La deducibilità fondo pensione nel 2026 ha un tetto nuovo: 5.300 euro l’anno al posto dei vecchi 5.164,57. Chi vuole sfruttarlo per il 2026 deve far arrivare il versamento al fondo entro il 31 dicembre, e la domanda pratica è sempre la stessa: quanto torna indietro di IRPEF? Dipende dallo scaglione, da quanto è già stato versato nell’anno da te e dal datore di lavoro e da un dettaglio che molti sbagliano, cioè che il TFR non conta. In questa pagina trovi le regole lette sul testo di legge e un calcolatore che ti dice la quota ancora deducibile, il risparmio e il costo netto del versamento.
Dal periodo d’imposta 2026 i contributi alla previdenza complementare si deducono dal reddito fino a 5.300 euro l’anno. Nel tetto entrano i contributi del lavoratore e quelli del datore di lavoro, non il TFR. Ogni 1.000 euro dedotti valgono 230, 330 o 430 euro di IRPEF in meno a seconda dello scaglione; sull’intero tetto si arriva a 1.219, 1.749 o 2.279 euro. Chi ha iniziato a lavorare dopo il 1° gennaio 2007 può recuperare, dal sesto anno di iscrizione, lo spazio non usato nei primi cinque: fino a 2.650 euro in più l’anno. Quello che non si deduce va comunicato al fondo entro il 31 dicembre dell’anno successivo.
Indice
- Il tetto 2026: da 5.164,57 a 5.300 euro
- Cosa entra nel tetto (e perché il TFR resta fuori)
- Quanto torna indietro, scaglione per scaglione
- Il calcolatore del risparmio
- Come usare il calcolatore
- Tre esempi con i conti
- Il recupero dei primi cinque anni: fino a 2.650 euro in più
- Versare per un familiare a carico
- Contributi non dedotti: la comunicazione al fondo
- Quando non conviene
- Il versamento di dicembre, in pratica
- Domande frequenti
Il tetto 2026: da 5.164,57 a 5.300 euro
La regola sta nell’articolo 8, comma 4, del decreto legislativo 252 del 2005, la legge quadro della previdenza complementare. Dice che i contributi versati alle forme pensionistiche complementari sono deducibili dal reddito complessivo per un importo non superiore a 5.164,57 euro, e si chiude con una frase aggiunta dall’ultima legge di bilancio: «A decorrere dal periodo d’imposta 2026, il limite di cui al primo periodo è innalzato a euro 5.300». Abbiamo letto il testo vigente su Normattiva: è quello il riferimento, non i riassunti.
L’aumento è di 135,43 euro. Non cambia la vita, ma vale per tutti gli iscritti: fondi negoziali di categoria, fondi aperti e piani individuali pensionistici (PIP). E vale per l’intero 2026, quindi anche per i contributi già versati da gennaio.
Una curiosità utile per orientarsi tra le fonti. La Guida introduttiva alla previdenza complementare della COVIP, nella versione pubblicata a settembre 2026, riporta ancora il vecchio limite di 5.164,57 euro, e la stessa autorità avverte che alcuni contenuti sono in revisione dopo la legge di bilancio. Se trovi le due cifre in giro, quella giusta per il 2026 è 5.300.
Dal 1° gennaio 2027 entrerà in applicazione il nuovo Testo unico delle imposte sui redditi (decreto legislativo 117 del 2026). Per la deduzione non cambia nulla: il Testo unico continua a rinviare alle «condizioni» e ai «limiti previsti dall’articolo 8» del decreto 252.
Cosa entra nel tetto (e perché il TFR resta fuori)
Il comma 4 parla dei contributi «versati dal lavoratore e dal datore di lavoro o committente, sia volontari sia dovuti in base a contratti o accordi collettivi». Nei 5.300 euro, quindi, si sommano tre voci: la quota che ti viene trattenuta in busta paga, il contributo che l’azienda aggiunge per contratto e i versamenti volontari che fai per conto tuo, compreso quello di fine anno. La Guida COVIP aggiunge i versamenti fatti a favore dei familiari a carico, per la parte che loro non deducono, e quelli con cui si reintegra un’anticipazione già incassata.
