L’origine delle antiche monete romane, scopriamo quali erano le monete dell’impero romano, come venivano utilizzate, quale era il loro valore.
Le monete dell’impero romano
La parola moneta deriva da una delle invocazioni della dea romana Giunone: Moneta (colei che avverte).Apparentemente, questa dea aveva avvertito i romani dell’imminenza di certi disastri.
Le monete romane come l’Impero Romano sia stato uno dei primi popoli a usarle e a mettere da parte il baratto.
Origine delle antiche monete romane
Sebbene gran parte dell’economia dell’antica società romana fosse basata sulle monete e sul sistema monetario, dobbiamo tenere a mente che non era sempre così.
Nella Roma del passato si utilizzava un sistema di commercio noto come baratto , dove la prima unità di commercio era il bestiame ed era chiamato “pecunia”, da cui derivava il termine “pecuniario”.
Il baratto venne soppiantato, poco a poco, grazie ai rapporti di lavoro e commerciali che iniziarono a instaurarsi con i Greci intorno al V secolo a.C. e dopo che i problemi interni alla politica di Roma si stabilizzarono.
Le prime unità che furono utilizzate all’interno di questo nuovo sistema monetario furono i lingotti, privi di qualsiasi tipo di marchio o registrazione e realizzati, in genere, con materiali come il bronzo o il rame.
I lingotti erano chiamati Aes Rude (asse), il loro valore finale dipendeva dal loro stesso peso, quello che pesava meno era di 8 grammi fino a 300 grammi massimo.
I lingotti hanno continuato a funzionare come una forma di valuta per molti anni, espandendosi in valore a lingotti del peso di 1 chilo e 600 grammi. Infine, i romani presero come misura la Bilancia, che aveva un’equivalenza da 1 a 324 grammi.
Valore della moneta romana
Non tutte le antiche monete romane avevano lo stesso valore, come avviene oggi. Abbiamo monete in euro e centesimi di euro, che sommati tra loro acquistano lo stesso valore della prima, come succede con le monete romane.
Denarius Argentum
Il Denario era la moneta ufficiale dell’Impero Romano ed era realizzata con argento di alta qualità. Dopo la sconfitta subita da Pirro, si iniziò a coniare la moneta e si decise di farne una copia della moneta usata in Magna Grecia, la dracma.
Questo aveva un valore equivalente a 10 assi e aveva un segno X, per riferirsi al suo valore. Dopo essere stata ampiamente utilizzata durante la Repubblica, al tempo dell’Impero questa moneta iniziò ad essere coniata in ferro.
Con il regno di Valeriano, la moneta non era più d’argento, ma veniva coniata un misto di argento con rame e stagno, che ha ricevuto il nome di Pile.
Questa moneta aveva un quarto del valore del Denario e la moneta era contrassegnata con HS. Sebbene la cosa normale sia che questa moneta fosse fatta di rame, sono state ritrovate unità realizzate con argento.
Il valore del Sesterzio romano rapportato ai giorni nostri, sarebbe l’equivalente di un euro attuale.
Quinario
Anche il quinario deriva dal Denario, e ha l’equivalenza di mezzo denaro. Per vedere un quinario, bastava assicurarsi che la moneta avesse una V segnata su di essa, dato che valeva anche 5 assi.
All’inizio dell’Impero, questa moneta era coniata con oro e poteva variare da 10 denari d’argento a 25, anche se non era sempre così.
Il suo punto di maggior circolazione fu quando Giulio Cesare rimase al potere fino al regno di Augusto, ma il suo prezzo e l’uso iniziarono a diminuire con Aureliano al timone dell’Impero.
Tremisse
Il Tremisse era una moneta d’oro e valeva un terzo del quinario d’oro.
Con l’arrivo di Costantino I, il Tremisse finì per essere sostituito da una nuova moneta il cui nome era Solido. Il Solido, aveva un valore vicino ai 2.000 denari e che dopo l’impero bizantino ricevette il nome di Nomisma.
Evoluzione delle monete romane
Per parlare dell’evoluzione delle monete dell’antica Roma, dobbiamo tener conto del fatto che popoli come la Grecia le avevano già e che i romani adottarono alcune delle loro monete quando commerciavano con esse.
Era Roma che si occupava di coniare le monete con i metalli preziosi, soprattutto nella Repubblica e nei primi anni dell’Impero.
Alcune province coniavano le loro monete d’argento, ma queste erano valide solo per il commercio tra di loro e non avevano valore in altre città.
I governanti di Roma non erano interessati a coniare le monete di bronzo. Questo non solo perché avevano già monete di maggior valore che potevano utilizzare, ma anche perché in molti casi coniarle comportava più spese che benefici finali.
Questo finisce per far apparire imitazioni di monete di bronzo molto ben fatte, poiché le monete di valore superiore non erano alla portata dell’intera popolazione di Roma.
Nonostante ciò, sapendo che si trattava di monete non ufficiali, Roma finì per consentirle e iniziò ad essere coniate in numero maggiore dai comuni vicini, poiché il governo iniziò ad utilizzare le monete di bronzo per pagare i suoi funzionari.
Le altre monete utilizzate nell’impero romano
Nell’antica Roma non si usavano solo le monete da loro coniate, circolavano anche monete di altri popoli per scambi commerciali con altre civiltà o popoli, le più comuni erano le seguenti:
Grecia: dracma, dicalco, tetradracma. Mesopotamia: talento e mina. Spagna: vittorie. Colonie greche e fenicie: cistoforo di Pergamo, obolus, shekel, triobolus e trishekel.
Le monete dell’antica Roma hanno avuto un grandissimo impattonon soloper le società dell’antica Roma, ma molti modi di valutare le nostre monete, derivano dalle loro conoscenze ed esperienze nell’effettuare transazioni commerciali.
Dal Curacazgo di Cuzco all’Impero Inca. Origine della civiltà Inca egemone in Sud America per V secoli. Pachacútec e Francisco Pizarro, i due uomini del destino.
Gli Inca, l’Impero del Sole
Una civiltà morta schiacciata dalla sete di conquista di Francisco Pizarro. L’Impero Inca rimase ferito a morte quando gli spagnoli, ciechi in cerca di oro e gloria, calpestarono le terre dei Figli del Sole riducendo in cenere gli ultimi barlumi di splendore di un mondo in cui gli Inca non conobbero rivali.
Atahualpa, l’ultimo sovrano dell’Impero Inca, morì per mano degli invasori spagnoli nel 1533, ponendo fine a una linea di monarchi le cui radici risalgono al XII secolo. Ma, al di là delle certezze storiche, la genesi di questa civiltà precolombiana è diluita nelle nebbie della leggenda e del mito.
L’origine dello stato Inca
Nella prima metà del XII secolo, emerse la figura di spicco di Manco Cápac, primo capo e fondatore della civiltà Inca di Cuzco. Appartenente all’etnia Tapicalas, eredi della cultura Tiahuanaco. Questo personaggio enigmatico nacque in concomitanza con l’esodo compiuto dal suo popolo, che fuggiva alle vessazioni degli Aymara in direzione di Cuzco. Lungo viaggio di oltre cinquecento chilometri durato una ventina d’anni. Si radicarono nella valle di Huatanay, sconfiggendo gruppi etnici come gli Huala, i Sahuares o gli Alcahuisas.
Per preservare la loro posizione privilegiata a Cuzco, gli Incas dovettero combattere numerose guerre sotto la forte guida di Manco Capac. Lui fu il fondatore del curacazgo di Cuzco, che è solo il primo stadio di sviluppo della cultura Inca degli altopiani andini.
Le prove documentali sull’esistenza di Manco Cápac sono così scarse che molti storici considerano il “padre” della civiltà Inca come una mera figura leggendaria. Il mitico fondatore del curacazgo di Cuzco la cui prima incontestabile testimonianza storica è molto più tarda. La verità è che l’archeologia offre qualche indizio interessante al riguardo.
A metà del XIX secolo, il dubbio racconto dell’esodo dei tapicalas acquisì definitivamente una dimensione storica grazie agli scavi effettuati da Francis de Castelnau e Max Uhle. Il loro lavoro, documentava testimonianze –sotto forma di edifici incompiuti e oggetti di valore abbandonati– di un attacco subito dai tapicala, probabilmente per mano degli Aymara, che corroborerebbe il racconto della dolorosa fuga ed esodo di questa etnia in direzione di Cuzco.
In ogni caso, in questo primo periodo, gli Incas si limitarono a consolidare le loro precarie posizioni, ancora incapaci di ampliare la loro sfera di influenza politica e geografica.
Chi è stato il primo sovrano Inca?
Questa tendenza cambiò definitivamente per mano di Cápac Yupanqui, il primo dei sovrani Inca con ambizioni espansionistiche, che osò lasciare la sicurezza della valle del Cuzco alla ricerca di nuove terre e conquiste. Questi vennero a spese dei residenti di Andamarca e Cuyumalca, che furono assorbiti dal fiorente Stato Inca.
Con la morte di questo bellicoso monarca, quinto della dinastia Hurin, la storia del curacazgo di Cuzco si avvicina a una svolta decisiva. Quindi, a metà del XIV secolo, l’Impero Inca era uno stato relativamente modesto e non costituiva nemmeno il potere egemonico nella regione, un onore che apparteneva agli Ayamarcas. Ma l’avvento al potere dei monarchi della dinastia Hanan Cuzco, iniziata con Inca Roca (il primo dei sovrani di Cuzco ad usare il titolo Inca), cambiò definitivamente la tendenza.
Periodo di splendore dell’Impero Inca
Al di là delle timide annessioni intraprese da Cápac Yupanqui, Viracocha Inca fu il vero promotore, già nella prima metà del XV secolo, della proiezione imperialista del curacazgo di Cuzco. Si prodigò così nella costruzione di avamposti e presidi militari, suscitando l’ira di una delle grandi potenze regionali: i Chancas. Questi ultimi, allarmati dall’aggressività del nuovo monarca di Cuzco, decisero di combattere, ma caddero clamorosamente sconfitti grazie alla formidabili doni di comando di Pachacútec, figlio del monarca. Riuscì a salvare in extremis la città di Cuzco, abbandonata dal padre al suo destino, sicuro di una sconfitta che Pachacútec riuscì a evitare.
Nonostante la sfiducia che lo ispirava, Viracocha Inca non poté impedire a di predere controllo del trono, colui che passerà alla storia come il più grande dei monarchi Inca, responsabile del periodo di maggior splendore della loro civiltà.
Fu la sua eccezionale dimensione di statista e generale che portò lo stato di Cuzco a raggiungere il suo apice storico, mutando da curacazgo a grande impero, una volta sconfitti i Chancas e dopo aver ridotto la resistenza di tutti i loro nemici, conquistando definitivamente il Altopiano del Collao.
Pachacútec il Figlio del sole
Il figlio del sole, come lo ribattezzarono i suoi contemporanei, Pachacútec è infatti il primo Inca per il quale non ci sono dubbi sulla storicità della sua figura. Né è fuori discussione l’eccezionale significato di un’eredità che non solo si tradusse in glorie militari. Pachacútec fu anche un formidabile amministratore, mecenate e filosofo, ma soprattutto, il condottiero che ha portato la civiltà Inca in una nuova dimensione con la trasformazione del curacazgo nel Tahuantinsuyo (nome del nuovo Impero).
Pachacútec ha presentato non solo i Chancas, ma anche gli Ayamarcas e Collas, tra gli altri gruppi etnici, prima di ritirarsi definitivamente a Cuzco per occuparsi personalmente della riorganizzazione legislativa e amministrativa dello stato. Delegò il comando degli eserciti a suo figlio e futuro successore, Túpac Yupanqui, che consolidò l’espansione Inca sconfiggendo Pincos e Huaris.
