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Mounjaro e Wegovy nel 2026: differenze, prezzi reali e quando li rimborsa il SSN

insulina – Mounjaro e Wegovy 2026

Mounjaro e Wegovy sono i due farmaci per la perdita di peso più cercati in Italia nel 2026, ma dietro nomi commerciali simili si nascondono due molecole diverse, con meccanismi d’azione, efficacia e soprattutto rimborsabilità molto diverse tra loro. Prima di parlarne con il medico, vale la pena capire cosa cambia davvero, perché tra i due farmaci può cambiare anche il conto in farmacia: parliamo di 270-360 euro al mese, a seconda del dosaggio.

Il punto che genera più confusione è proprio questo: entrambi i farmaci esistono anche in versione rimborsata dal Servizio Sanitario Nazionale, ma solo per un’indicazione specifica, il diabete di tipo 2, non per l’obesità.

In sintesi:

  • Wegovy (semaglutide) agisce su un solo recettore hormonale (GLP-1); Mounjaro (tirzepatide) agisce su due (GLP-1 e GIP), un meccanismo “doppio” che negli studi clinici ha mostrato un calo di peso maggiore
  • Negli studi registrativi, Mounjaro ha portato a una perdita di peso media intorno al 20% del peso corporeo, contro circa 15% con Wegovy alla dose standard, in entrambi i casi dopo circa 68-72 settimane di trattamento
  • Per l’indicazione obesità, sia Wegovy che Mounjaro sono in fascia C: interamente a carico del paziente, con un costo mensile tra 270 e 360 euro secondo il dosaggio
  • Mounjaro è rimborsato dal SSN (fascia A, con piano terapeutico) solo per il trattamento del diabete di tipo 2, non per la perdita di peso
  • Sono entrambi farmaci con obbligo di ricetta medica, da usare esclusivamente sotto controllo di uno specialista
⚠️ Disclaimer: Le informazioni contenute in questo articolo hanno scopo puramente informativo e divulgativo. Non sostituiscono in nessun caso il parere del medico. Mounjaro e Wegovy sono farmaci soggetti a prescrizione medica, con controindicazioni ed effetti collaterali da valutare caso per caso: non iniziare o modificare un trattamento senza il controllo di uno specialista.

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La differenza tra le due molecole

Wegovy ha come principio attivo la semaglutide, un agonista del recettore GLP-1 (Glucagon-Like Peptide-1), un ormone naturale che regola il senso di sazietà e la velocità di digestione. La stessa molecola, a dosaggio diverso e con un altro nome commerciale, è venduta anche come Ozempic, farmaco nato originariamente per il diabete di tipo 2.

Mounjaro ha invece come principio attivo la tirzepatide, una molecola più recente che agisce su due recettori ormonali contemporaneamente: sia il GLP-1 che il GIP (Glucose-dependent Insulinotropic Polypeptide). Questo doppio meccanismo d’azione è il motivo per cui, negli studi clinici, tirzepatide ha mostrato un effetto sulla perdita di peso generalmente superiore rispetto alla sola semaglutide.

Quale fa perdere più peso, secondo gli studi

Negli studi registrativi utilizzati per l’approvazione dei due farmaci (il programma STEP per la semaglutide e il programma SURMOUNT per la tirzepatide), i partecipanti trattati con Mounjaro alla dose massima di 15 mg hanno perso in media circa il 20-22% del peso corporeo di partenza dopo 72 settimane di trattamento, combinato con dieta ed esercizio fisico. I partecipanti trattati con Wegovy alla dose standard di 2,4 mg hanno perso in media circa il 15% del peso corporeo nello stesso arco di tempo, con punte fino al 18-19% nei sottogruppi che hanno tollerato meglio il farmaco.

È importante ricordare che questi sono dati medi di popolazioni studiate in trial clinici controllati: la risposta individuale varia molto da persona a persona, in base a metabolismo, alimentazione, attività fisica e aderenza al trattamento nel tempo.

Quanto costano davvero in Italia nel 2026

Per chi li acquista privatamente, fuori dai casi di rimborsabilità SSN, i prezzi in farmacia in Italia nel 2026 si attestano generalmente:

  • Wegovy: circa 280-360 euro al mese, secondo il dosaggio prescritto
  • Mounjaro: circa 270-350 euro al mese, anche in questo caso variabile in base al dosaggio

Si tratta di una spesa mensile continuativa, perché entrambi i farmaci richiedono un trattamento prolungato: interrompendo la terapia, buona parte della letteratura scientifica disponibile segnala un recupero parziale del peso perso, se non accompagnato da un cambiamento stabile di dieta e stile di vita.

Perché uno è rimborsato dal SSN e l’altro no

Il punto che confonde più persone è che entrambi i principi attivi esistono anche in fascia A, cioè rimborsati dal Servizio Sanitario Nazionale con piano terapeutico, ma solo per un’indicazione specifica: il diabete di tipo 2. In questo caso il farmaco (Ozempic per la semaglutide, Mounjaro per la tirzepatide nella sua indicazione diabetologica) viene prescritto da un centro specialistico diabetologico e il costo è a carico del SSN, con eventuale ticket regionale.

Per l’indicazione obesità, invece, sia Wegovy che Mounjaro restano in fascia C: l’AIFA (Agenzia Italiana del Farmaco) non ha ancora previsto la rimborsabilità per questa indicazione, quindi il costo resta interamente a carico del paziente, indipendentemente dal peso o dalla gravità della condizione. È un tema oggetto di discussione periodica tra associazioni di pazienti, società scientifiche e AIFA, ma al momento la situazione non è cambiata, come confermato dalle informazioni sulla rimborsabilità pubblicate sul portale dell’Agenzia Italiana del Farmaco (AIFA).

Chi può ottenere la prescrizione

Entrambi i farmaci sono soggetti a obbligo di prescrizione medica (ricetta non ripetibile) e vanno utilizzati sotto il controllo di un medico, generalmente un diabetologo, un endocrinologo o uno specialista in obesità, che valuta indicazioni, controindicazioni ed eventuali interazioni con altri farmaci. Non sono farmaci acquistabili liberamente senza ricetta, né vanno mai utilizzati senza supervisione medica, anche quando reperiti privatamente in farmacia.

Esempi pratici

Scenario 1 — Paziente con diabete di tipo 2. Il signor Franco ha una diagnosi di diabete di tipo 2 e il suo diabetologo gli prescrive Mounjaro per il controllo della glicemia, con piano terapeutico attivo. In questo caso il farmaco è rimborsato dal SSN, e Franco paga solo l’eventuale ticket regionale, non il prezzo pieno.

Scenario 2 — Persona con obesità senza diabete. Sara ha un indice di massa corporea elevato ma non ha diabete. Il suo medico valuta Wegovy come opzione terapeutica per l’obesità: in questo caso, non essendoci un’indicazione rimborsabile per la sola obesità, Sara deve sostenere il costo pieno del farmaco, circa 300 euro al mese.

Scenario 3 — Chi valuta quale dei due scegliere. Marco, seguito da un endocrinologo per un percorso di dimagrimento, chiede al medico se convenga Mounjaro o Wegovy. La scelta finale non dipende solo dall’efficacia media riportata negli studi, ma anche da come il singolo paziente tollera il farmaco, da eventuali patologie concomitanti e dalla valutazione clinica complessiva fatta dallo specialista.

Tabella di confronto

Caratteristica Wegovy (semaglutide) Mounjaro (tirzepatide)
Meccanismo d’azione Agonista GLP-1 Agonista GLP-1 + GIP
Calo peso medio negli studi (72 settimane) ~15% ~20-22%
Costo mensile (fascia C, obesità) 280-360 € 270-350 €
Rimborso SSN per diabete tipo 2 Sì (come Ozempic, fascia A) Sì (fascia A)
Rimborso SSN per obesità No (fascia C) No (fascia C)
Somministrazione Iniezione sottocutanea settimanale Iniezione sottocutanea settimanale

Domande frequenti

Posso comprare Mounjaro o Wegovy senza ricetta?
No, entrambi richiedono una prescrizione medica non ripetibile: non sono farmaci acquistabili liberamente, nemmeno pagandoli per intero.

Se smetto di prenderli, riprendo il peso perso?
Buona parte degli studi disponibili segnala un recupero parziale del peso dopo l’interruzione, soprattutto se non si è consolidato un cambiamento stabile di alimentazione e attività fisica: parlane sempre con il tuo medico prima di interrompere una terapia.

Ozempic e Wegovy sono la stessa cosa?
Contengono lo stesso principio attivo, la semaglutide, ma a dosaggi diversi e con indicazioni ufficiali diverse: Ozempic è approvato per il diabete di tipo 2, Wegovy per l’obesità.

Perché l’AIFA non rimborsa questi farmaci per l’obesità?
La valutazione della rimborsabilità dipende da criteri di costo-efficacia e sostenibilità per il Servizio Sanitario Nazionale, oggetto di revisione periodica da parte dell’AIFA: al momento l’indicazione obesità resta in fascia C.

Sono farmaci sicuri per chiunque voglia perdere peso?
No, vanno prescritti e monitorati da uno specialista, che valuta indicazioni, controindicazioni e possibili effetti collaterali caso per caso: non sono adatti a chi vuole perdere solo pochi chili senza una condizione clinica che lo giustifichi.

Per un approccio più generale alla perdita di peso, anche senza farmaci, può interessarti la nostra guida su come perdere peso senza diete drastiche, mentre per chi ha una diagnosi di diabete di tipo 2 abbiamo una guida dedicata su alimentazione e stile di vita nel diabete tipo 2.

WhatsApp nome utente: come funziona e come prenotarlo subito

whatsapp – WhatsApp nome utente

Per la prima volta nella sua storia, WhatsApp permetterà di farsi contattare senza dare il proprio numero di telefono. La novità si chiama nome utente (username): un nickname personale, scelto liberamente, che potrà sostituire il numero come punto di contatto principale sull’app. In Italia è già possibile prenotare il proprio nome utente prima che qualcun altro lo faccia, anche se la funzione completa non è ancora attiva per tutti.

È il cambiamento più profondo nel modo in cui WhatsApp gestisce l’identità degli utenti da quando è nata l’app: ecco cosa cambia davvero e come muoversi subito per non perdere il nickname che vorresti.