Il TFR invece non c’entra. La stessa Guida lo scrive senza giri di parole: «È esclusa dalla deduzione la quota del TFR versata». Il trattamento di fine rapporto che confluisce nel fondo non è un contributo deducibile e non consuma il tetto. Chi manda al fondo tutto il proprio TFR e nient’altro ha ancora l’intero tetto di 5.300 euro a disposizione per i contributi veri e propri. Se devi ancora decidere dove mandare la liquidazione, ne parliamo nella guida sul TFR che dal 1° luglio 2026 va in automatico al fondo pensione e nel confronto fondo pensione o TFR in azienda.
C’è un punto che riguarda soprattutto i dipendenti. Il contributo del datore di lavoro è un regalo che non paghi tu, ma occupa spazio nel tetto. Se l’azienda versa 600 euro e tu 900, per il versamento di dicembre restano 3.800 euro, non 4.400.
Quanto torna indietro, scaglione per scaglione
La deduzione abbassa il reddito su cui si calcola l’imposta, quindi vale quanto l’aliquota più alta che paghi. Gli scaglioni del 2026 sono tre: 23% fino a 28.000 euro, 33% tra 28.000 e 50.000 euro, 43% oltre (articolo 11 del Testo unico delle imposte sui redditi; la seconda aliquota è scesa dal 35% con l’ultima legge di bilancio, come spiegato nell’articolo su quanto si risparmia con l’aliquota al 33%).
| Scaglione del reddito imponibile | Aliquota | IRPEF in meno ogni 1.000 € dedotti | IRPEF in meno su 5.300 € |
|---|---|---|---|
| Fino a 28.000 € | 23% | 230 € | 1.219 € |
| Da 28.000 a 50.000 € | 33% | 330 € | 1.749 € |
| Oltre 50.000 € | 43% | 430 € | 2.279 € |
Calcolo nostro sulle aliquote dell’articolo 11 del TUIR. Le cifre dell’ultima colonna valgono se tutta la deduzione ricade nello stesso scaglione.
La precisazione sotto la tabella conta più di quanto sembri. Chi ha un imponibile di 30.000 euro e versa 3.000 euro non risparmia il 33% su tutto: solo i primi 2.000 euro stanno sopra la soglia dei 28.000, gli altri 1.000 scendono nello scaglione del 23%. Il calcolatore qui sotto fa proprio questo conto a cavallo degli scaglioni.
Al risparmio IRPEF si sommano le addizionali regionale e comunale, che si calcolano sullo stesso reddito: le percentuali cambiano da Regione a Regione e da Comune a Comune, per questo nel calcolatore c’è un campo facoltativo dove inserire la tua. Abbassare il reddito complessivo può inoltre aumentare le detrazioni legate al reddito, ma è un effetto che varia caso per caso e che qui non stimiamo: per vederlo serve il simulatore IRPEF 2026, da usare due volte, con e senza la deduzione.
Il calcolatore del risparmio
🧮 Calcolatore deducibilità fondo pensione 2026
Facoltativo: addizionali e plafond dei primi cinque anni
Come usare il calcolatore
Nel primo campo va il reddito imponibile IRPEF che prevedi per il 2026, cioè quello su cui paghi l’imposta prima del versamento aggiuntivo. Per un dipendente è l’imponibile fiscale che il datore di lavoro riporta in busta paga, proiettato a fine anno: è già al netto dei contributi INPS e dei contributi al fondo trattenuti dal datore. Non usare la RAL, che è più alta.
Nel secondo campo metti i contributi già arrivati al fondo nel 2026: la tua quota e quella dell’azienda, sommate. Le trovi in busta paga o nell’area riservata del fondo. Il TFR lascialo fuori. Nel terzo campo scrivi quanto vorresti versare entro dicembre.
I due campi facoltativi servono a chi vuole un conto più fine. Le addizionali vanno inserite come somma delle due percentuali, regionale e comunale, quelle applicate dalla tua Regione e dal tuo Comune. Il plafond aggiuntivo riguarda solo chi rientra nel recupero dei primi cinque anni spiegato più sotto: al massimo 2.650 euro, e solo se ti resta spazio da recuperare.
