Meta AI a pagamento diventa realtà: l’azienda di Mark Zuckerberg ha iniziato a introdurre nuovi piani a pagamento, chiamati Plus, che uniscono funzionalità extra su Facebook, Instagram e WhatsApp a un abbonamento dedicato alle funzioni più avanzate di Meta AI. È un cambio di rotta significativo per un’azienda che ha sempre basato il proprio modello di business quasi esclusivamente sulla pubblicità.
📌 Articolo in breve
Meta sta lanciando piani Plus a pagamento che sbloccano funzioni avanzate di intelligenza artificiale su Facebook, Instagram e WhatsApp. Le versioni gratuite delle app restano disponibili con le funzioni di base di Meta AI, mentre le funzionalità più sofisticate richiederanno un abbonamento mensile.
Fino a oggi Meta AI, l’assistente basato su intelligenza artificiale integrato in Facebook, Instagram e WhatsApp, è stato distribuito gratuitamente a tutti gli utenti, con l’obiettivo dichiarato di aumentare il tempo trascorso sulle piattaforme e, di conseguenza, l’esposizione pubblicitaria. Con l’introduzione dei piani Plus, Meta segue una strada già percorsa da altre aziende del settore, offrendo un livello superiore di funzionalità riservato a chi paga un canone mensile.
Non si tratta di un cambiamento drastico per l’utente medio, che continuerà a usare le app esattamente come prima. La differenza si sente soprattutto per chi utilizza Meta AI in modo intensivo, ad esempio per generare immagini in alta risoluzione, avere risposte più lunghe e articolate, o accedere a strumenti di editing avanzati direttamente dentro Instagram.
Cosa include l’abbonamento a pagamento
Secondo le prime informazioni diffuse, il piano Plus include un numero maggiore di generazioni di immagini con l’intelligenza artificiale, priorità nei tempi di risposta durante i picchi di utilizzo, e strumenti di modifica foto e video più sofisticati integrati direttamente nell’app. Per le aziende che usano WhatsApp Business, potrebbero arrivare anche funzioni avanzate di automazione delle risposte tramite Meta AI, un aspetto che potrebbe interessare molte piccole attività italiane che già usano WhatsApp come canale di vendita.
Meta non ha ancora comunicato un prezzo definitivo valido per tutti i mercati, ma le prime indicazioni parlano di un canone mensile paragonabile a quello di altri abbonamenti AI già presenti sul mercato, quindi qualche dollaro o euro al mese, con la possibilità di sconti per chi sceglie la fatturazione annuale.
Cosa resta gratis
È importante chiarire subito un punto che genera spesso confusione: Facebook, Instagram e WhatsApp restano app gratuite. Nessuna funzione di base, come chattare, pubblicare foto o guardare i contenuti nel feed, verrà spostata dietro un abbonamento. Anche Meta AI, nella sua versione standard, continuerà a rispondere gratuitamente alle domande più comuni. Il piano Plus riguarda esclusivamente le funzionalità avanzate, pensate per un uso più intensivo o professionale dello strumento.
Perché Meta fa questa scelta ora
Il motivo principale è economico. Far girare modelli di intelligenza artificiale avanzati ha un costo infrastrutturale enorme, legato soprattutto alla potenza di calcolo necessaria per generare immagini, video e risposte complesse su scala di miliardi di utenti. Offrire queste funzioni gratuitamente a tutti, senza alcuna forma di monetizzazione diretta, non è sostenibile nel lungo periodo nemmeno per un’azienda con le risorse di Meta. Introdurre un livello a pagamento permette di recuperare parte di questi costi dagli utenti più esigenti, mantenendo comunque gratuita l’esperienza di base per la stragrande maggioranza delle persone.
Quando arriva in Italia
Al momento della stesura di questo articolo, i piani Plus risultano in fase di test in un numero limitato di mercati, principalmente negli Stati Uniti. Meta non ha ancora fornito una tempistica precisa per l’espansione in Europa e in Italia. Considerando la strategia di lancio graduale già adottata in passato per altre funzioni di Meta AI, un arrivo nel nostro Paese entro la fine del 2026 è un’ipotesi plausibile, anche se non ci sono conferme ufficiali.
Domande frequenti
Dovrò pagare per usare WhatsApp o Instagram?
No, le app di base restano gratuite. Solo le funzioni avanzate di Meta AI, come generazione di immagini in alta qualità o strumenti di editing professionali, richiederanno l’abbonamento Plus.
Meta AI smetterà di essere gratuito?
No, la versione standard di Meta AI resta gratuita per tutti. Il piano Plus aggiunge funzionalità extra, non sostituisce quelle già disponibili senza costi.
Quanto costerà l’abbonamento Plus?
Meta non ha ancora comunicato un prezzo ufficiale valido per l’Italia. Le prime indicazioni suggeriscono un canone mensile in linea con altri abbonamenti AI già sul mercato.
GTA 6 Trailer 3 è l’argomento più discusso tra i fan della saga in questi giorni, dopo che diverse fonti vicine a Rockstar Games hanno lasciato intendere che un nuovo video potrebbe arrivare già a luglio 2026. Non si tratterebbe del filmato di gameplay che tutti aspettano, ma di un trailer più orientato alla narrazione, in vista dell’uscita fissata per il 19 novembre 2026 su PlayStation 5 e Xbox Series X|S.
✅ Aggiornamento luglio 2026: il trailer 3 non è arrivato entro luglio come inizialmente previsto dalle prime indiscrezioni. Le fonti più aggiornate del settore (tra cui Forbes, che segue da vicino le comunicazioni di Take-Two) spostano ora l\’attesa a inizio agosto 2026, in concomitanza con la prossima trimestrale di Take-Two Interactive: sarebbe un trailer più orientato al gameplay vero e proprio, con inquadrature sull\’HUD, scene doppiate e nuove location, a differenza dei primi due trailer puramente cinematografici. Nessuna data ufficiale è stata confermata da Rockstar Games.
📌 Articolo in breve
Secondo le indiscrezioni raccolte da diverse testate di settore, il terzo trailer di GTA 6 potrebbe uscire entro luglio, ma senza sequenze di gameplay vero e proprio. Un video con scene di gioco arriverebbe solo alcuni mesi dopo, probabilmente in coincidenza con un evento Take-Two di agosto.
Rockstar Games non ha confermato ufficialmente nulla, e questo va detto chiaramente prima di lasciarsi trasportare dall’entusiasmo. Quello che circola in queste settimane sono ipotesi costruite incrociando i tempi di comunicazione tenuti finora dall’azienda con le dichiarazioni indirette arrivate durante gli ultimi incontri con gli investitori di Take-Two, la casa madre. Il pattern che si è consolidato con i primi due trailer prevedeva un forte anticipo rispetto ai contenuti effettivamente giocabili, e molti addetti ai lavori si aspettano che Rockstar segua la stessa strategia anche questa volta.
Chi segue la saga da tempo ricorderà che anche per GTA 5 il terzo trailer arrivò diversi mesi prima del lancio, concentrandosi più sull’atmosfera e sui personaggi che sulle meccaniche di gioco. Non sorprenderebbe quindi vedere qualcosa di simile anche per Vice City, l’ambientazione confermata di GTA 6.
Perché si parla proprio di luglio
La tempistica non è casuale. Con l’uscita fissata a novembre, un video a metà 2026 permetterebbe a Rockstar di mantenere alta l’attenzione mediatica senza bruciare troppo presto i contenuti più attesi, come le prime sequenze di gameplay reale. Inoltre, l’apertura dei preordini avvenuta il 25 giugno ha già generato un picco di ricerche e discussioni online: un nuovo trailer a distanza di poche settimane servirebbe a cavalcare quell’onda, spingendo ulteriormente le vendite anticipate.
C’è poi un fattore quasi fisiologico: più ci si avvicina a novembre, più cresce la pressione mediatica sull’azienda. Restare completamente in silenzio per mesi, dopo aver aperto i preordini, sarebbe una scelta comunicativa piuttosto insolita per un titolo di questa portata.
Quando arriverà davvero il gameplay
Le stesse fonti che parlano di un trailer narrativo a luglio concordano su un punto: le prime immagini di gameplay vero e proprio, cioè quelle che mostrano l’interfaccia, la guida, le sparatorie e le meccaniche di interazione con la mappa, arriverebbero solo dopo l’estate, probabilmente in corrispondenza di un evento finanziario di Take-Two previsto ad agosto. Questo lascerebbe a Rockstar un margine di circa tre mesi tra la presentazione del gameplay e il lancio effettivo del gioco, un lasso di tempo coerente con le strategie di comunicazione adottate in passato dall’azienda.
Preordini già aperti: la situazione attuale
Va ricordato che, a differenza del trailer, i preordini sono già una realtà concreta: sono stati attivati il 25 giugno 2026, con il prezzo della versione standard fissato a 79,99 dollari e quello dell’edizione Ultimate a 99,99 dollari. In Italia i prezzi corrispondono, IVA inclusa, a cifre molto simili convertite in euro. Chi ha già prenotato la propria copia non deve fare nulla di particolare: eventuali novità sul trailer non modificano le condizioni di preordine già sottoscritte.
Cosa aspettarsi dal contenuto del video
Se le previsioni sui tempi si riveleranno corrette, è probabile che il terzo trailer si concentri su alcuni elementi già emersi nei primi due video: l’ambientazione di Vice City reinterpretata con la grafica di nuova generazione, i due protagonisti Lucia e Jason, e l’atmosfera generale ispirata agli anni duemila più che agli anni ottanta della Miami originale di GTA Vice City. È plausibile anche l’inserimento di qualche breve inquadratura più dinamica, senza però arrivare a mostrare meccaniche di gioco vere e proprie, per non anticipare troppo rispetto al video di gameplay atteso più avanti.