In sintesi:

  • WhatsApp introduce il nome utente, un nickname che permette di essere contattati senza condividere il numero di telefono
  • In Italia è già possibile prenotare il proprio nome utente in anticipo, mentre il lancio ufficiale della funzione completa è previsto entro la fine del 2026
  • Il nome utente non è obbligatorio: chi non lo imposta continua a usare WhatsApp esattamente come prima
  • Una volta attivo, il numero di telefono resterà nascosto nelle chat con contatti nuovi, finché non lo condividi tu stesso
  • Si può scegliere il nickname manualmente oppure importarlo da Instagram o Facebook tramite il Centro gestione account Meta

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Cos’è il nome utente WhatsApp

Il nome utente è un identificativo alfanumerico unico, simile a quelli già usati su Instagram, Telegram o X, che gli altri utenti possono digitare per trovarti e iniziare una conversazione, senza dover conoscere il tuo numero di telefono. Fino a oggi WhatsApp era l’unica grande app di messaggistica in cui l’identità dell’utente coincideva sempre con il numero di cellulare: per scrivere a qualcuno dovevi necessariamente avere il suo numero salvato in rubrica, oppure riceverlo da un contatto comune.

Con l’introduzione del nome utente, questo vincolo cade: basterà conoscere il nickname della persona, condiviso ad esempio sui social o in un biglietto da visita digitale, per iniziare a scriverle su WhatsApp.

Perché Meta lo introduce solo ora

La ragione principale è la privacy. Oggi, ogni volta che condividi il tuo numero di telefono per essere contattato su WhatsApp, quel numero diventa automaticamente visibile a chiunque tu decida di aggiungere, con tutti i rischi che ne derivano: dalla condivisione involontaria in gruppi numerosi alla possibilità che il numero venga rivenduto o usato per scopi commerciali non desiderati. Il nome utente riduce la circolazione di un dato sensibile come il numero di cellulare, permettendo di restare raggiungibili senza esporlo.

C’è anche una logica di prodotto: allineandosi a Instagram, Facebook e Telegram, Meta rende WhatsApp più simile agli altri social nella gestione dell’identità, un passo che semplifica anche l’integrazione tra le diverse piattaforme del gruppo.

Come prenotare subito il tuo nome utente

Anche se la funzione non è ancora operativa al 100% in Italia, WhatsApp permette già di riservare il proprio nickname prima che venga scelto da qualcun altro. Per farlo:

1. Apri WhatsApp e assicurati di avere l’app aggiornata all’ultima versione disponibile sullo store.
2. Vai su Impostazioni, toccando i tre puntini (o l’icona del profilo) in alto.
3. Seleziona la voce Account.
4. Tocca Nome utente, nella sezione dedicata al tuo account.
5. Digita il nickname che desideri, oppure scegli di importarlo direttamente da Instagram o Facebook tramite il Centro gestione account Meta, se vuoi restare coerente sui tuoi profili social.

Se il nickname scelto è già stato preso da un altro utente, l’app te lo segnala subito, permettendoti di provarne un altro o di aggiungere numeri e caratteri per renderlo unico.

Come funzionerà al lancio completo

Una volta che la funzione sarà operativa al 100%, chi vorrà farsi contattare tramite nome utente potrà condividerlo al posto del numero di telefono: chi riceve il nickname potrà cercarlo direttamente nell’app di WhatsApp e iniziare una conversazione, senza vedere il numero associato all’account, a meno che l’altra persona non decida di condividerlo esplicitamente nella chat. Il nome utente convive con il numero di telefono, non lo sostituisce: il numero resta comunque necessario per attivare l’account e continuerà a essere usato dai contatti che già lo conoscono.

Cosa succede al tuo numero di telefono

Il punto centrale della novità riguarda proprio la visibilità del numero. Una volta impostato il nome utente e attivate le relative impostazioni di privacy, il tuo numero di telefono resterà nascosto nelle chat con contatti nuovi che ti hanno trovato tramite nickname, riducendo drasticamente la circolazione involontaria di un dato personale sensibile, ad esempio nei gruppi numerosi di lavoro, community o eventi, dove oggi chiunque nel gruppo può vedere il numero di tutti gli altri partecipanti.

Chi ha già i tuoi contatti salvati in rubrica continuerà a vederti come prima, con nome e numero: la novità riguarda soprattutto i contatti nuovi e le situazioni in cui oggi saresti costretto a condividere il numero per forza.

Esempi pratici

Scenario 1 — Attività professionale. Chiara gestisce un piccolo negozio online e riceve richieste di clienti su Instagram. Con il nome utente WhatsApp può inserire lo stesso nickname del profilo Instagram nel proprio biglietto da visita digitale, permettendo ai clienti di scriverle su WhatsApp senza mai vedere il suo numero personale.

Scenario 2 — Community e gruppi numerosi. Luca partecipa a un gruppo WhatsApp di quartiere con oltre 200 persone. Con il nome utente attivo, gli altri membri del gruppo che non ha mai contattato singolarmente non vedono il suo numero di telefono, ma solo il nickname scelto.

Scenario 3 — Chi preferisce restare come prima. Il signor Antonio non ha alcun interesse a impostare un nome utente e continua a usare WhatsApp esattamente come ha sempre fatto: la funzione è opzionale, e non impostarla non comporta alcuna limitazione nell’uso dell’app.

Domande frequenti

Il nome utente è obbligatorio?
No, è completamente opzionale. Chi non lo imposta continua a usare WhatsApp normalmente con il numero di telefono come identificativo.

Posso cambiare il nome utente dopo averlo scelto?
Sì, è possibile modificarlo in un secondo momento dalle stesse impostazioni, con l’unico limite della disponibilità del nuovo nickname scelto.

Se prenoto ora il nome utente, quando potrò usarlo davvero?
WhatsApp ha comunicato che la funzione completa sarà operativa entro la fine del 2026: la prenotazione anticipata serve solo a bloccare il nickname prima che lo scelga qualcun altro.

Il mio numero di telefono diventa completamente invisibile a tutti?
Resta visibile ai contatti che lo conoscono già o che l’hanno salvato in rubrica. La novità riguarda soprattutto le nuove conversazioni iniziate tramite nome utente, dove il numero non viene mostrato automaticamente.

Posso usare lo stesso nome utente di Instagram?
Sì, WhatsApp permette di importare direttamente il nickname da Instagram o Facebook tramite il Centro gestione account Meta, per restare coerente su tutte le piattaforme del gruppo.

Per restare aggiornato su tutte le altre novità dell’app, trovi il quadro completo nel nostro approfondimento su tutte le novità WhatsApp del 2026, mentre se il tema privacy ti interessa in generale può esserti utile la nostra guida su come proteggere la privacy sul telefono.

Cuneo fiscale 2026: quanto aumenta davvero la busta paga, fascia per fascia

busta paga stipendio – Cuneo fiscale 2026

Con la Legge di Bilancio 2026 il taglio del cuneo fiscale non sparisce, ma cambia ancora una volta il meccanismo con cui arriva in busta paga. Non è più uno sconto sui contributi INPS come qualche anno fa, ma una combinazione di somme esenti e detrazioni che varia in base a quanto guadagni, e che per la maggior parte dei lavoratori dipendenti scatta automaticamente, senza bisogno di fare domanda.

Il problema è che, spiegato così, sembra tutto invisibile: la maggior parte dei dipendenti non sa esattamente quanto vale in euro l’aumento e a che fascia di reddito appartiene. Ecco i numeri concreti, fascia per fascia.

In sintesi:

  • Il taglio del cuneo fiscale 2026 spetta ai lavoratori dipendenti (privati e pubblici) con reddito fino a 40.000 euro annui, applicato automaticamente in busta paga senza domanda
  • Per redditi fino a 20.000 euro si applica una somma esente con percentuale decrescente: 7,1% fino a 8.500 euro, 5,3% tra 8.500 e 15.000 euro, 4,8% tra 15.000 e 20.000 euro
  • Per redditi tra 20.001 e 32.000 euro spetta una detrazione fissa di 1.000 euro l’anno
  • Per redditi tra 32.001 e 40.000 euro la detrazione decresce progressivamente fino ad azzerarsi
  • In più, dal 2026 la seconda aliquota IRPEF (scaglione 28.000-50.000 euro) scende dal 35% al 33%, con un risparmio aggiuntivo fino a 440 euro l’anno per chi supera i 50.000 euro
⚠️ Disclaimer: Le informazioni contenute in questo articolo hanno scopo puramente informativo. Non costituiscono consulenza fiscale o del lavoro. Gli importi effettivi in busta paga dipendono da variabili individuali: verifica sempre il tuo cedolino con il consulente del lavoro della tua azienda o un CAF.

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Cos’è il cuneo fiscale e come funziona nel 2026

Il cuneo fiscale è la differenza tra quanto un’azienda spende complessivamente per un dipendente e quanto quel dipendente riceve effettivamente in busta paga, una volta sottratte tasse e contributi. Il “taglio del cuneo fiscale” è la misura con cui lo Stato riduce questa differenza a favore del lavoratore, aumentando il netto senza toccare il costo per l’azienda.

Dal 2025 il meccanismo non passa più attraverso uno sgravio sui contributi previdenziali versati dal lavoratore (che sono tornati all’aliquota ordinaria del 9,19%), ma attraverso una combinazione di somme esenti da IRPEF e detrazioni fiscali, che il datore di lavoro applica automaticamente in busta paga sulla base della fascia di reddito. La Legge di Bilancio 2026 confuta e stabilizza questo impianto, senza modificarne l’architettura di fondo rispetto al 2025.

La somma esente per i redditi fino a 20.000 euro

Per i lavoratori con reddito complessivo fino a 20.000 euro l’anno, il beneficio arriva sotto forma di una somma esente, cioè una quota di reddito che non concorre alla formazione della base imponibile IRPEF e quindi non viene tassata. La percentuale applicata varia in base alla fascia di reddito:

  • 7,1% per i redditi fino a 8.500 euro
  • 5,3% per la quota di reddito tra 8.500 e 15.000 euro
  • 4,8% per la quota di reddito tra 15.000 e 20.000 euro

Trattandosi di una somma esente e non di una detrazione, l’effetto si vede direttamente sul netto mensile, distribuito nelle diverse mensilità dell’anno.