Il risultato mostra lo spazio rimasto sotto il tetto, la parte del versamento che si deduce davvero, l’eventuale parte che resta fuori, l’IRPEF in meno e il costo netto, cioè quanto ti costa il versamento una volta tolto il risparmio fiscale. Un’avvertenza: il conto è fatto sull’imposta lorda. Se le tue detrazioni azzerano già l’IRPEF, la deduzione non ha nulla da ridurre.
Tre esempi con i conti
Sono casi inventati, costruiti per mostrare tre situazioni tipiche. I numeri sono gli stessi che restituisce il calcolatore.
Giulia, impiegata, imponibile di 30.000 euro. Nel 2026 al suo fondo di categoria sono arrivati 1.200 euro tra la sua quota e quella dell’azienda. Le restano 4.100 euro di spazio e a dicembre ne versa 3.000. I primi 2.000 euro abbassano la parte di reddito tassata al 33% (660 euro), gli altri 1.000 quella al 23% (230 euro). IRPEF in meno: 890 euro. Il versamento le costa, al netto, 2.110 euro.
Marco, quadro, imponibile di 60.000 euro. Tra lui e il datore sono già stati versati 2.500 euro. Vorrebbe aggiungerne 4.000, ma sotto il tetto ci sono solo 2.800 euro. Su quelli risparmia il 43%, cioè 1.204 euro. Gli altri 1.200 euro entrano nel fondo senza alcun vantaggio fiscale immediato: il costo netto dell’operazione è 2.796 euro. Se rientrasse nel recupero dei primi cinque anni, la storia cambierebbe.
Sara, lavoratrice autonoma in regime ordinario, imponibile di 24.000 euro. Non ha ancora versato nulla e mette 1.500 euro in un fondo aperto. Tutto ricade nel primo scaglione: 345 euro di IRPEF in meno, costo netto 1.155 euro.
Il recupero dei primi cinque anni: fino a 2.650 euro in più
Il comma 6 dello stesso articolo 8 contiene una regola poco conosciuta. Riguarda i «lavoratori di prima occupazione successiva alla data di entrata in vigore» del decreto, cioè chi ha cominciato a lavorare dopo il 1° gennaio 2007. Per loro, se nei primi cinque anni di partecipazione a un fondo hanno versato meno del massimo deducibile, la differenza non va persa: nei venti anni successivi al quinto possono dedurre contributi oltre il limite ordinario, per un importo pari a quanto era deducibile e non è stato versato in quei cinque anni e «comunque per un importo non superiore alla metà» del limite annuo.
Metà di 5.300 fa 2.650 euro. Nell’anno, quindi, chi ha ancora spazio da recuperare può dedurre fino a 7.950 euro: sul solo scaglione del 43% significa 3.418,50 euro di IRPEF in meno.
Un esempio, anche questo costruito a tavolino. Luca si è iscritto a un fondo nel 2021 al primo impiego e per cinque anni, dal 2021 al 2025, i contributi suoi e dell’azienda sono stati 1.500 euro l’anno, 7.500 in tutto. In quegli anni il tetto era 5.164,57 euro: cinque annualità fanno 25.822,85 euro, quindi lo spazio non usato è di 18.322,85 euro. Dal 2026, sesto anno, Luca può superare il limite ordinario fino a 2.650 euro l’anno, finché non ha esaurito quella cifra o non sono passati vent’anni. A pieno regime gli servirebbero sette anni.
La regola aiuta chi ha iniziato versando poco e oggi guadagna di più. Non riguarda chi lavorava già prima del 2007, né chi è ancora nei primi cinque anni di iscrizione. Per sapere quanto spazio ti resta, chiedi al fondo o al tuo sostituto d’imposta il riepilogo dei contributi dei primi cinque anni.
Versare per un familiare a carico
Si può aprire una posizione di previdenza complementare a un figlio o al coniuge fiscalmente a carico e versare al posto loro. Il comma 5 dell’articolo 8 assegna la deduzione a chi ha il familiare a carico «per l’ammontare non dedotto dalle persone stesse». In pratica: se il familiare ha un piccolo reddito, deduce lui fin dove riesce; il resto lo deduce chi paga.