Domande frequenti
Il Trailer 3 di GTA 6 è già uscito?
No, al momento si tratta di indiscrezioni non confermate ufficialmente da Rockstar Games. Le fonti di settore indicano luglio come finestra probabile, ma senza una data precisa.
Il nuovo trailer mostrerà il gameplay?
Secondo le informazioni raccolte finora, il video atteso a luglio sarebbe di tipo narrativo, senza sequenze di gioco vere e proprie. Il gameplay dovrebbe arrivare in un momento successivo, probabilmente ad agosto.
Serve prenotare subito il gioco per essere sicuri di riceverlo il giorno del lancio?
I preordini digitali possono essere precaricati a partire dall’11 novembre 2026, una settimana prima dell’uscita, quindi non c’è un’urgenza particolare legata alla data di lancio in sé, salvo eventuali edizioni fisiche limitate.
Carta Dedicata a Te 2026 torna per il terzo anno consecutivo con un contributo una tantum di 500 euro destinato alle famiglie con ISEE più basso. A differenza di altri bonus, non serve presentare alcuna domanda: sono i Comuni a individuare i beneficiari e ad assegnare automaticamente la carta prepagata, distribuita fisicamente da Poste Italiane. Ecco chi ne ha diritto, come funziona la selezione e quando arrivano i primi accrediti.
📌 Articolo in breve
Contributo di 500 euro su carta prepagata Postepay, riservato a nuclei familiari con ISEE fino a 15.000 euro e almeno tre componenti. Nessuna domanda da presentare: l’assegnazione è automatica da parte del Comune di residenza. Gli accrediti partiranno da ottobre 2026 e la somma andrà spesa entro il 10 ottobre 2027.
⚠️ Disclaimer: Le informazioni contenute in questo articolo hanno scopo puramente informativo. Non costituiscono consulenza fiscale o tributaria. Le normative fiscali cambiano frequentemente: verifica sempre i dati aggiornati sul sito dell’Agenzia delle Entrate o rivolgiti a un commercialista.
La Carta Dedicata a Te è una misura di sostegno al reddito pensata per aiutare le famiglie in difficoltà economica a fronteggiare la spesa alimentare e alcune utenze essenziali. Nata come misura emergenziale, è stata poi confermata anno dopo anno diventando di fatto una misura strutturale, anche se ogni edizione richiede un nuovo decreto attuativo e uno stanziamento specifico in legge di bilancio. Per il 2026 il finanziamento è stato confermato, con l’importo che resta fissato a 500 euro per nucleo familiare beneficiario, distribuiti su una carta prepagata Postepay caricata direttamente dal Ministero dell’Agricoltura, della Sovranità Alimentare e delle Foreste in collaborazione con l’INPS e i Comuni.
Chi ha già ricevuto la carta negli anni scorsi sa che il meccanismo di distribuzione è piuttosto diverso da quello a cui siamo abituati con altri bonus: qui non c’è un portale su cui accedere con SPID, non c’è una domanda da compilare, e la selezione avviene interamente sulla base dei dati che il Comune già possiede tramite le liste anagrafiche e le banche dati ISEE.
Chi ha diritto al contributo
Il requisito principale riguarda l’ISEE: per accedere alla Carta Dedicata a Te il nucleo familiare deve avere un Indicatore della Situazione Economica Equivalente ordinario in corso di validità non superiore a 15.000 euro annui. È fondamentale che l’ISEE sia aggiornato al momento della verifica da parte del Comune, perché un ISEE scaduto o non ancora presentato per il 2026 rischia di escludere automaticamente il nucleo dalla platea dei beneficiari, anche se negli anni precedenti si rientrava nei parametri.
Oltre al limite ISEE, tutti i componenti del nucleo familiare devono risultare iscritti all’Anagrafe della popolazione residente nello stesso Comune. Chi non ha ancora presentato la DSU per il 2026, o ha un ISEE che sta per scadere, farebbe bene a regolarizzare la propria posizione quanto prima: abbiamo verificato che nelle edizioni precedenti i Comuni hanno effettuato le estrazioni dei beneficiari con largo anticipo rispetto alla data di erogazione, quindi aspettare l’ultimo momento comporta il rischio concreto di restare esclusi.
Come funziona l’ordine di priorità
Poiché le risorse stanziate non sono sufficienti a coprire tutte le famiglie che rientrano nel limite ISEE, il decreto stabilisce un ordine di priorità piuttosto rigido. Vengono selezionati per primi i nuclei familiari con almeno tre componenti in cui almeno uno sia nato entro il 31 dicembre 2012, dando precedenza, a parità di condizione, a chi ha l’ISEE più basso. Se restano risorse disponibili, si passa ai nuclei con almeno tre componenti e almeno un membro nato entro il 31 dicembre 2008, sempre con priorità ai redditi più bassi. Solo in un terzo momento, e solo se il fondo non è esaurito, vengono considerati tutti gli altri nuclei con almeno tre componenti, indipendentemente dall’età.
Questo meccanismo penalizza di fatto le famiglie con uno o due componenti, che restano escluse indipendentemente dal livello di ISEE, e premia i nuclei numerosi con figli piccoli o adolescenti. È una differenza importante rispetto ad altri bonus a sportello, dove basta rientrare nei requisiti per ottenere il beneficio: qui anche chi ha un ISEE bassissimo può restare fuori se il proprio Comune esaurisce i fondi prima di arrivare alla sua fascia di priorità.
Come si ottiene (e perché non serve fare domanda)
A differenza di misure come l’Assegno Unico o il Bonus Nuovi Nati, per la Carta Dedicata a Te non esiste alcun modulo da compilare né alcun portale su cui presentare richiesta. È il Comune di residenza a incrociare i dati anagrafici con quelli ISEE e a stilare la graduatoria dei beneficiari secondo i criteri di priorità visti sopra. Chi risulta selezionato riceve una comunicazione, solitamente tramite lettera o SMS a seconda dell’organizzazione del proprio Comune, con le indicazioni su dove e quando ritirare la carta fisica presso gli uffici postali.
Proprio perché il processo è completamente automatico, capita spesso che alcune famiglie che avrebbero diritto al beneficio non vengano nemmeno a saperlo, semplicemente perché non seguono le comunicazioni del proprio Comune. Il consiglio pratico è controllare periodicamente l’albo pretorio online del Comune di residenza e la propria pagina anagrafica, oltre a verificare la validità dell’ISEE tramite l’INPS.
Importo e come si può spendere
Il contributo ammonta a 500 euro complessivi, erogati in un’unica soluzione sulla carta prepagata. La somma può essere utilizzata esclusivamente per l’acquisto di beni alimentari di prima necessità nei punti vendita convenzionati, che includono la gran parte della grande distribuzione organizzata e molti negozi di alimentari di quartiere aderenti al circuito. A differenza di altre edizioni passate, dove era possibile utilizzare parte del contributo anche per il carburante, per il 2026 questa opzione risulta esclusa: la carta resta vincolata alla sola spesa alimentare.
Quando arrivano gli accrediti
Le prime informazioni ufficiali indicano che l’accredito sulle carte dei beneficiari partirà da ottobre 2026. Non è stata ancora comunicata una data precisa di inizio, ma sulla base delle edizioni precedenti è probabile che le erogazioni vengano scaglionate su base regionale nell’arco di alcune settimane. Il termine ultimo per utilizzare l’intero importo è fissato al 10 ottobre 2027: chi non consuma il credito entro questa data lo perde, senza possibilità di proroga.
Domande frequenti
Devo fare domanda per ricevere la Carta Dedicata a Te 2026?
No. L’assegnazione è automatica e viene gestita interamente dal Comune di residenza sulla base dei dati ISEE e anagrafici già in possesso dell’amministrazione. Non esiste un portale su cui presentare richiesta.
Qual è l’ISEE massimo per avere diritto al contributo?
Il limite è fissato a 15.000 euro di ISEE ordinario in corso di validità. Superato questo tetto, il nucleo familiare è automaticamente escluso dalla platea dei beneficiari.
Chi ha un solo figlio o vive da solo può ricevere la carta?
Il beneficio è riservato ai nuclei familiari con almeno tre componenti. Le famiglie più piccole restano escluse indipendentemente dal livello di ISEE, salvo diverse indicazioni in un futuro decreto attuativo.
Cosa succede se non spendo tutto l’importo entro la scadenza?
La somma residua non utilizzata entro il 10 ottobre 2027 viene persa. Non è previsto alcun rimborso né la possibilità di richiedere una proroga individuale.
GPT-5.6 è la nuova famiglia di modelli annunciata da OpenAI, composta da tre varianti chiamate Sol, Terra e Luna. Per ora è accessibile solo a una ventina di organizzazioni selezionate, ma l’azienda ha già fatto sapere che l’arrivo per il pubblico è previsto nelle prossime settimane. La cosa che ha fatto più discutere non è tanto la potenza dei modelli, quanto il fatto che OpenAI abbia condiviso i piani di rilascio direttamente con il governo degli Stati Uniti prima ancora di renderli pubblici.
📌 Articolo in breve
OpenAI ha presentato GPT-5.6 in tre versioni: Sol (il modello di punta, pensato per coding e sicurezza informatica), Terra (equilibrato, per uso aziendale) e Luna (veloce ed economico, per compiti quotidiani). Al momento sono disponibili solo per circa 20 partner selezionati. I prezzi vanno da 1 dollaro per milione di token in input con Luna fino a 30 dollari per milione di token in output con Sol.
