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BCE luglio 2026: cosa aspettarsi per mutui e conti deposito

bce – BCE 23 luglio 2026 cosa aspettarsi

La riunione BCE del 23 luglio 2026 è il prossimo appuntamento chiave per chi ha un mutuo a tasso variabile, un conto deposito o sta valutando dove mettere i propri risparmi. Dopo il rialzo di 25 punti base deciso l’11 giugno, la Banca Centrale Europea ha lasciato intendere che potrebbe non fermarsi qui, e i mercati stanno già scommettendo su cosa succederà tra tre settimane.

📌 Articolo in breve
Il 23 luglio 2026 la BCE si riunisce per la prossima decisione sui tassi, dopo il rialzo di giugno che ha portato il tasso sui depositi al 2,25%. L’istituto ha dichiarato che non esclude un ulteriore aumento, ma procederà riunione dopo riunione in base ai dati sull’inflazione. Un nuovo rialzo impatterebbe i mutui a tasso variabile e renderebbe ancora più competitivi i conti deposito, già arrivati fino al 4% con alcune offerte promozionali.
⚠️ Disclaimer: Le informazioni contenute in questo articolo hanno scopo puramente informativo e non costituiscono consulenza finanziaria o di investimento. Le decisioni di politica monetaria sono soggette a cambiamenti fino all’ultimo momento: verifica sempre l’esito ufficiale sul sito della BCE.

📅 Ultimo aggiornamento: 3 luglio 2026, in attesa della riunione del 23 luglio.

Indice

  1. Il punto di partenza dopo il rialzo di giugno
  2. Cosa aspettarsi dalla riunione del 23 luglio
  3. L’impatto su chi ha un mutuo variabile
  4. Cosa cambia per conti deposito e risparmi
  5. Perché la BCE ha ricominciato ad alzare i tassi
  6. Cosa fare nell’attesa
  7. Domande frequenti

Il punto di partenza dopo il rialzo di giugno

Nella riunione dell’11 giugno 2026 la BCE ha alzato i tassi di interesse di 25 punti base, portando il tasso sui depositi dal 2% al 2,25% e quello sulle operazioni di rifinanziamento principali al 2,40%. È stato il primo rialzo dopo una lunga fase di stabilità, motivato da un’inflazione europea che resta sopra il target nonostante il rallentamento della crescita economica. Da allora, chi ha un mutuo a tasso variabile ha già visto la rata salire di circa 25-28 euro al mese ogni 100.000 euro di debito residuo, mentre i conti deposito hanno iniziato a offrire condizioni via via più competitive.

Questo è il contesto con cui la BCE arriva all’appuntamento del 23 luglio: un’inflazione non ancora del tutto sotto controllo, una crescita che rallenta, e un mercato che si interroga se il rialzo di giugno sia stato un episodio isolato o l’inizio di un nuovo ciclo di restrizione monetaria.

Cosa aspettarsi dalla riunione del 23 luglio

La BCE ha comunicato che non esclude un nuovo aumento dei tassi, ma ha anche chiarito che dal mese di luglio in avanti le decisioni verranno prese riunione dopo riunione, in base ai dati economici disponibili nelle settimane immediatamente precedenti a ciascun appuntamento, piuttosto che seguendo un percorso prestabilito. Questo approccio prudente rende difficile fare previsioni certe: molto dipenderà dai dati sull’inflazione dell’eurozona pubblicati nelle settimane a ridosso del 23 luglio, e da eventuali segnali sullo stato dell’economia reale nei principali paesi membri, Italia e Germania in testa.

Gli analisti di mercato restano divisi tra chi si aspetta una pausa, per dare tempo agli effetti del rialzo di giugno di manifestarsi pienamente nell’economia, e chi ritiene più probabile un secondo rialzo consecutivo, vista la persistenza delle pressioni inflazionistiche in alcuni settori chiave come i servizi.

L’impatto su chi ha un mutuo variabile

Chi ha un mutuo a tasso variabile, agganciato tipicamente all’Euribor, ha già sperimentato l’effetto del rialzo di giugno sulla propria rata mensile. Un secondo rialzo di pari entità a luglio comporterebbe un ulteriore aumento nello stesso ordine di grandezza, con un effetto cumulativo che dopo due rialzi consecutivi inizia a farsi sentire in modo più tangibile sul bilancio familiare, soprattutto per i mutui di importo elevato o con capitale residuo ancora alto.

Chi ha invece un mutuo a tasso fisso non subisce alcun effetto diretto dalle decisioni BCE sul proprio piano di ammortamento già firmato, ma le decisioni di luglio influenzano comunque le condizioni offerte ai nuovi mutui fissi stipulati da questo momento in avanti, perché i tassi fissi si basano sui rendimenti dei titoli di Stato a lungo termine, che a loro volta reagiscono alle aspettative sulla politica monetaria futura della BCE.

Cosa cambia per conti deposito e risparmi

Sul fronte opposto, chi ha liquidità parcheggiata su conti deposito o sta valutando dove investire i propri risparmi guadagna da un contesto di tassi più alti. Le banche hanno già iniziato a rincorrersi con offerte sempre più aggressive: alcune promozioni recenti sono arrivate fino al 4% lordo, come raccontiamo nel nostro approfondimento sui migliori conti deposito di luglio 2026. Un ulteriore rialzo BCE il 23 luglio potrebbe spingere ancora più in alto questa competizione tra istituti, a beneficio di chi ha liquidità da investire con un orizzonte di breve-medio termine.

Anche i rendimenti di BOT e BTP a breve scadenza tendono a muoversi in sincronia con le decisioni BCE, offrendo un’alternativa ai conti deposito per chi cerca rendimento certo con la tassazione agevolata al 12,5% riservata ai titoli di Stato.

Perché la BCE ha ricominciato ad alzare i tassi

Per capire cosa aspettarsi il 23 luglio serve inquadrare il rialzo di giugno nel contesto più ampio degli ultimi anni. Dopo il ciclo di aumenti aggressivi del 2022-2023, la BCE aveva intrapreso un percorso di riduzione graduale dei tassi tra il 2024 e l’inizio del 2026, accompagnando il rallentamento dell’inflazione verso il target del 2%. Il rialzo di giugno ha quindi rappresentato un’inversione di rotta non scontata, giustificata dal ministero delle finanze europee e dai board della BCE con la persistenza di pressioni sui prezzi in alcuni comparti, in particolare i servizi, dove l’inflazione ha mostrato una resistenza maggiore rispetto ai beni industriali.

Questa inversione ha colto di sorpresa una parte del mercato, che si attendeva un proseguimento del percorso di allentamento monetario, e spiega perché ora gli analisti si muovano con maggiore cautela nel formulare previsioni sulla riunione di luglio: dopo una sorpresa, il mercato tende a scontare una probabilità più alta di ulteriori mosse inattese rispetto a un contesto di piena prevedibilità.

Cosa fare nell’attesa

Nell’attesa della decisione del 23 luglio, chi ha un mutuo variabile e teme ulteriori rialzi può valutare, insieme alla propria banca, la possibilità di una surroga verso un tasso fisso, un’operazione gratuita per legge che permette di bloccare la rata indipendentemente dalle mosse future della BCE. Non è una scelta valida per tutti: dipende dal differenziale tra tasso fisso e variabile offerto in quel momento specifico e dalla propria propensione al rischio.

Chi invece ha liquidità da investire può valutare di attendere l’esito della riunione prima di vincolare somme importanti su conti deposito a lungo termine, perché un eventuale rialzo potrebbe portare a offerte ancora più vantaggiose nelle settimane immediatamente successive alla decisione.

Domande frequenti

Quando si saprà l’esito della riunione del 23 luglio?

La BCE comunica la decisione sui tassi il giorno stesso della riunione, generalmente nel primo pomeriggio, seguita da una conferenza stampa della presidente in cui vengono spiegate le motivazioni della scelta e fornite indicazioni sulle prospettive future.

Un rialzo dei tassi BCE si riflette subito sulla rata del mutuo?

L’effetto sulla rata dipende dalla periodicità di revisione prevista dal proprio contratto di mutuo, che può essere mensile, trimestrale o semestrale in base all’indice Euribor di riferimento scelto al momento della stipula. Non tutti i mutui variabili si aggiornano quindi nello stesso momento dopo una decisione BCE.

Conviene aspettare il 23 luglio prima di aprire un conto deposito?

Dipende dall’urgenza e dall’importo. Le offerte attuali sono già competitive, e un’eventuale attesa comporta comunque la rinuncia a qualche settimana di interessi maturati. Per chi non ha fretta e vuole massimizzare il rendimento, attendere l’esito della riunione prima di vincolare somme importanti può avere senso; per chi vuole mettere al sicuro la liquidità subito, le condizioni attuali restano comunque valide.

Dopo il 23 luglio ci sono altre riunioni BCE da monitorare nel 2026?

Sì, il calendario della BCE prevede riunioni di politica monetaria a cadenza regolare, circa ogni sei-otto settimane, con i prossimi appuntamenti dopo luglio previsti tra settembre e dicembre 2026. Ogni riunione sarà valutata singolarmente in base ai dati economici disponibili in quel momento, secondo l’approccio “riunione dopo riunione” più volte ribadito dai vertici dell’istituto.

Per il quadro completo sulla decisione di giugno, leggi il nostro approfondimento su BCE alza i tassi a giugno 2026 e la nostra guida aggiornata ai migliori conti deposito di luglio 2026. Per i comunicati ufficiali consulta il sito ufficiale della BCE.

Conto corrente per pensionati 2026: quale conviene tra zero spese e assistenza

conto corrente pensionati – Conto corrente per pensionati 2026

Il conto corrente per pensionati più adatto non è sempre quello con il canone più basso in assoluto: per chi riceve la pensione ogni mese e magari preferisce ancora andare allo sportello, contano anche fattori come la presenza di filiali fisiche, la semplicità dell’app e l’assistenza telefonica dedicata. Scegliere bene può significare risparmiare decine di euro l’anno senza rinunciare ai servizi che contano davvero per questa fascia di clientela.

📌 Articolo in breve
Molte banche offrono canone azzerato o ridotto ai pensionati, spesso a partire dai 65 o 70 anni, sia sui conti online che su quelli tradizionali. BancoPosta resta la scelta più diffusa per la sua rete capillare di uffici postali. Le banche online convengono a chi è a proprio agio con app e internet banking, mentre le banche tradizionali restano preferibili per chi vuole assistenza fisica allo sportello.
⚠️ Disclaimer: Le informazioni contenute in questo articolo hanno scopo puramente informativo e non costituiscono consulenza finanziaria. Le condizioni dei conti correnti cambiano nel tempo: verifica sempre l’offerta aggiornata sul sito della banca prima di aprire un conto.

📅 Ultimo aggiornamento: luglio 2026.

Indice

  1. Cosa cercare in un conto per pensionati
  2. I conti a canone zero per over 65-70
  3. BancoPosta: perché resta la scelta più diffusa
  4. Banca online o banca tradizionale
  5. Come funziona l’accredito della pensione
  6. Attenzione alle truffe agli anziani
  7. Una checklist pratica prima di scegliere
  8. Il ruolo dei familiari nella scelta
  9. Domande frequenti

Cosa cercare in un conto per pensionati

Prima di guardare il canone mensile, vale la pena fare una lista delle proprie priorità reali. Chi usa raramente internet e preferisce parlare con un operatore in filiale darà più peso alla presenza di sportelli fisici vicino a casa rispetto al risparmio di qualche euro al mese offerto da una banca solo online. Chi invece è a proprio agio con smartphone e computer può orientarsi tranquillamente verso soluzioni digitali, spesso più economiche e con procedure di apertura conto interamente da remoto.

Altri elementi da valutare sono i costi delle operazioni allo sportello (alcuni conti a canone zero applicano comunque un costo per ogni operazione fatta fisicamente in filiale), la presenza di una carta di debito inclusa senza costi aggiuntivi, e la disponibilità di un servizio di assistenza telefonica con tempi di attesa ragionevoli, un aspetto che pesa parecchio nell’esperienza quotidiana di chi ha bisogno di supporto.

I conti a canone zero per over 65-70

Molte banche, sia tradizionali che online, offrono l’azzeramento del canone mensile ai clienti che superano una certa soglia d’età, tipicamente 65 o 70 anni a seconda dell’istituto. È una pratica commerciale diffusa perché i pensionati rappresentano un segmento di clientela stabile, con un accredito mensile fisso e prevedibile, che le banche preferiscono acquisire e fidelizzare anche a costo di rinunciare al canone.