L’apice dell’Impero Inca
Nel frattempo, Pachacútec era impegnato nella realizzazione di ambiziose opere di ingegneria nella capitale, nonché nella ricostruzione del Tempio del Sole. Divenuto monumento durante il suo regno e da allora ribattezzato Coricancha, il Tempio dell’Oro. Chiamato da alcuni come il Carlo Magno mesoamericano, Pachacútec morì lasciando l’Impero Inca al culmine del suo splendore e consegnando il testimone a suo figlio Túpac Yupanqui, che aveva associato al trono negli ultimi anni del suo regno.
Tuttavia, l’età d’oro di Tahuantinsuyo sarebbe stata di breve durata, presto lo splendore si trasformò in decadenza. Alla fine del XV secolo, tuttavia, c’erano ancora giorni di gloria per l’Impero grazie alla spinta e all’impegno dell’ultimo grande Sapa Inca.
Huayna Cápac, che ereditò il trono di Túpac Yupanqui nel 1488 e combatté come un leone per consolidare e perfino aumentare le conquiste fatte dal nonno e dal padre. Fu determinato durante buona parte del suo regno a sedare le innumerevoli ribellioni che proliferavano nei sempre più vasti territori dell’Impero.
Il nuovo monarca portò le armi Inca a Cajamarca e Quito, dove stabilì la sua residenza, fondando una seconda capitale amministrativa. Mentre intraprendeva ambiziose opere pubbliche, non riuscì a fermare le eccessive ambizioni e la sempre più aggressiva rivalità tra le famiglie nobili dei due centri di potere, Cuzco e Tumibamba (Quito). In definitiva uno dei fattori di disintegrazione che spiegano l’imminente e clamoroso crollo del Tahuantinsuyo.
Inizio della crisi
Nel 1529 Huayna Capac fu costretto a mobilitare un colossale esercito di duecentomila unità per sradicare una volta per tutte le incessanti ribellioni che devastavano l’Impero. Nella campagna, il Sapa Inca fu accompagnato dai suoi due figli, Ninan Cuyuchi, suo erede designato e Atahualpa. Una strana e insolita epidemia pose fine prematuramente alla vita del monarca; probabilmente morbillo o vaiolo, introdotto nella regione dai conquistatori spagnoli.
Ninan Cuyuchi lo seguì presto, scatenando una sanguinosa guerra civile tra i due fratelli sopravvissuti. Atahualpa, preferito dai signori della guerra, mentre Huáscar, sostenuto dalla nobiltà di Cuzco. All’inizio fu Huáscar a prendere il comando, mentre Atahualpa si accontentava della carica di governatore di Quito. Ben presto divenne chiaro che il sostegno dell’esercito e il controllo strategico delle rotte del nord mettevano Atahualpa in netto vantaggio su suo fratello.
Scoppia la guerra civile
Scoppiò allora la guerra fratricida, che secondo alcune cronache durò anni, secondo altri si risolse in un’unica battaglia. In ogni caso, Atahualpa impose la superiorità delle sue schiere annientando i sostenitori del fratello.
Ma il nuovo Sapa Inca non ha avuto il tempo di assaporare la vittoria. Appena conquistata, dovette occuparsi di una faccenda della massima urgenza. Il monarca dovette recarsi a Cajamarca per vedere di persona gli strani uomini barbuti di cui i messaggeri portarono notizia.
L’arrivo dei conquistadores spagnoli: Francisco Pizarro
L’Impero Inca era in una posizione di massima vulnerabilità quando Francisco Pizarro, insieme ai suoi quattro fratelli e comandando una spedizione di centosessantotto uomini, irruppe sulla scena assetato di oro e gloria. Atahualpa, pronto a risolvere l’intrusione il prima possibile, accettò di incontrare Francisco Pizarro a Cajamarca, dove rimase vittima di una trappola.
Circondato dai suoi nemici, il Sapa Inca si rifiutò di rinunciare al paganesimo e di abbracciare la religione cristiana. Dopo un’accesa discussione con gli spagnoli, la cosa scatenò un massacro che lasciò una scia di quattromila cadaveri tra gli Incas. Atahualpa fu fatto prigioniero e giustiziato per strangolamento poco dopo nella Plaza de Cajamarca, dopo essersi convertito con la forza al cristianesimo.
Il Tahuantinsuyo, nonostante gli sforzi di riorganizzazione da parte dei sostenitori di Huáscar, fu ferito a morte. Francisco Pizarro successivamente conquisto Cuzco, divenendo di fatto governatore di tutto il territorio. I giorni di gloria dell’Impero Inca giunsero così a una drammatica fine.
L’eredità della civiltà Inca
Gli Inca si distinsero non solo per la grandezza del loro Impero e per la loro straordinaria ascesa politico-militare nell’area andina. La loro eredità è quella di una civiltà straordinariamente sviluppata ed enormemente avanzata. Astronomi d’eccezione, la loro vita era interamente condizionata dal culto del Sole. Tipico di una civiltà agricola per la quale la previsione meticolosa delle stagioni di semina e raccolta era vitale per la sopravvivenza. Erano perfettamente in grado di prevedere le eclissi e il tessuto urbano di Cuzco imitava le costellazioni celesti.
Conoscevano il cielo in dettaglio e svilupparono un sofisticato calendario lunare per le feste religiose e un calendario solare per l’agricoltura. Inoltre, costruirono numerosi osservatori ed edifici astronomicamente allineati. Il più famoso è di quelli conservati, l’Intihuatana di Machu Picchu.
Questa ossessione per il cielo e l’agricoltura si rifletteva pienamente nel mondo delle credenze religiose. Divinità come Inti (il dio Sole), Mama Quilla (la Luna) e Pachamama (Madre Terra) brillavano di luce propria.
Era anche una religione in cui gli oracoli avevano un’importanza capitale, poiché era attraverso questi e attraverso la mediazione dei sacerdoti che gli dei comunicavano con gli uomini.
La complessità del mondo della scienza e delle idee si rifletteva nella struttura politica dell’Impero. Il modello di Stato era concepito come una monarchia teocratica, fortemente gerarchica, che ruotava attorno alla figura del Sapa Inca, al quale un’origine divina.
Ma il monarca non era solo quando prendeva decisioni: aveva la saggezza del Consiglio Imperiale, composto da tutti i governatori locali, il principe ereditario, il Willaq Umu (sommo sacerdote), un Amauta (incaricato dell’educazione dei figli dei Sapa Inca) e il generale dell’esercito imperiale. Il governo di ogni regione (Suyo) cadde nelle mani di un Suyuyuc Apu, che in pratica aveva i poteri di un viceré. Questo solido edificio istituzionale resistette stabile per secoli, fino a quando l’arrivo di Francisco Pizarro e i suoi sodali, causarono il crollo e la scomparsa della civiltà Inca.
L’Isola Bella è un’isola situata nel Lago Maggiore, in Lombardia, Italia. Conosciuta per la sua bellezza, la storia dell’isola bella risale a molti secoli fa, quando viene utilizzata come porto per le navi romane che solcavano il lago. Oggi, l’isola è una delle mete turistiche più ambite del Lago Maggiore, accogliendo migliaia di visitatori ogni anno. Grazie alla sua bellezza e alla sua storia millenaria, l’Isola Bella è diventata un luogo di grande interesse culturale e artistico, unico nel suo genere. Ha saputo conservare nel tempo la sua bellezza e il suo fascino. Grazie alla cura dei giardini e alla preservazione delle opere d’arte, Palazzo Borromeo, l’isola è diventata un patrimonio culturale di inestimabile valore, che continua ad affascinare i visitatori di tutto il mondo.
Perché si chiama Isola Bella
L’isola deve il suo nome alla principessa Isabella di Borbone, moglie di Carlo III, duca di Borbone. La principessa, che aveva grande interesse per l’arte e la cultura, decise di trasformare l’isola in un giardino barocco nel 1632, che ancora oggi è visitabile.
Il giardino, che si estende su una superficie di circa 13 ettari, è un vero e proprio capolavoro di architettura e design. Ogni angolo del giardino è studiato nei minimi dettagli, creando un ambiente unico e suggestivo. Tra le particolarità del giardino ci sono le statue e le fontane, che contribuiscono ad arricchire il patrimonio artistico dell’isola.
La storia
L’isola è stata anche un luogo di grande interesse archeologico. Nel 1940, durante dei lavori di scavo, è stata rinvenuta una necropoli romana risalente al I secolo d.C., che conferma la presenza dell’uomo sull’isola già in epoca romana. Nella necropoli sono stati ritrovati numerosi reperti, tra cui una testa di marmo raffigurante l’imperatore romano Claudio.
Palazzo Borromeo
Un’altra curiosità riguarda il palazzo Borromeo, che si trova al centro dell’isola. Il palazzo è stato costruito tra il 1632 e il 1671 e venne utilizzato come residenza estiva dalla famiglia Borromeo. Il palazzo ospita numerose opere d’arte, tra cui quadri, sculture e arredi antichi.
Ma l’isola non è solo un gioiello di arte e natura. Nel corso dei secoli ha avuto anche una vita molto movimentata. Durante la seconda guerra mondiale, l’isola viene occupata dalle truppe tedesche e successivamente liberata dagli Alleati. Inoltre, nel corso dei secoli, l’isola è stata spesso teatro di feste e celebrazioni, come il famoso ballo delle debuttanti, che si svolge ogni anno nel palazzo Borromeo.
NAPOLEONE
Napoleone Bonaparte ha avuto un ruolo importante nella storia dell’Isola Bella, in quanto l’isola e la famiglia Borromeo che ne era proprietaria, sono state coinvolte nei conflitti che hanno interessato l’Italia durante il periodo napoleonico.
Cronostoria Napoleonica
Nel 1796 Napoleone invase l’Italia e la Repubblica Cisalpina venne istituita nel 1797. In questo periodo, la famiglia Borromeo, che era particolarmente influente nella regione, cercò di mantenere il controllo dell’isola e delle sue proprietà.
Nel 1800, durante la Battaglia di Marengo, l’esercito francese guidato da Napoleone sconfisse l’esercito austriaco e ottenne il controllo di gran parte dell’Italia settentrionale, compreso il lago Maggiore. In seguito a questa vittoria, Napoleone visitò l’Isola Bella e ne apprezzò la bellezza e il fascino.
Nel 1805, Napoleone decise di regalare l’Isola Bella alla sua sorella, la principessa Elisa Bonaparte, che lo aveva supportato nella sua ascesa al potere. La principessa Elisa divenne quindi la nuova proprietaria dell’isola e intraprese una serie di lavori di ristrutturazione e ampliamento del palazzo Borromeo.
I personaggi dell’epoca
Durante il periodo napoleonico, l’Isola Bella e la sua bellezza naturale e architettonica divennero una meta popolare per i nobili e i visitatori stranieri che viaggiavano in Italia. L’isola e il palazzo Borromeo sono stati frequentati da personaggi illustri dell’epoca, come il poeta Lord Byron, il musicista Franz Liszt e lo scrittore Stendhal.
La caduta di Napoleone
In seguito alla caduta di Napoleone e alla restaurazione del governo borbonico in Italia, l’Isola Bella tornò alla famiglia Borromeo, che ne mantenne la proprietà fino ad oggi. Oggi l’Isola Bella è ancora uno dei luoghi più visitati del lago Maggiore, grazie alla sua bellezza naturale, alla ricchezza del patrimonio storico e culturale e all’atmosfera romantica che la circonda.
La Chiesa di San Vittore
Oltre al giardino barocco e al palazzo Borromeo, l’isola ospita anche la Chiesa di San Vittore, una chiesa del XVII secolo dedicata a San Vittore, patrono dell’isola. La chiesa presenta un interno sobrio e raffinato, con affreschi e dipinti di artisti locali.