Fino a poco tempo fa OpenAI numerava i suoi modelli in modo lineare: GPT-4, GPT-5, GPT-5.5. Con la versione 5.6 l’azienda ha deciso di dare un nome proprio a ciascuna variante, probabilmente per rendere più chiaro al pubblico quale modello scegliere in base al compito da svolgere. Sol è il modello di punta, progettato per i problemi più complessi: programmazione avanzata, ricerca sulla sicurezza informatica, ragionamento su più passaggi. Terra si colloca a metà strada, pensato per un uso aziendale ad alto volume come l’assistenza clienti o l’analisi di documenti. Luna, infine, è la versione più leggera, indicata per riassunti, bozze veloci e automazioni ripetitive.
Non è la prima volta che un’azienda di intelligenza artificiale sceglie nomi evocativi invece di sigle tecniche. Anthropic lo aveva già fatto con le sue famiglie di modelli, e Google segue una logica simile con le varianti di Gemini. La scelta di OpenAI sembra andare nella stessa direzione: rendere immediatamente comprensibile, anche a chi non mastica benchmark tecnici, quale modello convenga usare per un determinato lavoro.
Le differenze tra i tre modelli
Sol introduce quella che OpenAI chiama modalità “Massimo”, un meccanismo di ragionamento più profondo che si affianca a una modalità “Ultra” capace di sfruttare sub-agenti per velocizzare lavori complessi suddividendoli in più parti gestite in parallelo. Secondo i primi dati diffusi dall’azienda, Sol stabilisce un nuovo record su Terminal-Bench 2.1, uno dei benchmark più seguiti per misurare le capacità di un modello negli ambienti da riga di comando, e risulta il modello OpenAI più performante di sempre nei test legati alla ricerca di vulnerabilità informatiche.
Terra punta invece sull’efficienza: le prestazioni sono comparabili a quelle di GPT-5.5, ma con un costo dimezzato. È il modello che la maggior parte delle aziende italiane che integrano l’AI nei propri strumenti finirà probabilmente per adottare, proprio perché offre un buon compromesso tra qualità della risposta e spesa mensile. Luna chiude la fascia bassa: meno sofisticato degli altri due, ma sufficiente per la stragrande maggioranza dei compiti di scrittura quotidiana, ed è pensato per chi ha bisogno di generare grandi volumi di testo senza spendere una fortuna in token.
Quanto costano e chi può usarli ora
I prezzi comunicati da OpenAI per l’accesso via API sono chiari e permettono un confronto diretto. Sol costa 5 dollari per milione di token in input e 30 dollari per milione di token in output. Terra scende a 2,50 dollari in input e 15 in output. Luna, il più economico, si ferma a 1 dollaro in input e 6 in output. Per fare un paragone concreto: generare un articolo di circa 1.500 parole con Luna costa oggi una frazione di centesimo di dollaro, mentre lo stesso compito affidato a Sol, pur non necessario per un testo semplice, costerebbe diverse volte tanto.
Per il momento, però, questi prezzi restano teorici per la maggior parte degli utenti: l’accesso è limitato a circa venti organizzazioni scelte da OpenAI come partner di anteprima. Non è stato reso pubblico l’elenco completo, ma secondo le prime indiscrezioni raccolte da testate internazionali si tratterebbe soprattutto di aziende tecnologiche e centri di ricerca con cui OpenAI collabora già su altri fronti.
Perché il governo USA è coinvolto
L’aspetto che ha attirato più attenzione tra gli addetti ai lavori è la scelta di OpenAI di condividere in anticipo i piani di rilascio di Sol con il governo statunitense. Non è una prassi comune per il lancio di un chatbot o di un modello linguistico generico, ed è un segnale di come i modelli più avanzati vengano ormai considerati asset con implicazioni di sicurezza nazionale, soprattutto per le capacità legate alla cybersecurity offensiva e difensiva di cui Sol sembra dotato.
Va detto che non si tratta di un’approvazione preventiva nel senso stretto del termine: OpenAI resta libera di decidere tempi e modalità del rilascio pubblico. Ma la comunicazione preventiva segna comunque un cambio di passo rispetto ai lanci precedenti, in cui l’azienda annunciava le novità direttamente al pubblico senza passaggi istituzionali di questo tipo.
Quando arriveranno per tutti
OpenAI non ha fissato una data precisa, limitandosi a parlare di “prossime settimane” per l’apertura a un pubblico più ampio. Guardando ai lanci precedenti, il tempo che intercorre tra un’anteprima ristretta e la disponibilità generale per gli abbonati Plus e Pro è stato in genere di quattro-otto settimane, quindi un arrivo entro fine agosto o inizio settembre 2026 non sembra un’ipotesi campata in aria. Chi utilizza già ChatGPT tramite abbonamento non dovrà fare nulla di particolare: quando i modelli saranno disponibili, compariranno semplicemente nel menu di selezione, come già avvenuto con il passaggio da GPT-5 a GPT-5.5.
Cosa cambia rispetto a GPT-5.5
Chi si è già abituato a lavorare con GPT-5.5 non troverà uno stravolgimento nell’uso quotidiano, ma alcune differenze si faranno sentire soprattutto per chi programma o usa l’AI per compiti tecnici complessi. Il salto più evidente riguarda proprio la capacità di gestire problemi di sicurezza informatica e di scrivere codice su progetti di grandi dimensioni senza perdere coerenza tra un file e l’altro, un limite che in passato costringeva spesso a spezzare il lavoro in richieste più piccole.
Per un utente che usa ChatGPT per scrivere email, riassumere documenti o cercare informazioni, il modello Luna promette di fatto le stesse prestazioni percepite di GPT-5.5 a un costo inferiore per OpenAI, il che a lungo termine potrebbe tradursi anche in condizioni più vantaggiose per gli abbonamenti a pagamento, anche se su questo l’azienda non ha ancora comunicato nulla di ufficiale.
Domande frequenti
GPT-5.6 è già disponibile su ChatGPT?
No, al momento è accessibile solo a un gruppo ristretto di circa venti organizzazioni partner. OpenAI prevede un rilascio più ampio nelle prossime settimane, ma senza una data ufficiale.
Qual è la differenza tra Sol, Terra e Luna?
Sol è il modello più potente, pensato per coding avanzato e sicurezza informatica. Terra offre prestazioni simili a GPT-5.5 a metà prezzo, adatto a un uso aziendale. Luna è il più economico e veloce, indicato per compiti quotidiani come riassunti e bozze.
Perché OpenAI ha coinvolto il governo americano?
Per le capacità avanzate di Sol in ambito di sicurezza informatica, OpenAI ha condiviso i piani di rilascio con il governo USA prima del lancio pubblico, un passaggio che riflette la crescente attenzione istituzionale verso i modelli AI più avanzati.
Quanto costerà usare GPT-5.6 tramite abbonamento ChatGPT?
OpenAI non ha ancora comunicato eventuali modifiche ai prezzi degli abbonamenti Plus e Pro. I prezzi finora resi noti riguardano solo l’accesso tramite API, pensato per sviluppatori e aziende.
Per chi vuole restare aggiornato sull’evoluzione dei modelli OpenAI, può essere utile confrontare GPT-5.6 con quanto già offerto da GPT-5.5 o leggere il confronto diretto tra Claude 4 e GPT-5. Anche i modelli della serie “o”, come o4 mini, restano al momento affiancati e non sostituiti dalla nuova famiglia.
Il cedolino pensione di luglio 2026 porta con sé due novità che molti pensionati aspettavano: la rivalutazione degli importi e, per chi ha i requisiti, l’accredito della quattordicesima mensilità. Non tutti i pensionati vedranno lo stesso aumento in busta: la rivalutazione varia in base all’importo dell’assegno, mentre la quattordicesima spetta solo a chi rispetta precisi limiti di età e di reddito. Vediamo nel dettaglio chi guadagna cosa in questo mese e perché.
📌 Articolo in breve
Le pensioni 2026 sono state rivalutate del +1,4% per gli assegni fino a 4 volte il minimo, con percentuali decrescenti per gli importi più alti. Il trattamento minimo INPS sale a 611,85 euro mensili. A luglio arriva anche la quattordicesima per chi ha compiuto 64 anni entro il 30 giugno 2026 e un reddito individuale sotto circa 15.777 euro annui, con importi tra 336 e 655 euro in base a reddito e anni di contributi.
✅ Aggiornamento luglio 2026: il trattamento minimo INPS di 611,85 euro citato in questo articolo non è l’ultima parola. Grazie alla maggiorazione straordinaria dell’1,3% confermata per chi percepisce un importo pari o inferiore al minimo, l’assegno effettivo sale a 619,80 euro mensili. Diverso invece è l’assegno sociale, la prestazione assistenziale (non contributiva) per chi ha almeno 67 anni e redditi molto bassi anche senza aver versato contributi sufficienti per una pensione vera e propria: nel 2026 vale 546,24 euro al mese per 13 mensilità (7.101,12 euro l’anno), con limite di reddito fissato proprio a quella cifra per le persone sole e a 14.202,24 euro per le persone coniugate. Si aggiungono infine le maggiorazioni sociali, esenti IRPEF e variabili per fascia d’età: 26,25 euro al mese tra 60 e 64 anni, 83,90 euro tra 65 e 69 anni, 146,30 euro dai 70 anni in su per chi non percepisce la quattordicesima.
⚠️ Disclaimer: Le informazioni contenute in questo articolo hanno scopo puramente informativo. Non costituiscono consulenza fiscale o previdenziale personalizzata. Verifica sempre gli importi esatti sul tuo cedolino INPS o rivolgiti a un patronato.
Il pagamento delle pensioni INPS di luglio 2026 viene accreditato il 1° luglio, primo giorno lavorativo del mese, direttamente su conto corrente bancario o postale. Chi ritira l’assegno in contanti presso gli sportelli postali segue invece un calendario scaglionato in base all’iniziale del cognome, secondo le regole ordinarie di Poste Italiane, distribuito solitamente nei primi giorni del mese per evitare code eccessive agli sportelli.