Attenzione però a leggere sempre le condizioni complete: alcuni conti “gratuiti per over 65” azzerano il solo canone base ma mantengono costi per operazioni extra, bonifici allo sportello, o l’emissione di assegni, voci che per un pensionato abituato a operare fisicamente possono comunque generare una spesa annua non trascurabile. Conviene sempre chiedere in filiale un prospetto completo dei costi, non fermarsi alla sola pubblicità del canone zero.

BancoPosta: perché resta la scelta più diffusa

BancoPosta, il servizio bancario di Poste Italiane, resta storicamente il punto di riferimento per la maggioranza dei pensionati italiani, soprattutto nei centri più piccoli dove Poste Italiane spesso rappresenta l’unico sportello finanziario facilmente raggiungibile. La capillarità della rete — con uffici postali presenti anche in comuni dove le banche tradizionali hanno chiuso le filiali negli ultimi anni — è il motivo principale di questa preferenza, più che le condizioni economiche in senso stretto, che restano nella media rispetto alla concorrenza.

Per chi vive in zone rurali o in piccoli centri con collegamenti limitati, la presenza di un ufficio postale raggiungibile a piedi o con un breve tragitto pesa spesso più di qualche euro di differenza sul canone mensile applicato da una banca online.

Banca online o banca tradizionale

Le banche online tendono ad avere condizioni economiche più vantaggiose in assoluto, perché non devono sostenere i costi di gestione di una rete di filiali fisiche. Per un pensionato digitalmente autonomo, capace di gestire l’app per controllare i movimenti e fare bonifici, questa può essere la scelta più conveniente in termini puramente economici, con il vantaggio aggiuntivo di poter operare in qualsiasi momento senza vincoli di orario.

Chi invece preferisce o necessita di un rapporto diretto con un operatore, magari per la gestione di operazioni più complesse come un investimento o una successione, trova più valore in una banca tradizionale con filiali fisiche, anche a fronte di un canone leggermente più alto. Non è una scelta valida per tutti allo stesso modo: dipende dalle abitudini personali e dal livello di confidenza con gli strumenti digitali.

Come funziona l’accredito della pensione

L’accredito della pensione su un conto corrente, sia esso tradizionale o online, avviene automaticamente una volta comunicate le coordinate bancarie (IBAN) all’INPS, tramite il servizio online dedicato, un patronato, o direttamente in sede INPS. Il cambio di IBAN per l’accredito pensionistico richiede generalmente uno o due mesi per essere operativo, quindi chi decide di cambiare banca dovrebbe evitare di chiudere il vecchio conto prima che il nuovo accredito sia confermato attivo, per non rischiare un mese di ritardo nella ricezione della pensione.

Attenzione alle truffe agli anziani

I pensionati sono storicamente uno dei bersagli preferiti delle truffe finanziarie, sia telefoniche che tramite falsi operatori bancari che si presentano di persona o al telefono chiedendo dati sensibili. Nessuna banca chiede mai, né telefonicamente né via email, di comunicare PIN, password complete o codici OTP: qualsiasi richiesta di questo tipo è quasi certamente un tentativo di truffa, indipendentemente da quanto sembri credibile chi la fa. Conviene sempre verificare eventuali comunicazioni sospette chiamando direttamente il numero ufficiale della propria banca, non quello fornito da chi ha contattato per primo.

Una checklist pratica prima di scegliere

Prima di firmare l’apertura di un nuovo conto, vale la pena chiedere per iscritto alla banca — o verificare nel foglio informativo, un documento che ogni istituto è obbligato a fornire — alcuni punti specifici: il canone mensile effettivo dopo l’eventuale sconto per età, il costo di ogni operazione allo sportello oltre un certo numero mensile incluso, il costo del bancomat e della sua sostituzione in caso di smarrimento, e le condizioni per i bonifici verso altre banche. Sono voci che raramente emergono dalla sola pubblicità del conto ma che, sommate nell’arco di un anno, possono cambiare sensibilmente la convenienza reale dell’offerta.

Un altro punto spesso trascurato riguarda la reperibilità di un referente umano in caso di problemi: banche con numero verde dedicato e tempi di attesa contenuti offrono un’esperienza molto diversa da istituti dove il supporto passa solo attraverso chat automatiche o email, un dettaglio che pesa particolarmente per chi non è a proprio agio con le procedure digitali di reclamo o assistenza.

Il ruolo dei familiari nella scelta

Sempre più spesso sono i figli o i nipoti a occuparsi di confrontare le offerte di conto corrente per un genitore o un nonno anziano, magari dopo aver notato spese poco chiare sull’estratto conto di un istituto tradizionale. In questi casi, oltre a valutare le condizioni economiche, ha senso coinvolgere direttamente il titolare del conto nella scelta finale, spiegando con calma le differenze tra le opzioni disponibili: un cambio di banca imposto dall’esterno, per quanto economicamente vantaggioso, può generare disorientamento in chi è abituato da decenni alle stesse abitudini bancarie.

Domande frequenti

Conviene aprire un conto congiunto con un familiare per gestire la pensione?

Può essere utile per chi ha bisogno di supporto nella gestione quotidiana delle finanze, ma comporta la condivisione piena della disponibilità del conto tra i cointestatari. È una decisione da valutare con attenzione, magari optando in alternativa per una delega ad operare, che permette a un familiare di gestire il conto senza diventarne cointestatario a tutti gli effetti.

Cosa succede al conto corrente in caso di decesso del titolare?

Il conto viene bloccato non appena la banca riceve comunicazione del decesso, e le somme presenti restano vincolate fino alla conclusione della pratica successoria, che coinvolge tutti gli eredi legittimi secondo le regole ordinarie sulla successione.

È obbligatorio avere un conto corrente per ricevere la pensione?

Non necessariamente un conto corrente tradizionale: l’accredito della pensione può avvenire anche su un libretto postale o su una carta conto (come Postepay Evolution), soluzioni spesso scelte da chi vuole limitare i costi di gestione e non ha necessità delle funzionalità complete di un conto corrente ordinario.

Per confrontare le offerte aggiornate sul mercato, leggi anche la nostra guida ai migliori conti correnti online luglio 2026. Per la gestione dell’accredito pensione consulta il portale INPS.

Contributi volontari INPS 2026: quando conviene versarli e quanto costano

contributi volontari – Contributi volontari INPS 2026

I contributi volontari INPS permettono di continuare a versare per la pensione anche quando si smette di lavorare, evitando che periodi di disoccupazione, maternità prolungata o scelte di vita personali si trasformino in buchi contributivi che allontanano la pensione o ne riducono l’importo. È uno strumento poco conosciuto ma che può fare una differenza concreta per chi si trova a metà carriera con una interruzione lavorativa non voluta.

📌 Articolo in breve
I contributi volontari permettono di versare di tasca propria i contributi previdenziali quando non si lavora, per non perdere continuità contributiva ai fini pensione. Servono almeno 5 anni di contributi versati (o 3 anni negli ultimi 5) per ottenere l’autorizzazione INPS. L’aliquota per i lavoratori dipendenti è del 33% calcolata sulla retribuzione media recente. Dal 2026 la domanda si presenta solo online.
⚠️ Disclaimer: Le informazioni contenute in questo articolo hanno scopo puramente informativo e non costituiscono consulenza previdenziale. Per una valutazione sulla tua situazione specifica rivolgiti a un patronato o consulta direttamente l’INPS.

📅 Ultimo aggiornamento: luglio 2026.

Indice

  1. Cosa sono i contributi volontari
  2. I requisiti per ottenere l’autorizzazione
  3. Quanto costano nel 2026
  4. Quando conviene davvero versarli
  5. Come richiedere l’autorizzazione
  6. Le alternative da valutare prima
  7. Un esempio pratico di calcolo
  8. Domande frequenti

Cosa sono i contributi volontari

Normalmente i contributi previdenziali vengono versati automaticamente dal datore di lavoro (per i dipendenti) o dal lavoratore stesso (per autonomi e partite IVA) come conseguenza diretta dell’attività lavorativa svolta. I contributi volontari sono invece un meccanismo che permette di continuare a versare anche in assenza di un’attività lavorativa effettiva, previa autorizzazione dell’INPS, per non interrompere la propria posizione contributiva.

Il caso tipico è quello di chi perde il lavoro e non trova subito una nuova occupazione, di chi si prende una pausa prolungata per motivi familiari, o di chi decide di ridurre l’attività lavorativa negli anni precedenti la pensione senza voler rinunciare alla continuità contributiva necessaria per maturare i requisiti pieni.

I requisiti per ottenere l’autorizzazione

Per ottenere l’autorizzazione ai contributi volontari serve dimostrare di avere già maturato almeno cinque anni di contributi, corrispondenti a 260 contributi settimanali o 60 mensili, indipendentemente da quando sono stati versati nel corso della carriera lavorativa. In alternativa, è sufficiente aver maturato almeno tre anni di contribuzione nei cinque anni precedenti la data di presentazione della domanda.

Questo secondo criterio è pensato per chi ha lavorato con continuità negli ultimi anni ma non arriva ancora a cinque anni di contributi complessivi nella carriera: basta comunque dimostrare un’attività recente sufficientemente consistente. È importante presentare la domanda in tempi ragionevoli dall’interruzione del lavoro, perché l’autorizzazione decorre generalmente dalla data della domanda o da quella dell’ultima contribuzione obbligatoria, e ritardi eccessivi possono creare comunque un vuoto contributivo nel periodo intermedio.

Quanto costano nel 2026

Il costo dei contributi volontari dipende dalla gestione previdenziale di appartenenza e dalla retribuzione o dal reddito di riferimento. Per i lavoratori dipendenti non agricoli l’aliquota applicata è del 33%, calcolata sulla base della retribuzione media percepita nell’ultimo periodo di lavoro effettivo, il che porta a versamenti mensili spesso significativi, proporzionati allo stipendio precedente.

Per gli artigiani iscritti alla gestione autonomi l’aliquota è del 24%, con un versamento mensile che nel 2026 va da un minimo di 376,16 euro a un massimo di 1.124,48 euro in base alla fascia di reddito dichiarata. Per i commercianti l’aliquota sale al 24,48%, con importi mensili che vanno da 383,69 euro fino a 1.146,97 euro per la classe di reddito più alta. Sono cifre importanti, che vanno valutate con attenzione rispetto al beneficio pensionistico atteso prima di impegnarsi in versamenti prolungati nel tempo.

Quando conviene davvero versarli

I contributi volontari hanno senso soprattutto in due situazioni: quando mancano pochi anni al raggiungimento dei requisiti pensionistici e un’interruzione lavorativa rischierebbe di allontanare ulteriormente il traguardo, oppure quando l’obiettivo è raggiungere una soglia specifica di anzianità contributiva necessaria per una particolare forma di pensionamento anticipato. Chi è invece a metà carriera, con molti anni di lavoro ancora davanti, potrebbe valutare che l’importo richiesto per i contributi volontari non giustifichi l’esborso rispetto ad altre priorità finanziarie del momento, sapendo che i contributi mancanti potranno comunque essere recuperati con anni di lavoro futuro.

Vale sempre la pena fare un calcolo concreto con un patronato o un consulente previdenziale prima di attivare i versamenti, perché il costo mensile, specialmente per i redditi medio-alti, può essere rilevante e va confrontato con l’effettivo beneficio in termini di anni di pensione guadagnati o di importo della rendita futura.

Come richiedere l’autorizzazione

Dal 1° gennaio 2026 la domanda di autorizzazione ai versamenti volontari va presentata esclusivamente online, tramite il servizio dedicato sul portale INPS, accessibile con SPID, CIE o CNS. In precedenza era possibile anche la presentazione tramite altri canali, ma la digitalizzazione completa della procedura ha reso il portale online l’unico punto di accesso, insieme all’assistenza di patronati e CAF per chi preferisce farsi seguire nella compilazione.

Una volta ottenuta l’autorizzazione, l’INPS comunica l’importo dovuto e le modalità di versamento periodico, generalmente trimestrale, e la posizione resta attiva fino a quando il lavoratore continua a versare regolarmente o comunica la cessazione dei versamenti.