L’isola è stata un luogo di grande interesse per gli scienziati e i naturalisti. Nel 1823, il botanico svizzero Jean Pierre Etienne Vaucher visitò l’isola e raccolse numerose specie di piante, alcune delle quali erano sconosciute alla scienza dell’epoca. Anche oggi, il giardino dell’isola ospita una grande varietà di piante, molte delle quali rare o esotiche.
Il giardino barocco
Un’altra caratteristica interessante dell’isola è la presenza di numerose sculture e fontane. Nel giardino barocco, infatti, si possono ammirare numerose statue e fontane di epoca rinascimentale e barocca, molte delle quali provenienti dall’Italia centrale e meridionale. Tra le opere più note si segnalano la fontana dei delfini, la fontana del tritone e la fontana dell’orso.
Inoltre, l’isola è stata anche un luogo di grande importanza strategica durante le guerre del XVII e XVIII secolo. Durante la guerra di successione spagnola, l’isola cade sotto la presa e rasa al suolo dalle truppe francesi, che distrussero gran parte del palazzo Borromeo e del giardino. Successivamente, l’isola fu ricostruita e riportata al suo antico splendore dalla famiglia Borromeo.
Il giardino barocco dell’isola è stato progettato dal celebre architetto Francesco Maria Richini, che ha lavorato anche alla cattedrale di Milano e alla Certosa di Pavia. Il giardino, che si estende per oltre 10 ettari, è stato realizzato nel XVII secolo e presenta numerose terrazze, scalinate, grotte e fontane, che creano un effetto scenografico molto suggestivo.
Il tesoro nascosto
Un’altra curiosità riguarda la leggenda del tesoro dei Borromeo. Si racconta che la famiglia Borromeo, durante il periodo della dominazione spagnola, abbia sepolto un grande tesoro sull’isola, per nasconderlo dalle truppe nemiche. La leggenda ha ispirato molte ricerche e tentativi di scavo sull’isola, ma finora nessun tesoro è stato mai trovato.
L’isola è stata anche un luogo di ispirazione per scrittori e artisti. Tra gli ospiti illustri dell’isola ci sono stati il poeta Lord Byron, il compositore Franz Liszt e l’artista John Singer Sargent, che ha dipinto numerosi ritratti della famiglia Borromeo.
Le parole di Charles Dickens sull’Isola Bella
Dopo aver visitato l’isola il famoso scrittore inglese Charles Dickens scrisse: “For however fanciful and fantastic the Isola Bella may be, and is, it still is beautiful”. Tradotto letteralmente: “Per quanto fantastica e meravigliosa possa essere ed è l’Isola Bella, è tuttavia bellissima”.
Da chi è abitata Isola Bella
Un’altra curiosità riguarda la vita sulla isola. L’isola è abitata tutto l’anno solo da un piccolo gruppo di persone, tra cui il giardiniere capo e il custode del palazzo. Tuttavia, durante il periodo estivo, l’isola è aperta ai visitatori e diventa una meta turistica molto frequentata.
I film e telefilm girati all’Isola Bella
L’isola è stata anche il set di numerosi film e produzioni televisive. Tra le opere più note che hanno avuto l’Isola Bella come sfondo si segnalano il film del 1968 “Il diavolo nel cervello“, con Lino Ventura e Marlene Jobert, e la serie televisiva del 2016 “In arte Nino“, dedicata alla vita e alle opere del pittore italiano Nino Caffè.
La moda sull’isola
L’isola è stata anche un luogo di grande interesse per la moda e il design. Nel 2011, la casa di moda Dolce & Gabbana ha scelto l’Isola Bella come location per una delle sue sfilate, creando un’atmosfera suggestiva e sofisticata tra le terrazze e le fontane del giardino.
Nel 2024, diventa invece la passerella per la famosa casa francese Louis Vuitton, che ha deciso di portare sull’Isola la sua collezione Cruise 2024. L’isola diventa quindi location per i capi d’abbigliamenti che Louis Vuitton rende disponibili nel novembre del 2023.
FAUNA e FLORA
Un’altra curiosità riguarda la fauna dell’isola. Grazie alla sua posizione privilegiata, l’isola è un importante luogo di sosta per numerose specie di uccelli migratori, che si fermano sull’isola per riposarsi e nutrirsi. Tra le specie di uccelli che si possono osservare sull’isola ci sono il fringuello, il pettirosso, il merlo e il fiorrancino. Inoltre, sull’isola è presente anche una colonia di pavoni, che si aggirano liberamente tra i giardini.
Inoltre, il giardino ospita una grande varietà di piante, tra cui siepi di cipresso, agrumi, palme, camelie e piante tropicali. Questo rende l’isola uno dei luoghi più suggestivi del Lago Maggiore.
L’Isola Bella è un luogo straordinario, dalle molte sfaccettature, che conserva intatta la sua bellezza e il suo fascino anche dopo secoli di storia. Offre un’esperienza unica e indimenticabile a chiunque la visiti. La sua storia millenaria, la sua bellezza naturale e architettonica, e le numerose curiosità che la circondano la rendono una meta turistica imperdibile per chiunque ami la cultura, l’arte, la natura e il fascino del passato.
La Bocca della Verità è un’icona di Roma che attira visitatori da tutto il mondo. Questa grande maschera in marmo, posta sulla parete del portico della Chiesa di Santa Maria in Cosmedin, ha una storia affascinante che risale all’antica Roma. In questo articolo, esploreremo la storia della Bocca della Verità e il suo significato culturale.
Origine e scopo
La Bocca della Verità ha una storia molto antica e la sua origine esatta non è nota con certezza. Una delle teorie, sostiene che la maschera fosse originariamente un tombino, di preciso quello della cloaca massimautilizzato per incanalare l’acqua, dovute alle forti piogge, fino al Tevere passando per il tempio di Ercole. Altri sostengono servisse far defluire l’acqua piovana e abbassarne il livello, per impedire gli allagamenti durante le piene fluviali.
Le teorie e spiegazioni, come vedremo sono diverse. Secondo quanto abbiamo visto, questa teoria, la maschera funzionava come una sorta di filtro, consentendo all’acqua di defluire attraverso la sua bocca e i suoi occhi, impedendo quindi allagamenti.
Leggende e teorie sulla vera storia della bocca della verità
Esistono anche altre ipotesi sulle origini della Bocca della Verità. Alcuni studiosi sostengono che la maschera potrebbe essere stata un’antica statua romana, utilizzata come parte di un gioco olimpico o come simbolo di un culto pagano.
La teoria dei Commercianti
C’è chi sostiene che la Bocca della Verità fosse originariamente il coperchio di un pozzo sacro di fronte al tempio di Mercurio, dove i commercianti romani giuravano la loro lealtà durante le transazioni commerciali.
La fedeltà delle mogli
Esiste ancora, una teoria, secondo la quale il creatore della Bocca della Verità sarebbe stato Virgilio Grammatico. Uno scultore e mago che visse nel VI secolo d.C. a Roma. Secondo questa teoria, Virgilio avrebbe creato la maschera per testare la fedeltà delle donne.
La seconda teoria del pozzo:
Si sostiene anche che La Bocca della Verità fu originariamente realizzata come una copertura per un antico pozzo d’acqua situato vicino al “tempio di Ercole”, nel Foro Boario di Roma (luogo a lui dedicato poiché, secondo il mito romano, salvò i cittadini da un gigante di nome Caco).
Ciò che è sicuro, è che il suo nome deriva dalla credenza popolare secondo cui la maschera sarebbe stata in grado di rivelare la verità a chiunque vi inserisse la mano. Secondo la leggenda, se una persona mentiva mentre metteva la mano nella bocca della maschera, questa si sarebbe chiusa d’improvviso, tagliandogli la mano.
L’artista ufficiale è quindi ignoto, sappiamo con certezza però, che è stata scolpita nel I secolo d.C. e rappresenta un volto barbuto maschile con la bocca spalancata.
La Bocca della Verità nel Medioevo
Durante il periodo medievale, la Bocca della Verità divenne un simbolo di giustizia e di verità. Era spesso utilizzata in tribunale, dove si chiedeva ai testimoni di mettere la mano nella bocca per giurare la loro innocenza. Tuttavia, non esistono prove storiche che dimostrino che la maschera sia stata effettivamente utilizzata in questo modo.
Durante il Medioevo, la Bocca della Verità divenne anche un’importante fonte di ispirazione per gli artisti. Ad esempio, Dante Alighieri menziona la maschera nel suo poema “La Divina Commedia“, dove il protagonista Dante deve affrontare la maschera nella quarta bolgia dell’ottavo cerchio dell’Inferno.
La Bocca della Verità oggi
Oggi è una delle attrazioni turistiche più famose di Roma. I visitatori si fanno fotografare mentre mettono la mano nella bocca della maschera, cercando di evitare il suo morso leggendario.
Tuttavia, come abbiamo detto, la veridicità della leggenda è stata messa in discussione da alcuni esperti. La bocca potrebbe essere stata utilizzata come copertura per un sistema idrico antico, ma non ci sono prove che dimostrino che fosse effettivamente in grado di rivelare la verità.
Il simbolo come cultura popolare
Nonostante ciò, la Bocca della Verità rimane un simbolo della cultura popolare romana e della sua storia antica. La maschera è stata anche utilizzata in molti film e programmi televisivi. Ad esempio: “Vacanze Romane” del 1953, dove Audrey Hepburn e Gregory Peck si divertono a mettere la mano nella bocca della maschera.
La Bocca della Verità è un’attrazione turistica unica e iconica di Roma. La sua storia affascinante, il suo fascino culturale la rendono una visita obbligata per chiunque visiti la città eterna. Nonostante la leggenda è stata messa in dubbio, la Bocca della Verità continua ad attirare visitatori da tutto il mondo, che vogliono cimentarsi nel test di veridicità.
Il restauro e il cambio posizione della Bocca della Verità
La maschera è stata restaurata molte volte nel corso dei secoli. Nel 1632 è stata spostata nella posizione attuale, nella Chiesa di Santa Maria in Cosmedin. Oggi è possibile visitare la chiesa e ammirare la Bocca della Verità, che è protetta da un cancello di ferro per preservarla dal contatto diretto dei visitatori.
Ma la Bocca della Verità non è solo una curiosità turistica. Questa maschera ha una storia importante che si intreccia con quella della città di Roma. La sua leggenda è tramandata di generazione in generazione e continua ad affascinare i visitatori di ogni età.
Per concludere, la Bocca della Verità è una delle attrazioni turistiche più famose di Roma e una testimonianza della sua storia antica. La leggenda che la circonda potrebbe non essere vera, ma il fascino che esercita su turisti e visitatori di tutto il mondo, continua ad essere forte. Se stai pianificando un viaggio a Roma, non puoi perderti l’occasione di visitare la Bocca della Verità e scoprire il suo fascino unico.
Il carnevale è una delle feste più colorate e divertenti del mondo, ma la sua storia è molto più antica di quanto si possa pensare. Il carnevale ha radici che risalgono all’antichità e ha subito molte trasformazioni nel corso dei secoli.
Le origini del carnevale possono essere rintracciate dal Navigium Isidis fino alla festa romana delle Saturnalia, che si svolgeva ogni anno a dicembre. Durante le Saturnalia, i romani si concedevano giorni di eccessi e di festeggiamenti, scambiavano regali e facevano sfilare carri allegorici per le strade.
Carnevale Cristiano
Il carnevale cristiano ha le sue origini nel Medioevo, quando la Chiesa Cattolica ha introdotto la festa della Quaresima. La Quaresima è il periodo di 40 giorni che precede la Pasqua, durante il quale i cristiani si astengono da cibi ricchi e attività ludiche in segno di penitenza. Per i cristiani del Medioevo, il carnevale rappresentava l’ultima occasione per godere della vita prima dell’inizio della Quaresima.