Rispetto ai mesi precedenti, il cedolino di luglio ha una struttura diversa perché somma tre elementi distinti: la pensione ordinaria rivalutata, l’eventuale quattordicesima (se spettante) e, per chi rientra nei requisiti, le maggiorazioni sociali aggiornate. È normale quindi vedere un accredito più alto del solito, e conviene sempre controllare il dettaglio delle voci sul cedolino per capire da cosa deriva l’aumento.
La rivalutazione degli importi
Ogni anno le pensioni vengono rivalutate per adeguarle al costo della vita, sulla base dell’inflazione registrata dall’ISTAT. Per il 2026 la rivalutazione provvisoria applicata è del +1,4% per le pensioni fino a 4 volte il trattamento minimo, una soglia che corrisponde a circa 2.447 euro mensili. Per gli assegni compresi tra 4 e 5 volte il minimo la rivalutazione scende al +1,26%, mentre oltre le 5 volte il minimo si ferma al +1,05%. Questo meccanismo a scaglioni, in vigore ormai da diversi anni, penalizza proporzionalmente di più le pensioni più alte, con l’obiettivo dichiarato di proteggere maggiormente il potere d’acquisto degli assegni minimi.
Il trattamento minimo INPS, di conseguenza, sale a 611,85 euro mensili, un valore che fa da riferimento anche per il calcolo di altre prestazioni assistenziali collegate, come la maggiorazione sociale e alcuni bonus riservati ai pensionati con redditi più bassi. Chi vuole approfondire come funziona il sistema previdenziale nel suo complesso può leggere anche la nostra guida al fondo pensione integrativo, utile per chi sta ancora lavorando e vuole costruirsi una pensione più solida per il futuro.
La quattordicesima: chi ne ha diritto e quanto vale
La quattordicesima mensilità viene erogata automaticamente dall’INPS insieme al cedolino di luglio, senza bisogno di presentare alcuna domanda, a chi rispetta due requisiti cumulativi: aver compiuto 64 anni di età entro il 30 giugno 2026, e avere un reddito personale complessivo inferiore a circa 15.777 euro lordi annui, corrispondente a due volte il trattamento minimo INPS.
L’importo della quattordicesima non è uguale per tutti, ma varia in base a due fattori combinati: il reddito personale del pensionato e gli anni di contributi versati durante la vita lavorativa. In base a queste variabili, l’importo oscilla generalmente tra 336 e 655 euro, con le cifre più alte riservate a chi ha una storia contributiva più lunga e un reddito personale più vicino al limite minimo previsto. Chi si trova esattamente al limite dei 15.777 euro di reddito dovrebbe verificare con attenzione il proprio cedolino, perché anche un piccolo superamento della soglia (dovuto ad esempio a un rateo di tredicesima da un lavoro part-time residuo) può far perdere il diritto alla quattordicesima per l’intero anno.
Le altre novità della Legge di Bilancio 2026
Oltre alla rivalutazione e alla quattordicesima, la Legge di Bilancio 2026 ha introdotto, a partire da marzo, altre due novità che incidono sul reddito disponibile dei pensionati. La prima riguarda la riduzione della seconda aliquota IRPEF dal 35% al 33% per i redditi compresi tra 28.000 e 50.000 euro, una modifica che tocca soprattutto i pensionati con assegni medio-alti, riducendo leggermente la tassazione sul reddito personale. La seconda riguarda l’incremento di 20 euro mensili delle maggiorazioni sociali destinate agli over 70 e agli invalidi civili totali con reddito basso, una misura più mirata che si aggiunge alla rivalutazione ordinaria. Chi ha in famiglia un anziano non autosufficiente over 80 dovrebbe anche verificare i requisiti del bonus anziani da 850 euro al mese (Prestazione Universale), una misura distinta che si aggiunge all’indennità di accompagnamento.
Chi ha diritto sia alla quattordicesima sia alla maggiorazione sociale vedrà quindi nel cedolino di luglio più voci sommate insieme: pensione base rivalutata, quattordicesima e maggiorazione, il che può generare una certa confusione se non si legge con attenzione il dettaglio fornito dall’INPS insieme al pagamento.
Come verificare il proprio cedolino
Il modo più semplice per controllare l’importo esatto e la composizione del proprio pagamento di luglio è accedere al portale INPS con SPID, CIE o CNS, nella sezione dedicata al cedolino di pensione, dove è possibile scaricare il documento PDF con il dettaglio di ogni singola voce (pensione base, rivalutazione, quattordicesima, eventuali trattenute fiscali o addizionali regionali/comunali). Chi non ha dimestichezza con gli strumenti digitali può comunque rivolgersi a un patronato o al numero verde INPS per farsi leggere il dettaglio del proprio cedolino senza costi aggiuntivi.
Vale la pena controllare anche le eventuali trattenute IRPEF applicate direttamente sul cedolino: la pensione, come lo stipendio, è soggetta a tassazione alla fonte, e un errore nel calcolo delle detrazioni spettanti (ad esempio per un coniuge a carico non aggiornato) può generare un conguaglio a debito o a credito nei mesi successivi. Chi ha presentato il 730 riceverà proprio ad agosto le comunicazioni relative ai conguagli IRPEF: utile sapere che dal 1° agosto scatta anche la tregua fiscale di agosto, che sospende fino al 4 settembre l’invio di altre comunicazioni e avvisi da parte dell’Agenzia delle Entrate.
Questa tregua riguarda però solo le nuove notifiche di riscossione: restano invece attivi in parallelo i controlli 2026 su bonus prima casa under 36 e bonus edilizi, che possono interessare anche pensionati proprietari di casa che hanno usufruito di queste agevolazioni negli anni scorsi.
Domande frequenti
Devo fare domanda per ricevere la quattordicesima?
No, l’INPS la eroga automaticamente a chi rispetta i requisiti di età e reddito, senza bisogno di presentare alcuna domanda specifica.
Perché il mio assegno è aumentato meno di quello di un altro pensionato?
La rivalutazione è a scaglioni: più alto è l’importo della pensione, più bassa è la percentuale di aumento applicata. Chi ha un assegno vicino al minimo riceve la rivalutazione piena del +1,4%, chi supera le 5 volte il minimo si ferma al +1,05%.
Ho compiuto 64 anni a luglio 2026, ho diritto alla quattordicesima di quest’anno?
No, il requisito anagrafico va rispettato entro il 30 giugno dell’anno di riferimento. Chi compie 64 anni dopo quella data dovrà attendere il cedolino di luglio dell’anno successivo per ricevere la quattordicesima.
La quattordicesima è tassata come la pensione ordinaria?
Sì, la quattordicesima concorre alla formazione del reddito complessivo IRPEF ed è soggetta alle stesse regole di tassazione della pensione ordinaria, anche se nella pratica l’importo netto percepito resta comunque un beneficio aggiuntivo rispetto al resto dell’anno.
Per chi vuole integrare la propria pensione futura con strumenti aggiuntivi, utile anche la nostra guida al fondo pensione integrativo, così come il nostro approfondimento su tredicesima e quattordicesima 2026 per chi vuole confrontare le regole valide anche per i lavoratori dipendenti. Per verificare il proprio cedolino aggiornato, il riferimento ufficiale resta il portale INPS.
✅ Aggiornamento agosto 2026: alcuni pensionati stanno vedendo una trattenuta specifica e diversa dai conguagli ordinari — riguarda chi non ha presentato la dichiarazione dei redditi 2021 in tempo. Il dettaglio nella nostra guida al recupero quattordicesima e bonus 154,94 euro. Per il quadro completo delle scadenze fiscali del mese, vedi anche scadenze fiscali agosto 2026.
Il bonus nuovi nati 2026 mette sul piatto fino a 1.000 euro una tantum per ogni bambino nato, adottato o entrato in affido preadottivo nel corso dell’anno. Non è l’unico aiuto economico legato alla nascita di un figlio — c’è già l’assegno unico che accompagna la famiglia mese per mese — ma questo contributo INPS ha una caratteristica precisa: è una somma secca, erogata una sola volta, pensata per coprire le prime spese concrete (culla, passeggino, corredino) nei mesi immediatamente successivi al parto.
📌 Articolo in breve
Il bonus nuovi nati 2026 eroga fino a 1.000 euro per figlio nato, adottato o in affido tra il 1° gennaio e il 31 dicembre 2026, con importo decrescente in base all’ISEE (1.000 euro sotto 17.000 euro, 750 euro tra 17.001 e 28.000, 500 euro tra 28.001 e 40.000). La domanda va presentata all’INPS entro 120 giorni dalla nascita o dall’ingresso in famiglia, tramite carta prepagata vincolata a beni per il neonato.
⚠️ Disclaimer: Le informazioni contenute in questo articolo hanno scopo puramente informativo. Non costituiscono consulenza fiscale o previdenziale personalizzata. Verifica sempre i requisiti aggiornati sul portale INPS o rivolgiti a un patronato.
Il bonus nuovi nati è un contributo economico una tantum, a fondo perduto, erogato dall’INPS per ogni figlio nato, adottato o entrato in affidamento preadottivo. Non va confuso con l’assegno unico, che è un sostegno mensile continuativo fino alla maggiore età dei figli (o oltre, a certe condizioni): il bonus nuovi nati è invece una tantum, pensato per intervenire nel momento più delicato dal punto di vista economico, cioè le prime settimane dopo la nascita, quando le spese si concentrano tutte insieme tra ospedale, corredino, culla e prime visite pediatriche.