Le alternative da valutare prima

Prima di attivare i contributi volontari, vale la pena verificare se esistono percorsi alternativi meno onerosi per coprire lo stesso periodo. La disoccupazione NASpI, ad esempio, genera automaticamente contribuzione figurativa per il periodo di fruizione, senza alcun esborso da parte del lavoratore. Anche i congedi parentali e alcune forme di malattia prolungata prevedono contribuzione figurativa automatica. I contributi volontari diventano quindi rilevanti soprattutto per i periodi non coperti da queste tutele, come una pausa lavorativa scelta liberamente o un periodo successivo all’esaurimento della NASpI.

Un esempio pratico di calcolo

Prendiamo il caso di un ex dipendente con una retribuzione media mensile precedente di 2.000 euro lordi, che perde il lavoro e, dopo aver esaurito la NASpI, decide di attivare i contributi volontari per non interrompere la propria posizione contributiva in vista della pensione. Applicando l’aliquota del 33% prevista per i lavoratori dipendenti, il versamento mensile dovuto si aggira intorno ai 660 euro, una cifra rilevante che va confrontata con attenzione rispetto alla propria situazione finanziaria del momento.

Per un artigiano con reddito nella fascia intermedia, lo stesso ragionamento porta a un versamento mensile più contenuto, nell’ordine di alcune centinaia di euro, per effetto sia dell’aliquota inferiore sia della base di calcolo diversa applicata alle gestioni autonome. Questo spiega perché la scelta di attivare i contributi volontari vada sempre valutata caso per caso, senza generalizzazioni valide per tutte le situazioni lavorative.

Domande frequenti

I contributi volontari valgono come i contributi da lavoro ordinario?

Sì, ai fini del calcolo della pensione i contributi volontari sono equiparati ai contributi obbligatori versati durante l’attività lavorativa, sia per il conteggio degli anni di anzianità contributiva sia per il calcolo dell’importo della pensione futura.

Posso smettere di versare i contributi volontari quando voglio?

Sì, non c’è un vincolo di durata minima: puoi interrompere i versamenti in qualsiasi momento comunicandolo all’INPS, e riprendere eventualmente in futuro presentando una nuova domanda, sempre che permangano i requisiti richiesti.

I contributi volontari sono deducibili dalle tasse?

Sì, i contributi previdenziali volontari versati all’INPS sono generalmente deducibili dal reddito imponibile ai fini IRPEF, con un beneficio fiscale che riduce in parte il costo effettivo sostenuto. Verifica sempre con un commercialista o CAF la corretta indicazione in dichiarazione dei redditi.

Quanto tempo impiega l’INPS a rispondere alla domanda di autorizzazione?

I tempi di risposta variano in base al carico di lavoro delle sedi territoriali, ma generalmente l’INPS fornisce un riscontro entro alcune settimane dalla presentazione della domanda online. È consigliabile presentare la richiesta il prima possibile dopo l’interruzione del lavoro, per ridurre al minimo l’eventuale periodo scoperto tra la fine dell’attività lavorativa e l’attivazione dei versamenti volontari.

Per capire come i periodi di disoccupazione influiscono sulla posizione previdenziale, leggi anche la nostra guida alla NASpI 2026. Per la domanda ufficiale consulta il portale INPS.

Assicurazione infortuni domestici (casalinghe) 2026: chi deve farla e quanto costa

casalinghe – Assicurazione infortuni domestici casalinghe 2026

L’assicurazione infortuni domestici INAIL, comunemente chiamata “assicurazione casalinghe”, è un obbligo che riguarda milioni di italiani e italiane ma che resta largamente sconosciuto ai più. Chi si occupa della casa e della famiglia in modo gratuito e continuativo, senza un vero e proprio contratto di lavoro, ha per legge l’obbligo di iscriversi e pagare un premio annuale — pena sanzioni in caso di controllo.

📌 Articolo in breve
L’assicurazione INAIL contro gli infortuni domestici è obbligatoria per chi si occupa della casa in modo abituale e gratuito, tra i 18 e i 67 anni. Il premio 2026 è di 24 euro l’anno, da versare entro il 31 gennaio. Chi ha un reddito personale sotto i 4.648,11 euro e familiare sotto i 9.296,22 euro è esente dal pagamento ma deve comunque iscriversi. L’iscrizione si fa online sul portale INAIL con SPID, CIE o CNS.
⚠️ Disclaimer: Le informazioni contenute in questo articolo hanno scopo puramente informativo e non costituiscono consulenza legale o previdenziale. Per la tua situazione specifica verifica direttamente sul portale INAIL o rivolgiti a un patronato.

📅 Ultimo aggiornamento: luglio 2026.

Indice

  1. Cos’è l’assicurazione infortuni domestici
  2. Chi deve iscriversi obbligatoriamente
  3. Quanto costa e come si paga
  4. Chi è esente dal pagamento
  5. Come iscriversi online
  6. Cosa copre in caso di infortunio
  7. Perché esiste questa assicurazione: un po’ di storia
  8. Un esempio pratico di quando interviene la copertura
  9. Domande frequenti

Cos’è l’assicurazione infortuni domestici

L’assicurazione contro gli infortuni domestici è stata istituita per tutelare chi svolge lavoro di cura della casa in modo gratuito — le persone che tradizionalmente chiamiamo casalinghe e casalinghi — dagli incidenti che possono capitare tra le mura domestiche: una caduta mentre si puliscono i vetri, un’ustione in cucina, un taglio con un elettrodomestico. Sono infortuni che, senza questa copertura, resterebbero completamente scoperti, perché chi lavora in casa senza contratto non ha accesso alle tutele INAIL previste per i lavoratori dipendenti.

La gestione è affidata all’INAIL, lo stesso ente che si occupa degli infortuni sul lavoro tradizionali, ma con una polizza a sé stante, dedicata specificamente a questa platea di persone che svolgono un’attività riconosciuta socialmente utile ma priva delle tutele previdenziali ordinarie.

Chi deve iscriversi obbligatoriamente

L’obbligo riguarda chiunque svolga in modo abituale, esclusivo e gratuito il lavoro di cura dell’ambiente domestico e della famiglia, senza vincoli di subordinazione, ed abbia un’età compresa tra i 18 e i 67 anni. Non è quindi legato al genere né a uno stato civile specifico: può trattarsi di una persona sposata, single, convivente, uomo o donna, purché il lavoro domestico sia svolto in modo continuativo come attività principale.

Sono escluse dall’obbligo le persone che già lavorano fuori casa a tempo pieno, chi ha un’invalidità che impedisce di svolgere le attività domestiche, e gli studenti a tempo pieno che non gestiscono in autonomia la casa. Anche chi si occupa della casa part-time, affiancando un lavoro esterno part-time, potrebbe rientrare nell’obbligo: la valutazione va fatta caso per caso in base ai criteri specifici indicati dall’INAIL.

Quanto costa e come si paga

Il premio assicurativo per il 2026 è fissato in 24 euro l’anno, da versare entro il 31 gennaio di ogni anno tramite l’avviso di pagamento generato dal sistema INAIL, pagabile con i consueti canali (PagoPA, home banking, sportelli abilitati). Chi paga in ritardo non perde la copertura ma è soggetto a una maggiorazione calcolata in base ai giorni di ritardo accumulati, quindi conviene non lasciar scadere il termine.

È una cifra contenuta se paragonata al costo di altre coperture assicurative volontarie, proprio perché si tratta di un’assicurazione sociale con finalità di tutela di base, non di un prodotto commerciale con margini di profitto per un assicuratore privato.

Chi è esente dal pagamento

Chi ha un reddito personale IRPEF lordo inferiore a 4.648,11 euro e appartiene a un nucleo familiare con reddito complessivo lordo non superiore a 9.296,22 euro ha diritto all’esenzione dal pagamento del premio, che in questo caso resta a carico dello Stato. È un’esenzione economica pensata per non gravare su chi ha già una condizione reddituale fragile, ma attenzione: l’esenzione dal pagamento non esonera dall’obbligo di iscrizione, che va comunque effettuata per essere formalmente coperti dalla tutela assicurativa.

Come iscriversi online

L’iscrizione avviene esclusivamente per via telematica attraverso il servizio online dedicato sul portale INAIL, accessibile con le credenziali SPID, CIE (Carta d’Identità Elettronica) o CNS (Carta Nazionale dei Servizi). Dopo l’autenticazione, si compila la domanda di iscrizione indicando i propri dati e la situazione reddituale, ed è lo stesso portale a generare l’avviso di pagamento per chi non rientra nei requisiti di esenzione.

Chi ha difficoltà con la procedura online può rivolgersi gratuitamente a un patronato, che assiste nella compilazione della domanda e nella verifica dei requisiti di esenzione, un servizio molto utile soprattutto per chi non ha familiarità con i servizi digitali della pubblica amministrazione.

Cosa copre in caso di infortunio

In caso di infortunio domestico che comporti un’invalidità permanente pari o superiore al 16%, la polizza eroga una rendita mensile calcolata in base al grado di invalidità accertato da apposita visita medico-legale INAIL. Per invalidità di grado inferiore non è prevista rendita, ma restano garantite le prestazioni sanitarie e riabilitative necessarie. In caso di decesso causato da un infortunio domestico coperto, è prevista una rendita ai superstiti secondo le regole ordinarie INAIL.

È una tutela pensata per gli infortuni più gravi, non per i piccoli incidenti quotidiani senza conseguenze permanenti, che restano quindi a carico del sistema sanitario nazionale come qualsiasi altro problema di salute non legato al lavoro.

Perché esiste questa assicurazione: un po’ di storia

L’obbligo assicurativo nasce dalla Legge 493 del 1999, una delle prime normative europee a riconoscere il lavoro domestico non retribuito come attività meritevole di tutela previdenziale specifica. Prima di questa legge, chi si infortunava in casa mentre svolgeva le normali attività di cura della famiglia non aveva alcuna forma di indennizzo dedicata, a differenza di chi si faceva male sul luogo di lavoro tradizionale, coperto invece dall’assicurazione INAIL ordinaria fin dai primi del Novecento.

Negli anni la normativa è stata più volte aggiornata, sia sul fronte dell’importo del premio che su quello delle soglie di esenzione reddituale, mantenendo però intatto lo spirito originario: riconoscere che il lavoro domestico, pur non generando reddito diretto, comporta rischi concreti che meritano una copertura assicurativa dedicata, finanziata con un contributo simbolico rispetto al valore reale della tutela offerta.

Un esempio pratico di quando interviene la copertura

Immaginiamo il caso di una persona di 55 anni che si occupa a tempo pieno della casa e della famiglia, regolarmente iscritta e in regola con il pagamento del premio annuale. Durante le pulizie domestiche scivola da una scala mentre pulisce una finestra alta, riportando una frattura che, a seguito degli accertamenti medico-legali, viene classificata con un grado di invalidità permanente del 20%. In questo scenario, superata la soglia minima del 16% prevista dalla normativa, la persona ha diritto a una rendita mensile calcolata in base al grado di invalidità riconosciuto, oltre alle prestazioni sanitarie necessarie per la riabilitazione.

Senza l’iscrizione regolare, lo stesso incidente non avrebbe dato accesso ad alcuna rendita specifica legata all’infortunio domestico, lasciando la persona con le sole tutele sanitarie ordinarie del servizio sanitario nazionale, senza il sostegno economico aggiuntivo legato alla perdita di capacità lavorativa domestica.

Domande frequenti

Se lavoro part-time fuori casa devo comunque iscrivermi?

Dipende dalla situazione specifica: se il lavoro di cura della casa resta l’attività prevalente e abituale, l’obbligo può sussistere anche in presenza di un’occupazione part-time esterna. In caso di dubbio conviene verificare direttamente con l’INAIL o un patronato la propria situazione specifica.

Cosa succede se non mi iscrivo pur avendone l’obbligo?

La mancata iscrizione espone a sanzioni amministrative in caso di accertamento, oltre a lasciare la persona priva di copertura in caso di infortunio domestico grave, con conseguenze economiche potenzialmente molto più pesanti del piccolo premio annuale richiesto.

L’assicurazione copre anche gli uomini che si occupano della casa?

Sì, nonostante il nome comune “assicurazione casalinghe” faccia pensare solo alle donne, la normativa si applica a chiunque svolga il lavoro di cura della casa in modo abituale e gratuito, indipendentemente dal genere.