Le città del Carnevale
Il carnevale ha assunto diverse forme in diversi paesi, ma ha sempre avuto in comune l’idea di celebrare la vita e la gioia prima del periodo di penitenza della Quaresima. In Italia, il carnevale ha radici antiche, risalenti al Rinascimento, quando le feste mascherate erano molto popolari. Il Carnevale di Venezia, con le sue maschere elaborate e i costumi eleganti, è diventato uno dei più famosi del mondo.
In America Latina, il carnevale è una celebrazione molto importante, soprattutto in Brasile. Il carnevale brasiliano è caratterizzato da sfilate di carrozze e balli di strada, e attira turisti da tutto il mondo.
Vediamo però le origini più remote del carnevale partendo dagli Egizi, seguiamo poi come gli Antichi Romani ne abbiamo copiato alcuni aspetti fino ad arrivare a come lo conosciamo oggi.
Il Navigium Isidis l’origine della storia prima che diventi Carrus Navalis
Il Carnevale moderno ha le sue origini nel Navigium Isidis, un’antica cerimonia in maschera che celebrava la dea Iside e la sua capacità di far risorgere il suo sposo Osiride dopo aver viaggiato per terre, fiumi e mari alla ricerca delle parti del suo corpo smembrato. Questo rito simboleggiava la morte e la resurrezione, e si teneva durante il primo plenilunio dopo l’equinozio di primavera, che coincideva con il periodo della Pasqua cattolica.
La celebrazione veniva diffusa in tutto l’impero romano nel 150 d.C., ma aveva origini più antiche in Egitto. Durante il Navigium Isidis, un corteo in maschera si svolgeva intorno a un’immagine della dea Iside su un’immaginaria nave di legno chiamata Carrus Navalis, che veniva decorata con fiori e omaggi floreali.
Apuleio racconta
La descrizione del Navigium Isidis è stata fatta da Apuleio nel suo romanzo “Le Metamorfosi”, e le Navi di Nemi dell’imperatore Caligola erano probabilmente dedicate a questo rito, poiché corrispondono alla descrizione di Apuleio.
I festeggiamenti del Navigium Isidis erano molto simili al Carnevale moderno, in cui le persone indossavano maschere e si godevano la gioia di vivere, anche se erano consapevoli della fredda morte. La dea Iside era anche la Protettrice dei Naviganti e la Barca Lunare era la nave per eccellenza, utilizzata per traghettare i defunti dal regno dei vivi al regno dei morti.
Anche se la Chiesa ha aggiunto alcune tradizioni al Carnevale per differenziarlo dal rito pagano, molte delle sue origini possono essere rintracciate nel Navigium Isidis e nella sua celebrazione della morte e della rinascita.
Il Carrus Navalis dei Romani
Questo rito, anche nell’antica Roma dedicato alla dea Iside, che, come anticipato, secondo la leggenda, viaggiava per mari alla ricerca del suo sposo Osiride. In onore di questa festa, si utilizzava un carro navale, noto come carrus navalis, che veniva portato in processione. Custodito all’interno del Tempio per tutto l’anno veniva sfoggiato in questa occasione.
Affresco del 210 d.C. raffigurante il Carrus Navalis – rinvenuto nella città di Ostia Antica
Nella versione romana del Navigium Isidis, in contrasto con la versione egizia originale, venne introdotto un elemento di allegria accompagnato dalla beffa. Spesso venivano rappresentati personaggi influenti dell’epoca, come l’Imperatore, i Senatori o i Generali, che venivano caricaturati. I romani avevano la consuetudine di scherzare sui potenti e, nonostante qualche imperatore non gradisse, non fu mai possibile frenare questo sarcasmo.
L’arrivo della primavera e l’inizio del periodo di navigazione
La Festa del Navigium Isidis era associata all’inizio del periodo della navigazione, che iniziava in primavera. In questo periodo, i marinai si preparavano ad affrontare il mare dopo l’inverno, e la festa del Navigium Isidis serviva proprio a inaugurare questo periodo. La processione del carro navale dal tempio al fiume e poi fino al mare, era quindi simbolica della preparazione dei marinai per l’inizio della stagione di navigazione.
Ma c’era un altro elemento importante del Navigium Isidis, ovvero la morte. La morte rendeva gli uomini tutti uguali, per cui tutti erano ammessi alla festa e al corteo, inclusi gli schiavi e i bambini. Soprattutto nella festa romana, lunghe processioni di persone mascherate seguivano la barca cantando e ballando. Delle tappe permettevano ai giullari di comporre sceneggiate, esibizioni di balli, e danze collettive.
Tutta la gente si travestiva per onorare il Navigium Isidis, che portava una grande cassa ermeticamente chiusa, simbolo della morte sconosciuta. Le prostitute non potevano mancare mostrando la loro bellezza e le donne romane, con i loro gioielli tintinnanti, non erano da meno. Anche le matrone abbandonavano il loro abbigliamento tradizionale in quei giorni e si scatenavano nelle libagioni e nelle vesti scollate, e nessuno le giudicava per questo, data l’occasione. Del resto, di fronte alla morte, cadono molte critiche e molti pregiudizi.
Le similitudine tra il Carnevale Romano e quello “religioso”.
La metamorfosi di questo ritro riscontra delle similitudini tra la Dea Iside e la Maria celebrata nel periodo di inaugurazione alla scesa in mare dei pescatori. Ma alcuni sostengano fermamente un’altra tesi.
L’etimologia e la derivazione della parola “carnevale” trova radici nella lingua latina, dalla quale deriva il termine “carnelevare” o “carnem levare”, che significa “levare la carne”. Questo termine si riferisce alla pratica di astenersi dal mangiare carne durante la Quaresima, periodo di penitenza che inizia il mercoledì delle Ceneri e dura 40 giorni fino alla Pasqua.
Il digiuno della Quaresima
Durante il carnevale, dunque, le persone si concedevano l’ultimo sfizio di mangiare carne prima dell’inizio della Quaresima, poiché durante questo periodo il consumo di carne era proibito dalla Chiesa. La parola carnevale, quindi, è legata alla pratica religiosa della Quaresima, durante la quale i cristiani erano tenuti a fare penitenza e a limitare le loro attività ludiche.
La festa del carnevale si è sviluppata principalmente in Italia, e ha avuto una forte influenza anche nello stato pontificio, che comprendeva gran parte dell’Italia centrale dal 754 al 1870. Durante il periodo dello stato pontificio, il carnevale divenne una festa molto popolare, caratterizzata da sfilate di carri allegorici, balli in maschera e spettacoli di fuochi d’artificio.
Tuttavia, con l’avvento della Repubblica romana nel 1849, la Chiesa ha cercato di limitare le celebrazioni del carnevale, poiché le considerava troppo sfrenate e immorali. Inoltre, durante il periodo del fascismo, il carnevale fu messo al bando poiché considerato un’attività inutile e non produttiva.
La durata del carnevale: Il mercoledì delle ceneri
I festeggiamenti principali si svolgono il Martedì grasso e il Giovedì grasso, ovvero l’ultimo martedì e l’ultimo giovedì prima dell’inizio della Quaresima, nei giorni di Marte e di Giove. In particolare, il Giovedì grasso rappresenta il giorno di chiusura dei festeggiamenti carnevaleschi, poiché la Quaresima inizia con il Mercoledì delle ceneri.
Nel Mercoledì delle Ceneri, il sacerdote distribuisce cenere sulla testa dei fedeli, pronunciando le parole: “Memento homo, quia pulvis es et in pulverem reverteris”, ovvero “Uomo, ricorda che sei polvere e polvere tornerai”.L’antico rito pagano, che invitava ad accettare i cicli della vita e della morte, è stato abbandonato e sostituito dal rito cattolico.
Altre fonti ci indicano invece che il carnevale abbia le sue radici negli Antesteria greci e nei Saturnali romani.
Le Anesteria Greche
Le Anesterie greche, conosciute anche come le festività di Antesterione, si celebravano tra febbraio e marzo e si credeva che durante questo periodo il carro di colui che avrebbe restaurato il cosmo dopo il ritorno al caos primordiale passasse.
La festa durava tre giorni e iniziava ufficialmente al tramonto del primo giorno, quando tutto veniva trasportato nella zona del santuario e si onorava il dio con le prime libagioni (Significato di libagioni: offerta sacrificale di bevande). Il vino nuovo veniva bevuto con il proprio boccale e partecipavano anche i bambini e gli schiavi, dimostrando che la festa era per tutti.
Il 12 di Antesterione, l’atmosfera di allegria e euforia cambiava quando i fantasmi, noti come Cari e considerati gli antichi abitanti dell’Attica, comparivano. Per proteggersi, le porte venivano cosparsa di pece, venivano comprati rametti di biancospino e i templi restavano chiusi. In questo giorno si usavano maschere e vi erano cortei con carri.
Il 13 di Antesterione era il giorno delle pentole, in cui venivano cotti insieme cereali e miele. Veniva offerta ai morti la cosiddetta panspermìa, una torta impastata con il seme di ogni pianta. Infine, si sacrificava ad Ermes “ctonio” per amore dei morti e si mangiava dai pentoloni nella speranza di una vita riconquistata. Questa nuova vita iniziava con degli agoni. Il giorno della contaminazione finiva così e divenne proverbiale l’esclamazione “fuori, o Cari, le Anesterie sono finite”.
Cos’erano i Saturnali
I Saturnali erano una festa antica e molto importante nella Roma antica. La festa si svolgeva a dicembre in onore del dio Saturno, il dio dell’agricoltura, e durava sette giorni.
I Saturnali rappresentavano un periodo di allegria e festeggiamenti per i Romani. Durante la festa, le regole sociali e le gerarchie venivano rovesciate, e per un breve periodo gli schiavi potevano godere di libertà e privilegi come i loro padroni. Questa inversione delle regole sociali, era un modo per celebrare l’eguaglianza tra gli uomini e per esprimere il senso di comunità che univa l’intera società romana.
Durante i Saturnali, le strade erano piene di gente che cantava, ballava e faceva baccano, e i mercati erano pieni di cibo e bevande. Gli abitanti di Roma si scambiavano doni, specialmente candele e pupazzi di cera, e partecipavano a banchetti e festeggiamenti.
La festa culminava il 25 dicembre con la festa del Sol Invictus, il dio del sole, che rappresentava la rinascita della luce dopo il solstizio d’inverno. Con il passare del tempo, i Saturnali furono gradualmente assimilati dalle celebrazioni cristiane del Natale, che mantengono ancora oggi molte delle tradizioni e dei riti antichi. Tuttavia, l’atmosfera di allegria e solidarietà che caratterizzava i Saturnali rimane un importante ricordo della cultura romana antica.
I Parentalia, i Feralia e i Terminalia erano tre feste religiose dell’antica Roma che celebravano i morti e le divinità protettrici delle proprietà terriere e dei confini.
I Parentalia si svolgevano dal 13 al 21 di febbraio e prevedevano una serie di riti e offerte funerarie per onorare i propri antenati. Era un momento molto importante per la religione romana, in cui si cercava di placare gli spiriti dei morti con offerte di cibo e di fiori nei loro luoghi di sepoltura. Durante questi giorni, le famiglie romane visitavano le tombe dei loro cari, dove sistemavano e decoravano le pietre tombali. Inoltre, il 21 febbraio, era celebrato il Caristia, una sorta di pranzo familiare per rinsaldare i legami tra parenti.
I Feralia, invece, si celebravano il 21 febbraio e rappresentavano il culmine dei Parentalia. Durante questa festa, le famiglie romane, offrivano sacrifici ai loro antenati, si davano loro il permesso di lasciare temporaneamente il regno dei morti per visitare i loro discendenti. Era anche una festa di purificazione, in cui le tombe venivano pulite e decorate con fiori.
I Terminalia, infine, si svolgevano il 23 di febbraio e celebravano il dio Terminus, il protettore dei confini. In questo giorno, le persone si riunivano per rinnovare i confini tra le proprietà terriere e per rendere omaggio al dio Terminus con offerte di cibo e di vino. La festa aveva anche un significato simbolico importante, poiché si riteneva che il mantenimento dei confini fosse fondamentale per la stabilità della società.