Possono richiederlo i genitori — naturali, adottivi o affidatari preadottivi — di bambini nati, adottati o entrati ufficialmente in famiglia tra il 1° gennaio e il 31 dicembre 2026. Non è previsto un numero massimo di figli per cui richiederlo: ogni nuovo nato nell’anno genera un diritto autonomo al contributo, quindi una famiglia con due gemelli riceve il bonus per entrambi i bambini.
Gli importi in base all’ISEE
L’importo del bonus non è fisso per tutti, ma varia in base al valore dell’ISEE minorenni in corso di validità al momento della domanda. Con un ISEE fino a 17.000 euro spetta l’importo massimo di 1.000 euro per figlio. Con un ISEE compreso tra 17.001 e 28.000 euro l’importo scende a 750 euro. Con un ISEE tra 28.001 e 40.000 euro l’importo si riduce ulteriormente a 500 euro. Chi supera i 40.000 euro di ISEE, secondo l’impostazione attuale della misura, resta escluso dal beneficio.
Questa articolazione a scaglioni ricorda da vicino il meccanismo già visto per l’assegno unico universale, dove più basso è l’ISEE più alto è il sostegno economico. Chi non ha ancora un ISEE aggiornato in corso di validità farebbe bene a richiederlo con largo anticipo rispetto alla nascita prevista, dato che il calcolo dell’indicatore richiede la raccolta di documentazione reddituale e patrimoniale che a volte richiede diverse settimane per essere completata tramite CAF.
I requisiti per fare domanda
Oltre al requisito economico legato all’ISEE, il genitore richiedente deve rispettare alcuni requisiti di cittadinanza e residenza: deve essere cittadino italiano o di uno Stato membro dell’Unione Europea, oppure cittadino extracomunitario in possesso di un permesso di soggiorno valido (permesso di soggiorno UE per soggiornanti di lungo periodo, o altro titolo equiparato secondo la normativa vigente). È inoltre richiesta la residenza in Italia al momento della domanda.
Non è richiesto, a differenza di altre misure legate al lavoro, che il genitore richiedente sia occupato: il bonus nuovi nati spetta anche a nuclei familiari senza reddito da lavoro, purché rientrino nelle soglie ISEE previste. Questo lo rende una misura potenzialmente utile anche per famiglie in difficoltà economica temporanea, ad esempio in un periodo di disoccupazione a cavallo della nascita di un figlio.
Come e quando presentare la domanda
La domanda va presentata all’INPS in via telematica, tramite il portale ufficiale con accesso SPID, CIE o CNS, oppure rivolgendosi a un patronato che può occuparsi della pratica per conto della famiglia senza costi aggiuntivi. Il termine per presentare la domanda è di 120 giorni, calcolati dalla data di nascita del bambino oppure dalla data di ingresso ufficiale in famiglia per adozioni e affidamenti preadottivi.
È un termine che a prima vista sembra ampio, ma conviene non rimandare troppo: superati i 120 giorni la domanda viene respinta e il diritto al bonus decade definitivamente, senza possibilità di recupero in un secondo momento. Chi ha già presentato la DSU per calcolare l’ISEE (magari proprio in vista dell’assegno unico) ha già buona parte della documentazione pronta e può presentare la domanda per il bonus nuovi nati in pochi minuti, direttamente online.
Come funziona la carta prepagata
A differenza di altri bonus una tantum accreditati direttamente sul conto corrente, il bonus nuovi nati viene erogato tramite una carta prepagata, vincolata all’acquisto di beni e servizi essenziali per il neonato: pannolini, latte in polvere, articoli di puericultura, farmaci da banco per l’infanzia e simili. Non si tratta quindi di una somma liberamente spendibile per qualsiasi acquisto, ma di un contributo con una destinazione d’uso specifica, verificabile tramite i codici merceologici collegati alla carta stessa nei punti vendita convenzionati.
Per le famiglie questo significa pianificare in anticipo gli acquisti necessari nei mesi successivi alla nascita, verificando quali esercizi commerciali accettano la carta prepagata collegata al bonus, informazione reperibile direttamente sul portale INPS o tramite l’app dedicata al momento dell’attivazione della carta.
Domande frequenti
Il bonus nuovi nati è compatibile con l’assegno unico?
Sì, le due misure sono cumulabili: l’assegno unico è un sostegno mensile continuativo, il bonus nuovi nati è una tantum alla nascita. Una famiglia può richiedere entrambi senza che l’uno escluda l’altro.
Cosa succede se ho un ISEE superiore a 40.000 euro?
Secondo l’impostazione attuale della misura, chi supera questa soglia non ha diritto al bonus nuovi nati. Resta comunque valido il diritto all’assegno unico, che ha una soglia ISEE più ampia e un importo minimo garantito anche oltre i 40.000 euro.
Posso spendere il bonus in qualsiasi negozio?
No, la carta prepagata è vincolata all’acquisto di beni e servizi specifici per il neonato presso esercenti convenzionati: non è utilizzabile come una carta prepagata generica per qualsiasi tipo di spesa.
Entro quanto tempo devo fare domanda dopo la nascita?
Entro 120 giorni dalla nascita del bambino o dal suo ingresso ufficiale in famiglia in caso di adozione o affidamento preadottivo. Superato questo termine, la domanda non può più essere accolta.
Per chi vuole avere un quadro completo dei sostegni economici disponibili per la famiglia, utile anche la nostra guida al calcolo e alla presentazione dell’ISEE 2026. Per la domanda ufficiale e i requisiti aggiornati, il riferimento resta il portale INPS.
Conto Termico 3.0 è il nuovo incentivo statale per chi vuole rendere la propria casa più efficiente dal punto di vista energetico senza passare per le detrazioni fiscali spalmate su dieci anni. A differenza del Superbonus o del bonus ristrutturazione, qui il meccanismo è diverso e per molti versi più immediato: il GSE (Gestore dei Servizi Energetici) eroga direttamente un contributo in conto capitale, spesso in un’unica soluzione o al massimo in due rate, per interventi come la sostituzione di caldaie a gas con pompe di calore, l’installazione di pannelli solari termici o piccoli interventi di coibentazione.
📌 Articolo in breve
Il Conto Termico 3.0 (D.M. 7 agosto 2025, in vigore dal 25 dicembre 2025) incentiva piccoli interventi di efficientamento energetico con un contributo diretto dal GSE fino al 65% della spesa ammissibile, erogato in conto capitale invece che come detrazione pluriennale. Riguarda soprattutto pompe di calore, caldaie a biomassa, solare termico e sostituzione di infissi su piccola scala.
Il Conto Termico è uno strumento che esiste da anni, gestito direttamente dal GSE, ma la versione 3.0 introdotta con il Decreto Ministeriale del 7 agosto 2025 (in vigore dal 25 dicembre 2025) ne ha ampliato la portata e semplificato alcune procedure. La logica di fondo resta quella originaria: invece di aspettare dieci anni per recuperare una detrazione fiscale in busta paga o nella dichiarazione dei redditi, chi fa un intervento ammesso riceve un contributo diretto, calcolato in percentuale sulla spesa sostenuta, erogato dal GSE con bonifico bancario in tempi molto più rapidi rispetto alle detrazioni tradizionali.
Questo lo rende particolarmente interessante per chi ha un reddito basso o nullo (pensionati con redditi minimi, ad esempio) e quindi non riuscirebbe a sfruttare pienamente una detrazione fiscale, che per sua natura richiede di avere un’imposta da pagare su cui scaricare il beneficio. Con il Conto Termico il contributo arriva a prescindere dalla propria situazione fiscale, il che lo rende accessibile anche a chi normalmente resterebbe escluso dagli altri bonus casa.
Quali interventi sono incentivati
Il Conto Termico 3.0 copre principalmente interventi di piccola e media dimensione legata all’efficientamento energetico e all’uso di fonti rinnovabili termiche. Rientrano la sostituzione di impianti di climatizzazione invernale esistenti con pompe di calore, anche del tipo aria-acqua o geotermiche, la sostituzione di scaldacqua tradizionali con scaldacqua a pompa di calore, l’installazione di collettori solari termici per la produzione di acqua calda sanitaria, e la sostituzione di vecchi impianti a biomassa con generatori più efficienti a basse emissioni.
Sono inclusi anche piccoli interventi di coibentazione dell’involucro edilizio (cappotto termico su porzioni limitate, sostituzione di infissi) quando abbinati a un intervento principale di climatizzazione. Chi sta valutando questo tipo di lavori può confrontare i vantaggi anche con il nostro approfondimento su pompa di calore vs condizionatore tradizionale, utile per capire se conviene fare il salto tecnologico ora che esiste un incentivo diretto così consistente.
Le differenze rispetto a Superbonus e detrazioni fiscali
La differenza principale rispetto al Superbonus e al bonus ristrutturazione tradizionale sta nella forma dell’agevolazione: contributo diretto in conto capitale contro detrazione fiscale spalmata su più anni. Con le detrazioni fiscali, chi sostiene una spesa di 10.000 euro recupera l’importo (al 50% o alla percentuale prevista) in dieci rate annuali uguali nella propria dichiarazione dei redditi, il che significa aspettare un decennio per rientrare completamente della spesa. Con il Conto Termico, lo stesso intervento genera un bonifico diretto dal GSE, spesso in un’unica soluzione per importi sotto i 5.000 euro o in due rate annuali per importi superiori.
Un altro elemento distintivo è che il Conto Termico non richiede di avere capienza fiscale: anche chi non paga IRPEF, o ne paga pochissima, riceve comunque l’intero contributo spettante. Le detrazioni fiscali, al contrario, sono utili solo fino a concorrenza dell’imposta dovuta, e chi ha un’imposta bassa rischia di perdere parte del beneficio teorico. Va detto però che le percentuali di incentivo del Conto Termico, generalmente tra il 40% e il 65% della spesa, sono spesso più basse rispetto al 50-65% delle detrazioni fiscali per ristrutturazione ed efficientamento, quindi conviene sempre fare un confronto puntuale caso per caso prima di scegliere quale strada seguire.