La detrazione fissa per i redditi tra 20.000 e 40.000 euro

Superata la soglia dei 20.000 euro, il meccanismo cambia natura: non è più una somma esente ma una detrazione fiscale, che riduce direttamente l’imposta IRPEF da versare. Per i redditi tra 20.001 e 32.000 euro la detrazione è fissa e pari a 1.000 euro l’anno. Per i redditi tra 32.001 e 40.000 euro la detrazione non è più fissa, ma decresce progressivamente all’aumentare del reddito, fino ad azzerarsi del tutto a 40.000 euro, soglia oltre la quale il taglio del cuneo fiscale non si applica più.

Lo sconto aggiuntivo della nuova aliquota IRPEF

Accanto al taglio del cuneo fiscale, la Legge di Bilancio 2026 introduce un secondo beneficio, distinto ma cumulabile per chi si trova nella fascia di reddito interessata: la riduzione della seconda aliquota IRPEF, quella applicata alla quota di reddito compresa tra 28.000 e 50.000 euro, che scende dal 35% al 33%. Per chi ha un reddito pari o superiore a 50.000 euro, l’intera quota compresa in questo scaglione beneficia della riduzione di due punti percentuali, per un risparmio massimo di 440 euro l’anno (2% su 22.000 euro di base imponibile in quello scaglione), come indicato nella sintesi ufficiale del Ministero dell’Economia e delle Finanze sulla Legge di Bilancio 2026. Chi ha un reddito inferiore a 50.000 euro ma superiore a 28.000 euro beneficia comunque della riduzione, ma calcolata solo sulla quota di reddito che effettivamente supera i 28.000 euro.

Esempi pratici: quanto vale davvero in busta paga

Scenario 1 — Reddito basso, 8.000 euro l’anno. Elena ha un reddito da lavoro dipendente di 8.000 euro l’anno, quindi rientra nella prima fascia della somma esente al 7,1%. Il beneficio vale 8.000 × 7,1% = 568 euro l’anno, distribuiti tra le mensilità: circa 47 euro netti in più al mese rispetto a uno stipendio senza alcun taglio del cuneo fiscale.

Scenario 2 — Reddito medio, 18.000 euro l’anno. Marco guadagna 18.000 euro l’anno, ricadendo nella terza fascia della somma esente (4,8%, quota tra 15.000 e 20.000 euro). Il calcolo non è lineare come nel primo caso, perché ogni fascia si applica solo alla propria porzione di reddito: sulla quota fino a 8.500 euro si applica il 7,1%, sulla quota tra 8.500 e 15.000 euro il 5,3%, e solo sulla quota tra 15.000 e 18.000 euro il 4,8%. Il risultato complessivo, considerando tutte le fasce applicate progressivamente, porta a un beneficio annuo nell’ordine di 900-1.000 euro, circa 75-83 euro netti in più al mese.

Scenario 3 — Reddito medio-alto, 25.000 euro l’anno. Giulia ha un reddito di 25.000 euro l’anno, ricadendo nella fascia della detrazione fissa: il beneficio è di 1.000 euro l’anno, pari a circa 83 euro netti in più al mese, indipendentemente dal fatto che il suo reddito sia più vicino a 20.001 o a 32.000 euro.

Scenario 4 — Reddito alto, 45.000 euro l’anno. Roberto ha un reddito di 45.000 euro l’anno: non rientra più nella detrazione del cuneo fiscale (superata la soglia dei 40.000 euro), ma beneficia della riduzione della seconda aliquota IRPEF dal 35% al 33% sulla quota di reddito tra 28.000 e 45.000 euro, un risparmio aggiuntivo di (45.000 – 28.000) × 2% = 340 euro l’anno rispetto alle regole 2025.

Tabella riassuntiva per fascia di reddito

Reddito annuo Meccanismo Beneficio
Fino a 8.500 € Somma esente 7,1% del reddito
8.500 – 15.000 € Somma esente 5,3% sulla quota eccedente
15.000 – 20.000 € Somma esente 4,8% sulla quota eccedente
20.001 – 32.000 € Detrazione fissa 1.000 € l’anno
32.001 – 40.000 € Detrazione decrescente da 1.000 € a 0 €
Oltre 40.000 € Nessun taglio cuneo fiscale
28.000 – 50.000 € (cumulabile) Riduzione aliquota IRPEF 35%→33% fino a 440 € l’anno

Domande frequenti

Devo fare una domanda per ottenere il taglio del cuneo fiscale?
No, il datore di lavoro lo applica automaticamente in busta paga sulla base del reddito, senza necessità di alcuna richiesta da parte del dipendente.

Il taglio del cuneo fiscale vale anche per i lavoratori autonomi o le partite IVA?
No, riguarda specificamente i lavoratori dipendenti, sia del settore privato che pubblico. Chi lavora in regime forfettario o come autonomo non rientra in questo meccanismo, che segue regole fiscali diverse.

Somma esente e detrazione fissa si vedono nello stesso modo in busta paga?
No: la somma esente riduce direttamente il reddito imponibile mese per mese, mentre la detrazione fissa riduce l’imposta IRPEF dovuta, ma l’effetto pratico sul netto mensile è comunque visibile in entrambi i casi.

Se il mio reddito cambia durante l’anno, il beneficio si ricalcola?
Sì, il datore di lavoro ricalcola periodicamente la fascia di appartenenza in base al reddito previsto per l’anno, e un eventuale conguaglio avviene generalmente a fine anno o al termine del rapporto di lavoro.

Come faccio a verificare se il beneficio è stato applicato correttamente?
Controlla la voce dedicata sul cedolino, spesso indicata come “esonero contributivo”, “somma esente cuneo fiscale” o “ulteriore detrazione”, oppure chiedi conferma all’ufficio del personale o al consulente del lavoro della tua azienda.

Pensione minima 2026: sale a 619,79 euro, la maggiorazione da 20 euro per gli over 70

pensione – Pensione minima 2026

La pensione minima 2026 sale a 619,79 euro al mese, un aumento di appena 3,13 euro rispetto al 2025 per chi riceve solo la rivalutazione ordinaria. Ma per una parte specifica dei pensionati, quelli over 70 in condizioni economiche più disagiate, la Legge di Bilancio 2026 ha previsto qualcosa in più: una maggiorazione aggiuntiva di 20 euro al mese, che può portare l’assegno fino a quasi 768 euro lordi mensili.

Sono due misure diverse che si sommano solo per chi rientra in entrambe: capire la differenza serve a non aspettarsi un aumento che in realtà non arriva, o al contrario a non perdere un beneficio a cui si ha diritto senza saperlo.

In sintesi:

  • La pensione minima 2026 è pari a 619,79 euro al mese: 611,84 euro di rivalutazione ordinaria (+1,4%) più 7,95 euro di maggiorazione straordinaria (+1,3%)
  • Rispetto al 2025 l’aumento “base” è di soli 3,13 euro al mese, perché la maggiorazione straordinaria scende dal 2,2% all’1,3%
  • Chi ha almeno 70 anni ed è titolare della maggiorazione sociale (il cosiddetto “incremento al milione”) riceve dal 2026 un ulteriore aumento di 20 euro al mese (260 euro annui)
  • Con questa maggiorazione, l’assegno può arrivare fino a circa 767,84 euro lordi al mese su 13 mensilità
  • Anche il limite di reddito per accedere alla maggiorazione sociale sale di 260 euro annui nel 2026
⚠️ Disclaimer: Le informazioni contenute in questo articolo hanno scopo puramente informativo. Non costituiscono consulenza fiscale o previdenziale. Verifica sempre i dati aggiornati sul sito INPS o rivolgiti a un patronato per calcolare l’importo esatto che ti spetta.

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Quanto vale la pensione minima nel 2026

Il trattamento minimo INPS per il 2026 è fissato a 619,79 euro al mese. La cifra è la somma di due componenti distinte: la rivalutazione ordinaria dell’1,4%, che porta il trattamento base a 611,84 euro, e una maggiorazione straordinaria dell’1,3%, pari a 7,95 euro. Su base annua, considerando le tredici mensilità (dodici mensilità ordinarie più la tredicesima), il trattamento minimo 2026 vale 8.057,27 euro lordi l’anno.

La percentuale di rivalutazione dell’1,4% deriva dalla variazione dell’indice ISTAT dei prezzi al consumo per le famiglie di operai e impiegati (FOI) registrata nel 2025, il meccanismo standard con cui ogni anno l’INPS aggiorna gli importi delle pensioni all’inflazione. Lo stesso meccanismo ha già determinato gli importi della quattordicesima e della rivalutazione di luglio 2026.

Perché l’aumento “base” è così basso

Molti pensionati che si aspettavano un aumento più consistente si sono ritrovati con appena 3,13 euro al mese in più rispetto al 2025. Il motivo è che nel 2025 la maggiorazione straordinaria era al 2,2%, mentre nel 2026 scende all’1,3%: l’incremento della rivalutazione ordinaria viene quindi parzialmente compensato dalla riduzione della componente straordinaria, che era stata introdotta come misura temporanea di sostegno legata al caro-vita degli anni precedenti e si sta progressivamente riducendo.

Su base annua, includendo la tredicesima, l’aumento complessivo per chi riceve solo il trattamento minimo ordinario si attesta quindi su cifre modeste, ben lontane dai “360 euro in più all’anno” che circolano in alcune sintesi giornalistiche: quella cifra più alta si riferisce infatti a chi accede anche alla maggiorazione sociale per gli over 70, non al trattamento minimo generico.

La maggiorazione da 20 euro per gli over 70

La vera novità del 2026 riguarda l’incremento al milione, la maggiorazione sociale prevista dall’articolo 38 della legge 28 dicembre 2001, n. 448, riservata ai pensionati in condizioni economiche disagiate e generalmente collegata al compimento dei 70 anni di età. La Legge di Bilancio 2026 ha aumentato questa maggiorazione di 20 euro al mese, pari a 260 euro in più su base annua, con effetto dal 1° gennaio 2026.

Per chi ha diritto all’importo pieno della maggiorazione sociale, l’assegno mensile può arrivare fino a circa 767,84 euro lordi, calcolati su tredici mensilità: una cifra sensibilmente più alta rispetto ai 619,79 euro del trattamento minimo semplice, proprio per effetto del nuovo incremento.