Queste tre celebrazioni o festività, rappresentavano tre momenti importanti dell’anno in cui si celebravano i morti e le divinità protettrici dei confini e delle proprietà terriere. Le festività si svolgevano in un periodo preciso dell’anno, tra il 13 e il 23 febbraio. Avevano un significato profondo sia dal punto di vista religioso che simbolico.
Come si calcola quando si festeggia il carnevale?
Il carnevale è una festa che cade ogni anno il martedì grasso, ovvero il giorno prima dell’inizio della Quaresima cristiana. La data del carnevale dipende quindi dalla data della Pasqua, che a sua volta dipende dal ciclo lunare.
La Pasqua cade sempre nella prima domenica successiva al primo plenilunio di primavera, ovvero alla prima luna piena che compare dopo l’equinozio di primavera. In base a questo calcolo, la data della Pasqua può variare dal 22 marzo al 25 aprile.
Essendo il martedì grasso il giorno prima dell’inizio della Quaresima, il periodo del carnevale varia di conseguenza. Il carnevale comincia solitamente il giovedì precedente il martedì grasso, con il giovedì grasso appunto, e dura fino al martedì grasso stesso.
La leggenda della battaglia di Maratona, la storia di Filippide che correndo da Maratona ad Atene ispirò la moderna corsa delle Olimpiadi.
Filippide l’uomo che corse da Maratona ad Atene. La leggenda di Maratona
La battaglia di Maratona
Nel settembre del 490 a.C. un soldato corse a piedi nudi in direzione di Sparta, chiedendo aiuto per fronteggiare il potente esercito imperiale di Persia che minacciava la Grecia.
Era partito da Maratona, che è ad est di Atene e il cui nome significa finocchio, che in quella città cresceva abbondantemente. L’ emerodromo o messaggerocorridore, si chiamava Filippide. Coprì 260 chilometri di terreno accidentato in meno di due giorni.
Quindi tornò, combatté e partì di nuovo. Questa volta per Atene, per portare la buona notizia che i greci avevano vinto contro gli invasori persiani nella battaglia di Maratona.
L’impresa
In quell’occasione, Filippide ha corso per circa 40 chilometri che separano Maratona da Atene. Dopo aver compiuto la sua missione, con le sue ultime forze, sarebbe morto davanti ad Atene al grido di nenikekamen o nike, che significa abbiamo vinto.
L’impresa di Filippide, ispirerà uno degli eventi più estenuanti delle Olimpiadi, che prende il nome dalla città: la Maratona.
Tuttavia, ci sono dubbi su quanto ci sia di vero nella leggenda di maratona. In effetti, molti esperti si riferiscono a questa storia come a una leggenda romantica.
Maratona fra mito e realtà
Sebbene in realtà la vittoria abbia solo ritardato la marcia imperialista persiana, a Maratona per la prima volta è stato dimostrato che la potente Persia poteva essere sconfitta.
La battaglia, passò alla storia come il momento in cui le città-stato greche mostrarono al mondo il loro coraggio e conquistarono la loro libertà.
La sconfitta, di una forza d’invasione inviata dall’uomo più potente del pianeta in quel momento, il re dei re di Persia, Dario I il Grande, per mano di un esercito ateniese molto più piccolo, è una delle imprese più spettacolari della storia militare.
Le notizie che giungono ai nostri giorni le dobbiamo ad Erodoto. Considerato da Cicerone padre della storia, che nei suoi scritti ci parla della corsa di Filippide a Sparta per chiederne l’appoggio nella prima guerra persiana.
L’autore della leggenda
La leggenda più nota successivamente, quella della corsa di Filippide da Maratona ad Atene, non fu però opera di Erodoto, ma comparve per la prima volta in un’opera di Plutarco composta nel I secolo: Sulla gloria degli Ateniesi.
Se l’impresa di Filippide sia vera o meno, rimane ancora oggi un punto interrogativo.
Gli storici ritengono che questa leggenda sia solamente una fusione della reale corsa fino a Sparta e la faticosa marcia da Maratona ad Atene. Compiuta dagli Ateniesi dopo la battaglia contro i Persiani.
La Maratona moderna
Ai primi Giochi Olimpici moderni tenuti ad Atene nel 1896, gli organizzatori erano alla ricerca di un grande evento che ricordasse la gloria dell’antica Grecia. Nacque così l’idea del mito di Filippide e della Battaglia di Maratona.
La prima maratona olimpica, si tenne il 10 aprile 1896 e il suo vincitore fu Spyridon Louis. Un greco che corse dalla piana di Maratona allo stadio olimpico di Atene (40 chilometri) in 2:58:50.
Tuttavia la distanza variava negli anni, a seconda del circuito che veniva utilizzato, finché nel 1908 alle Olimpiadi di Londra fu modificata.
Pertanto, affinché la gara iniziasse al Castello di Windsor, in modo che la Regina potesse assistere e finisse allo Stadio Olimpico, gli organizzatori furono costretti ad estendere la distanza a 42.195 metri.
Infine nel 1921, l’Associazione Internazionale delle Federazioni Atletiche, stabilì definitivamente che la maratona sarebbe stata di 42.195 metri.
Da allora, le maratone iniziarono a diventare popolari in tutto il mondo. Il prestigio della disciplina, crebbe talmente tanto da diventare oggi un appuntamento fisso delle maggiori manifestazioni sportive e delle olimpiadi.
Inizialmente tutte le maratone erano maschili. Le gare femminili sono iniziate negli anni ’70 e oggi quasi tutte prevedono una modalità femminile. La maratona femminile è stata introdotta per la prima volta nel calendario olimpico alle Olimpiadi di Los Angeles del 1984.
Le donne e la Maratona
Per un lungo periodo, dopo l’istituzione della maratona olimpica, non ci furono gare di lunga distanza che consentissero la partecipazione delle donne. Nonostante questo, alcune donne come Stamata Revithi si sono avventurate nella distanza della maratona senza essere incluse nei risultati ufficiali.
Marie -Louise Ledru è stata riconosciuta come la prima donna a completare la maratona, un’impresa che fece nel 1918. Dal canto suo, Violet Piercy è riconosciuta come la prima donna ufficialmente cronometrata nella prova nel 1926.
Arlene Pieper è diventata la prima donna a finire ufficialmente una maratona negli Stati Uniti completando la Pikes Peak Marathon a Manitou Springs, Colorado nel 1959.
Kathrine Switzer è stata la prima donna a correre, ufficialmente con un numero di partecipante, la maratona di Boston. Tuttavia, poiché l’anno precedente ( 1966 ) Bobbi Gibb aveva completato la maratona di Boston, anche se ufficiosamente, così anni dopo fu riconosciuta dalla Boston Athletic Association come vincitrice della categoria femminile per l’anno 1966 e per la 1967e 1968.
Nel 2015 l’Afghanistan ha organizzato la sua prima maratona e tra tutti i partecipanti c’era una donna, la 25enne Zainab, che è diventata la prima donna afgana a correre una maratona nel proprio paese.
Abebe Bikila
Abebe Bikila è stato un atleta etiope, due volte vincitore della maratona olimpica. È stato il primo atleta africano a vincere una medaglia d’oro alle Olimpiadi.
Olimpiadi di Roma
Bikila ha iniziato a correre all’età di 17 anni, entrò a far parte del gruppo degli eroi nazionali quando vinse la medaglia d’oro alla maratona alle Olimpiadi di Roma del 1960, prova che corse a piedi nudi. In quell’occasione completò la gara in 2h15’16”, stabilendo un nuovo record mondiale.
Olimpiadi di Tokyo
Alle Olimpiadi di Tokyo del 1964, le condizioni fisiche di Abebe Bikila erano piuttosto precarie. Aveva subito un intervento chirurgico di appendicite sei settimane prima della maratona. L’intervento chirurgico influenzò il programma di allenamento per la gara olimpica. Nonostante i problemi fisici Bikila è riuscito a trionfare, stabilendo un nuovo record mondiale: 2h12’12”.
Olimpiadi Città del Messico
Ai Giochi Olimpici del Messico del 1968, Bikila fu influenzato dall’altitudine, per la quale fu costretto ad abbandonare la prova dopo aver percorso 17 chilometri.
Nel 1969 l’atleta Bikila fu coinvolto in un incidente stradale nei pressi di Addis Abeba, in Etiopia, che lo fece diventare paraplegico. Bikila non riuscì mai a riprendersi completamente dall’incidente e, dopo 4 anni di riposo, morì all’età di 41 anni.
In suo onore è stato intitolato lo stadio nazionale di Addis Abeba.
Come si svolgevano le Olimpiadi antiche? La storia degli antichi Giochi Olimpici, che si svolgevano in Grecia nella città di Olimpia.
Storia delle Olimpiadi antiche
Origine delle Olimpiadi antiche
Oggi le Olimpiadi sono considerate il più grande evento sportivo del mondo, godendo di grande prestigio e ricevendo uno grandissimo seguito sui media.
Gli antichi Giochi Olimpici erano una manifestazione sportiva che si svolgeva ogni quattro anni nella città sacra di Olimpia, nel Peloponneso occidentale.
Le Olimpiadi, erano celebrate in onore di Zeus, il Dio supremo della religione greca.
I Gli antichi giochi Olimpici, si tennero tra il 776 a. C. e 393 d. C., coinvolgendo partecipanti e spettatori da tutta la Grecia e anche dalle colonie della Magna Grecia.
Gli eventi sportivi erano originariamente associati ai riti funebri, in particolare quelli degli eroi e dei caduti in battaglia, ad esempio i giochi di Patroclo, cugino di Achille, nell’Iliade di Omero.
Ad Olimpia, la mitologia attribuisce a Zeus l’inizio dei Giochi Olimpici per onorare la sua vittoria su Crono.
Le Olimpiadi, sono state l’evento culturale più importante dell’antica Grecia: se ne sono svolte 292edizioni consecutive.
Perché le Olimpiadi erano importanti per i greci?
Lo sport, un corpo sano e uno spirito competitivo erano una parte importante dell’educazione greca, quindi non sorprende che a un certo punto siano state create competizioni atletiche organizzate.
L’ importanza dei Giochi Olimpici rispetto agli altri incontri panellenici, era così grande che il periodo di quattro anni, che intercorreva fra due edizioni, fu chiamato Olimpiade e venne usato come base per il calendario.
Durante qusto periodo, gli atleti si preparavano fisicamente, moralmente e spiritualmente per raggiungere l’apice delle loro capacità.
Il vincitore della prima gara olimpica, la corsa podistica Stadion (192 metri) è stato Corebo d’Elide. Da allora, ogni Olimpiade fu intitolata al vincitore, dandoci la prima cronologia accurata del mondo greco antico.
L’ékécheiria: la tregua durante le Olimpiadi
Questo termine, indica la cessazione di qualsiasi attività bellica durante l’Olimpiade.
La tregua iniziava pochi giorni prima dell’inizio delle Olimpiadi e si concludeva giorni dopo la sua chiusura.
In questo modo, tutti i partecipanti delle Olimpiadi antiche, potevano intraprendere il viaggio verso il Monte Olimpo, nella massima sicurezza.
Quali erano le discipline delle Olimpiadi Antiche?
Stadion gara di corsa su rettilineo di 192,28 metri.
Diaulos (doppio stadion) corsa circa 380 metri.
Dolichos corsa di resistenza all’incirca di 4800 metri
Gare equestri corsa dei carri e dei cavalli
Hoplitodromos corsa con le armi
Lotta libera
Pancrazio combattimento misto di lotta e pugilato
Pugilato
Gli Ellanodici
Gli Ellanodici erano i giudici dei Giochi Olimpici, entrarono in carica con 10 mesi di anticipo, rimasero in carica per una Olimpiade anche se potevano essere rieletti. I loro compiti erano selezionare i migliori partecipanti, supervisionare le sessioni di formazione, ispezionare le strutture, dirigere i diversi test e decorare i vincitori.