Come richiedere il contributo passo per passo
La richiesta si presenta tramite il Portaltermico, il portale online gestito dal GSE, e richiede alcuni passaggi tecnici che nella maggior parte dei casi vengono seguiti dall’installatore o da un tecnico abilitato incaricato dei lavori. Prima dell’intervento, o comunque prima della sua conclusione, occorre verificare che l’impianto o il generatore scelto sia effettivamente ammissibile, controllando i requisiti tecnici minimi (classe energetica, tipologia di pompa di calore, coefficiente di prestazione) elencati negli allegati tecnici del decreto.
Conclusi i lavori, occorre caricare sul portale la documentazione tecnica (scheda descrittiva dell’intervento, asseverazione del tecnico dove richiesta, fatture) entro 60 giorni dalla fine dei lavori per gli interventi di piccola taglia. Una volta validata la pratica dal GSE, il contributo viene erogato tramite bonifico bancario direttamente al soggetto responsabile, che può essere il proprietario dell’immobile o, in alcuni casi, direttamente l’impresa installatrice se si sceglie la cessione del credito verso il fornitore.
Tempi di erogazione e importi indicativi
I tempi di erogazione dipendono dalla tipologia di intervento e dall’importo del contributo. Per interventi di importo contenuto, generalmente sotto i 5.000 euro, il pagamento avviene in un’unica soluzione entro pochi mesi dalla validazione della pratica da parte del GSE. Per contributi superiori, l’erogazione può essere spalmata su due annualità, con importi comunque definiti e certi fin dall’approvazione della domanda, a differenza delle detrazioni fiscali il cui beneficio effettivo dipende dall’imposta dovuta anno per anno.
Per farsi un’idea concreta: la sostituzione di una caldaia a gas con una pompa di calore aria-acqua in un’abitazione di medie dimensioni può generare un contributo indicativo tra 2.500 e 5.000 euro, a seconda della potenza dell’impianto e della zona climatica di residenza (il Conto Termico premia maggiormente gli interventi nelle zone climatiche più fredde, dove il risparmio energetico atteso è più alto).
Domande frequenti
Il Conto Termico si può cumulare con altre detrazioni fiscali?
No, di norma il Conto Termico è alternativo alle detrazioni fiscali per lo stesso intervento: non si può ottenere sia il contributo diretto del GSE sia la detrazione IRPEF sulla medesima spesa. Bisogna scegliere in anticipo quale delle due strade seguire.
Chi può richiedere il Conto Termico 3.0?
Possono accedere privati cittadini, condomini, imprese e anche pubbliche amministrazioni, con requisiti e percentuali di incentivo che variano leggermente a seconda del soggetto richiedente e della tipologia di edificio.
Serve un tecnico abilitato per fare domanda?
Per gli interventi più semplici non è sempre obbligatoria un’asseverazione tecnica formale, ma resta comunque necessaria la documentazione tecnica dell’impianto installato; per interventi più complessi o di importo elevato è invece richiesta l’asseverazione di un tecnico abilitato.
Quanto tempo ho per presentare la domanda dopo i lavori?
Generalmente 60 giorni dalla data di conclusione dei lavori per gli interventi di piccola taglia, un termine che conviene rispettare con margine per evitare di perdere il diritto al contributo per un semplice ritardo amministrativo.
Chi sta ancora valutando quale intervento scegliere per la propria casa può leggere anche la nostra guida su quanto costa installare un condizionatore nel 2026 per confrontare i costi di partenza. Per i dettagli tecnici aggiornati e i moduli di domanda, il riferimento ufficiale è il portale del GSE.
Il nuovo tetto alle detrazioni fiscali 2026 cambia le carte in tavola per chi dichiara un reddito complessivo superiore a 75.000 euro l’anno. Dal 2025, e confermato per il 2026, esiste un massimale complessivo oltre il quale non è più possibile scaricare tutte le spese detraibili come prima: bonus casa, spese mediche, interessi sul mutuo e persino le spese scolastiche dei figli finiscono tutte dentro lo stesso “contenitore” con un tetto massimo, calcolato in base al reddito e al numero di figli a carico.
📌 Articolo in breve
Dal 2025 chi ha un reddito complessivo oltre 75.000 euro ha un tetto massimo alle detrazioni IRPEF, calcolato moltiplicando un coefficiente fisso per il reddito e aumentato in base al numero di figli a carico. Bonus edilizi ed emergenze sanitarie sono esclusi dal calcolo, ma quasi tutto il resto (mutuo, scuola, assicurazioni, spese mediche) rientra nel nuovo massimale.
⚠️ Disclaimer: Le informazioni contenute in questo articolo hanno scopo puramente informativo. Non costituiscono consulenza fiscale o tributaria. Le normative fiscali cambiano frequentemente: verifica sempre i dati aggiornati sul sito dell’Agenzia delle Entrate o rivolgiti a un commercialista.
Fino a qualche anno fa ogni detrazione fiscale viveva di vita propria: le spese mediche si detraevano al 19% oltre una franchigia, gli interessi sul mutuo prima casa avevano un proprio massimale, le spese scolastiche un altro ancora, senza che l’una influenzasse l’altra. Con la riforma applicabile dai redditi 2025 (dichiarati nel 2026) e confermata per l’anno in corso, per i contribuenti con reddito complessivo superiore a 75.000 euro le cose cambiano radicalmente: quasi tutte le detrazioni al 19% finiscono dentro un unico paniere con un tetto massimo complessivo, calcolato con una formula che tiene conto del reddito e dei figli a carico.
Non si tratta di un divieto assoluto di detrarre: chi supera il tetto non perde tutto, ma può scaricare solo fino al massimale calcolato, perdendo la parte eccedente. Per chi ha spese consistenti — un mutuo importante, figli che frequentano scuole private, polizze vita e spese mediche elevate nello stesso anno — il rischio concreto è di ritrovarsi a fine anno con centinaia o migliaia di euro di spese “sprecate” dal punto di vista fiscale, semplicemente perché la somma delle detrazioni supera il tetto individuale.
Come si calcola il massimale in base al reddito
Il calcolo si basa su un coefficiente che varia in funzione della fascia di reddito: per i redditi tra 75.000 e 100.000 euro il coefficiente applicato è più alto, mentre oltre i 100.000 euro scende, riducendo ulteriormente il massimale disponibile. A questo importo base si aggiunge una maggiorazione per ogni figlio a carico, pensata per non penalizzare eccessivamente le famiglie numerose che tipicamente hanno più spese detraibili (scuola, sport, spese mediche dei minori).
In pratica più aumenta il reddito, più si restringe la percentuale di spesa effettivamente detraibile, con un effetto di progressività aggiuntiva che si somma a quella già presente negli scaglioni IRPEF. Chi ha già consultato la nostra guida al calcolo dell’IRPEF 2026 sa che il sistema fiscale italiano è già piuttosto articolato: questo nuovo tetto aggiunge un ulteriore livello di calcolo che, per chi non ha un commercialista di fiducia, conviene affrontare con calma prima di presentare la dichiarazione.
Quali spese rientrano nel tetto e quali no
Rientrano nel calcolo del massimale la maggior parte delle detrazioni al 19%: interessi passivi sul mutuo prima casa, spese scolastiche e universitarie, premi assicurativi su vita e infortuni, spese veterinarie, spese per attività sportive dei ragazzi, contributi per il riscatto della laurea non effettuato a fini pensionistici e diverse altre voci minori. Anche le spese mediche generiche rientrano nel tetto, con una precisazione importante: le spese sanitarie legate a patologie gravi o invalidanti, quelle sostenute in condizioni di non autosufficienza e alcune spese di assistenza specifica restano fuori dal massimale, proprio per non penalizzare chi affronta situazioni sanitarie serie.
Restano fuori dal calcolo anche le detrazioni legate ai bonus edilizi (ristrutturazione, efficientamento energetico, mobili) e quelle relative agli interventi sulle barriere architettoniche, considerate categorie a sé stanti per la loro finalità sociale e di sicurezza. Chi sta valutando lavori in casa può quindi continuare a fare affidamento sul nostro approfondimento sul bonus ristrutturazione 2026 senza doversi preoccupare che queste spese vadano a intaccare il nuovo tetto sulle altre detrazioni.
Un esempio pratico di calcolo
Prendiamo una famiglia con un reddito complessivo di 90.000 euro e due figli a carico. Applicando il coefficiente previsto per quella fascia di reddito e la maggiorazione per i due figli, il massimale detraibile si aggira su una cifra che, nella pratica, spesso si attesta tra 8.000 e 10.000 euro annui a seconda dei dettagli della propria situazione. Se questa famiglia ha sostenuto nello stesso anno 6.000 euro di interessi sul mutuo, 3.000 euro di rette scolastiche private e 1.500 euro di premi assicurativi vita, la somma totale delle spese detraibili (10.500 euro) supera il massimale, e la parte eccedente non genera alcun beneficio fiscale.
È un cambiamento che chi guadagna bene ma ha anche spese familiari importanti farebbe bene a conoscere prima di sostenere spese aggiuntive a fine anno pensando di poterle comunque detrarre integralmente: con il vecchio sistema sarebbe stato così, con quello nuovo non è più garantito.
Come muoversi se sei vicino al limite
Chi si trova vicino al tetto può valutare alcune strategie di buon senso, sempre con il supporto di un commercialista per la propria situazione specifica. La prima è distribuire nel tempo, quando possibile, spese non urgenti: se una spesa scolastica o una polizza possono essere pagate a cavallo tra dicembre e gennaio, spostarne una parte sull’anno fiscale in cui si ha più margine può ridurre lo spreco di detrazione. La seconda è dare priorità, nella scelta di cosa pagare entro l’anno, alle spese che restano fuori dal tetto (bonus edilizi, spese per patologie gravi) rispetto a quelle che vi rientrano, quando esiste una reale possibilità di scelta sui tempi.