Chi ha diritto alla maggiorazione sociale

La maggiorazione sociale non è automatica per tutti i pensionati: spetta a chi ha già maturato il diritto all’incremento al milione, quindi generalmente ai pensionati che hanno compiuto 70 anni e si trovano in condizioni economiche disagiate, con redditi personali (e del coniuge, se presente) che non superano determinati limiti fissati ogni anno dall’INPS. Per il 2026 la Legge di Bilancio ha innalzato anche il limite reddituale di accesso di 260 euro su base annua, allargando leggermente la platea di chi può rientrarci rispetto al 2025.

La verifica dei limiti di reddito considera sia le pensioni percepite sia altri redditi eventualmente posseduti dal pensionato e dal coniuge: l’INPS effettua controlli periodici e può sospendere la maggiorazione se, nel corso dell’anno, il reddito supera le soglie previste.

Come richiederla se non la ricevi già

Chi ritiene di avere i requisiti ma non riceve ancora la maggiorazione sociale può verificare la propria posizione accedendo con SPID, CIE o CNS al fascicolo previdenziale personale sul sito INPS, nella sezione dedicata alle prestazioni. In molti casi l’INPS attribuisce la maggiorazione in automatico sulla base dei dati reddituali già in suo possesso (dichiarazioni dei redditi, altre pensioni), ma se manca qualche informazione può essere necessaria una domanda specifica, che si presenta online o tramite un patronato, allegando la documentazione reddituale relativa al nucleo familiare. Per stimare la propria situazione reddituale complessiva può essere utile anche il calcolatore ISEE 2026, prima di rivolgersi a un patronato.

Esempi pratici

Scenario 1 — Pensionata di 68 anni, trattamento minimo semplice. Anna ha 68 anni e riceve solo il trattamento minimo INPS. Nel 2026 la sua pensione passa da 616,66 euro (importo 2025) a 619,79 euro al mese: un aumento di 3,13 euro, senza alcuna maggiorazione aggiuntiva perché non ha ancora raggiunto i 70 anni previsti per l’incremento al milione.

Scenario 2 — Pensionato di 72 anni con reddito basso. Il signor Carlo ha 72 anni, percepisce solo la pensione minima e non ha altri redditi rilevanti oltre a quelli del coniuge, entro le soglie previste. Rientra nella maggiorazione sociale: nel 2026 il suo assegno beneficia dell’aumento di 20 euro al mese in più rispetto al trattamento minimo semplice, arrivando a un importo complessivo superiore.

Scenario 3 — Pensionata di 74 anni appena sopra la soglia di reddito 2025. Maria ha 74 anni e nel 2025 aveva un reddito familiare leggermente superiore al limite per la maggiorazione sociale, restandone esclusa. Con l’innalzamento della soglia di 260 euro annui previsto per il 2026, la sua situazione reddituale potrebbe ora rientrare nei nuovi limiti: le conviene chiedere una verifica aggiornata all’INPS o al patronato.

Tabella riassuntiva degli importi 2026

Situazione Importo mensile 2026 Variazione vs 2025
Trattamento minimo semplice 619,79 € +3,13 €/mese
Trattamento minimo + maggiorazione sociale over 70 (importo pieno) fino a circa 767,84 € +20 €/mese sulla componente maggiorazione
Limite di reddito annuo per l’integrazione al trattamento minimo 7.954,05 € parametrato al nuovo trattamento minimo

Gli importi esatti variano in base alla storia contributiva, al numero di mensilità e alla situazione reddituale personale e familiare: la tabella indica gli importi di riferimento standard, non un calcolo personalizzato.

Domande frequenti

La maggiorazione di 20 euro spetta a tutti i pensionati over 70?
No, spetta solo a chi ha già diritto alla maggiorazione sociale (incremento al milione), quindi ai pensionati in condizioni economiche disagiate entro specifici limiti di reddito, non a tutti gli over 70 indistintamente.

Devo fare domanda ogni anno per ricevere la maggiorazione sociale?
Generalmente no: se già la percepisci, l’INPS la rinnova automaticamente sulla base dei controlli reddituali periodici, salvo variazioni di reddito che facciano perdere il diritto.

Perché la mia pensione minima è aumentata di così poco rispetto a quanto si legge sui giornali?
Perché l’aumento più consistente citato in alcune sintesi si riferisce a chi accede anche alla maggiorazione sociale per gli over 70, non al trattamento minimo semplice, che aumenta solo della rivalutazione ordinaria compensata dalla riduzione della maggiorazione straordinaria.

Il limite di reddito più alto del 2026 vale anche per chi ha già la maggiorazione sociale?
Sì, il nuovo limite si applica sia a chi deve fare una prima richiesta sia in sede di verifica periodica per chi già percepisce la maggiorazione.

Dove posso verificare l’importo esatto della mia pensione 2026?
Nel fascicolo previdenziale personale sul sito INPS, accedendo con SPID, CIE o CNS, oppure rivolgendoti a un patronato che può calcolare l’importo esatto in base alla tua posizione contributiva e reddituale.

SPID Poste Italiane a pagamento 2026: 6 euro l’anno, chi è esente e come disdire

spid – SPID Poste Italiane a pagamento 2026

Da quest’anno lo SPID rilasciato da Poste Italiane, uno dei più usati in Italia, non è più gratuito per sempre: dal secondo anno di attivazione scatta un canone di 6 euro annui. Non è un aumento generalizzato di tutti gli SPID — dipende dal provider che hai scelto — ma riguarda milioni di italiani, perché PosteID è storicamente il gestore di identità digitale più diffuso nel Paese.

Se hai attivato lo SPID con Poste Italiane e non hai ancora controllato la scadenza del primo anno gratuito, vale la pena verificarlo subito: c’è una finestra precisa per decidere se pagare, passare a un’alternativa gratuita o continuare a usarlo comunque.

In sintesi:

  • Dal 1° gennaio 2026 Poste Italiane ha introdotto un canone di 6 euro l’anno per il servizio SPID (PosteID), applicato dal secondo anno di attivazione in poi
  • Il primo anno resta gratuito per tutti i nuovi utenti
  • Sono esenti dal canone: chi ha almeno 75 anni, i residenti all’estero, i minori e chi usa un’identità digitale per finalità professionali
  • Chi non paga entro i termini si vede sospendere l’accesso, ma l’identità digitale resta comunque attiva (recuperabile) per 24 mesi dall’ultimo accesso
  • L’alternativa gratuita e senza scadenza è la Carta d’Identità Elettronica (CIE), utilizzabile per accedere agli stessi servizi online della Pubblica Amministrazione
ℹ️ Le condizioni economiche dei singoli gestori SPID possono cambiare nel tempo: verifica sempre l’informativa aggiornata sul portale del tuo provider prima di decidere se pagare, disdire o cambiare gestore.

Indice

Cosa cambia con il canone SPID di Poste

Fino al 2025 lo SPID di Poste Italiane, come quello della maggior parte dei gestori, era completamente gratuito per il cittadino: il costo del servizio veniva sostenuto dallo Stato attraverso convenzioni con i provider di identità digitale (gli “Identity Provider” accreditati AgID). Dal 1° gennaio 2026 Poste Italiane ha modificato le condizioni contrattuali del proprio servizio PosteID SPID, introducendo un canone annuo di 6 euro a carico dell’utente, applicato a partire dal secondo anno di attivazione dell’identità digitale.

Il primo anno resta gratuito per tutti i nuovi utenti che attivano SPID con Poste Italiane. Il canone si applica invece a chi rinnova il servizio dal secondo anno in avanti, quindi anche a chi ha attivato lo SPID anni fa e lo ha sempre usato senza costi.

Chi paga davvero e chi è esente

Non tutti gli utenti PosteID sono soggetti al nuovo canone. Restano esenti dal pagamento:

  • chi ha già compiuto 75 anni di età
  • i cittadini residenti all’estero
  • i minori titolari di un’identità digitale
  • chi utilizza l’identità digitale per finalità professionali, secondo le categorie individuate da Poste Italiane

Per tutti gli altri utenti, il canone di 6 euro scatta automaticamente al rinnovo annuale, salvo disdetta comunicata nei termini previsti dal contratto. Il pagamento può essere effettuato online sul portale posteid.poste.it con carta di pagamento, oppure presso gli uffici postali comunicando il proprio codice fiscale. Le condizioni contrattuali aggiornate sono consultabili anche sul sito dell’Agenzia per l’Italia Digitale (AgID), l’ente pubblico che accredita e supervisiona tutti i gestori SPID.

Come verificare se ti riguarda e quando scatta il pagamento

La data da cui parte il canone non è uguale per tutti: dipende dalla data in cui hai attivato per la prima volta lo SPID con Poste Italiane, non da una scadenza fissa di calendario. Chi ha attivato SPID a marzo 2024, ad esempio, inizia a essere soggetto al canone dal rinnovo di marzo 2026 (secondo anno dall’attivazione, considerando che il primo anno “gratuito garantito” copre fino al 2025). Per sapere con esattezza quando scatta per il tuo caso, conviene accedere all’area personale sul portale PosteID e controllare la sezione dedicata allo stato del servizio, dove Poste Italiane comunica anche via email o notifica l’avviso di pagamento in prossimità della scadenza.

Chi non regolarizza il pagamento entro i termini indicati nell’avviso non perde l’identità digitale in modo definitivo e immediato: l’accesso viene sospeso, ma l’identità resta “congelata” e recuperabile per un periodo di 24 mesi dall’ultimo accesso effettuato, prima dell’eventuale disattivazione definitiva.

Le alternative: altri gestori SPID e la CIE

Il canone riguarda specificamente il servizio PosteID di Poste Italiane: gli altri gestori di identità digitale accreditati (Aruba, InfoCert, Sielte, TIM, Namirial, tra gli altri) hanno le proprie condizioni contrattuali, che possono differire e vanno verificate singolarmente sul sito di ciascun provider prima di decidere se cambiare gestore.

L’alternativa completamente gratuita e senza alcun canone è la Carta d’Identità Elettronica (CIE), che lo Stato ha ormai equiparato allo SPID per l’accesso alla gran parte dei servizi online della Pubblica Amministrazione, incluso il portale INPS, l’Agenzia delle Entrate e il Sistema Sanitario Nazionale. La CIE si usa con username, password e codice OTP ricevuto via SMS o tramite l’app CieID, senza alcun costo periodico oltre al normale rilascio del documento. L’unico limite pratico è che alcuni servizi minori, sviluppati prima dell’equiparazione, potrebbero ancora richiedere esclusivamente lo SPID: prima di disdire il proprio SPID conviene verificare se i servizi che si usano abitualmente accettano già la CIE come alternativa.