Regole delle antiche Olimpiadi greche
Le antiche Olimpiadi erano regolamentate da diverse regole. Però le sanzioni per la violazione di queste regole erano piuttosto arbitrarie, infatti non è noto alcun caso in cui un atleta fosse punito con il carcere.
L’avversario non poteva essere ucciso nel combattimento se non per una delle prove come il pankration, né poteva essere spinto nelle gare.
Si pensa che Cleómades di Astypalaia avesse ucciso il suo avversario nell’incontro di boxe ed era impazzito quando gli Hellanodici lo avevano privato della vittoria. Sono noti anche casi di corruzione che sono stati sanzionati con pesanti multe.
Coloro che volevano partecipare dovevano essere uomini greci e di rango libero, dovevano fare la formazione normativa nella città di Elis e prestare giuramento rituale.
Lo sviluppo dei giochi
Un anno prima dell’inizio delle gare, gli atleti che aspiravano a parteciparvi dovevano allenarsi nella propria polis, un mese prima delle prove ad Elis. Essere un cittadino greco era essenziale per poter partecipare alle Olimpiadi, esigenza che terminò con la conquista romana.
Si presume che la durata degli antichi Giochi Olimpici sia stata di cinque giorni e che i vari concorsi siano arrivati a 23, esclusi quelli musicali o culturali.
La festa olimpica iniziava con sacrifici rituali in onore di Zeus e Pelope. Il giorno successivo si svolgevano gli eventi sportivi.
Il primo giorno c’erano le gare per bambini: corsa, boxe e lotta.
La seconda giornata è stata dedicata alle gare per adulti (stadio, diaulo e dolicho) ma anche boxe e pankration. Queste prove, proseguivano durante la terza giornata.
La quarta giornata iniziava con la prova di pentathlon e nel pomeriggio ci sono state attività equestri all’ippodromo.
Nel quinto giorno c’erano le corse dei carri trainati da cavalli, lo spettacolo olimpico più emozionante. Era considerato, il giorno olimpico per eccellenza.
Durante il sesto giorno avveniva la cerimonia di chiusura dei giochi olimpici.
I premi
I premi dei vincitori, erano inizialmente doni utili, ma dal 752 a.C., il premio era una corona di kotinos, cioè di olivo selvatico.
I vincitori delle varie prove venivano acclamati dal pubblico, che lanciava loro fiori e foglie fresche. C’era anche l’usanza di cingere il capo del vincitore con un nastro di lana. Inoltre, in tempi successivi al vincitore fu assegnata anche una foglia di palma.
La cerimonia di premiazione avveniva all’ingresso del Tempio di Zeus.
Ad alcuni vincitori venivano dedicate statue con la loro immagine in ricordo della loro vittoria. I nomi dei vincitori, venivano elencati in un albo ufficiale. Al ritorno alla loro polis, i vincitori erano accolti come eroi. Poeti e oratori raccontavano le loro gesta e in alcune città ricevevano ricompense in denaro.
La fine delle Olimpiadi antiche
Quando la Grecia fu incorporata nell’Impero Romano (27 a.C.), i Giochi erano aperti ai funzionari romani, persino agli Imperatori, e infine a tutti i cittadini del vasto dominio, diventando universali.
La fine delle Olimpiadi antiche avvenne nel 393 d.C., quando l’Imperatore Teodosio a vietò i giochi, considerandoli una festa pagana contraria alla morale cristiana.
Olimpia fu devastata da terremoti, incendi, inondazioni e subì le incursioni di predoni e invasori barbari.
Origine dei Giochi Olimpici nell’Era Moderna
1500 anni dopo, il barone Pierre de Courbetin, propose di ripristinare i Giochi Olimpici su scala mondiale. La sua idea era quella di creare una competizione capace di riunire atleti di tutti i paesi del mondo, uniti dallo stesso spirito di fratellanza degli antichi atleti greci.
Nel 1890, de Courbetin fondò il CIO (Comitato Olimpico Internazionale) per organizzare l’Olimpiade fuori dalle mura di Olimpia.
Le prime Olimpiadi moderne si tennero ad Atene nel 1896. Il motto “l’importante non è vincere, ma partecipare” è diventato uno dei tratti distintivi di un torneo che continua, ancora oggi, a diffondere i principi e valori educativi dello sport in tutto il mondo.
Se il fascino delle Olimpiadi antiche ti ha fatto venire voglia di visitare la Grecia, ricordati che per viaggiare allestero serve un passaporto in corso di validità, e che una assicurazione viaggio può evitarti brutte sorprese in caso di imprevisti.
Ripercorriamo la storia di Piazza Navona, dall’antico stadio di Domiziano alla moderna piazza, dalla fontana dei quattro fiumi, alla fontana del moro, alla fontana del nettuno, andiamo a conoscere una delle piazze più caratteristiche di Roma.
L’evoluzione di Piazza Navona: dallo stadio di Domiziano alla piazza moderna.
Piazza Navona: una delle piazze più iconiche di Roma
Roma fu il centro del mondo antico e poi una forza di potere durante il Medioevo e il Rinascimento, la sua architettura testimonia tutti quei secoli di gloria.
Poiché Roma ha una storia millenaria, è stata testimone di molte epoche e ci sono veri e propri strati fisici nella Città Eterna. Alcuni dei grandi monumenti di oggi sono costruiti sulle rovine di spazi antichi. Archeologicamente Roma è un po’ come una cipolla, e Piazza Navona non fa eccezione.
Stadio di Domiziano
Le persone che visitano Piazza Navona potrebbero notare che la sua forma ovale ricorda uno stadio, questo è dovuto al fatto che anticamente li ne sorgeva uno. Nell’antica Roma imperiale, lo spazio fungeva da Circo Agonalis, che si traduce in un’arena da competizione. Era comunemente noto come Stadio di Domiziano, poiché fu costruito durante il regno dell’imperatore Tito Flavio Domiziano. Si ritiene che il nome attuale Navona derivi dall’antica parola greca “agones“: giochi.
Nel periodo del suo massimo splendore, lo stadio poteva contenere 30.000 spettatori, circa la metà del Colosseo. Gli spettacoli erano quasi esclusivamente gare atletiche, giochi e corse di carri, o anche combattimenti di gladiatori.
Dal Circo alla Piazza
Dopo la fine dell’Impero Romano, lo stadio cadde in disuso per secoli. Come per i resti di molti monumenti antichi, i costruttori hanno preso pietre e pezzi dal vecchio circo per costruire cose nuove. Fu solo nel XV secolo che la città avrebbe rivisto lo splendore di questa zona. Fu allora che il vecchio stadio fu trasformato per la prima volta in una piazza per ospitare il mercato cittadino. Più tardi, nel XVII secolo, papa Innocenzo X commissionò una piazza nel sito, forse in parte per adornare il palazzo della sua famiglia dall’altra parte della strada: Palazzo Pamphilj.
Cosa c’è a Piazza Navona?
Molti dei monumenti più famosi di Piazza Navona sono le fontane, poiché queste strutture sono state essenziali nella vita romana per millenni. La città di Roma ha fornito fontane pubbliche per secoli, poiché erano la fonte d’acqua all’interno dei quartieri prima che esistessero gli impianti idraulici domestici.
Nella Roma papale, le fontane romane diventarono dei veri e propri monumenti commissionati dai Papi regnanti, come segno del proprio potere. Roma ha più fontane di qualsiasi altra città, di dimensioni variabili da piccole a monumentali. Alcune delle fontane più famose si trovano proprio a Piazza Navona.
Piazza Navona di Gian Lorenzo Bernini
Gian Lorenzo Bernini fu uno dei più importanti artisti del Seicento, nello specifico in stile barocco. Fu incaricato di creare ornamenti per Piazza Navona, realizzando alcune delle più famose fontane di Roma.
Oggi Piazza Navona è famosa tra artisti e turisti di tutto il mondo. È molto popolare, non solo per il suo aspetto pittoresco, ma anche per altre attrazioni come le fontane, i palazzi, le chiese che la circondano.
Fontana dei Quattro Fiumi
La Fontana dei Quattro Fiumi è una delle più grandi e famose fontane realizzate dal maestro Bernini, e si trova al centro della piazza. Fu progettata nel 1651 per volere di papa Innocenzo X, onorando sia la famiglia Pamphilj che il potere del papa. Come oggi, anche il design del fontana è stato selezionato attraverso un concorso.
La sorgente prende il nome da quattro grandi fiumi dei continenti dove si è diffusa l’autorità papale: il Nilo (Africa), il Danubio (Europa), il Gange (Asia) e il Rio de la Plata (America). Sopra le rappresentazioni delle divinità fluviali si trova un obelisco dell’epoca di Domiziano.
Ogni lato della Fontana dei Quattro Fiumi ha animali e piante legati ai corpi idrici e ai luoghi in cui si trovano:
Il Gange porta un remo come metafora della navigabilità del fiume.
Nel XVII secolo la sorgente del Nilo era sconosciuta, quindi la sua rappresentazione ha il volto coperto da un pezzo di stoffa.
Essendo il grande fiume più vicino a Roma, la testa del Danubio tocca lo stemma personale di papa Innocenzo X.
Il Rio de la Plata si trova su una pila di monete, che rappresentano le ricchezze delle Americhe.
Fontana del Moro
Situata all’estremità meridionale di Piazza Navona, la Fontana del Moro è di quasi un secolo più antica della Fontana dei Quattro Fiumi. Fu originariamente progettato nel 1575 da Giacomo della Porta, grande scultore, architetto e allievo di Michelangelo. Della Porta fu coinvolto in molte delle più grandi opere del Rinascimento a Roma, tra cui la Basilica di San Pietro.
Il progetto originale della Fontana del Moro aveva solo un delfino e quattro tritoni, divinità romane dei mari. Quasi un secolo dopo, Bernini aggiunse la statua del Moro. Ora la fontana raffigura un africano in piedi su una conchiglia che lotta con un delfino, circondato da tritoni, su una vasca di marmo rosa.
Fontana del Nettuno
All’estremità settentrionale di Piazza Navona si trova la Fontana del Nettuno, un’altra opera rinascimentale di Giacomo della Porta, del 1570. Fu realizzata su richiesta di papa Gregorio XIII all’epoca dei lavori di tubatura della zona. In questo periodo fu restaurato un antico acquedotto romano, l’Aqua Virgo, si fece un grande sforzo per rifornire d’acqua l’area di Campo Marzio. Ciò ha consentito l’edificazione di un certo numero di fontane, inclusa la fontana del nettuno.
Giacomo della Porta progettò originariamente il lavabo senza sculture. Rimase così per 300 anni. Le statue attuali, raffiguranti Nettuno che combatte una piovra, e Nereidi con amorini e trichechi, furono aggiunte solo nel 1873, nel tentativo di bilanciare l’imponenza della Fontana del Moro e della Fontana dei Quattro Fiumi. Gli artisti che fecero le aggiunte ottocentesche furono Antonio della Bitta e Gregorio Zappalà.
Chiesa di Sant’Agnese in Agone
Di fronte alla piazza si trova la Chiesa di Sant’Agnese in Agone, esempio di architettura barocca del XVII secolo. È adiacente a Palazzo Pamphilj, dimora di papa Innocenzo X dell’epoca. Originariamente era concepita per essere lacappella di famiglia, in modo che potessero assistere a servizi speciali senza dover uscire di casa.
La basilica si trova nel luogo dove fu martirizzata Sant’Agnese, durante il regno dell’imperatore Diocleziano.