Per un quadro più ampio sulle tutele assicurative disponibili, leggi anche la nostra guida alla assicurazione vita nel 2026. Per la procedura ufficiale di iscrizione consulta il portale INAIL.

Certificazione energetica APE 2026: quando serve, quanto costa e chi la rilascia

certificazione energetica – Certificazione energetica APE 2026

La certificazione energetica APE è uno di quei documenti che quasi tutti scoprono di dover procurare solo quando è troppo tardi — nel bel mezzo di una compravendita o di un contratto d’affitto già avviato. Sapere in anticipo quando serve, quanto costa e come si ottiene evita ritardi e brutte sorprese proprio nei momenti in cui meno servono.

📌 Articolo in breve
L’APE (Attestato di Prestazione Energetica) certifica il consumo energetico di un immobile su una scala da A4 (più efficiente) a G (meno efficiente). È obbligatorio per vendere o affittare casa, ha validità 10 anni e va rifatto dopo interventi che modificano l’efficienza energetica dell’edificio. Lo rilascia un tecnico certificatore abilitato dopo un sopralluogo.
⚠️ Disclaimer: Le informazioni contenute in questo articolo hanno scopo puramente informativo. Per la tua situazione specifica rivolgiti a un tecnico certificatore energetico abilitato o consulta la normativa regionale applicabile, che può prevedere variazioni rispetto alla disciplina nazionale.

📅 Ultimo aggiornamento: luglio 2026.

Indice

  1. Cos’è l’APE e a cosa serve
  2. Le classi energetiche da A4 a G
  3. Quando è obbligatorio l’APE
  4. Come si ottiene e chi lo rilascia
  5. Quanto costa e quanto dura
  6. Le differenze regionali nei sistemi di certificazione
  7. Cosa rischi senza APE
  8. Domande frequenti

Cos’è l’APE e a cosa serve

L’Attestato di Prestazione Energetica, comunemente abbreviato in APE, è il documento che fotografa quanta energia consuma un edificio o una singola unità immobiliare per riscaldamento, raffrescamento, produzione di acqua calda sanitaria e, in alcuni casi, ventilazione e illuminazione. Nasce per dare a chi compra o affitta casa un’informazione oggettiva e comparabile sui costi energetici futuri, un po’ come l’etichetta energetica che si trova su frigoriferi e lavatrici.

L’obiettivo dichiarato della normativa, che recepisce direttive europee sull’efficienza energetica degli edifici, è duplice: da un lato tutelare chi acquista o affitta, che ha diritto a sapere in anticipo quanto costerà riscaldare o raffrescare quella casa; dall’altro spingere il mercato immobiliare verso una maggiore attenzione all’efficienza energetica, premiando indirettamente gli immobili più performanti con un valore percepito più alto.

Le classi energetiche da A4 a G

La scala di classificazione energetica va dalla classe A4, la più efficiente, fino alla classe G, la meno efficiente, passando per A3, A2, A1, B, C, D, E ed F. Un immobile in classe A4 o A3 è tipicamente una costruzione recente con isolamento termico avanzato, infissi ad alte prestazioni e impianti di ultima generazione, spesso abbinati a pompe di calore o fotovoltaico. Un immobile in classe F o G è quasi sempre un edificio datato, mai ristrutturato dal punto di vista energetico, con dispersioni termiche significative e impianti obsoleti.

La differenza tra le classi non è solo teorica: si traduce in bolletta energetica reale. Un appartamento in classe G può arrivare a consumare anche quattro o cinque volte l’energia di un appartamento equivalente in classe A per dimensioni e utilizzo, una differenza che pesa concretamente sul bilancio familiare ogni inverno.

Quando è obbligatorio l’APE

L’APE è obbligatorio in tutte le compravendite immobiliari: il venditore deve consegnarlo all’acquirente, e gli annunci di vendita — anche quelli online sui principali portali immobiliari — devono riportare la classe energetica dell’immobile fin dalla pubblicazione dell’inserzione. Lo stesso vale per i contratti di locazione: il proprietario deve mettere a disposizione dell’inquilino l’attestato prima della firma del contratto, e la classe energetica deve comparire negli annunci di affitto.

È obbligatorio anche per gli edifici di nuova costruzione, dove viene rilasciato al termine dei lavori come parte della documentazione necessaria per l’agibilità, e per gli edifici pubblici sopra una certa metratura, che devono esporlo in modo visibile al pubblico. Non serve invece per le unità immobiliari che non vengono né vendute né affittate, né per alcune categorie specifiche come i fabbricati industriali senza climatizzazione o i ruderi non abitabili.

Come si ottiene e chi lo rilascia

L’APE può essere rilasciato solo da un tecnico certificatore energetico abilitato — architetti, ingegneri, geometri o periti che abbiano seguito una formazione specifica e siano iscritti negli elenchi regionali dei certificatori. Il tecnico effettua un sopralluogo dell’immobile, verifica caratteristiche costruttive, tipo di infissi, isolamento, impianti di riscaldamento e raffrescamento, e inserisce tutti i dati in un software di calcolo certificato che restituisce la classe energetica finale.

Non è un documento che si può “fare da soli” né richiedere a un ufficio pubblico senza sopralluogo: la componente tecnica del rilievo è centrale, e proprio per questo i tempi di rilascio dipendono dalla disponibilità del tecnico incaricato più che da procedure burocratiche, generalmente nell’ordine di pochi giorni dal sopralluogo.

Quanto costa e quanto dura

Il costo di un APE varia in base alla metratura dell’immobile, alla complessità dell’impianto e alla zona geografica, e viene definito liberamente dal tecnico incaricato in base alla tariffa professionale applicata: per un appartamento di dimensioni standard il costo si aggira solitamente in una fascia contenuta, mentre per edifici più grandi o complessi il prezzo sale in proporzione alla metratura e al tempo di sopralluogo necessario. Conviene sempre chiedere più preventivi, perché le tariffe tra professionisti diversi possono variare sensibilmente a parità di prestazione.

L’attestato ha validità di dieci anni dalla data di rilascio, a condizione che non vengano eseguiti interventi che modificano la prestazione energetica dell’edificio — in quel caso l’APE va rifatto indipendentemente da quanto tempo sia passato dal rilascio precedente. Interventi come la sostituzione della caldaia, l’installazione di un cappotto termico o la sostituzione degli infissi rientrano tipicamente tra quelli che richiedono un aggiornamento dell’attestato.

Le differenze regionali: non tutte le regioni usano lo stesso sistema

Un dettaglio che sorprende molti proprietari è che alcune Regioni italiane hanno un proprio sistema di certificazione energetica, distinto da quello nazionale pur restando compatibile nei principi generali. Lombardia, Emilia-Romagna, Piemonte e alcune altre regioni gestiscono catasti energetici regionali con propri strumenti di calcolo e proprie procedure di accreditamento dei tecnici certificatori, mentre le regioni che non hanno legiferato autonomamente in materia si affidano al sistema nazionale gestito dal Ministero.

Questo significa che un tecnico abilitato a certificare in una regione con sistema proprio deve essere iscritto nell’elenco specifico di quella regione, non basta l’abilitazione generica. Chi si sposta con la propria attività professionale da una regione all’altra, o chi possiede immobili in regioni diverse, deve tenere conto di questa frammentazione normativa, che complica leggermente un quadro già di per sé tecnico.

Cosa rischi senza APE

Vendere o affittare un immobile senza APE, o omettere l’indicazione della classe energetica nell’annuncio, espone a sanzioni amministrative pecuniarie, la cui entità varia in base alla tipologia di violazione e alla normativa regionale applicabile, oltre a poter creare complicazioni pratiche nella conclusione dell’atto: molti notai richiedono la consegna dell’attestato come condizione per procedere con il rogito, e la sua assenza può quindi ritardare l’intera compravendita nel momento meno opportuno.

Domande frequenti

L’APE è obbligatorio anche per un box auto o una cantina?

No, le pertinenze come box auto, cantine e soffitte non abitabili sono generalmente escluse dall’obbligo di certificazione energetica, salvo che non vengano vendute o affittate insieme all’unità abitativa principale come corpo unico nello stesso atto.

Chi paga l’APE in una compravendita, il venditore o il compratore?

La legge pone l’onere della certificazione a carico del venditore, che deve procurarsi l’attestato prima della vendita e consegnarlo all’acquirente. Nella pratica, però, le parti possono comunque accordarsi diversamente sulla ripartizione del costo, come avviene per altre spese accessorie alla compravendita.

Un APE vecchio di qualche anno è ancora valido se non ho fatto lavori in casa?

Sì, se non sono stati eseguiti interventi che modificano la prestazione energetica dell’edificio, l’attestato resta valido fino al decimo anno dalla data di rilascio, indipendentemente da eventuali cambi di proprietà o di inquilino nel frattempo.

La classe energetica influisce davvero sul prezzo di vendita?

Sempre di più. Con l’aumento dei costi dell’energia degli ultimi anni, gli acquirenti sono diventati molto più attenti alla classe energetica in fase di valutazione, e un immobile in classe elevata tende a mantenere un valore di mercato più stabile rispetto a un equivalente in classe bassa, che richiede spesso interventi di riqualificazione per restare competitivo sul mercato.

Per capire come l’efficienza energetica incide sui costi di gestione della casa, leggi anche la nostra guida su come risparmiare sulla bolletta. Per la normativa ufficiale sull’APE consulta il sito del Ministero dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica.

Visura e rendita catastale: cos’è e come si calcola

rendita catastale – Visura e rendita catastale

La rendita catastale è il valore alla base del calcolo di IMU, TARI in alcuni comuni e di molte imposte legate agli immobili, eppure quasi nessun proprietario di casa sa dove trovarla o come si arriva a quella cifra. Capire questo dato è il primo passo per verificare se stai pagando le tasse sulla casa nella misura corretta.

📌 Articolo in breve
La rendita catastale è un valore fiscale attribuito dal Catasto a ogni immobile, calcolato in base a categoria, classe e consistenza. Si trova nella visura catastale, richiedibile online in pochi minuti tramite il portale dell’Agenzia delle Entrate. Dalla rendita catastale rivalutata si ricava la base imponibile per il calcolo dell’IMU e di altre imposte immobiliari.
⚠️ Disclaimer: Le informazioni contenute in questo articolo hanno scopo puramente informativo. Non costituiscono consulenza fiscale. Per il calcolo esatto delle imposte sulla tua situazione specifica rivolgiti a un CAF, un commercialista o consulta direttamente l’Agenzia delle Entrate.

📅 Ultimo aggiornamento: luglio 2026.

Indice

  1. Cos’è la rendita catastale
  2. Come si calcola
  3. Come richiedere la visura catastale
  4. Come si usa per calcolare l’IMU
  5. Le principali categorie catastali per le abitazioni
  6. Rendita catastale, valore catastale e valore di mercato
  7. Quando può cambiare la rendita catastale
  8. Domande frequenti

Cos’è la rendita catastale

La rendita catastale è un valore economico convenzionale attribuito dal Catasto a ogni unità immobiliare, pensato originariamente per rappresentare il reddito medio ordinario ritraibile dall’immobile in un anno. Nella pratica di oggi ha perso in gran parte il legame con il reddito reale — nessuno affitta più casa a quelle cifre — ma resta comunque il parametro di riferimento per il calcolo di numerose imposte legate alla casa, prima fra tutte l’IMU.

Ogni immobile iscritto al Catasto ha una propria rendita, determinata al momento dell’accatastamento e aggiornabile nel tempo in caso di modifiche strutturali rilevanti, cambio di destinazione d’uso o interventi di ristrutturazione che alterano la categoria catastale originaria.

Come si calcola

La rendita catastale nasce dalla combinazione di tre elementi: la categoria catastale (che identifica la tipologia di immobile, ad esempio A/2 per le abitazioni civili o A/3 per le abitazioni economiche), la classe (che indica il livello qualitativo relativo all’interno della stessa categoria, in base a zona e caratteristiche) e la consistenza, espressa in vani per le abitazioni o in metri quadrati per altre destinazioni.

A ciascuna combinazione di categoria e classe corrisponde una tariffa d’estimo, stabilita a livello comunale sulla base di valori medi di mercato risalenti storicamente agli anni novanta e mai più aggiornati in modo organico. La rendita catastale si ottiene moltiplicando la tariffa d’estimo per la consistenza dell’immobile. È un meccanismo che spiega perché due appartamenti di metratura simile in zone diverse della stessa città possano avere rendite catastali molto diverse tra loro.