Come disdire lo SPID di Poste se non vuoi pagare

Chi non vuole sostenere il canone di 6 euro può disdire il servizio PosteID entro 30 giorni dalla scadenza del primo anno gratuito oppure dal ricevimento della comunicazione di richiesta di pagamento, senza penali. La disdetta si effettua direttamente dall’area personale del portale posteid.poste.it, nella sezione dedicata alla gestione del contratto, oppure contattando l’assistenza clienti Poste Italiane. Dopo la disdetta, l’identità digitale PosteID non sarà più utilizzabile per accedere ai servizi online: chi ha ancora bisogno di uno SPID dovrà attivarne uno nuovo con un altro gestore, oppure passare alla CIE.

Esempi pratici

Scenario 1 — Attivazione recente, primo anno in corso. Federica ha attivato lo SPID con Poste Italiane a marzo 2025. Il suo primo anno gratuito scade a marzo 2026: da quel momento, se non è tra le categorie esenti, dovrà pagare 6 euro per continuare a usarlo, oppure disdire entro 30 giorni dall’avviso.

Scenario 2 — Pensionato di 76 anni. Il signor Bruno ha 76 anni e usa lo SPID di Poste da tre anni per consultare il cedolino della pensione online. Rientrando nella fascia degli esenti per età, non deve pagare alcun canone: il servizio resta gratuito per lui a tempo indeterminato.

Scenario 3 — Chi preferisce evitare qualsiasi costo. Luca usa lo SPID solo occasionalmente, per un paio di pratiche l’anno. Valutando che 6 euro all’anno non valgono l’uso sporadico che ne fa, decide di disdire il servizio PosteID e di usare la CIE, che possiede già, per le stesse operazioni.

Domande frequenti

Il canone di 6 euro vale per ogni identità SPID o solo per quella di Poste Italiane?
Riguarda specificamente il servizio PosteID di Poste Italiane. Gli altri gestori SPID hanno condizioni contrattuali proprie, da verificare singolarmente.

Se non pago, perdo subito l’accesso ai servizi online della PA?
L’accesso viene sospeso se non regolarizzi il pagamento nei termini indicati, ma l’identità digitale resta recuperabile per 24 mesi dall’ultimo accesso prima della disattivazione definitiva.

Posso passare a un altro gestore SPID gratuito senza perdere le pratiche già in corso?
Sì, lo SPID è solo un metodo di accesso identificativo: cambiare gestore non incide sulle pratiche amministrative già avviate con enti come INPS o Agenzia delle Entrate, che restano legate al tuo codice fiscale, non al provider di identità digitale.

La CIE sostituisce completamente lo SPID per tutti i servizi?
Quasi tutti i servizi principali della Pubblica Amministrazione accettano ormai la CIE come alternativa allo SPID, ma prima di disdire conviene verificare che i servizi specifici che usi abitualmente siano già equiparati.

Come faccio a sapere con precisione quando scatterà il mio canone?
Accedi all’area personale sul portale posteid.poste.it: nella sezione dedicata allo stato del servizio trovi la data di attivazione e l’eventuale avviso di scadenza del periodo gratuito.

Carta d’identità cartacea non valida dal 3 agosto 2026: cosa fare

carta identità – Carta d'identità cartacea non valida dal 3 agosto 2026

Dal 3 agosto 2026 la vecchia carta d’identità di carta, quella rettangolare rosa con la foto incollata, smette di essere un documento valido. Non conta la data di scadenza stampata sopra: anche se manca ancora un anno o due alla scadenza indicata, dal 3 agosto quel foglio plastificato non potrà più essere usato per identificarsi, viaggiare o fare operazioni che richiedono un documento di riconoscimento in corso di validità.

È una scadenza secca, decisa a livello ministeriale e già comunicata da centinaia di Comuni italiani nelle ultime settimane. Se in casa c’è ancora la vecchia carta di carta, meglio controllare subito quanto manca al prossimo appuntamento in Comune, perché le agende degli uffici anagrafe si stanno già riempiendo.

In sintesi:

  • Dal 3 agosto 2026 la carta d’identità cartacea non è più valida come documento di riconoscimento, in Italia e all’estero, indipendentemente dalla data di scadenza riportata
  • La misura arriva dalla Circolare del Ministero dell’Interno n. 76 del 13 ottobre 2025, in applicazione del Regolamento UE 2019/1157 sugli standard di sicurezza dei documenti d’identità
  • Va sostituita con la Carta d’Identità Elettronica (CIE), oppure si può usare il passaporto in corso di validità come documento alternativo
  • Il rilascio della CIE prima della scadenza naturale del vecchio documento non è considerato un duplicato e non comporta il pagamento di diritti aggiuntivi rispetto al costo ordinario
  • Chi ha già la CIE non deve fare nulla: la scadenza riguarda solo chi possiede ancora il vecchio formato di carta
ℹ️ Le procedure di prenotazione e i tempi di attesa variano da Comune a Comune: prima di presentarti allo sportello verifica sempre gli orari e le modalità di appuntamento sul sito del tuo Comune di residenza.

Indice

Cosa cambia dal 3 agosto 2026

Il punto chiave è semplice ma spesso viene fraintenso: non conta quando scade la tua carta d’identità cartacea, conta il formato. Dal 3 agosto 2026 tutte le carte d’identità in formato cartaceo cessano di essere valide come documento di riconoscimento, anche quelle che riportano una data di scadenza successiva, ad esempio 2027 o 2028. Il documento continuerà fisicamente a esistere nel cassetto, ma non sarà più accettato da banche, uffici pubblici, compagnie aeree, hotel o qualsiasi altro soggetto che debba verificare la tua identità.

Non si tratta di una carta d’identità “scaduta” nel senso tradizionale: è un cambio di formato imposto dall’alto, che riguarda l’intero territorio nazionale nello stesso momento, senza gradualità comune per comune.

Perché questa scadenza esiste

La misura discende dal Regolamento UE 2019/1157, che ha innalzato gli standard di sicurezza dei documenti d’identità in tutti i paesi membri per contrastare falsificazioni e furti d’identità: microchip con dati biometrici, elementi di sicurezza fisica avanzati e formato standardizzato in tutta l’Unione Europea, le stesse caratteristiche già presenti nella Carta d’Identità Elettronica italiana. Il regolamento fissava un termine ultimo, il 3 agosto 2026, dopo il quale i vecchi documenti non allineati agli standard UE dovevano essere ritirati dalla circolazione in tutti gli Stati membri.

Il Ministero dell’Interno ha reso operativa la scadenza con la Circolare n. 76 del 13 ottobre 2025, inviata a tutte le Prefetture e ai Comuni, che ha fissato il 3 agosto 2026 come data di cessazione della validità sul territorio italiano. Da lì è partita la comunicazione a cascata: le Prefetture hanno informato i Comuni, e i Comuni negli ultimi mesi hanno iniziato a pubblicare avvisi sui rispettivi siti istituzionali invitando i cittadini a prenotare per tempo il rilascio della CIE.

Chi è coinvolto e chi invece è già a posto

La platea coinvolta è ampia perché l’Italia ha completato la transizione alla CIE più lentamente di altri paesi europei: la Carta d’Identità Elettronica è obbligatoria per i nuovi rilasci dal 2018, ma chi aveva già una carta cartacea in corso di validità a quella data ha potuto continuare a usarla fino alla scadenza naturale, spesso fissata a dieci anni dal rilascio per gli adulti. Risultato: milioni di cittadini, soprattutto chi ha rinnovato l’ultima volta prima del 2018 con una carta valida fino al 2027 o al 2028, si ritrovano oggi con un documento che smette di funzionare con quattro anni di anticipo sulla scadenza stampata.

Chi invece ha già in tasca la CIE, riconoscibile per il formato in plastica rigida simile a una carta di credito, non deve fare assolutamente nulla: il cambiamento non lo riguarda in alcun modo. Stesso discorso per chi possiede un passaporto italiano in corso di validità, che resta comunque un documento di riconoscimento pienamente valido, indipendentemente dal formato della carta d’identità.

Cosa non potrai più fare con la carta cartacea

Dal 3 agosto 2026 la vecchia carta cartacea non sarà accettata come prova d’identità in nessun contesto che richieda un documento in corso di validità. In pratica: non potrà essere usata per operazioni bancarie che richiedono l’identificazione del cliente, non sarà valida per l’imbarco su voli nazionali o internazionali, non potrà essere presentata per il ritiro di raccomandate o pacchi, non sarà accettata negli hotel per la registrazione degli ospiti, e non potrà essere utilizzata per firmare contratti, atti notarili o procure che richiedono l’esibizione di un documento valido.

Vale anche per i viaggi all’estero nei paesi in cui la carta d’identità italiana è normalmente accettata al posto del passaporto, ad esempio nell’area Schengen: con la carta cartacea scaduta di validità, l’unica alternativa per attraversare la frontiera senza passaporto sparisce.

Come sostituirla: tempi, costi e documenti

La sostituzione si richiede rivolgendosi all’ufficio anagrafe del proprio Comune di residenza, previa prenotazione online (quasi tutti i Comuni gestiscono gli appuntamenti tramite il proprio portale istituzionale o tramite il portale nazionale cartaidentita.interno.gov.it). Il punto importante è che si può richiedere la CIE anche prima della scadenza naturale della vecchia carta cartacea: la sostituzione anticipata non viene considerata un duplicato e non comporta il pagamento di diritti aggiuntivi rispetto al costo ordinario di rilascio, che resta di 22 euro (16,79 euro + 5,21 euro di diritti di segreteria comunale, importo che può variare leggermente da Comune a Comune).

Per la richiesta servono: una foto tessera recente in formato digitale (molti Comuni la acquisiscono direttamente allo sportello con webcam), il codice fiscale, la vecchia carta d’identità da ritirare, e la ricevuta di pagamento dei diritti se il Comune richiede il versamento anticipato. La CIE viene stampata dall’Istituto Poligrafico e Zecca dello Stato e recapitata all’indirizzo indicato entro circa 6 giorni lavorativi. Una volta ottenuta la CIE, ricordati che è anche uno dei mezzi con cui puoi attivare lo SPID per accedere ai servizi online della Pubblica Amministrazione, oltre a poter essere usata direttamente come alternativa allo SPID per il login su molti portali.