Palazzo Braschi
Sul sito del settecentesco Palazzo Braschi si trova il Museo di Roma. Parte di una rete di musei civici romani, fu originariamente fondata per documentare la vasta storia e le tradizioni di Roma. All’inizio e alla metà del XX secolo, il museo ospitava documenti e pezzi del passato romano. Oggi, dopo decenni di donazioni, il Museo di Roma è principalmente un museo d’arte, che espone opere di molti artisti italiani e internazionali, tra cui il designer della Fontana di Trevi Nicola Salvi.
La leggenda di Piazza Navona
Secondo la tradizione popolare, si pensa che nella piazza si possa vedere una testimonianza della competizione tra Bernini e il suo contemporaneo rivale Francesco Borromini, autore della Chiesa di Sant’Agnesein Agone, che si trova di fronte alla Piazza.
Si narra che Bernini abbia coperto con un velo il volto del Nilo per non fargli vedere “l’atrocità” dell’architettura del Borromini, dall’altro lato della fontana, si pensa che la statua del fiume La Plata tenga la mano alzata per paura che la Chiesa gli crolli addosso.
Si tratta di una semplice leggenda poiché la la Fontana dei quattro fiumi fu completata nel 1651 e la Chiesa fu invece iniziata nel 1653.
In Groenlandia nel territorio dell’Artide sono presenti le terre più estreme del nostro pianeta. L’inverno ha una durata di 8 mesi essendo così uno dei luoghi più ostili sulla terra. Un panorama che presenta un deserto di neve immenso.
La scoperta di Glacier Girl
Nonostante sia un Luogo molto inaccessibile, i ricercatori che operano in Groenlandia fecero una scoperta incredibile sotto la superficie di un ghiacciaio.
Nel 1992, usando un Georadar individuarono grosse lastre di metallo sotto il ghiaccio. La scoperta indicava che il pezzo di metallo scoperto, era in realtà, un’aereo della 2 guerra mondiale.
Analizzando il terreno, si è calcolato che fosse sotto 100 metri di ghiaccio, e peraltro scoprirono che ce n’erano altri, circa 30.
Quest’area della Groenlandia Sud Orientale tiene tra i suoi ghiacciai una moltitudine di relitti di velivoli. La domanda che sorse spontanea fu: Cosa fece precipitare tutti quegli aerei in quel determinato punto?
La storia
L’area in questione è chiamata anche il triangolo delle bermuda della Groenlandia.Durante la 2 guerra mondiale gli aerei sorvolavano quella zona.
Gli Stati Uniti e gli alleati dovevano recapitare la flotta dei caccia bombardieri verso le basi britanniche. Per evitare di essere attaccati e aggirare gli u-boot tedeschi che stavano bombardando le navi nell’atlantico, decisero di raggiungere le coste settentrionali per via aerea fino a destinazione.
Per fare rifornimento, i velivoli, dovevano fare tappa in Canada e in Groenlandia sorvolando quindi la calotta polare.
Un alta percentuale di aerei precipitò sulla Groenlandia sud orientale, la stessa sorte spesso, accadde anche ad alcuni aerei di soccorso.
Di chi era quell’aereo?
Secondo i ricercatori il pezzo di metallo scoperto, apparteneva a un velivolo della famosa Squadriglia perduta. Un gruppo di aerei americani composti da 6 p38 e 2 b17. La squadriglia dopo aver fatto rifornimento in Groenlandia si diresse a est sorvolando la calotta polare. A 12mila piedi si verificò un problema. I radio operatori cercarono di mandare un segnale di sos provando a stabilire un contatto con un aereo che li aveva preceduti senza però ottenere risultati.
I piloti essendo militari esperti, erano abituati a volare anche in condizioni estreme. Furono quindi obbligati a effettuare un atterraggio di emergenza su un ghiacciaio nonostante fossero a 2 ore dalla base aerea più vicina.
La superficie di una calotta di ghiaccio è morbida perché è formata da neve. Se un aereo non ha una base ben equipaggiata i carrelli affondano. Questo fa pensare che atterrare in quella zona può essere stata solo un emergenza.
L’atterraggio
Il primo aereo che tentò la manovra di emergenza si capovolse. A seguito, anche gli altri velivoli in fase di atterraggio che tentarono la manovra subirono incidenti simili. Fortunatamente i militari vennero soccorsi e gli aerei vennero abbandonati sul posto, così il ghiaccio li inglobò completamente.
Il motivo e le Ipotesi. Perché ci fu un atterraggio di emergenza in quel punto?
Le bussole
Tra le ipotesi, la vicinanza col polo nord, si pensa potrebbe aver interferito con le bussole di bordo. Volare vicino a un polo magnetico terrestre fa andare in tilt le bussole che smettono di funzionare.
Se questo accade è impossibile far affidamento sulle bussole per ottenere valori precisi. Ciò nonostante i piloti, erano comunque esperti e addestrati a compensare l’oscillazione delle bussole.
I Peteraq
Gli abitanti del luogo chiamanoquest’area sud orientale della Groenlandia Peteraq Alley. Peteraq significa colui che aggredisce. I peteraq: sono venti inarrestabili che si formano da un momento all’altro.
Questi venti hanno vita quando l’aria sulla superficie di un ghiacciaio si addensa, così facendo, cede sotto il suo stesso peso. Durante una tempesta in un area di bassa tensione, i venti vengono spinti verso valle ne consegue che si “foraggiano” e alimentano la potenza.
Questi venti possono raggiungere i 320km/h e abbattere interi edifici. Data la morfologia del territorio composto da insenature e valli si crea quindi la tempesta perfetta.
Ma questa teoria presenta un’incongruenza. I peteraq si sviluppano a un’altitudine di massimo 300 metri. Se ne deduce quindi, considerando che all’epoca quegli aerei viaggiavano di sicuro a un’altitudinesuperiore, che la teoria dei venti non trova fondamento.
La Missione di recupero per svelare il mistero.
Si decise quindi il recupero del p38 rilevato dai georadar per capire l’esatta dinamica degli avvenimenti. Una squadra di esperti dell’aviazione si imbarcò nella missione: Riportare alla luce il p38 dopo 70 anni.
Come hanno fatto a recuperareun aereo di 6 tonnellate sotto 100 metri di ghiaccio?
I ricercatori tentarono quindi il recupero di un p38 risalente alla 2 guerra mondiale situato a 100 metri sotto la superficie composta da solo ghiaccio.
La squadra di esperti sviluppò un generatore termico per forare il ghiaccio: Il super ghoper.
Lo strumento era formato da una serpentina di tubi di rame riscaldata. Una doppia azione consetì di sciogliere il ghiaccio e pompare l’acqua che si formava verso la superficie. La velocità di avanzamento fu di 1 metro l’ora. Ci vollero diversi giorni per arrivare alla giusta profondità.
L’aereo fu trovato perfettamente conservato. Dei tecnici si calarono e smontarono in modo scrupoloso il velivolo riportandolo in superficie pezzo per pezzo. Lo soprannominarono: Glacier Girl.
La risposta
L’equipaggiamento di Glacier Girl fu trovato integro e le meccaniche non avevano alcun segno di avarie. La missione recupero quindi non poté fornire risposte su cosa fosse accaduto a quegli aerei.
I ricercatori furono costretti a cercare altrove le risposte.
Si ipotizzò quindi per ultimo, che la squadriglia si sia trovata all’interno di una bufera, le ali dei velivoli essendo sprovvisti di sistemi di riscaldamento si ghiacciarono. I p38 ovviamente erano arei rudimentali con poche strumentazioni, e quasi tutte meccaniche.
Non potendo raggiungere un’altitudine tale da evitare la tempesta si ritrovarono coinvolti da spesse e fitte nubi, non distinguendo nemmeno la terra dal cielo.
Non potendo contattare la base più vicina, e con il carburante al limite l’unica soluzione fu di atterrare attendendo i soccorsi. Si rivelò, dato il salvataggio di tutti gli equipaggi, la scelta giusta.
Ne conseguì quindi che la colpa fu esclusivamente delle condizioni atmosferiche e non degli aerei.
Glacier Girl in volo dopo il restauro
Infatti oggi, dopo un gran lavoro di restauro, il veivolo, o meglio Glacier Girl si trova in Texas. Un collezionista di aerei storici lo possiede e viene utilizzato ancora per volare come faceva più di 80 anni fa quando è stato costruito.
Questo ne dimostra, che nonostante fossero aerei rudimentali, erano veramente robusti. Furono dei veicoli che aiutarono in gran parte a vincere la 2 guerra mondiale.
Le foto della Missione di Recupero in Groenlandia
Il team di recupero e il Super Ghooper in AzioneLa mitragliatrice con ancora i colpi inseritiIl super ghoperFasi di rimontaggio dell’aereoL’aereo rimontato e recuperato
La Kings League o meglio Kings League InfoJobs, così ribattezzata dal suo main sponsor, è un campionato di calcio creato nel 2022 dall’ex calciatore Gerard Piqué e dallo streamer Ibai Llanos. La competizione è nata dall’idea di cambiare alcune regole del calcio tradizionale, con l’obiettivo di rendere il gioco più divertente e accattivante.
Il 3 novembre 2022, Gerard Piqué ha deciso di ritirarsi dall’attività di calciatore, ma ha deciso di incidere il suo nome ulteriormente nel mondo del calcio. L’ex difensore del Barcellona ha quindi dato vita alla Kings League.
Iniziata il 1 gennaio 2023, la Kings League sta riscuotendo un grande successo di pubblico e diventando un fenomeno sociale. Con regole nuove e innovative, come l’accorciamento della durata delle partite e la partecipazione attiva degli spettatori nella definizione delle regole, la competizione si distingue dal calcio tradizionale. Inoltre, l’uso di microfoni da parte degli arbitri. Questo consente di sentire tutto quello che avviene nella sala Var (altra regola aggiunta alla competizione), la possibilità inoltre di vedere cosa succede negli spogliatoi rendono questa competizione ancora più coinvolgente e interessante.
La Kings League InfoJobs ha già raggiunto risultati eccezionali, con la sua seconda giornata che si è svolta domenica 15 gennaio, ha attirato oltre un milione di spettatori al suo apice più alto. La competizione sta continuando a crescere e promette di diventare una delle più popolari e divertenti del panorama calcistico.
Che cos’è la Kings League?
La Kings League è una competizione di calcio a 7 creata dall’ex calciatore Gerard Piqué, che consiste in 12 squadre guidate da famosi streamer e creators provenienti dalle piattaforme: YouTube, Twitch e TikTol. La competizione segue regole alternative rispetto al calcio tradizionale. Questo progetto è nato dopo la sua uscita dal FC Barcelona, con l’aiuto della sua società di produzione Kosmos e dello streamer Ibai Llanos. La Kings League unisce il mondo virtuale e quello reale, presentando famosi streamer del web e ex calciatori come protagonisti.
La Lega ha come Presidente Piqué e le squadre sono proprietà di noti streamer come Ibai Llanos, TheGrefg o DjMaRiiO e ex giocatori come Iker Casillas e Kun Agüero. Ogni squadra è composta da 12 giocatori, dieci dei quali sono stati selezionati tramite un draft simile a quello utilizzato in NBA o NFL. I rimanenti due giocatori sono scelti direttamente dal proprietario della squadra, a patto che non siano affiliati ad alcuna squadra.
Inoltre, mentre gli stipendi dei calciatori non sono noti al pubblico, si sa che tutti i giocatori – ad eccezione del dodicesimo – guadagnano la stessa cifra e ricevono il pagamento direttamente dalla Lega, e non dai proprietari delle squadre.
Chi ha fondato la Kings League?
Se non fosse già chiara la risposta, Gerard Piqué è il fondatore di questa competizione, l’ex calciatore del Barcellona ha annunciato la nascita di questo campionato pochi giorni dopo il suo ritiro dalla carriera di calciatore professionista. Tutto è nato da una conversazione con lo streamer spagnolo Ibai Llanos. I main sponsor della Kings League sono InfoJobs e Cupra.