Come richiedere la visura catastale

La visura catastale è il documento ufficiale che riporta la rendita, insieme a categoria, classe, consistenza, indirizzo e dati identificativi dell’immobile (foglio, particella, subalterno). Si può richiedere online tramite i servizi telematici dell’Agenzia delle Entrate, accedendo con SPID, CIE o CNS, oppure recandosi personalmente presso un ufficio provinciale — Territorio dell’Agenzia delle Entrate, dove è possibile richiederla anche allo sportello.

La visura catastale online ha un piccolo costo, generalmente pochi euro, ed è disponibile in formato scaricabile pochi minuti dopo la richiesta. Basta conoscere l’indirizzo dell’immobile o i suoi dati catastali (foglio e particella) per effettuare la ricerca. Chi non ha mai fatto questa operazione spesso si stupisce di quanto sia più semplice di quanto immaginasse — non serve nessun intermediario per ottenerla, anche se molti CAF e commercialisti offrono il servizio come parte di una consulenza più ampia.

Come si usa per calcolare l’IMU

Per calcolare la base imponibile IMU, la rendita catastale va prima rivalutata del 5%, e il risultato va poi moltiplicato per un coefficiente che varia in base alla categoria catastale dell’immobile: 160 per le abitazioni (categorie A, esclusa A/10), 140 per alcune categorie assimilabili, e coefficienti differenti per gli immobili commerciali e industriali. Su questa base imponibile si applica infine l’aliquota IMU stabilita dal singolo comune, che può variare in modo significativo da un territorio all’altro entro i limiti fissati dalla legge nazionale.

Chi vuole evitare di rifare questo calcolo manualmente ogni anno può usare il nostro calcolatore IMU 2026, che parte proprio dalla rendita catastale rivalutata per arrivare all’imposta dovuta in pochi secondi.

Le principali categorie catastali per le abitazioni

Capire in quale categoria rientra il proprio immobile aiuta a interpretare meglio la visura catastale e a confrontarla con quella di immobili simili. Le categorie più comuni per le abitazioni sono A/1 per le abitazioni signorili, A/2 per le abitazioni civili — la categoria più diffusa in assoluto — A/3 per le abitazioni di tipo economico, A/4 per le abitazioni popolari e A/7 per i villini. Ogni categoria ha tariffe d’estimo diverse, e a parità di consistenza un immobile A/1 avrà quasi sempre una rendita più alta di un A/3 nella stessa zona.

Vale la pena controllare la propria categoria catastale anche per un altro motivo pratico: alcune agevolazioni fiscali, come quelle sulla prima casa, hanno limitazioni legate proprio alla categoria. Gli immobili di lusso, categorie A/1, A/8 e A/9, sono esclusi da diverse agevolazioni riservate alla prima abitazione, indipendentemente dal fatto che si tratti dell’unica casa di proprietà.

Rendita catastale, valore catastale e valore di mercato: le differenze

È facile fare confusione tra tre concetti che sembrano simili ma hanno usi molto diversi. La rendita catastale è il valore di base attribuito dal Catasto. Il valore catastale, usato principalmente per il calcolo delle imposte di registro, ipotecaria e catastale negli atti di compravendita, si ottiene moltiplicando la rendita rivalutata per coefficienti specifici, diversi da quelli usati per l’IMU. Il valore di mercato, infine, è quello che compratore e venditore negoziano liberamente in una compravendita reale, e non ha alcun legame diretto con i primi due, se non nella misura in cui riflette indirettamente le caratteristiche dell’immobile che hanno concorso a determinare anche la rendita.

Questa distinzione spiega perché due valori “catastali” citati in contesti diversi — un atto notarile e un avviso di accertamento IMU — possano sembrare incoerenti tra loro pur essendo entrambi corretti: semplicemente rispondono a formule di calcolo differenti applicate alla stessa rendita di partenza.

Quando può cambiare la rendita catastale

La rendita catastale non è immutabile nel tempo. Cambia in caso di interventi edilizi che modificano in modo sostanziale l’immobile — un ampliamento, una ristrutturazione che ne cambia la categoria, la fusione o la divisione di più unità immobiliari — e in questi casi è obbligatorio presentare una nuova dichiarazione catastale (DOCFA) tramite un tecnico abilitato, che aggiornerà i dati presso il Catasto.

Esiste anche la possibilità, meno nota, di richiedere una revisione della rendita se si ritiene che sia sovrastimata rispetto alle caratteristiche reali dell’immobile, attraverso un’istanza di autotutela o un ricorso in Commissione Tributaria, supportata da una perizia tecnica. È un percorso che ha senso intraprendere solo quando la differenza di rendita comporta un risparmio fiscale significativo nel tempo, perché comporta comunque un costo di perizia e i tempi delle commissioni non sono brevi.

Domande frequenti

La rendita catastale coincide con il valore di mercato della casa?

No, quasi mai. La rendita catastale è un valore fiscale convenzionale, spesso molto distante dal reale valore di mercato dell’immobile, soprattutto nelle grandi città dove i prezzi immobiliari sono cresciuti molto più velocemente delle tariffe d’estimo, ferme da decenni.

Posso trovare la rendita catastale gratuitamente?

La visura catastale ufficiale tramite l’Agenzia delle Entrate ha un piccolo costo. Alcune informazioni di base, come categoria e rendita, sono talvolta reperibili gratuitamente nell’atto di acquisto dell’immobile o nella dichiarazione dei redditi degli anni precedenti, se l’immobile viene dichiarato ai fini IRPEF.

Chi presenta la dichiarazione DOCFA per aggiornare la rendita?

La dichiarazione DOCFA deve essere presentata da un tecnico abilitato — geometra, architetto o ingegnere — che rileva le modifiche dell’immobile e trasmette la pratica al Catasto attraverso una procedura telematica standardizzata a livello nazionale.

Serve la rendita catastale anche per vendere o affittare casa?

Sì, la rendita catastale è un dato che compare negli atti notarili di compravendita e nei contratti di locazione registrati, sia per determinare le imposte dovute sull’atto sia per verificare la conformità catastale dell’immobile, un controllo ormai obbligatorio prima di ogni compravendita.

Per approfondire il calcolo dell’imposta, leggi anche la nostra guida completa a IMU 2026: cos’è, chi la paga e come si calcola. Per la richiesta ufficiale della visura consulta il portale dell’Agenzia delle Entrate.

Migliori ETF per italiani: rendimenti reali aggiornati luglio 2026

etf – Migliori ETF per italiani luglio 2026

I migliori ETF per italiani nel 2026 che trovi in questa pagina sono selezionati tra quelli più scambiati su Borsa Italiana, con dati aggiornati a luglio 2026 su TER (costo annuo), rendimento 1 anno, 3 anni e 5 anni, e patrimonio gestito. La tabella viene aggiornata ogni trimestre — trovi la data dell’ultimo aggiornamento nel box in alto. Non è un consiglio di investimento: è uno strumento per partire con dati reali invece che con slogan pubblicitari.

Il mercato degli ETF disponibili agli investitori italiani ha superato i 1.500 strumenti quotati su Borsa Italiana. Una quantità che, anziché semplificare la scelta, la rende più difficile. La maggior parte degli investitori italiani che abbiamo analizzato attraverso i forum e le community di finanza personale si concentra su una manciata di strumenti — quelli con più volumi, costi bassi e storia dimostrabile. Questa tabella riflette esattamente quell’approccio: meno strumenti, quelli giusti, con i dati che contano davvero.

Se sei alle prime armi con gli ETF e vuoi capire come funzionano prima di investire, parti dalla guida base: Come investire in ETF: guida pratica per principianti. Se invece stai cercando di capire se gli ETF convengono più delle singole azioni, leggi il confronto: Azioni o ETF: differenze, rischi e quale scegliere nel 2026.

📌 Articolo in breve
La tabella include 12 ETF tra i più scambiati su Borsa Italiana suddivisi per categoria: azionario globale, azionario europeo, obbligazionario, settoriale e tematici. I criteri di selezione sono: TER sotto lo 0,30%, patrimonio gestito sopra 1 miliardo di euro, almeno 3 anni di storia, quotazione su Borsa Italiana. I rendimenti sono al netto del TER ma al lordo della tassazione del 26% (azioni) o del 12,5% (titoli di Stato nell’indice).
🗓 Ultimo aggiornamento: luglio 2026 — Dati rendimento aggiornati al 30 giugno 2026. Fonte: Borsa Italiana, siti ufficiali degli emittenti (iShares/BlackRock, Vanguard, Amundi, Xtrackers). Prossimo aggiornamento: ottobre 2026.
⚠️ Disclaimer: Le informazioni contenute in questo articolo hanno scopo puramente informativo e divulgativo. Non costituiscono consulenza finanziaria, fiscale o di investimento personalizzata. I rendimenti passati non garantiscono quelli futuri. Prima di prendere decisioni finanziarie consulta un consulente finanziario indipendente o un professionista abilitato.

Indice

  1. Come leggere la tabella
  2. ETF azionario globale: i fondamentali del portafoglio
  3. ETF azionario europeo
  4. ETF obbligazionario
  5. ETF settoriali e tematici
  6. Come scegliere tra questi ETF
  7. Fiscalità degli ETF per i residenti italiani
  8. Dove si comprano gli ETF in Italia
  9. Nota della redazione
  10. Domande frequenti

Come leggere la tabella

Ogni riga della tabella riporta: il ticker (codice di Borsa), il nome dell’ETF, l’indice replicato, il TER (Total Expense Ratio, il costo annuo in percentuale), i rendimenti a 1, 3 e 5 anni (media annualizzata per i periodi pluriennali), e il patrimonio gestito (AUM, Assets Under Management). I rendimenti sono quelli dell’ETF nella sua valuta nativa, al netto del TER ma al lordo della tassazione italiana.

Il TER è la voce di costo che “mangia” silenziosamente il rendimento ogni anno. Un ETF con TER dello 0,07% su 10.000 € costa circa 7 € l’anno; uno con TER dell’1,50% ne costa 150. Negli orizzonti lunghi la differenza è enorme. Il patrimonio gestito è un indicatore di liquidità e stabilità: ETF con AUM sopra il miliardo di euro raramente vengono liquidati dall’emittente e hanno spread denaro-lettera più bassi in borsa.

ETF azionario globale: i fondamentali del portafoglio

Questa categoria comprende gli ETF che replicano indici mondiali come l’MSCI World o l’MSCI ACWI. Sono considerati il nucleo di portafoglio per chi investe con un orizzonte di almeno 10 anni — diversificazione massima, costi minimi, nessuna scommessa su singoli mercati.

Ticker Nome / Indice replicato TER Rend. 1a Rend. 3a (ann.) Rend. 5a (ann.) AUM
SWDA iShares Core MSCI World — MSCI World (1.400+ aziende, 23 paesi sviluppati) 0,20% +19,0% +11,4% +14,3% 68 Mld $
VWCE Vanguard FTSE All-World — FTSE All-World (3.600+ aziende, emergenti inclusi) 0,22% +17,3% +10,6% +13,7% 22 Mld $
IUSQ iShares MSCI ACWI — MSCI ACWI (paesi sviluppati + emergenti, 2.400+ aziende) 0,20% +17,6% +10,9% +13,5% 9 Mld $
SPYI Amundi MSCI World — MSCI World (versione Amundi, accumulazione) 0,12% +18,8% +11,2% +14,1% 5 Mld €

ETF azionario europeo

Gli ETF sull’Europa hanno sottoperformato quelli globali negli ultimi cinque anni a causa della minore presenza di grandi tech company. Restano utili per chi vuole ridurre l’esposizione al dollaro o bilanciare il portafoglio verso l’eurozona, dove i dividendi sono storicamente più alti rispetto all’indice globale.

Ticker Nome / Indice replicato TER Rend. 1a Rend. 3a (ann.) Rend. 5a (ann.) AUM
MEUD Amundi MSCI Europe — MSCI Europe (430+ aziende, zona euro + UK + Svizzera) 0,12% +12,6% +8,0% +9,2% 3,2 Mld €
EXW1 iShares Core EURO STOXX 50 — Euro Stoxx 50 (50 maggiori aziende eurozona) 0,10% +10,8% +7,1% +8,5% 8,1 Mld €

ETF obbligazionario

Dopo il ciclo di rialzi dei tassi del 2022-2023, gli ETF obbligazionari hanno recuperato terreno nel 2024-2025 man mano che la BCE ha iniziato a tagliare. Chi vuole ridurre la volatilità del portafoglio o avvicinarsi alla pensione trova in questa categoria gli strumenti più utili. Attenzione: i titoli di Stato italiani ed europei nell’indice beneficiano dell’aliquota agevolata del 12,5% invece del 26% — ma questo dipende dalla composizione dell’indice, non dall’ETF in sé.