La terza strategia, più strutturale, riguarda le coppie sposate con redditi sbilanciati: se uno dei due coniugi ha un reddito sotto i 75.000 euro e l’altro sopra, spesso conviene intestare le spese detraibili (dove la normativa lo consente) al coniuge con reddito più basso, che non è soggetto ad alcun tetto e può quindi detrarre l’intero importo senza limitazioni.
Domande frequenti
Il tetto si applica anche ai redditi da pensione?
Sì, il calcolo si basa sul reddito complessivo IRPEF, che include anche i redditi da pensione: un pensionato con reddito complessivo superiore a 75.000 euro rientra nelle stesse regole di un lavoratore dipendente o autonomo con reddito equivalente.
Le spese mediche per un figlio disabile rientrano nel tetto?
No, le spese sanitarie collegate a patologie gravi, invalidanti o situazioni di non autosufficienza restano escluse dal calcolo del massimale e continuano a essere detraibili secondo le regole ordinarie, senza il nuovo limite.
Cosa succede alla parte di detrazione che supera il tetto?
Viene semplicemente persa: non è riportabile agli anni successivi né rimborsabile in altra forma. Per questo è importante calcolare in anticipo, quando possibile, se ci si avvicina al massimale prima di sostenere ulteriori spese detraibili nello stesso anno fiscale.
Come faccio a sapere il mio tetto esatto?
Il calcolo richiede di conoscere con precisione il proprio reddito complessivo e il numero di figli a carico nell’anno di riferimento: il modo più affidabile è farsi supportare da un commercialista o da un CAF al momento della dichiarazione, oppure consultare le istruzioni ufficiali dell’Agenzia delle Entrate sul modello Redditi o 730.
Chi vuole approfondire come cambia il carico fiscale complessivo può leggere anche la nostra guida al regime forfettario 2026, utile per chi valuta di aprire una partita IVA parallela. Per il dettaglio normativo aggiornato, il riferimento resta il sito dell’Agenzia delle Entrate.
La proroga al 20 luglio 2026 riguarda direttamente milioni di partite IVA italiane: chi è soggetto agli ISA (indici sintetici di affidabilità fiscale) o applica il regime forfettario ha più tempo per versare saldo 2025 e primo acconto 2026 senza pagare la maggiorazione dello 0,4% prevista di solito per chi supera la scadenza ordinaria del 30 giugno. Il Decreto Legge 22 maggio 2026, n. 89 ha spostato questa data, ma le condizioni non sono uguali per tutti e conviene fare due conti prima di scegliere quando pagare.
✅ Aggiornamento fine luglio 2026: la prima finestra del 20 luglio, senza maggiorazione, è ormai chiusa. Chi non ha ancora versato saldo 2025 e primo acconto 2026 si trova ora nella seconda finestra, quella fino al 20 agosto 2026 con la maggiorazione dello 0,80%: è l’ultima occasione prima di rientrare nelle sanzioni ordinarie da ravvedimento operoso. Il 20 agosto coincide inoltre con la maxi scadenza che, per effetto della sospensione feriale, concentra in un’unica data anche IVA, ritenute, contributi INPS, INAIL e 770 per tutti gli altri contribuenti: qui il dettaglio della sospensione feriale e qui il calendario completo di agosto.
📌 Articolo in breve
Il D.L. 89/2026 proroga al 20 luglio, senza maggiorazione, i versamenti IRPEF/IRES/IRAP per contribuenti ISA e forfettari, altrimenti scaduti il 30 giugno. C’è anche una seconda finestra fino al 20 agosto con una maggiorazione dello 0,80%. Chi non rientra in queste categorie resta soggetto alle scadenze ordinarie con la consueta maggiorazione dello 0,4% dopo il 30 giugno.
⚠️ Disclaimer: Le informazioni contenute in questo articolo hanno scopo puramente informativo. Non costituiscono consulenza fiscale o tributaria. Le normative fiscali cambiano frequentemente: verifica sempre i dati aggiornati sul sito dell’Agenzia delle Entrate o rivolgiti a un commercialista.
Ogni anno la scadenza ordinaria per versare saldo dell’anno precedente e primo acconto dell’anno in corso cade il 30 giugno. Chi paga entro quella data non deve nulla in più, chi la supera è tenuto normalmente a una maggiorazione dello 0,4% se paga entro i 30 giorni successivi. Per il 2026, però, il legislatore ha deciso di dare più respiro a una fascia specifica di contribuenti: quelli soggetti agli ISA e chi applica il regime forfettario.
Il Decreto Legge 22 maggio 2026, n. 89 sposta per queste categorie il termine ordinario al 20 luglio 2026, senza alcuna maggiorazione. È come se, per loro, il 30 giugno non fosse mai esistito: pagare il 5 luglio o il 19 luglio ha esattamente lo stesso costo. Chi invece supera anche questa nuova scadenza ha ancora una seconda possibilità fino al 20 agosto 2026, pagando però una maggiorazione dello 0,80% a titolo di interesse corrispettivo, più alta di quella ordinaria dello 0,4% perché copre un periodo più lungo.
Chi può usare la proroga e chi resta escluso
La proroga si applica a chi esercita attività per cui sono stati approvati gli ISA e dichiara ricavi o compensi non superiori al limite stabilito per la loro applicazione, oltre a chi rientra nel regime forfettario indipendentemente dal fatturato. Rientrano anche i soci di società di persone e associazioni professionali che partecipano per trasparenza al reddito di questi soggetti, oltre ai contribuenti che presentano cause di esclusione dagli ISA ma dichiarano comunque ricavi entro certe soglie.
Chi lavora come dipendente o pensionato e presenta il modello 730 non è toccato da questa proroga: per quella platea le scadenze restano quelle ordinarie legate al conguaglio in busta paga o sul rateo di pensione. Anche i titolari di partita IVA in regime ordinario che superano abbondantemente le soglie ISA restano fuori dal beneficio e devono guardare al calendario standard, con la maggiorazione dello 0,4% già scattata dal 1° luglio per chi non ha ancora versato.
Le due finestre: 20 luglio e 20 agosto
Conviene ragionare per finestre temporali distinte, perché il costo cambia in modo netto. Fino al 20 luglio 2026 il versamento è a costo zero rispetto all’importo dovuto: nessuna maggiorazione, nessun interesse aggiuntivo. Dal 21 luglio al 20 agosto 2026 scatta invece la maggiorazione dello 0,80%, calcolata sull’importo versato: per un saldo IRPEF di 3.000 euro, ad esempio, significa pagare 24 euro in più solo per aver spostato il versamento di qualche settimana.
Non è un importo enorme in termini assoluti, ma su versamenti consistenti — pensiamo a chi ha anche un acconto IVIE, IVAFE o contributi previdenziali da versare insieme al saldo IRPEF — la differenza può arrivare a qualche centinaio di euro. Chi ha la liquidità disponibile ha quindi tutto l’interesse a chiudere entro il 20 luglio, mentre chi ha bisogno di più tempo può ragionevolmente sfruttare il mese aggiuntivo pagando la maggiorazione, spesso più conveniente rispetto a un prestito ponte o a uno scoperto di conto corrente.
Come compilare correttamente l’F24
Un errore frequente in questi periodi di proroga è dimenticare di indicare correttamente il codice tributo e, quando dovuta, la maggiorazione nell’F24. Per i versamenti effettuati entro il 20 luglio non serve alcuna maggiorazione: si versa l’importo pieno con i codici tributo ordinari (4001 per il saldo IRPEF, 4033 per il primo acconto, e così via a seconda dell’imposta). Per i versamenti nella seconda finestra, fino al 20 agosto, va invece calcolata a parte la maggiorazione dello 0,80% e sommata all’importo dovuto, versandola con lo stesso codice tributo dell’imposta principale — non esiste un codice separato per questo tipo di maggiorazione, a differenza di quanto accade con la maggiorazione ordinaria dello 0,4%, che invece ha un codice a sé (1668).
Chi usa un software di compilazione F24 o si affida al proprio commercialista non deve preoccuparsi troppo di questi dettagli tecnici, ma chi compila manualmente tramite home banking dovrebbe verificare due volte l’importo prima di inviare, perché un errore di calcolo sulla maggiorazione genera spesso una lettera di compliance dall’Agenzia delle Entrate qualche mese dopo, con richiesta di integrazione.
Gli errori più comuni da evitare
Il primo errore è pensare che la proroga valga per tutti i titolari di partita IVA: non è così, riguarda solo chi rientra negli ISA o nel forfettario. Il secondo errore, altrettanto diffuso, è confondere questa proroga con quella legata a eventi eccezionali (alluvioni, terremoti), che ha regole e platee completamente diverse e non si applica automaticamente a chi ha semplicemente sede in una zona colpita in passato da eventi calamitosi, salvo provvedimenti specifici. Il terzo errore riguarda i contributi INPS dei lavoratori autonomi iscritti alla gestione separata o artigiani e commercianti: anche questi seguono la stessa proroga se collegati al reddito da partita IVA soggetto a ISA o forfettario, ma vanno verificati caso per caso perché le date di scadenza dei contributi fissi non sempre coincidono con quelle delle imposte sui redditi.
Domande frequenti
La proroga vale anche per l’IVA?
No, i versamenti IVA periodici seguono un calendario proprio e non sono coinvolti da questa specifica proroga, che riguarda esclusivamente saldo e acconto delle imposte sui redditi (IRPEF, IRES, IRAP) per i soggetti ISA e forfettari.