Il tetto però resta uno solo. La norma lo dice con una clausola («fermo restando l’importo complessivamente stabilito nel comma 4»): i 5.300 euro di chi versa coprono i suoi contributi e quelli per il familiare, non si raddoppiano. È considerato a carico chi ha un reddito complessivo non superiore a 2.840,51 euro, che salgono a 4.000 euro per i figli fino a 24 anni (articolo 12 del TUIR).
Per un figlio piccolo il vantaggio fiscale è il genitore a prenderlo, mentre al ragazzo restano gli anni di iscrizione: l’anzianità nel fondo conta sia per le anticipazioni sia per l’aliquota applicata all’uscita.
Contributi non dedotti: la comunicazione al fondo
Versare più del tetto è consentito. Semplicemente, l’eccedenza non si deduce. Il comma 4 prevede che il contribuente comunichi al fondo, «entro il 31 dicembre dell’anno successivo a quello in cui è stato effettuato il versamento», l’importo che non ha dedotto o che non dedurrà nella dichiarazione. Se il diritto alla prestazione matura prima, la comunicazione va fatta entro quella data.
Non è una formalità. Al momento della prestazione il fondo tassa i contributi che sono stati dedotti; quelli dichiarati come non dedotti restano fuori dalla base imponibile, perché su quel denaro l’IRPEF è già stata pagata. Chi dimentica la comunicazione rischia di pagare le imposte due volte sulla stessa somma. Per i versamenti del 2026 la scadenza è il 31 dicembre 2027: il modulo va chiesto al proprio fondo.
Vale anche per chi non può dedurre affatto. La Guida COVIP fa l’esempio dei lavoratori autonomi in regime forfettario senza altri redditi soggetti a IRPEF: i loro contributi non sono deducibili, vanno comunicati ogni anno e la pensione complementare che ne deriva sarà esente.
Quando non conviene
La deduzione è un rinvio d’imposta, non un’esenzione. I contributi dedotti vengono tassati quando il fondo paga la prestazione. L’articolo 11, comma 6, del decreto 252 fissa una ritenuta a titolo d’imposta del 15%, ridotta di 0,30 punti percentuali per ogni anno di partecipazione oltre il quindicesimo, con una riduzione massima di 6 punti: si arriva quindi al 9% con trentacinque anni di iscrizione, e per esempio al 12% con venticinque. Dal 2027 la stessa regola, con le stesse aliquote, si leggerà nell’articolo 258 del nuovo Testo unico.
| Ogni 1.000 € dedotti | IRPEF risparmiata oggi | Ritenuta all’uscita (dal 15% al 9%) | Vantaggio che resta |
|---|---|---|---|
| Scaglione 23% | 230 € | da 150 a 90 € | da 80 a 140 € |
| Scaglione 33% | 330 € | da 150 a 90 € | da 180 a 240 € |
| Scaglione 43% | 430 € | da 150 a 90 € | da 280 a 340 € |
Calcolo nostro: aliquote IRPEF 2026 e ritenuta sulla prestazione prevista dall’art. 11, comma 6, d.lgs. 252/2005. Il confronto è solo fiscale e non considera i rendimenti del fondo.
Dalla tabella si capisce chi deve pensarci due volte. Nel primo scaglione il vantaggio esiste ma è sottile, soprattutto per chi ha pochi anni di iscrizione davanti. In cambio i soldi restano vincolati: prima della pensione si possono chiedere anticipazioni solo nei casi previsti dalla legge, e quelle per l’acquisto della prima casa o per «ulteriori esigenze», possibili dopo otto anni di iscrizione, scontano una ritenuta del 23%, cioè quanto l’aliquota che si era risparmiata. Chi prevede di avere bisogno di quella liquidità nel giro di pochi anni fa meglio a non contarci.