Con l’approssimarsi della scadenza del 3 agosto, molti Comuni segnalano già agende sovraccariche: chi ha ancora la carta cartacea e prevede di avere bisogno di un documento valido nelle prossime settimane (viaggio, operazione bancaria, contratto) farebbe bene a prenotare l’appuntamento subito, senza aspettare l’ultima settimana di luglio.

Esempi pratici

Scenario 1 — Carta cartacea con scadenza 2028. Marco ha rinnovato la carta d’identità nel 2018, prima che il suo Comune passasse alla CIE, e il documento riporta scadenza 2028. Nonostante manchino ancora due anni alla data stampata, dal 3 agosto 2026 quella carta non è più valida: deve richiedere la CIE, e può farlo già ora senza aspettare altro.

Scenario 2 — Viaggio all’estero prenotato per settembre 2026. Giulia ha un volo per la Spagna il 10 settembre 2026 e conta di usare la carta d’identità cartacea per l’imbarco, come ha sempre fatto. Con la nuova regola, quel documento non sarà accettato: deve sostituirlo con la CIE prima della partenza, oppure viaggiare con il passaporto se già lo possiede.

Scenario 3 — Chi ha già la CIE dal 2022. Roberto ha rifatto il documento nel 2022 e possiede già la Carta d’Identità Elettronica, in corso di validità fino al 2032. Per lui non cambia nulla: la scadenza del 3 agosto riguarda solo il formato cartaceo, non la CIE.

Cosa rischi se non la sostituisci in tempo

Non esiste una sanzione pecuniaria specifica per il semplice possesso di una carta cartacea scaduta di validità dopo il 3 agosto: il problema pratico è che, da quel momento, ti troverai semplicemente senza un documento di riconoscimento valido nel portafoglio, con tutte le conseguenze operative del caso. Se ti viene richiesta l’identificazione, ad esempio dalle forze dell’ordine, dovrai poter esibire un documento alternativo valido (passaporto, patente con foto in alcuni contesti) oppure rischi comunque un disagio pratico, anche se la carta di carta resta un oggetto legalmente tuo e non va “consegnata” a nessuno.

Il rischio reale è quindi organizzativo più che sanzionatorio: restare senza documento valido nel momento sbagliato, magari a poche ore da un volo o da un appuntamento in banca, quando le agende comunali sono già piene per settimane.

Domande frequenti

Devo restituire la vecchia carta cartacea al Comune?
Sì, al momento del rilascio della CIE la vecchia carta d’identità va normalmente restituita all’ufficio anagrafe, che la annulla.

La carta d’identità cartacea non è più valida nemmeno come documento di riconoscimento generico, ad esempio per ritirare un pacco?
Corretto: dal 3 agosto 2026 non è più valida come documento di riconoscimento in nessun contesto, compreso il ritiro di raccomandate, pacchi o altre operazioni che richiedono l’esibizione di un documento in corso di validità.

Posso ancora usare la carta cartacea per votare?
Le regole specifiche per le operazioni di voto seguono la normativa elettorale: per evitare qualsiasi complicazione, la soluzione più sicura resta comunque sostituire il documento con la CIE prima di qualsiasi scadenza elettorale o burocratica.

Quanto costa la CIE se la richiedo in anticipo rispetto alla scadenza naturale della carta cartacea?
Lo stesso importo del rilascio ordinario, circa 22 euro complessivi tra diritto fisso statale e diritti di segreteria comunali: la sostituzione anticipata non è considerata un duplicato e non comporta costi aggiuntivi.

Cosa succede se ho già un appuntamento prenotato dopo il 3 agosto?
Nulla di grave: l’appuntamento resta valido, semplicemente nel periodo tra il 3 agosto e la data dell’appuntamento non avrai un documento d’identità valido nel formato cartaceo. Se hai bisogno di identificarti in quel periodo, valuta se hai un passaporto in corso di validità come alternativa.

Instagram Animated Collages: la nuova funzione per creare Storie dalle tue foto

instagram collage – Instagram Animated Collages

Instagram Animated Collages è la nuova funzione per le Storie che permette di selezionare tra 5 e 20 foto dal proprio rullino e trasformarle automaticamente in un collage animato, senza bisogno di app esterne di editing. È l’ultima novità di un’app che continua ad aggiungere strumenti di creazione sempre più automatizzati per rendere le Storie più dinamiche con il minimo sforzo da parte dell’utente.

📌 Articolo in breve
Con Animated Collages basta scegliere un gruppo di foto (da un minimo di 5 a un massimo di 20) e Instagram le monta automaticamente in una clip animata pronta per le Storie, con transizioni e ritmo gestiti dall’algoritmo senza dover usare timeline o strumenti di editing manuale. Vediamo come si usa, in cosa si differenzia da un collage statico tradizionale e quali sono le altre novità recenti di Instagram che vale la pena conoscere insieme a questa.

Indice

  1. Cos’è Animated Collages
  2. Come si usa passo per passo
  3. In cosa è diversa da un collage statico
  4. Le altre novità recenti di Instagram
  5. Consigli pratici per usarla al meglio
  6. Perché Instagram punta sull’automazione
  7. Chi può vedere il tuo collage animato
  8. Come possono usarla creator e piccole attività
  9. Domande frequenti

Cos’è Animated Collages

La funzione nasce per rispondere a un’esigenza molto comune: chi torna da un viaggio, un evento o una giornata particolare spesso vuole condividere più di una singola foto nelle Storie, ma il formato tradizionale a scorrimento manuale (una foto per Storia, da toccare per passare alla successiva) risulta lento da guardare e richiede più passaggi da creare. Animated Collages risolve entrambi i problemi: raggruppa automaticamente le foto scelte in un’unica clip animata che scorre da sola, con un ritmo di transizione pensato per mantenere l’attenzione di chi guarda senza bisogno di toccare lo schermo.

Come si usa passo per passo

Dalla fotocamera delle Storie, si seleziona la nuova opzione dedicata al collage animato e si scelgono le foto dal proprio rullino — un minimo di 5 e un massimo di 20 immagini. Instagram elabora automaticamente l’ordine, il ritmo delle transizioni e gli effetti visivi, restituendo un’anteprima che si può rivedere prima di pubblicare. È possibile modificare l’ordine delle foto trascinandole manualmente se il risultato automatico non convince, ma nella maggior parte dei casi l’elaborazione predefinita produce già un risultato pronto per essere pubblicato senza ulteriori ritocchi.

Una volta soddisfatti del risultato, il collage animato si pubblica come una Storia normale, con tutte le funzioni già disponibili per le altre Storie: adesivi, testo, tag ad altri account e link cliccabili.

In cosa è diversa da un collage statico

I collage statici, disponibili su Instagram da tempo, mostrano tutte le foto scelte contemporaneamente in un’unica griglia fissa, un formato che funziona bene per un post nel feed ma risulta meno adatto al formato verticale e temporaneo delle Storie. Animated Collages, invece, mostra le foto in sequenza animata una dopo l’altra all’interno della stessa Storia, sfruttando meglio lo spazio verticale dello schermo e mantenendo il formato dinamico tipico delle Storie invece di comprimere tutto in una griglia statica difficile da leggere su schermi piccoli.

Le altre novità recenti di Instagram

Questa funzione arriva a pochi mesi da altri aggiornamenti che hanno cambiato il modo di usare Instagram nel 2026, come l’estensione dei Reels fino a 3 minuti e l’adesivo WhatsApp nelle Storie, introdotti nella stessa ondata di aggiornamenti pensati per rendere la piattaforma più versatile sia per la creazione di contenuti lunghi sia per la condivisione rapida di momenti quotidiani. La piattaforma sta anche testando una app dedicata per i Reels su TV, un segnale di quanto Meta stia investendo nell’espansione di Instagram oltre il solo smartphone — un percorso che si intreccia sempre più con la crescita di TikTok, come raccontato nel nostro confronto TikTok vs Instagram Reels.

Consigli pratici per usarla al meglio

Per ottenere un risultato più curato, conviene scegliere foto con un filo conduttore visivo comune — stessa location, stesso evento, colori simili — perché l’algoritmo di montaggio automatico tende a valorizzare meglio sequenze di immagini coerenti tra loro rispetto a un mix casuale di scatti molto diversi per soggetto e luce. Usare il numero massimo di foto (20) ha senso principalmente per eventi lunghi come un viaggio di più giorni, mentre per un singolo momento specifico — una cena, una serata tra amici — un gruppo più ristretto di 5-8 foto tende a risultare più efficace e meno dispersivo per chi guarda.

Perché Instagram punta sempre più su strumenti di creazione automatizzati

Animated Collages si inserisce in una tendenza più ampia che Instagram sta seguendo da tempo: ridurre il numero di decisioni manuali richieste all’utente per produrre un contenuto che sembri curato, spostando il lavoro di montaggio dall’utente all’algoritmo. È la stessa logica dietro funzioni come i modelli automatici per i Reels, le transizioni suggerite in automatico o la generazione di didascalie basata sul contenuto della foto: meno tempo speso a editare, più contenuti pubblicati, più tempo trascorso dentro l’app sia da chi crea sia da chi guarda.

Questa direzione non nasce nel vuoto: negli ultimi anni app di editing dedicate come CapCut hanno reso popolari template pronti all’uso che permettono anche a chi non ha competenze di montaggio di produrre contenuti con un ritmo professionale in pochi tocchi. Instagram, integrando funzioni simili direttamente nella fotocamera nativa delle Storie, evita che l’utente debba uscire dall’app per ottenere lo stesso risultato, un vantaggio competitivo non da poco in un mercato dove ogni passaggio extra — aprire un’altra app, esportare, tornare su Instagram per pubblicare — rappresenta un punto in cui una parte di utenti abbandona il processo prima di completarlo.

Il contesto competitivo aiuta a capire la scelta: TikTok resta il punto di riferimento per la creazione di contenuti brevi e dinamici pubblicati in poco tempo, come raccontato nella nostra guida su come usare TikTok, e Instagram continua a rincorrere quel terreno aggiungendo strumenti di creazione sempre più immediati alle proprie Storie e Reels, nel tentativo di trattenere gli utenti che altrimenti aprirebbero un’altra app per ottenere lo stesso tipo di contenuto rapido e curato.