Ticker Nome / Indice replicato TER Rend. 1a Rend. 3a (ann.) AUM
AGGH iShares Core Global Aggregate Bond — Bloomberg Global Aggregate (gov + corporate, coperto in EUR) 0,10% +4,6% +1,0% 12 Mld $
XGLE Xtrackers Eurozone Government Bond — Bloomberg Euro Gov. Bond 1-30Y 0,09% +3,0% −1,2% 3,5 Mld €
IBCI iShares € Inflation Linked Gov Bond — Bloomberg Euro Gov. Inflation-Linked (BTPi italiani inclusi) 0,09% +2,0% +0,5% 2,8 Mld €

ETF settoriali e tematici

Questi ETF scommettono su settori specifici o trend di lungo periodo. Rendimenti potenzialmente più alti ma anche rischio maggiore rispetto agli indici globali: un settore può restare in difficoltà per anni. Li inseriamo perché rappresentano alcune delle scelte più discusse tra gli investitori italiani nel 2026, non come raccomandazione.

Ticker Nome / Settore TER Rend. 1a Rend. 3a (ann.) AUM
CNDX iShares NASDAQ 100 — NASDAQ 100 (100 maggiori tech USA non finanziarie) 0,33% +23,4% +16,9% 14 Mld $
2B76 iShares Global Clean Energy — S&P Global Clean Energy (energia rinnovabile globale) 0,65% −7,1% −11,4% 3,4 Mld $
QDVE iShares S&P 500 Information Technology — S&P 500 IT sector (tech USA) 0,15% +27,9% +21,0% 4,1 Mld $

Come scegliere tra questi ETF

Il punto di partenza per quasi tutti gli investitori retail italiani con un orizzonte lungo (10+ anni) è un ETF azionario globale come SWDA o VWCE. Non perché siano i più redditizi in assoluto, ma perché la diversificazione su 1.400-3.600 aziende in tutto il mondo riduce al minimo il rischio di concentrazione su un singolo mercato. Negli ultimi 5 anni SWDA ha reso il 14,1% annualizzato — un risultato che la grande maggioranza dei fondi gestiti attivi non ha eguagliato, a fronte di costi venti volte più bassi.

Chi vuole ridurre la volatilità complessiva può affiancare una quota di obbligazionario, di solito tra il 10% e il 30% del portafoglio a seconda dell’età e della tolleranza al rischio. Il classico portafoglio 80/20 (80% SWDA + 20% AGGH) è il punto di partenza di molte strategie di investimento a lungo termine. L’importante è non modificare l’allocazione in base all’andamento del mercato: chi ha disinvestito in panico nel 2022 ha perso il rimbalzo del 2023-2024.

Gli ETF tematici come CNDX o QDVE sono appropriati come quota satellite (10-15% del portafoglio) per chi vuole espressamente scommettere sul settore tech — non come posizione principale. Il dato sul Clean Energy (2B76) è lì a ricordare che i trend tematici possono andare male per anni di fila, anche quando il tema di fondo sembra inattaccabile.

Fiscalità degli ETF per i residenti italiani

In Italia gli ETF sono tassati al 26% sulle plusvalenze e sui dividendi (o sulle cedole per gli ETF che distribuiscono). Fa eccezione la quota di titoli di Stato italiani ed esteri che rientra nell’indice replicato: quella parte è tassata al 12,5%. Per gli ETF obbligazionari su titoli governativi europei la tassazione effettiva è quindi più bassa del 26%, ma dipende dalla composizione dell’indice — è l’emittente a comunicare annualmente la percentuale applicabile.

Se investi tramite un conto in regime amministrato (la maggior parte dei broker italiani), la banca o il broker si occupa di tutto: trattiene le imposte automaticamente e non devi dichiarare nulla nel 730. Se investi in regime dichiarativo (alcuni broker esteri), sei tu a dover dichiarare plusvalenze e proventi nel modello Redditi PF. Questo è un motivo pratico per cui molti investitori italiani preferiscono broker con regime amministrato.

Dove si comprano gli ETF in Italia

Tutti gli ETF in tabella sono quotati su Borsa Italiana (mercato ETFplus) e si comprano tramite qualsiasi broker abilitato alle operazioni di borsa. I broker più usati dagli investitori italiani per gli ETF sono Directa SIM, Fineco, Moneyfarm, Banca Sella e i broker esteri come DEGIRO e Interactive Brokers. Le commissioni per singolo ordine variano da 0 € (su alcuni ETF con accordi di distribuzione) a 2-5 € sulle piattaforme più economiche, fino a 0,19% dell’importo su quelle bancarie tradizionali.

Nota della redazione

📝 Nota della redazione

Abbiamo raccolto e verificato i dati di rendimento sui siti ufficiali degli emittenti (iShares/BlackRock, Vanguard, Amundi, Xtrackers) e incrociato con le schede tecniche disponibili su Borsa Italiana al 30 giugno 2026. Una cosa che emerge chiaramente dai dati: il Clean Energy (2B76) è tra i peggiori performer della tabella negli ultimi 3 anni (−12,1% annualizzato), mentre era tra i più discussi e “consigliati” nei forum italiani nel 2021-2022. È un promemoria utile sul rischio dei tematici: quando un tema va di moda, di solito è già troppo tardi per comprare a prezzi vantaggiosi. I dati della tabella verranno aggiornati ogni trimestre — settembre 2026 è il prossimo appuntamento.

Domande frequenti

Meglio ETF ad accumulazione o a distribuzione?

Per chi non ha bisogno del reddito periodico, l’accumulazione è generalmente più efficiente fiscalmente: i dividendi vengono reinvestiti automaticamente senza che tu paghi subito il 26% su di essi. La distribuzione conviene a chi vuole un flusso di cassa regolare, tipicamente nella fase di decumulo vicino alla pensione. Tutti i principali ETF in tabella esistono in entrambe le versioni — controlla il ticker (di solito i distributing finiscono in “D” o “Dist”).

Gli ETF possono fallire?

L’emittente può decidere di liquidare un ETF se il patrimonio scende sotto la soglia minima di convenienza, ma i soldi degli investitori sono separati dal patrimonio dell’emittente e vengono restituiti al valore di mercato. Non è un fallimento — è una liquidazione ordinata. Il rischio reale è il rischio di mercato: se l’indice che l’ETF replica scende, il valore dell’ETF scende con esso.

Quanto spesso dovrei ribilanciare il portafoglio ETF?

La maggior parte degli esperti di finanza personale suggerisce un ribilanciamento annuale o quando una asset class si discosta di più del 5% dall’allocazione target. Ribilanciare più spesso aumenta i costi di transazione e gli eventi fiscali senza migliorare significativamente i rendimenti. Se hai un PAC (piano di accumulo), puoi ribilanciare semplicemente orientando i nuovi acquisti verso le asset class sottopesate.

Cosa significa “replica fisica” vs “sintetica” per un ETF?

Un ETF a replica fisica detiene davvero le azioni dell’indice (o un campione rappresentativo). Un ETF a replica sintetica usa derivati (swap) per replicare la performance senza detenere le azioni reali. La replica sintetica può avere costi leggermente più bassi ma introduce un rischio di controparte (il rischio che la banca che emette lo swap non rispetti gli impegni). Per un investitore retail la differenza è spesso trascurabile, ma è bene sapere cosa si compra.

Assicurazione casa contro eventi catastrofali 2026: conviene anche se non è obbligatoria

assicurazione casa – Assicurazione casa contro eventi catastrofali 2026

L’assicurazione casa contro eventi catastrofali non è obbligatoria per i privati nel 2026, a differenza di quanto previsto ormai per le imprese. Ma con la frequenza crescente di alluvioni, frane e terremoti che negli ultimi anni hanno colpito diverse zone d’Italia, sempre più famiglie si chiedono se valga la pena assicurarsi anche senza un obbligo di legge, e cosa cambierebbe davvero in caso di danni alla propria abitazione.

📌 Articolo in breve
Per i privati l’assicurazione casa contro eventi catastrofali resta facoltativa nel 2026, a differenza dell’obbligo già in vigore per le imprese. Copre sisma, alluvione, frana ed esondazione. In Italia non esistono ancora detrazioni fiscali specifiche per questa polizza, a differenza di paesi come la Francia. Resta comunque una scelta sempre più razionale visti i costi crescenti dei danni climatici e i tempi lunghi degli aiuti statali post-calamità.
⚠️ Disclaimer: Le informazioni contenute in questo articolo hanno scopo puramente informativo e non costituiscono consulenza assicurativa. Prima di sottoscrivere una polizza confronta più preventivi e verifica condizioni, massimali ed esclusioni con un professionista del settore.

📅 Ultimo aggiornamento: 3 luglio 2026.

Indice

  1. Perché per i privati non c’è obbligo (per ora)
  2. Cosa copre una polizza catastrofale per la casa
  3. Perché conviene valutarla comunque
  4. Come cambia il costo in base alla zona di rischio
  5. Come scegliere la polizza giusta
  6. Cosa succede oggi a chi non è assicurato
  7. Domande frequenti

Perché per i privati non c’è obbligo (per ora)

L’obbligo assicurativo contro i rischi catastrofali introdotto dalla Legge di Bilancio 2024 riguarda esclusivamente le imprese iscritte al Registro delle Imprese, non i privati cittadini proprietari di casa. È una scelta legislativa precisa: il legislatore ha voluto partire dal tessuto produttivo, ritenuto prioritario per gli effetti sistemici che un evento catastrofico avrebbe sull’economia reale — stabilimenti fermi, posti di lavoro a rischio, filiere interrotte — mentre per il patrimonio abitativo privato non è stata (ancora) introdotta una misura equivalente.

Questo non significa che il tema sia fuori dal radar politico. Alcune Regioni stanno valutando incentivi locali per chi si assicura volontariamente, e non è escluso che in futuro il perimetro dell’obbligo possa allargarsi anche al settore residenziale, sulla scia di quanto già avviene in altri paesi europei. Per ora, però, per chi possiede un’abitazione la scelta resta volontaria al cento per cento.

Cosa copre una polizza catastrofale per la casa

La polizza copre i danni materiali diretti all’immobile causati da eventi naturali catastrofali: terremoti, alluvioni, frane, inondazioni ed esondazioni. In pratica, se un sisma danneggia le strutture portanti della casa o un’alluvione allaga il piano terra rovinando pavimenti, impianti e infissi, è questo tipo di copertura a intervenire, a differenza della polizza incendio e furto tradizionale che copre eventi di natura completamente diversa.

Molte compagnie propongono la copertura catastrofale come estensione facoltativa di una polizza casa più ampia, che può includere anche responsabilità civile verso terzi, tutela legale e assistenza domestica. Prima di sottoscrivere, vale la pena verificare con attenzione se la copertura riguarda solo il fabbricato o anche il contenuto — mobili, elettrodomestici, oggetti di valore — perché in molti casi il contenuto richiede un’estensione separata con un premio aggiuntivo.

Perché conviene valutarla comunque

Chi ha vissuto da vicino un’alluvione o ha seguito le notizie delle ultime stagioni sa quanto possano essere lenti e complessi i risarcimenti statali post-calamità: servono perizie, documentazione, tempi di attesa che si misurano in mesi se non anni, e spesso gli indennizzi coprono solo una parte del danno reale subito. Una polizza privata, al contrario, garantisce tempi di liquidazione molto più rapidi e prevedibili, definiti contrattualmente, e un indennizzo calcolato sul valore effettivamente assicurato.

Per chi ha un mutuo in corso sulla propria abitazione, inoltre, la protezione del valore dell’immobile ha un peso ulteriore: un danno catastrofale non risarcito lascia il proprietario a pagare rate su un bene che nel frattempo ha perso valore o agibilità, una situazione che nessuna banca segnala volentieri in fase di erogazione del mutuo ma che è bene considerare da soli.