Quali sono e come si chiamo le squadre della Kings League?
La Kings League ha 12 squadre : Porcinos FC, Saiyans FC, Kunisports, El Barrio, Jijantes FC, Rayo de Barcelona, PIO FC, Los Troncos FC, 1K FC, XBUYER TEAM, Anniquiladores FC e Ultimate Móstoles.
Chi sono i presidenti delle squadre in competizione?
Il campionato è composto da 12 squadre, ognuna delle quali è guidata da ex calciatori o streamer che hanno scelto il nome, la divisa e organizzato la propria rosa. I presidenti delle squadre sono:
Ibai Llanos (Porcinos FC)
Sergio Agüero (Kunisports)
Iker Casillas (1K)
Gerard Romero (Jijantes FC)
TheGrefg (Saiyans FC)
Adri Contreras (El Barrio)
Perxitaa (Los Troncos FC)
Samy Rivera (Pio FC)
Spursito (Rayo de Barcelona)
DjMaRiio (Ultimate Móstoles)
Juan Guarnizo (Aniquiladores)
XBuyer (xBuyer Team)
Quando si giocando le partite della Kings League?
La King League ha avuto inizio il primo gennaio 2023 e si svolgerà per undici domeniche consecutive. Ci sono sei incontri di gioco per ogni giornata, sono infine seguite da un turno eliminatorio (playoff) per determinare il vincitore. La competizione ha luogo di domenica e tutte le partite della giornata si disputano nello stesso giorno. L’inizio del primo incontro è previsto per le 16:00 (ora della penisola) e l’ultimo per le 21:00.
Quanto durano le partite della Kings League?
Ogni match della King League durerà per 40 minuti precisi, suddivisi in due segmenti di gioco di 20 minuti ciascuno. Durante la partita, il tempo non verrà interrotto in alcun momento, così da garantire un flusso continuo di gioco. Inoltre, ci sarà una pausa tra i due segmenti di gioco, che durerà esattamente tre minuti. Questa pausa sarà utilizzata dalle squadre per riposare, strategizzare e prepararsi per la seconda parte del match.
Come si svolge il campionato?
Il campionato King League è composto da due fasi distinte: la fase regolare e il “playoff”.
Immagine: da sito ufficiale kingsleague.pro
La fase regolare: durante questa fase, le squadre si sfideranno per undici giorni di partite. In ogni incontro, ci sarà solo una squadra vincitrice e una sconfitta. In caso di parità, la vincente verrà decisa mediante una serie di cinque calci di rigore per squadra. Al termine di questa fase, le otto squadre che avranno ottenuto i migliori risultati accederanno al successivo “playoff”.
Il “playoff”: questa fase del campionato vedrà la partecipazione delle otto squadre meglio classificate nella fase regolare. Ci saranno quarti di finale, semifinali e una finale, in cui le squadre si affronteranno in partite ad eliminazione diretta. Il vincitore del “playoff” verrà proclamato campione della King League.
In Spagna, a causa dei costi elevati, c’è un basso numero di abbonamenti alla pay-per-view per seguire il calcio. I fondatori della King League, conoscendo questa situazione, hanno deciso di rivoluzionare anche questo aspetto, rendendo la competizione completamente gratuita per il pubblico. Inoltre, hanno dato la possibilità al pubblico di essere coinvolto nelle fasi di scelta sia del regolamento che del gioco. Questo tramite dei sondaggi tramite l’account twitter ufficiale della lega.
La King League può essere vista in diretta ogni domenica gratuitamente sul canale Twitch ufficiale della lega. Inoltre, è possibile seguire la competizione in diretta anche sui canali Twitch, YouTube e TikTok dei presidenti di lega, permettendo così ai fan di avere una visione più completa e coinvolgente della competizione.
Per fornire un’esperienza unica, le telecamere oltre che essere presenti in tutto il campo, sono anche negli spogliatoi, ne indossa una anche l’arbitro durante la partita con anche un microfono attivo.
Kings League regole: quali sono le regole principali della Kings League
Le regole della King League sono state progettate per essere differenti da quelle del calcio tradizionale, per offrire un’esperienza di gioco unica e coinvolgente. In particolare, questa competizione si basa su nove regole specifiche, che sono state selezionate attraverso un processo di votazione aperto ai fan sui social network. Grazie a questo processo, i fan e la community hanno avuto l’opportunità di esprimere la loro opinione e di influire sulle regole del gioco, contribuendo a creare una competizione che rispecchiasse le loro aspettative.
1.Pareggio:
In caso di parità al termine del match, il risultato finale verrà determinato attraverso una modalità di gioco alternativa rispetto ai classici calci di rigore. Invece di far tirare i calciatori dal dischetto, un giocatore scelto dalla squadra dovrà correre dalla linea mediana verso l’area di rigore e cercare di segnare superando il portiere avversario, senza l’utilizzo di calci piazzati. Questa modalità di gioco è stata ideata per rendere la competizione più emozionante e per evitare che i match possano terminare con un pareggio.
2. Fuorigioco
Il fuorigioco, come in altri campionati di calcio, è considerato come un’infrazione e sanzionato di conseguenza. La regola del fuorigioco viene applicata per garantire un gioco equo e per evitare che una squadra possa avere un vantaggio ingiusto. La linea di fuorigioco, che definisce la posizione di fuorigioco, è situata in una posizione orizzontale all’interno dell’area di rigore, proprio davanti alla linea di porta.
3. Rimesse laterali
In questa competizione, tutte le rimesse laterali verranno effettuate manualmente dai giocatori. Questo significa che i giocatori non potranno utilizzare il piede per effettuare le rimesse laterali, ma solo le mani. Questa regola è stata introdotta per aumentare la difficoltà del gioco e per rendere più impegnativo il controllo del pallone. Mentre i calci d’angolo verranno battuti con i piedi.
4. Sostituzioni dei giocatori
Durante le partite, le squadre hanno la possibilità di effettuare un numero illimitato di sostituzioni dei giocatori. Ciò significa che ogni squadra può decidere di effettuare tutte le sostituzioni che desidera, senza essere limitata da un numero predefinito. Inoltre, il tempo di gioco non viene interrotto per effettuare il cambio.
5. Ammonizioni ed espulsioni: come funzionano i cartellini gialli e rossi nella Kings League.
Durante le partite, i falli o un comportamento scorretto da parte dei giocatori avrà delle conseguenze per le squadre. Se un giocatore riceve un ammonizione, verrà punito con l’espulsione temporanea dal campo per 2 minuti. In caso di un’espulsione definitiva, ovvero un cartellino rosso, il giocatore non potrà più partecipare al match e, per un periodo di cinque minuti, non è possibile effettuare alcuna sostituzione dopodiché può essere rimpiazzato.
6. Kings League: Il fischio d’inizio come la pallanuoto
Il modo in cui inizia una partita di Kings League è diverso dal classico inizio di una partita di calcio. I fondatori della King League hanno deciso di adottare un metodo di inizio ispirato a quello utilizzato nel gioco della pallanuoto. In questa competizione, al momento in cui il gioco inizia, i giocatori iniziano a correre dalla propria area di porta verso il centro del campo, dove si sfideranno per la conquista del possesso del pallone. Questo rende l’inizio del gioco più emozionante e coinvolgente per il pubblico e offre una maggiore opportunità di goal all’inizio del match.
7. Numeri di maglia
I numeri delle maglie indossate dai giocatori durante le partite della King League sono compresi tra un range di numeri specifico, ovvero tra lo 0 e il 99. Questo significa che ogni giocatore avrà un numero univoco assegnato alla sua maglia, compreso tra questi numeri, che servirà per identificarlo durante il match.
8. Durata della partita
Come anticipato in precedenza, ogni incontro della King League è suddiviso in due segmenti di gioco di 20 minuti l’uno. Ciò significa che la durata totale di una partita è di 40 minuti, divisi in due periodi di gioco.
9. Armi segrete : le carte che cambiano l’esito della partita
Un’altra regola importante della King League è l’utilizzo delle “carte” che possono influire significativamente sull’esito del gioco. Prima di iniziare ogni partita, ogni squadra deve selezionare una “carta” tra quelle a disposizione, assegnate in modo casuale, per avere un vantaggio speciale per una sola volta durante la partita.
Ogni squadra ha a disposizione cinque “carte” uniche, chiamate “armi segrete” che possono essere utilizzate solo una volta durante la partita. Le “carte” disponibili sono:
Rigore a favore
Shootout: la squadra che utilizza questa carta avrà un tiro di rigore con il formato dei rigori di spareggio, ovvero la modalità in movimento come si fa nell’Hockey.
Espulsione: Esclusione di un avversario per due minuti (ad eccezione del portiere).
Doppio gol per due minuti: durante quel tempo i gol della squadra che attiva il cartellino valgono doppio. Ad esempio, se segni due goal, ne aggiungerai quattro.
“Comodín“: La carta Jolly, consente a chi la utilizza di scegliere una funzione qualsiasi delle altre carte arma segreta.
Furto delle carte: Questa carta ti consente di acquisire la carta arma segreta dell’avversario e utilizzarla contro.
Queste “carte” possono essere utilizzate in momenti strategici durante la partita per cambiare il risultato a favore della propria squadra.
Le formazioni in campo delle squadre e la scelta dei giocatori
Ogni squadra deve avere un minimo di otto giocatori, compresi quelli della formazione principale e quelli scelti come “Wild Card”. La formazione principale è composta da giocatori selezionati tramite un processo di “draft” che si svolge prima dell’inizio della competizione. Ogni squadra deve avere almeno sei giocatori fissi per tutta la stagione.
I “Wild Card” sono giocatori scelti liberamente dalle squadre. Possono essere calciatori professionisti, personalità famose o qualsiasi altra persona scelta dal presidente della squadra. Ogni squadra può avere solo due “Wild Card” e uno di questi deve essere fisso per tutta la stagione, mentre l’altro “Wild Card” o giocatore numero 12 può essere cambiato ogni giorno. Tuttavia, la squadra deve informare l’organizzazione entro il giovedì prima dell’inizio della giornata di gioco.
Qual è il compenso percepito dai giocatori?
Attualmente non ci sono informazioni ufficiali sui guadagni dei giocatori, ma si sa chi si occupa del loro stipendio. Nel caso dei giocatori fissi, il pagamento è a carico della King League. Invece, i giocatori “Wild Card” e gli allenatori vengono pagati dai presidenti delle squadre in base al loro accordo o al valore stabilito da loro.
Le maglie ufficiali delle squadre e il merchandising
Attualmente non ci sono informazioni sulla disponibilità per l’acquisto delle maglie ufficiali delle squadre, tuttavia il presidente della King League ha annunciato che a maggio ci sarà un negozio online dove sarà possibile acquistare le maglie e altri articoli ufficiali delle squadre. Elenco completo sito ufficiale: delle squadre, maglie, presidenti e calciatori.
Dove si giocano le partite della Kings League
Le partite della King League si giocano nella città di Barcellona in Spagna. Il campo di gioco scelto è stato ribattezzato “Cupra Arena” e si trova nell’area sportiva del porto di Barcellona.
Gerard Piqué, il fondatore della King League, ha dichiarato che questa competizione sarà in costante cambiamento. Ci saranno nuove regole, nuovi giocatori e molte altre sorprese in futuro per un torneo che si prefigge di diventare un punto di riferimento nel mondo del calcio. Piqué ha fatto sapere che gli organizzatori stanno lavorando costantemente per migliorare l’esperienza dei fan, rendere il gioco più emozionante e offrire una competizione ancora più coinvolgente. Inoltre ha sottolineato come la King League sia qui per restare e che continuerà a evolversi in futuro per mantenere il suo posto tra le competizioni più popolari e seguite del mondo.