Chi può vedere il tuo collage animato: le impostazioni di privacy

Il collage animato creato con questa funzione si comporta, dal punto di vista della privacy, esattamente come qualsiasi altra Storia pubblicata su Instagram: viene mostrato secondo le stesse regole di visibilità già impostate nel proprio account, senza creare un’eccezione o un pubblico diverso rispetto al normale. Chi ha un profilo pubblico lo rende visibile a chiunque visiti il proprio profilo o lo incroci nella scheda Esplora; chi ha un profilo privato lo mostra solo ai follower approvati, come per qualunque altra Storia.

È possibile, come per le Storie normali, escludere account specifici dalla visualizzazione tramite la lista “Nascondi Storia a” nelle impostazioni sulla privacy, un’opzione utile per chi vuole condividere foto di un evento con la maggior parte dei follower ma preferisce che alcuni contatti specifici — un collega, un familiare — non le vedano. Vale la pena ricordare, prima di pubblicare un collage con foto che includono altre persone, di verificare di avere il loro consenso a comparire in un contenuto pubblico o semipubblico, una buona pratica che vale per qualsiasi contenuto condiviso sui social e non solo per questa funzione specifica.

Come possono usarla creator e piccole attività

Per i piccoli creator e le attività locali che gestiscono i propri social senza un vero e proprio ufficio marketing alle spalle, Animated Collages riduce concretamente il tempo necessario per raccontare eventi con più scatti — l’apertura di un nuovo punto vendita, una fiera, un mercatino stagionale — senza dover imparare a usare un editor video vero e proprio o pagare qualcuno che lo faccia al posto loro. Rispetto a montare manualmente una sequenza di foto su un’app di editing esterna, il risparmio di tempo è concreto quando l’obiettivo è pubblicare rapidamente durante o subito dopo l’evento, mentre l’attenzione del pubblico è ancora alta.

Per i profili più orientati ai contenuti a scopo commerciale, la funzione si presta bene anche a mostrare un prodotto da più angolazioni in sequenza — utile per un negozio di abbigliamento, un ristorante che vuole mostrare più piatti del menù, o un artigiano che documenta le fasi di lavorazione di un oggetto — ottenendo un risultato più dinamico rispetto a una singola foto statica, senza il tempo di produzione che richiederebbe un vero e proprio video promozionale.

Domande frequenti

Animated Collages è disponibile per tutti gli utenti?

Il rilascio di nuove funzioni Instagram avviene generalmente in modo progressivo: se non la vedi ancora, verifica di avere l’app aggiornata all’ultima versione disponibile e riprova nei giorni successivi.

Posso modificare l’ordine delle foto nel collage animato?

Sì, è possibile intervenire manualmente sull’ordine proposto automaticamente prima di pubblicare la Storia, se il risultato predefinito non convince.

Quante foto servono al minimo per usare questa funzione?

Servono almeno 5 foto, con un massimo di 20 selezionabili in un unico collage animato.

Il collage animato può includere anche i video, non solo le foto?

La funzione nasce pensata principalmente per le foto; per i contenuti video la strada più naturale resta la creazione di un Reel tradizionale con più clip.

Satispay diventa un conto: carta di debito Mastercard e sfida a Revolut

satispay – Satispay carta di debito

Satispay diventa un conto a tutti gli effetti: l’app di pagamento più diffusa tra i piccoli commercianti italiani ha lanciato una carta di debito in collaborazione con Mastercard, completando la trasformazione da semplice sistema di pagamento QR code a servizio finanziario completo. È una mossa che sfida direttamente Revolut, arrivata in Italia a quota 5 milioni di clienti.

📌 Articolo in breve
La nuova carta di debito Satispay, sviluppata con il circuito Mastercard, azzera le commissioni di cambio sui pagamenti in valuta diversa dall’euro e include un’assicurazione viaggio, con benefici che variano in base al piano scelto. Il CEO Alberto Dalmasso ha dichiarato che “Satispay diventa oggi un conto a tutti gli effetti” senza escludere in futuro anche una licenza bancaria. Vediamo come funziona, quanto costa e come si confronta con Revolut e N26.

Indice

  1. Cosa cambia con la nuova carta Satispay
  2. Come funziona e come richiederla
  3. Quanto costa e cosa include
  4. Satispay vs Revolut: quale scegliere
  5. Verso una licenza bancaria?
  6. Da startup di Cuneo a piattaforma nazionale
  7. Satispay è sicura? Come sono tutelati i fondi
  8. Satispay, Revolut e N26 a confronto
  9. Domande frequenti

Cosa cambia con la nuova carta Satispay

Fino a questo annuncio, Satispay era conosciuta principalmente come il sistema di pagamento tramite QR code diffuso soprattutto tra bar, negozi di quartiere e piccoli esercenti che volevano evitare le commissioni più alte richieste dai tradizionali circuiti di pagamento con carta. Con il lancio della carta di debito Mastercard, l’azienda italiana amplia sensibilmente il proprio perimetro di servizi, offrendo per la prima volta uno strumento di pagamento fisico utilizzabile ovunque venga accettato il circuito Mastercard, non solo presso i negozi che hanno l’app Satispay attiva.

Il CEO e cofondatore Alberto Dalmasso ha descritto questo passaggio come una trasformazione strutturale del prodotto: da app di pagamento a conto a tutti gli effetti, un posizionamento che lo avvicina concettualmente a quanto già offrono da tempo realtà come Revolut e N26.

Come funziona e come richiederla

La carta di debito si richiede direttamente dall’app Satispay già installata sul proprio smartphone, senza dover aprire un rapporto separato: il collegamento con il saldo Satispay esistente resta il fulcro del funzionamento, con la carta che agisce come estensione fisica del conto virtuale già usato per i pagamenti QR code. Chi utilizza già Satispay per pagare al bar sotto casa o per i P2P (invio di denaro tra privati) può quindi richiedere la carta senza dover fornire nuova documentazione oltre a quella già validata per l’account esistente.

Quanto costa e cosa include

La caratteristica più competitiva della nuova carta riguarda l’azzeramento delle commissioni di cambio valuta sui pagamenti effettuati in una moneta diversa dall’euro, un vantaggio che si rivolge in particolare a chi viaggia spesso fuori dall’Eurozona e che finora doveva rivolgersi a Revolut o a carte prepagate specializzate per evitare questo tipo di costo aggiuntivo. A seconda del piano scelto, la carta include anche un’assicurazione viaggio, un beneficio che tradizionalmente viene offerto solo dalle carte di fascia più alta dei circuiti bancari tradizionali.

Satispay vs Revolut: quale scegliere

Revolut resta, ad oggi, il concorrente più maturo su questo terreno, con un’offerta di servizi finanziari molto più ampia che include trading di azioni ed ETF, gestione multi-valuta avanzata e conti deposito remunerati — un ventaglio di funzioni che avevamo già confrontato nella nostra guida su come funziona il conto Revolut. Satispay parte da una base utenti già molto ampia in Italia, costruita negli anni proprio sulla semplicità del pagamento QR code nei negozi fisici, un punto di forza che Revolut non ha mai davvero replicato con la stessa capillarità sul territorio italiano.

Per chi usa Satispay principalmente per pagare nei negozi di fiducia e vuole semplicemente aggiungere la comodità di una carta fisica senza cambiare abitudini, la scelta naturale resta Satispay. Per chi cerca un ventaglio più ampio di servizi di investimento e gestione patrimoniale, Revolut resta probabilmente la piattaforma più completa, come approfondito anche nel nostro confronto tra Satispay e le altre principali app di pagamento.

Verso una licenza bancaria?

Dalmasso non ha escluso, in dichiarazioni pubbliche successive al lancio, la possibilità che Satispay richieda in futuro una licenza bancaria vera e propria, un passaggio che le permetterebbe di offrire servizi attualmente riservati agli istituti di credito regolamentati, come depositi remunerati o prestiti diretti. Al momento si tratta di un’ipotesi non confermata con una tempistica precisa, ma coerente con la traiettoria di crescita che l’azienda ha mostrato negli ultimi anni, passando da semplice wallet di pagamento a piattaforma finanziaria sempre più strutturata.

⚠️ Disclaimer: Le informazioni contenute in questo articolo hanno scopo puramente informativo e divulgativo. Non costituiscono consulenza finanziaria personalizzata. Prima di scegliere un conto o una carta di pagamento, verifica sempre le condizioni contrattuali aggiornate direttamente sul sito ufficiale del fornitore.

Da startup di Cuneo a piattaforma di pagamento nazionale

Satispay nasce nel 2015 a Cuneo, fondata da Alberto Dalmasso, Dario Brignone e Samuele Pinta con un’idea semplice: permettere pagamenti diretti tra conti bancari senza passare dai circuiti tradizionali di carte di credito e debito, evitando così le commissioni percentuali che gravano soprattutto sui piccoli esercenti. Nei primi anni la app si è diffusa soprattutto tra bar, pasticcerie e negozi di quartiere del Nord Italia, sfruttando il passaparola locale più che grandi campagne pubblicitarie nazionali.

Negli anni successivi l’azienda ha ampliato progressivamente il proprio raggio d’azione, aggiungendo funzioni come i pagamenti P2P tra privati, la possibilità di pagare bollettini e ricariche telefoniche direttamente dall’app, e accordi con catene di supermercati e distributori di carburante che hanno esteso l’utilizzo di Satispay ben oltre il bar sotto casa. Questa espansione graduale ha portato l’app a diventare uno dei metodi di pagamento alternativi più riconosciuti in Italia, con una base di esercenti convenzionati che comprende sia piccole attività locali sia catene nazionali.

Il lancio della carta Mastercard rappresenta quindi l’ultimo passo di un percorso di crescita che dura da un decennio, non una mossa improvvisata: ogni funzione aggiunta negli anni — dai pagamenti P2P alle ricariche, fino agli accordi con la grande distribuzione — ha progressivamente spostato Satispay dal ruolo di semplice alternativa al POS a quello di piattaforma finanziaria a tutto tondo, un posizionamento che il CEO Dalmasso ha reso esplicito proprio con la definizione “conto a tutti gli effetti”.