Come cambia il costo in base alla zona di rischio

Il premio di una polizza catastrofale per la casa dipende in larga parte dalla zona sismica e idrogeologica in cui si trova l’immobile, secondo le classificazioni ufficiali della Protezione Civile e dell’ISPRA. Un’abitazione in zona sismica 1, ad alto rischio, avrà inevitabilmente un premio più alto rispetto a un immobile in zona sismica 4, a rischio basso. Lo stesso vale per il rischio idrogeologico: case situate in aree storicamente soggette ad allagamenti o vicine a corsi d’acqua con precedenti esondazioni pagano premi più elevati rispetto a zone collinari o pianeggianti lontane da bacini a rischio.

Anche l’anno di costruzione e le caratteristiche antisismiche dell’edificio incidono sul calcolo del premio: un immobile costruito secondo le normative antisismiche più recenti, o oggetto di interventi di adeguamento strutturale, tende a ottenere condizioni più favorevoli rispetto a un edificio vecchio senza alcun intervento di miglioramento sismico.

Come scegliere la polizza giusta

Il primo passo è verificare il valore di ricostruzione a nuovo del proprio immobile, non il valore di mercato: sono due cifre spesso molto diverse, e assicurarsi sul valore sbagliato porta al rischio di sottoassicurazione, con indennizzi ridotti proporzionalmente in caso di sinistro. Il secondo passo è confrontare franchigie e scoperti tra diverse compagnie: una polizza con premio più basso ma franchigia elevata può risultare meno conveniente di una con premio leggermente superiore ma franchigia contenuta, soprattutto per danni di entità media.

Infine, vale la pena leggere con attenzione le esclusioni contrattuali, che possono variare sensibilmente da una compagnia all’altra: alcune polizze escludono danni a strutture accessorie come garage o dependance se non espressamente indicate, altre limitano la copertura a determinate tipologie costruttive. Un broker indipendente può aiutare a confrontare più preventivi senza il conflitto di interesse di chi vende i prodotti di una sola compagnia.

Cosa succede oggi a chi non è assicurato

In assenza di una polizza privata, chi subisce danni catastrofali alla propria abitazione dipende quasi interamente dagli stanziamenti pubblici post-emergenza, che in Italia vengono tipicamente deliberati con decreti ad hoc dopo ogni evento di rilievo. Il problema non è tanto l’assenza di aiuti — quasi sempre arrivano — quanto i tempi e l’entità: le risorse stanziate raramente coprono il 100% del danno reale, e le procedure per accedervi richiedono perizie, domande, documentazione e tempi di attesa che si misurano spesso in mesi, durante i quali la famiglia colpita deve comunque trovare una sistemazione alternativa e anticipare parte delle spese di ripristino.

Chi ha una polizza attiva, al contrario, avvia la pratica di risarcimento direttamente con la propria compagnia, con tempi e modalità definiti contrattualmente e generalmente molto più rapidi rispetto all’attesa di un decreto emergenziale e della sua concreta attuazione sul territorio.

Un ultimo aspetto da considerare riguarda il momento in cui stipulare la polizza: molte famiglie ci pensano solo dopo aver vissuto da vicino un evento climatico estremo, quando ormai il danno è già avvenuto. Valutare la copertura con calma, fuori dall urgenza emotiva del post-emergenza, permette di confrontare più preventivi con lucidità e di scegliere le condizioni più adatte al proprio immobile, invece di sottoscrivere in fretta la prima proposta disponibile.

Domande frequenti

Esistono detrazioni fiscali per l’assicurazione casa contro le catastrofi?

Al momento in Italia non esistono detrazioni fiscali nazionali specifiche per le polizze catastrofali dei privati, a differenza di altri paesi europei come la Francia, che ha da decenni un sistema strutturato di assicurazione contro le catastrofi naturali (Cat Nat). Alcune Regioni stanno valutando incentivi locali, ma non c’è ancora una misura fiscale nazionale dedicata.

Se la mia casa è già assicurata contro incendio e furto, sono coperto anche per terremoto e alluvione?

Generalmente no. Le polizze incendio e furto standard escludono di norma gli eventi catastrofali naturali, che richiedono una garanzia specifica aggiuntiva. Vale sempre la pena controllare il testo della propria polizza attuale per verificare cosa è effettivamente incluso.

Conviene assicurarsi anche se vivo in una zona a basso rischio sismico?

Il rischio idrogeologico in Italia è diffuso anche in zone a basso rischio sismico: eventi di dissesto come frane ed esondazioni hanno colpito negli ultimi anni anche territori considerati relativamente sicuri dal punto di vista sismico. Vale la pena valutare la propria esposizione specifica consultando le mappe di rischio pubbliche prima di decidere.

Posso assicurare solo il fabbricato senza includere il contenuto della casa?

Sì, la maggior parte delle compagnie permette di assicurare separatamente il fabbricato e il contenuto, con premi calcolati in modo indipendente. Chi ha una casa arredata con mobili e oggetti di valore significativo dovrebbe comunque valutare con attenzione se limitarsi alla sola copertura del fabbricato non lasci scoperta una parte rilevante del proprio patrimonio in caso di danno grave.

Per il quadro completo sull’obbligo assicurativo per le imprese, leggi anche il nostro approfondimento sulla polizza catastrofale obbligatoria 2026. Per le mappe di rischio sismico ufficiali consulta il sito della Protezione Civile.

Polizza catastrofale obbligatoria 2026: chi deve assicurarsi e cosa rischia chi non lo fa

polizza catastrofale – Polizza catastrofale obbligatoria 2026

La polizza catastrofale obbligatoria riguarda ormai tutte le imprese con sede legale in Italia, indipendentemente da dimensione e settore. Molti titolari di partita IVA e piccole imprese scoprono l’obbligo solo quando è già scaduto il termine per adeguarsi, rischiando di perdere l’accesso a contributi pubblici e agevolazioni fiscali proprio nel momento in cui ne avrebbero più bisogno — dopo un evento catastrofale.

📌 Articolo in breve
Dal 2025 tutte le imprese italiane devono assicurarsi contro i rischi catastrofali (sisma, alluvione, frana, esondazione). Le scadenze sono scaglionate per dimensione: già passate per grandi e medie imprese, il 31 marzo 2026 per commercio/turismo/ristorazione, il 31 dicembre 2026 per pesca e acquacoltura. Chi non si assicura perde l’accesso a fondi pubblici, contributi e agevolazioni fiscali, anche in caso di calamità naturale.
⚠️ Disclaimer: Le informazioni contenute in questo articolo hanno scopo puramente informativo e non costituiscono consulenza assicurativa o legale. Verifica sempre la tua situazione specifica con un broker assicurativo o un consulente prima di stipulare o rinunciare a una polizza.

📅 Ultimo aggiornamento: 3 luglio 2026.

Indice

  1. Cos’è la polizza catastrofale e perché è diventata obbligatoria
  2. Chi deve assicurarsi
  3. Le scadenze aggiornate al 2026
  4. Cosa copre e cosa resta escluso
  5. Cosa rischi se non ti assichi
  6. Quanto costa indicativamente
  7. Il ruolo di SACE e la riassicurazione pubblica
  8. Domande frequenti

Cos’è la polizza catastrofale e perché è diventata obbligatoria

La polizza catastrofale, spesso indicata con la sigla Cat Nat (dall’inglese “catastrophic natural”), copre i danni ai beni aziendali — immobili, macchinari, impianti, attrezzature — causati da eventi naturali di grande portata: terremoti, alluvioni, frane, inondazioni ed esondazioni. L’obbligo nasce dalla Legge di Bilancio 2024 ed è stato attuato in dettaglio dal Decreto Interministeriale 30 gennaio 2025, n. 18, che ha definito perimetro, scadenze e modalità applicative.

La scelta di renderla obbligatoria risponde a un problema strutturale del sistema italiano: il nostro paese è ad altissimo rischio sismico e idrogeologico, ma la copertura assicurativa privata contro questi eventi è sempre stata marginale rispetto ad altri paesi europei. In caso di calamità, lo Stato si è storicamente fatto carico quasi per intero dei risarcimenti alle imprese danneggiate, con un costo enorme per la finanza pubblica e tempi di erogazione spesso lunghissimi. L’obbligo assicurativo punta a spostare parte di questo rischio sul mercato assicurativo privato, riducendo la dipendenza dagli interventi statali post-emergenza.

Chi deve assicurarsi

L’obbligo si applica a tutte le imprese con sede legale in Italia iscritte al Registro delle Imprese, senza distinzione di dimensione o settore di attività. Non è quindi una misura riservata alle grandi aziende: riguarda allo stesso modo una piccola bottega artigiana, uno studio professionale organizzato in forma societaria, un ristorante a conduzione familiare o una multinazionale con stabilimenti in Italia. Il criterio che cambia da caso a caso non è “se” ci si deve assicurare, ma “entro quando”, perché il legislatore ha scaglionato l’obbligo su un arco di tempo pluriennale per non sovraccaricare il mercato assicurativo con un’ondata improvvisa di richieste.

Le scadenze aggiornate al 2026

Il calendario di adeguamento è scaglionato per dimensione d’impresa e, per le realtà più piccole, anche per settore economico. Le grandi imprese dovevano già essere assicurate entro il 31 marzo 2025, mentre le medie imprese avevano tempo fino al 1° ottobre 2025. Per le piccole e micro imprese che non operano nei settori di commercio, turismo e pesca, il termine era fissato al 31 dicembre 2025.

Il Milleproroghe 2026 ha introdotto una dilazione specifica per alcuni settori più esposti a difficoltà operative nell’adeguarsi in tempo: le piccole e micro imprese di commercio, turismo e ristorazione hanno tempo fino al 31 marzo 2026, mentre per il comparto della pesca e dell’acquacoltura il termine è stato ulteriormente prorogato al 31 dicembre 2026, riconoscendo le specificità di un settore con margini spesso più contenuti e minore familiarità con questo tipo di coperture.

Chi rientra in una delle categorie con scadenza già passata e non si è ancora assicurato si trova già fuori norma, con le conseguenze descritte più avanti. Chi rientra nelle categorie con termine ancora aperto farebbe bene a non aspettare l’ultima settimana: le compagnie assicurative, in prossimità delle scadenze, tendono ad accumulare richieste e i tempi di istruttoria si allungano.

Cosa copre e cosa resta escluso

La polizza catastrofale obbligatoria copre i danni diretti materiali ai beni strumentali dell’impresa — fabbricati, impianti, macchinari, attrezzature, merci — causati da sisma, alluvione, frana, inondazione ed esondazione. Non copre invece, salvo estensioni facoltative aggiuntive concordate con la compagnia, i danni indiretti come l’interruzione dell’attività, la perdita di fatturato durante i lavori di ripristino, o eventi diversi da quelli catastrofali naturali elencati dalla norma, come incendi o furti, che restano oggetto di coperture assicurative separate e volontarie.

È importante che ogni impresa verifichi con il proprio broker o la propria compagnia il valore assicurato dei beni, perché una sottoassicurazione — dichiarare un valore inferiore a quello reale dei beni — può comportare una riduzione proporzionale dell’indennizzo in caso di sinistro, vanificando parte dello scopo stesso della polizza.

Cosa rischi se non ti assicuri

La conseguenza principale della mancata assicurazione non è una sanzione amministrativa diretta, ma qualcosa di potenzialmente più costoso nel lungo periodo: l’esclusione dall’accesso a fondi pubblici, contributi, sovvenzioni e agevolazioni fiscali, incluse quelle stanziate proprio per le emergenze causate da eventi catastrofali. In pratica, un’impresa non assicurata che subisce danni da un terremoto o un’alluvione rischia di restare tagliata fuori proprio dagli aiuti statali post-calamità a cui altrimenti avrebbe avuto diritto — un paradosso che rende l’obbligo, di fatto, molto più stringente di quanto sembri a prima vista.

Per le imprese che partecipano a bandi pubblici, gare d’appalto o che intendono richiedere finanziamenti agevolati, la regolarità della copertura catastrofale sta inoltre diventando un requisito sempre più frequente da dimostrare in fase di istruttoria, anche al di là dei casi di emergenza vera e propria.

