverso da stato a stato: una discrepanza che rendeva complicato, per chi si trasferiva o assicurava un veicolo in un altro paese UE, far valere correttamente la propria storia assicurativa pregressa.
Cosa cambia con il Regolamento IVASS n. 58
Il Regolamento IVASS n. 58 del 10 febbraio 2026 introduce un modello di attestato di rischio allineato al Regolamento europeo 2024/1855, che stabilisce un formato comune per tutti i paesi membri. L’obiettivo dichiarato dall’Unione Europea è rendere l’attestato di rischio immediatamente comprensibile e utilizzabile da qualsiasi compagnia assicurativa europea, indipendentemente dal paese di provenienza dell’assicurato.
Questa uniformità dovrebbe ridurre i casi, non rari in passato, in cui una compagnia estera non riconosceva correttamente lo storico di un assicurato italiano trasferitosi all’estero, costringendolo di fatto a ripartire da una classe di rischio più alta nonostante anni di guida senza sinistri.
La Sezione F e il Bonus Malus italiano
Il problema del passaggio a un formato europeo standard è che il sistema Bonus Malus italiano, con le sue 18 classi di merito, non ha un equivalente diretto negli altri paesi europei, molti dei quali usano sistemi di classificazione del rischio diversi o assenti del tutto. Per questo motivo il nuovo attestato include una “Sezione F” aggiuntiva, specifica per il mercato italiano, che preserva integralmente le informazioni sulla classe di merito nazionale accanto ai dati standardizzati richiesti dal regolamento europeo.
In pratica, chi resta assicurato in Italia continuerà a vedere la propria classe Bonus Malus esattamente come prima, con l’aggiunta di un formato più ricco di informazioni comparabili a livello europeo, utile principalmente in caso di trasferimento o assicurazione di un veicolo in un altro paese dell’Unione.
Quando ti serve davvero questo documento
L’attestato di rischio diventa rilevante soprattutto in due momenti: quando cambi compagnia assicurativa, per dimostrare alla nuova compagnia lo storico di sinistri e ottenere la classe di merito corretta, e quando vendi un veicolo per il quale vuoi trasferire la classe di merito su un’auto nuova o su quella di un familiare convivente, una pratica comune per abbassare il costo assicurativo di un neopatentato in famiglia.
La compagnia è tenuta a fornire l’attestato entro pochi giorni dalla richiesta o dalla scadenza della polizza, in formato digitale nella maggior parte dei casi, consultabile anche tramite l’area riservata online del proprio assicuratore.
Cosa significa per chi si assicura all’estero
Per chi si trasferisce in un altro paese UE e deve assicurare un veicolo lì, il nuovo formato standardizzato dovrebbe rendere più semplice far valere lo storico di guida accumulato in Italia, riducendo il rischio che la compagnia estera applichi automaticamente una classe di rischio di partenza sfavorevole per mancanza di dati comparabili. Resta comunque buona norma richiedere l’attestato di rischio aggiornato prima di trasferirsi, portandolo con sé insieme agli altri documenti assicurativi.
Anche chi acquista un’auto usata da un venditore che si è trasferito dall’estero potrebbe beneficiare di questa maggiore uniformità, con una lettura più semplice dello storico assicurativo del veicolo se disponibile.
Domande frequenti
Devo richiedere io il nuovo attestato o me lo manda la compagnia?
La compagnia è tenuta a fornirlo automaticamente alla scadenza o disdetta della polizza, ma puoi sempre richiederlo esplicitamente se ti serve in un altro momento.
Il nuovo formato cambia la mia classe di merito attuale?
No, la classe di merito resta invariata: cambia solo il formato del documento che la certifica, con l’aggiunta di informazioni standardizzate a livello europeo.
Serve per forza se resto assicurato sempre in Italia?
Per chi cambia compagnia restando in Italia il documento serve comunque, ma il contenuto sostanziale per la classe Bonus Malus resta quello di sempre, ora presentato con un formato più esteso.
Per il testo completo del regolamento puoi consultare il sito di IVASS.