Cosa succede se pago dopo il 20 agosto 2026?
Superata anche la seconda finestra, si applicano le regole ordinarie sul ravvedimento operoso, con sanzioni e interessi calcolati in base ai giorni di ritardo rispetto alla scadenza originaria, generalmente più onerosi della maggiorazione dello 0,80%.
Un lavoratore dipendente con un piccolo reddito da locazione deve rispettare questa proroga?
No, se non è titolare di partita IVA soggetta a ISA o forfettario, resta soggetto alle scadenze ordinarie legate alla propria dichiarazione dei redditi, indipendentemente da altri redditi accessori come le locazioni.
Devo presentare una comunicazione per usufruire della proroga?
No, la proroga è automatica per chi rientra nei requisiti: non serve alcuna comunicazione preventiva all’Agenzia delle Entrate, basta versare entro la nuova data indicata.
Per chi deve ancora completare la propria posizione fiscale può essere utile anche il nostro approfondimento sul calcolo dell’IRPEF 2026, oltre alla guida alla rottamazione quater per chi ha anche debiti pregressi da chiudere. Per il testo ufficiale del decreto e i chiarimenti aggiornati, il riferimento è il portale dell’Agenzia delle Entrate.
Rottamazione quinquies 2026 è la nuova definizione agevolata delle cartelle esattoriali introdotta dalla Legge di Bilancio 2026, e a differenza delle rottamazioni precedenti stavolta cambiano parecchie regole del gioco. Chi ha debiti con il Fisco affidati all’Agenzia delle Entrate-Riscossione tra il 2000 e il 2023 può chiudere la partita pagando solo il capitale dovuto, senza sanzioni, interessi di mora e aggio di riscossione. Il problema è che le scadenze per pagare sono già scattate a fine luglio, e molti contribuenti rischiano di perdere il beneficio per un semplice errore di calendario.
📌 Articolo in breve
La Rottamazione quinquies (Legge n. 199/2025) permette di estinguere le cartelle 2000-2023 pagando solo capitale e spese di notifica. La domanda telematica andava presentata entro il 30 aprile 2026. Chi ha aderito paga in un’unica soluzione entro il 31 luglio 2026 oppure fino a 54 rate bimestrali in 9 anni. Decadenza solo dopo due rate saltate, anche non consecutive.
⚠️ Disclaimer: Le informazioni contenute in questo articolo hanno scopo puramente informativo. Non costituiscono consulenza fiscale o tributaria. Le normative fiscali cambiano frequentemente: verifica sempre i dati aggiornati sul sito dell’Agenzia delle Entrate o rivolgiti a un commercialista.
Il meccanismo non è nuovo: dal 2016 in poi lo Stato ha varato diverse “paci fiscali” per aiutare i contribuenti a chiudere pendenze con l’Agenzia delle Entrate-Riscossione senza pagare sanzioni e interessi di mora. La quinquies, prevista dalla Legge di Bilancio 2026 (Legge n. 199/2025) e in vigore dal 1° gennaio 2026, segue lo stesso principio ma allarga la platea delle cartelle ammissibili fino al 31 dicembre 2023.
In pratica chi aderisce paga solo l’imposta o il contributo originario, più le spese di notifica e quelle per le eventuali procedure esecutive già avviate. Spariscono sanzioni amministrative, interessi di mora e aggio di riscossione, che spesso arrivavano a pesare più del debito iniziale su cartelle vecchie di dieci o quindici anni. Chi ha in casa vecchie cartelle Equitalia mai pagate per multe, contributi INPS arretrati o imposte non versate durante gli anni della crisi ha quindi un’occasione concreta per chiudere tutto con un esborso molto più basso.
Le differenze rispetto alla rottamazione quater
Chi ha già seguito la rottamazione quater negli anni scorsi troverà un meccanismo di fondo simile, ma con alcune differenze che contano parecchio nella pratica. La prima riguarda la decadenza: nella quater bastava saltare anche una sola rata per perdere tutti i benefici e tornare a dover pagare l’intero importo con sanzioni e interessi. Nella quinquies invece la decadenza scatta solo dopo il mancato o insufficiente versamento di due rate, anche non consecutive, il che lascia un margine di errore che prima semplicemente non esisteva.
La seconda differenza è la finestra temporale delle cartelle ammesse, estesa fino al 2023 (la quater si fermava al 2017). La terza è la durata della rateizzazione, che nella quinquies può arrivare fino a 54 rate bimestrali spalmate su 9 anni, contro le 18 rate in 5 anni della versione precedente. Chi ha un debito consistente e poca liquidità immediata ha quindi molto più respiro per onorare l’impegno.
Chi può aderire e quali cartelle sono ammesse
Possono aderire privati cittadini, professionisti e imprese con cartelle di pagamento affidate all’Agenzia delle Entrate-Riscossione tra il 1° gennaio 2000 e il 31 dicembre 2023. Rientrano imposte sui redditi, IVA, contributi previdenziali, tributi locali e sanzioni amministrative in genere, comprese multe stradali non pagate entro i termini ordinari. Restano escluse alcune categorie particolari, come i crediti derivanti da condanne penali o da recupero di aiuti di Stato dichiarati illegittimi dall’Unione Europea: su questi la rottamazione non si applica, quindi prima di fare due conti sul risparmio conviene verificare la natura esatta di ogni singola cartella tramite il portale dell’Agenzia delle Entrate-Riscossione.
Un aspetto che molti sottovalutano è che la domanda di adesione andava presentata esclusivamente in via telematica entro il 30 aprile 2026, tramite l’area riservata o pubblica del sito dell’Agenzia. Chi non ha ancora presentato la domanda e legge questo articolo dopo quella data, purtroppo, non può più aderire a questa specifica rottamazione: resta comunque la possibilità di chiedere una rateizzazione ordinaria del debito, che però non prevede lo sconto su sanzioni e interessi.
Scadenze e modalità di pagamento
Per chi ha già aderito, il calendario dei pagamenti è piuttosto rigido e va segnato con attenzione. Il pagamento può avvenire in un’unica soluzione entro il 31 luglio 2026, oppure a rate: la prima, la seconda e la terza rata scadono rispettivamente il 31 luglio, il 30 settembre e il 30 novembre 2026. Dalla quarta rata in poi, fino alla cinquantunesima, le scadenze si ripetono ogni due mesi (31 gennaio, 31 marzo, 31 maggio, 31 luglio, 30 settembre, 30 novembre) a partire dal 2027 e fino a esaurimento del piano, che può durare fino a 9 anni.
Chi sceglie di rateizzare deve tenere conto di un dettaglio che cambia il conto finale: dal 1° agosto 2026 sulle rate successive alla prima vengono applicati interessi annui del 3%, calcolati dalla data del primo versamento. Non sono un ostacolo enorme, ma vanno messi in conto quando si valuta se pagare in un’unica soluzione (evitando gli interessi) oppure diluire l’importo su più anni per alleggerire l’impatto sulla liquidità mensile.
Cosa succede se salti una rata
Qui la quinquies offre davvero un vantaggio pratico rispetto al passato. Nella vecchia rottamazione quater, un ritardo anche di pochi giorni oltre i 5 giorni di tolleranza faceva perdere l’intero beneficio: tutto il debito tornava esigibile con sanzioni e interessi pieni, come se la rottamazione non fosse mai stata chiesta. Con la quinquies la decadenza scatta solo se si saltano due rate, anche non consecutive tra loro. Questo significa che un imprevisto isolato — uno stipendio che arriva in ritardo, una fattura che tarda a essere incassata — non manda automaticamente all’aria l’intero piano.
Detto questo, la prudenza resta d’obbligo: due rate non pagate, anche a distanza di mesi l’una dall’altra, fanno comunque decadere tutti i benefici. Chi sa già di avere un piano di cassa incerto farebbe bene a impostare un accantonamento automatico bimestrale, così da non ritrovarsi a inseguire la scadenza all’ultimo momento.
Domande frequenti
Posso ancora aderire alla rottamazione quinquies se ho perso la scadenza del 30 aprile 2026?
No, la domanda telematica andava presentata entro quella data. Chi l’ha persa può però richiedere una rateizzazione ordinaria del debito residuo direttamente sul portale dell’Agenzia delle Entrate-Riscossione, anche se senza lo sconto su sanzioni e interessi.
Conviene pagare in un’unica soluzione o a rate?
Dipende dalla propria liquidità. Pagare tutto entro il 31 luglio 2026 evita gli interessi del 3% annuo applicati dal 1° agosto sulle rate successive, ma se il debito è consistente diluire il pagamento su 9 anni può essere più sostenibile per il bilancio familiare o aziendale.
Le multe stradali rientrano nella rottamazione quinquies?
Sì, le sanzioni amministrative per violazioni del Codice della Strada affidate alla riscossione nel periodo 2000-2023 sono generalmente ammesse, a patto che non riguardino importi già oggetto di provvedimenti giudiziari specifici.
Cosa succede se ho aderito ma non riesco a pagare nemmeno la prima rata?
Il mancato pagamento della prima rata, se seguito da un secondo mancato pagamento successivo, fa decadere il beneficio. In caso di difficoltà è consigliabile contattare subito l’Agenzia delle Entrate-Riscossione per valutare le opzioni disponibili prima che scattino le due rate saltate.
Chi sta valutando anche altre strade per sistemare la propria posizione con il Fisco può leggere la nostra guida al regime forfettario 2026 se è titolare di partita IVA, oppure il nostro approfondimento sulla dichiarazione IRPEF 2026 per capire come evitare nuovi debiti in futuro. Per verificare la propria posizione debitoria aggiornata, il riferimento ufficiale resta il sito di Agenzia delle Entrate-Riscossione.