Non conviene, sul piano fiscale, nemmeno a chi non ha IRPEF da pagare: se le detrazioni azzerano già l’imposta, la deduzione non restituisce nulla. In quel caso il versamento non è vietato, ma va trattato come contributo non dedotto e comunicato al fondo. Lo stesso vale per la parte che supera il tetto, come i 1.200 euro di Marco nell’esempio.
Infine, il risparmio fiscale non dice nulla sulla qualità del fondo. Costi annui e linea di investimento pesano sul risultato finale più dei 135 euro di tetto in più: su come confrontarli c’è la guida per scegliere un fondo pensione integrativo.
Il versamento di dicembre, in pratica
La deduzione segue l’anno in cui il contributo viene versato. Per farlo valere sul 2026 il bonifico deve partire in tempo utile perché il fondo lo registri entro il 31 dicembre: ogni fondo indica le proprie modalità e i propri tempi per i versamenti volontari, e conviene controllarli a inizio mese invece di ridursi agli ultimi giorni lavorativi dell’anno.
Poi c’è la questione di come si incassa il risparmio. I contributi trattenuti in busta paga vengono dedotti direttamente dal datore di lavoro, che calcola le ritenute su un imponibile già ridotto. Il versamento volontario fatto con bonifico, invece, il datore non lo vede: lo si deduce nella dichiarazione dei redditi dell’anno successivo, tra gli oneri deducibili, e il risparmio arriva come rimborso o minore imposta. Per un versamento di dicembre 2026 significa il 730 del 2027. Conserva la ricevuta del bonifico.
Chi vuole un quadro più largo delle voci che abbassano l’imposta può partire dalla guida su detrazioni e deduzioni IRPEF. Per i redditi alti c’è un’ultima differenza da ricordare: il tetto alle detrazioni sopra i 75.000 euro riguarda appunto le detrazioni. I contributi al fondo pensione sono una deduzione e seguono soltanto il loro limite di 5.300 euro.
Domande frequenti
Entro quando va fatto il versamento per dedurlo nel 2026?
Entro il 31 dicembre 2026. Conta l’anno in cui il contributo viene versato, quindi è prudente muoversi con qualche giorno di anticipo e verificare sul sito del proprio fondo come vanno eseguiti i versamenti volontari.
Il TFR che va al fondo pensione riduce i 5.300 euro?
No. Il limite si applica ai contributi del lavoratore e del datore di lavoro. La quota di TFR versata al fondo è esclusa dalla deduzione e non consuma il tetto.
Il contributo dell’azienda conta nel limite?
Sì. L’articolo 8, comma 4, del decreto 252 del 2005 somma i contributi del lavoratore a quelli del datore di lavoro o committente. Per sapere quanto spazio resta bisogna togliere dai 5.300 euro entrambe le quote già versate nell’anno.
Cosa succede se verso più di 5.300 euro?
La parte eccedente non si deduce. Va comunicata al fondo entro il 31 dicembre dell’anno successivo al versamento, così non verrà tassata al momento della prestazione.
Chi può dedurre fino a 7.950 euro?
I lavoratori di prima occupazione successiva al 1° gennaio 2007 che nei primi cinque anni di iscrizione a un fondo hanno versato meno del massimo deducibile. Dal sesto anno, e per vent’anni, possono dedurre fino a 2.650 euro in più del limite ordinario, finché non recuperano lo spazio non utilizzato.
Posso dedurre i contributi versati per mio figlio?
Sì, se è fiscalmente a carico e per la parte che lui non deduce. Il tetto resta di 5.300 euro complessivi tra i tuoi contributi e quelli versati per lui.
I lavoratori in regime forfettario possono dedurre?
Se non hanno altri redditi soggetti a IRPEF, no: la deduzione agisce sul reddito complessivo IRPEF. Possono versare lo stesso, comunicando ogni anno al fondo i contributi non dedotti, che non saranno tassati all’uscita.
Quanto si paga di tasse quando si incassa il fondo?
Sulla parte che deriva dai contributi dedotti il fondo applica una ritenuta del 15%, che scende di 0,30 punti per ogni anno di partecipazione oltre il quindicesimo, fino al 9%. I contributi non dedotti e comunicati al fondo non vengono tassati di nuovo.