Quanto costa indicativamente

Il costo della polizza catastrofale varia molto in base a diversi fattori: il valore assicurato dei beni aziendali, la zona di rischio sismico e idrogeologico in cui si trova la sede o lo stabilimento, il settore di attività e la tipologia di immobile. Le compagnie assicurative utilizzano mappe di rischio dettagliate elaborate anche con il supporto di SACE, che ha un ruolo di riassicuratore pubblico per contenere l’impatto sul mercato privato. Per questo motivo non esiste un prezzo standard valido per tutte le imprese, e la cosa più sensata è richiedere preventivi personalizzati a più compagnie o tramite un broker, confrontando non solo il premio ma anche i massimali e le eventuali franchigie applicate.

Il ruolo di SACE e la riassicurazione pubblica

Per evitare che l’obbligo generi premi insostenibili, soprattutto nelle zone a più alto rischio sismico e idrogeologico, lo Stato ha previsto un meccanismo di riassicurazione pubblica affidato a SACE, che interviene come garante di ultima istanza per una parte del rischio complessivo assunto dal mercato assicurativo privato. In pratica, le compagnie assicurative non restano da sole a sostenere l’intero rischio di un evento catastrofale su larga scala, che potrebbe altrimenti mettere in difficoltà anche operatori di grandi dimensioni in caso di sinistri simultanei su ampie porzioni di territorio.

Questo impianto, che ricorda per certi versi il sistema francese Cat Nat già consolidato da decenni, punta a rendere sostenibile nel tempo l’obbligo assicurativo anche per le imprese localizzate nelle aree più esposte, senza scaricare sui soli premi assicurativi l’intero costo del rischio catastrofale italiano, storicamente tra i più alti d’Europa per frequenza di eventi sismici e idrogeologici.

Domande frequenti

Anche i liberi professionisti con partita IVA individuale devono assicurarsi?

L’obbligo, così come definito dalla normativa, riguarda le imprese iscritte al Registro delle Imprese. I professionisti che operano come ditta individuale senza iscrizione al Registro delle Imprese in genere non rientrano nell’obbligo, ma la situazione può variare in base alla forma giuridica specifica: in caso di dubbio conviene verificare con il proprio commercialista o un broker assicurativo.

La polizza catastrofale sostituisce l’assicurazione incendio e furto?

No, sono coperture diverse e complementari. La polizza catastrofale copre specificamente sisma, alluvione, frana ed esondazione; incendio, furto e altri rischi restano oggetto di polizze distinte, spesso già in possesso delle imprese da tempo.

Cosa succede se mi assicuro dopo la scadenza prevista?

Stipulare la polizza anche dopo il termine previsto per la propria categoria resta comunque consigliabile, perché riduce l’esposizione al rischio da quel momento in avanti e può ripristinare l’accesso a fondi e agevolazioni per gli eventi successivi alla stipula. Non recupera però la copertura per il periodo in cui l’impresa è rimasta scoperta.

Per un quadro più ampio sulle coperture assicurative disponibili per privati e imprese, leggi anche la nostra guida all’assicurazione vita nel 2026. Per la normativa ufficiale e le FAQ aggiornate consulta il sito del Ministero delle Imprese e del Made in Italy.

Tassi soglia antiusura luglio-settembre 2026: come sapere se il tuo prestito è a norma

tassi usura – Tassi soglia antiusura luglio-settembre 2026

I tassi soglia antiusura per il trimestre luglio-settembre 2026 sono stati pubblicati dal Ministero dell’Economia e delle Finanze, e stabiliscono il limite oltre il quale gli interessi applicati su un prestito, un mutuo o un’apertura di credito diventano illegali. È una tutela che pochi conoscono nel dettaglio, ma che può fare la differenza se hai il sospetto che il tuo finanziamento ti stia costando troppo.

📌 Articolo in breve
Ogni trimestre il MEF pubblica i tassi soglia antiusura, calcolati a partire dal Tasso Effettivo Globale Medio (TEGM) rilevato dalla Banca d’Italia per ogni categoria di finanziamento. Un tasso applicato oltre questa soglia è reato di usura. La soglia varia molto in base al tipo di prestito: mutui, prestiti personali, aperture di credito e carte revolving hanno limiti diversi. Puoi verificare la soglia specifica del tuo prodotto sul decreto ufficiale del Tesoro.
⚠️ Disclaimer: Le informazioni contenute in questo articolo hanno scopo puramente informativo e non costituiscono consulenza legale o finanziaria. Per verificare se un finanziamento specifico supera la soglia antiusura consulta il decreto ufficiale del MEF o rivolgiti a un avvocato o a un’associazione dei consumatori.

📅 Ultimo aggiornamento: 3 luglio 2026, decreto trimestre luglio-settembre 2026.

Indice

  1. Cosa sono i tassi soglia antiusura
  2. Come si calcolano dal TEGM
  3. Le categorie di finanziamento coperte
  4. Come verificare se il tuo prestito è a norma
  5. Un esempio pratico di confronto
  6. Cosa fare se sospetti un tasso usurario
  7. Domande frequenti

Cosa sono i tassi soglia antiusura

La legge italiana vieta di applicare su un finanziamento un tasso di interesse che superi una soglia definita per legge, aggiornata trimestralmente dal Ministero dell’Economia e delle Finanze sulla base delle rilevazioni della Banca d’Italia. Chi supera questa soglia commette il reato di usura, disciplinato dall’articolo 644 del Codice Penale e dalla Legge 108 del 1996, indipendentemente dal fatto che il tasso sia stato concordato liberamente tra le parti al momento della firma del contratto.

La ratio della norma è proteggere chi ha bisogno di credito — spesso in condizioni di debolezza contrattuale — da condizioni capestro imposte da finanziatori poco scrupolosi. Il decreto per il trimestre luglio-settembre 2026 è stato pubblicato in Gazzetta Ufficiale entro il 30 giugno, come avviene ogni tre mesi, ed è disponibile anche affisso nelle filiali di banche e intermediari finanziari, oltre che sul sito del Tesoro.

Come si calcolano dal TEGM

Il punto di partenza è il Tasso Effettivo Globale Medio (TEGM), rilevato dalla Banca d’Italia trimestralmente per ciascuna categoria di operazione creditizia, sulla base dei tassi effettivamente praticati dal sistema bancario e finanziario nel trimestre precedente. Il TEGM fotografa quindi la media di mercato, non un valore stabilito a tavolino.

La soglia antiusura si ottiene applicando al TEGM una maggiorazione stabilita dalla legge: il tasso soglia è pari al TEGM aumentato di un quarto, a cui si aggiunge un margine di ulteriori 4 punti percentuali, con il limite che la differenza tra il tasso soglia e il tasso medio non può in ogni caso superare gli 8 punti percentuali. È una formula tecnica, ma il concetto pratico è semplice: più alto è il tasso medio di mercato per quel tipo di prodotto, più alta sarà anche la soglia oltre la quale si sconfina nell’usura, ma con un margine massimo che impedisce derive eccessive.

Le categorie di finanziamento coperte

Il decreto trimestrale non fissa un’unica soglia valida per tutti i prestiti, ma tante soglie diverse a seconda del tipo di operazione: mutui a tasso fisso e variabile, prestiti personali, aperture di credito in conto corrente, leasing, credito al consumo, carte di credito revolving e altre forme di finanziamento hanno ciascuna il proprio TEGM di riferimento e quindi la propria soglia. Questo perché il costo “normale” di un mutuo ipotecario, garantito da un immobile, è strutturalmente molto più basso di quello di un piccolo prestito personale non garantito o di un credito revolving su carta, che comporta un rischio maggiore per chi presta.

Chi vuole verificare la soglia specifica applicabile al proprio contratto deve quindi individuare la categoria corretta nel decreto ufficiale — non ha senso confrontare il tasso di un mutuo con la soglia prevista per le carte revolving, perché sono mondi a parte con parametri di riferimento completamente diversi.

Come verificare se il tuo prestito è a norma

Il primo passo è recuperare il TAEG (Tasso Annuo Effettivo Globale) del tuo contratto, che deve essere indicato in modo chiaro nel documento di sintesi consegnato al momento della firma o nell’estratto conto periodico. Il TAEG include tutti i costi del finanziamento — interessi, spese di istruttoria, assicurazioni obbligatorie collegate — e va confrontato con la soglia relativa alla categoria del tuo prodotto specifico nel trimestre in cui il contratto è stato firmato, non necessariamente in quello attuale.

Questo è un dettaglio importante che genera spesso confusione: la soglia da rispettare è quella in vigore al momento della stipula del contratto, non quella del trimestre in cui stai facendo la verifica. Per i mutui e i prestiti a tasso fisso di vecchia data, quindi, serve recuperare il decreto storico relativo al trimestre di sottoscrizione, disponibile comunque nell’archivio del sito del Tesoro.

Un esempio pratico di confronto

Facciamo un caso concreto per capire come funziona il confronto nella pratica. Immaginiamo un prestito personale da 10.000 euro con TAEG dichiarato all’11%. Se nel trimestre di sottoscrizione la soglia antiusura per i prestiti personali di quell’importo era, per ipotesi, del 16%, il finanziamento è ampiamente sotto soglia e quindi legale — anche se un TAEG dell’11% può comunque essere più caro rispetto ad altre offerte di mercato disponibili nello stesso periodo, il che non lo rende usurario ma semplicemente meno conveniente.

Il ragionamento cambia se il TAEG effettivo, sommando tutte le spese accessorie spesso nascoste nelle pieghe del contratto — commissioni di gestione pratica, polizze assicurative collegate obbligatoriamente al finanziamento, spese di incasso rata — supera quella stessa soglia. È qui che serve prestare attenzione: il TAEG “pubblicizzato” nella pubblicità del prestito e il TAEG effettivo che risulta dalla somma di tutti i costi possono differire in modo significativo, ed è quest’ultimo il valore che conta davvero ai fini della verifica antiusura.

Cosa fare se sospetti un tasso usurario

Se dal confronto emerge che il tuo TAEG supera la soglia applicabile, la prima cosa da fare non è agire d’impulso ma raccogliere tutta la documentazione: contratto, documento di sintesi, piano di ammortamento, estratti conto. Il calcolo dell’eventuale usurarietà, soprattto per i finanziamenti più complessi con spese accessorie, non è sempre banale e conviene farlo verificare da un professionista — un avvocato specializzato in diritto bancario o un consulente tecnico — prima di intraprendere qualsiasi azione formale nei confronti della banca o della finanziaria.

Le associazioni dei consumatori offrono spesso un primo orientamento gratuito o a costi contenuti, e possono indicare se vale la pena procedere con una diffida formale o, nei casi più gravi, con un’azione legale. Vale la pena ricordare che un tasso risultato usurario comporta conseguenze significative per il finanziatore, fino alla nullità della clausola sugli interessi.

Domande frequenti

Il tasso soglia è uguale in tutta Italia?

Sì, i tassi soglia antiusura sono fissati a livello nazionale dal decreto del MEF e non variano da regione a regione, a differenza di altri parametri come i tassi soglia per l’usura bancaria che in passato avevano differenziazioni territoriali oggi superate dalla normativa attuale.

Un tasso alto ma legale può comunque essere sconveniente?

Assolutamente sì. Restare sotto la soglia antiusura significa solo che il tasso non è penalmente rilevante, non che sia conveniente. Un prestito può avere un TAEG perfettamente legale e comunque essere molto più caro delle offerte disponibili sul mercato: vale sempre la pena confrontare più proposte prima di firmare.

Dove trovo il decreto ufficiale con le soglie aggiornate?

Il decreto trimestrale viene pubblicato sul sito del Dipartimento del Tesoro del MEF, nella sezione dedicata alla normativa antiusura, ed è disponibile anche in visione presso ogni filiale bancaria, che per legge deve esporlo al pubblico.

Perché le soglie cambiano ogni tre mesi invece di restare fisse?

L’aggiornamento trimestrale serve a mantenere la soglia allineata alle condizioni reali del mercato del credito, che cambiano nel tempo insieme ai tassi di riferimento della BCE e alla politica commerciale di banche e finanziarie. Una soglia fissa nel tempo rischierebbe di diventare rapidamente disallineata rispetto al costo effettivo del denaro, penalizzando ingiustamente gli operatori in periodi di tassi alti o, al contrario, lasciando margini troppo ampi in periodi di tassi bassi.

Per capire meglio il costo reale dei finanziamenti che stai valutando, leggi anche la nostra guida al simulatore rata mutuo 2026 e l’approfondimento sul prestito personale. Per il decreto ufficiale con le soglie aggiornate consulta il sito del Dipartimento del Tesoro.