Satispay è sicura? Come sono tutelati i fondi degli utenti

Una domanda che si pone spesso chi valuta di spostare una parte consistente dei propri risparmi su un’app come Satispay riguarda la tutela del denaro in caso di problemi dell’azienda. Satispay opera in Italia come istituto di pagamento autorizzato e vigilato dalla Banca d’Italia, non come una banca tradizionale: una distinzione tecnica che ha conseguenze pratiche precise sulla tutela dei fondi depositati.

Gli istituti di pagamento, a differenza delle banche, sono tenuti per legge a tenere separati i fondi della clientela dal patrimonio aziendale, depositandoli su conti dedicati presso banche terze proprio per proteggerli in caso di difficoltà finanziarie dell’istituto stesso. Questo significa che il denaro caricato su Satispay non viene utilizzato dall’azienda per la propria operatività quotidiana e resta, sulla carta, protetto anche in scenari di crisi aziendale. È una tutela diversa, con meccanismi diversi, rispetto al Fondo di Garanzia dei Depositi che copre i conti correnti bancari fino a 100.000 euro per depositante: motivo per cui chi ha somme importanti da gestire fa bene a informarsi sulle differenze specifiche prima di decidere dove tenere i propri risparmi principali.

Con l’arrivo della carta Mastercard e la crescente sovrapposizione con i servizi tipici di un conto corrente, non sorprende che Dalmasso stia valutando pubblicamente il passaggio a una licenza bancaria vera e propria: un cambio di status che darebbe a Satispay accesso a strumenti oggi riservati alle banche, come i depositi remunerati, ma comporterebbe anche requisiti di capitale e vigilanza più stringenti rispetto allo status attuale di istituto di pagamento.

Satispay, Revolut e N26 a confronto

Per avere un quadro più chiaro delle differenze pratiche tra le tre principali alternative ai conti bancari tradizionali, ecco un confronto sintetico sulle caratteristiche che pesano di più nella scelta quotidiana.

Caratteristica Satispay Revolut N26
Tipo di licenza Istituto di pagamento Istituto di moneta elettronica/bancaria Banca a licenza piena
Carta fisica Sì (nuova, Mastercard)
Commissioni cambio valuta Azzerate con la nuova carta Azzerate entro soglie mensili, poi commissione Azzerate su piano Standard entro limiti
Trading azioni/ETF No No (serve servizio terzo)
Diffusione presso esercenti fisici italiani Molto alta (pagamento QR code) Bassa (solo pagamento con carta) Bassa (solo pagamento con carta)
Pagamenti P2P tra privati Sì, nativi fin dal lancio

Il punto di forza storico di Satispay resta la capillarità presso i piccoli esercenti fisici italiani, un terreno su cui Revolut e N26 non hanno mai investito con la stessa intensità, concentrandosi piuttosto su un’offerta di servizi finanziari più ampia pensata per un utilizzo prevalentemente digitale e internazionale.

Domande frequenti

La carta Satispay è gratuita?

I costi variano in base al piano scelto: alcune funzioni base sono incluse gratuitamente, mentre benefici aggiuntivi come l’assicurazione viaggio possono essere legati a piani con un canone.

Satispay diventerà una banca vera e propria?

Non è ancora confermato: il CEO non ha escluso questa possibilità in futuro, ma al momento resta un’ipotesi senza una tempistica ufficiale definita.

Posso usare la carta Satispay all’estero senza commissioni?

Sì, una delle caratteristiche principali della nuova carta è l’azzeramento delle commissioni di cambio valuta sui pagamenti effettuati fuori dall’area euro.

Devo aprire un nuovo account per avere la carta?

No, la carta si collega direttamente al saldo Satispay già esistente e si richiede dall’app che probabilmente hai già installata sul telefono.

Euro 7: cosa cambia per le auto dal 29 novembre 2026

euro 7 – Euro 7 auto

Euro 7 è il nuovo standard europeo sulle emissioni che entrerà in vigore il 29 novembre 2026, e riguarda tutte le auto vendute nell’Unione Europea, comprese quelle elettriche — un dettaglio che sorprende molti automobilisti abituati a pensare alle normative sulle emissioni come una questione che riguarda solo i motori a combustione. La nuova normativa introduce limiti inediti su freni e pneumatici, requisiti più severi sulla durata delle batterie e un sistema di monitoraggio elettronico a bordo.

📌 Articolo in breve
Euro 7 non è solo l’ennesimo aggiornamento dei limiti sui gas di scarico: introduce per la prima volta limiti sulle microparticelle prodotte da freni e pneumatici (che riguardano anche le elettriche), requisiti di durata minima garantita per le batterie e un “vigile elettronico” di bordo che monitora le emissioni reali durante la guida, non solo in laboratorio. Vediamo cosa cambia concretamente per chi acquista un’auto nuova dopo il 29 novembre 2026 e cosa succede a chi possiede già un veicolo più vecchio.

Indice

  1. Cosa prevede davvero Euro 7
  2. Il limite su freni e pneumatici: perché riguarda anche le elettriche
  3. Garanzie più severe sulla durata delle batterie
  4. Il “vigile elettronico” di bordo
  5. Chi riguarda davvero e da quando
  6. Le reazioni del settore automobilistico
  7. Euro 6 vs Euro 7: le differenze in tabella
  8. Domande frequenti

Cosa prevede davvero Euro 7

Lo standard Euro 7 rappresenta un cambio di approccio rispetto alle precedenti normative Euro 5 ed Euro 6, che si concentravano quasi esclusivamente sulle emissioni allo scarico dei motori a combustione. La nuova normativa allarga lo sguardo a tutte le fonti di inquinamento prodotte da un veicolo durante il suo utilizzo, includendo per la prima volta in modo sistematico le microparticelle generate dall’usura di freni e pneumatici — una fonte di inquinamento che, paradossalmente, riguarda anche i veicoli a zero emissioni allo scarico come le auto elettriche.

L’obiettivo dichiarato dal Consiglio dell’Unione Europea è arrivare a una fotografia più realistica dell’impatto ambientale complessivo di un veicolo lungo tutto il suo ciclo di vita, non solo nella fase di combustione del carburante.

Il limite su freni e pneumatici: perché riguarda anche le elettriche

Ogni volta che un’auto frena o che le gomme si consumano sull’asfalto, vengono rilasciate microparticelle nell’aria — un fenomeno di cui si parla meno rispetto ai gas di scarico, ma che secondo diversi studi ambientali contribuisce in modo significativo all’inquinamento da polveri sottili nelle aree urbane, specialmente considerando che le auto elettriche, essendo mediamente più pesanti a causa del peso delle batterie, tendono a produrre un’usura di pneumatici e freni non necessariamente inferiore rispetto a un’auto tradizionale equivalente.

Euro 7 introduce quindi limiti specifici su questo fronte, che riguardano i produttori nella progettazione di materiali per freni e pneumatici omologati per il mercato europeo, più che un intervento diretto sull’automobilista già in possesso di un veicolo.

Garanzie più severe sulla durata delle batterie

Per le auto elettriche e ibride plug-in, Euro 7 introduce requisiti minimi di durata garantita della batteria, imponendo ai produttori di dichiarare e garantire una capacità residua minima dopo un certo numero di anni o chilometri percorsi. È una risposta diretta a una delle preoccupazioni più diffuse tra chi valuta l’acquisto di un’auto elettrica: il timore che la batteria si degradi rapidamente perdendo autonomia, con costi di sostituzione elevati non sempre chiaramente comunicati al momento dell’acquisto.

Questa parte della normativa dovrebbe tradursi, nella pratica, in maggiore trasparenza sulle schede tecniche dei veicoli elettrici venduti dopo l’entrata in vigore, con dati di degrado della batteria dichiarati secondo un metodo di misurazione standardizzato a livello europeo, più facilmente confrontabile tra un modello e l’altro rispetto a oggi.

Il “vigile elettronico” di bordo

Uno degli aspetti più discussi della normativa è l’introduzione di un sistema di monitoraggio elettronico obbligatorio a bordo, capace di verificare le emissioni reali del veicolo durante la guida su strada, non solo nelle condizioni controllate di laboratorio usate finora per l’omologazione. Questo sistema nasce come risposta diretta allo scandalo Dieselgate del 2015, quando emerse che alcuni produttori avevano programmato i motori per rispettare i limiti solo durante i test ufficiali, salvo poi emettere quantità di inquinanti ben superiori nella guida quotidiana reale.

Con Euro 7, il monitoraggio continuo delle emissioni reali dovrebbe rendere molto più difficile ripetere pratiche simili, con dati raccolti direttamente durante l’utilizzo ordinario del veicolo e non solo in condizioni di test predisposte.

Chi riguarda davvero e da quando

Euro 7 si applica ai veicoli omologati dopo il 29 novembre 2026: chi possiede già un’auto immatricolata prima di questa data non deve fare nulla e non è soggetto a nessun nuovo obbligo retroattivo. Riguarda invece direttamente chi acquisterà un’auto nuova dopo quella data, il cui prezzo potrebbe riflettere in parte i costi di adeguamento tecnico sostenuti dai produttori per rispettare i nuovi limiti su freni, pneumatici e batterie.

Per chi sta valutando l’acquisto di un’auto nuova nei prossimi mesi, può essere utile consultare anche la nostra panoramica sugli incentivi auto 2026, per capire come le agevolazioni statali si intreccino con l’arrivo dei nuovi modelli conformi a Euro 7.

Chi invece possiede già un’auto e non ha intenzione di cambiarla a breve non deve preoccuparsi di alcun adeguamento: la normativa non prevede né controlli retroattivi né interventi obbligatori sui veicoli già circolanti, a differenza di quanto avviene talvolta con altre normative europee su emissioni e sicurezza che impongono verifiche periodiche anche sul parco auto esistente. L’unico effetto indiretto per chi non cambia auto potrebbe riguardare il valore di mercato dei veicoli più datati, che nel tempo tendono storicamente a svalutarsi più rapidamente quando entrano in vigore standard ambientali più stringenti per i modelli nuovi, un fenomeno già osservato in passato con l’introduzione delle precedenti normative Euro.

⚠️ Disclaimer: Le informazioni contenute in questo articolo hanno scopo puramente informativo. I dettagli tecnici della normativa Euro 7 possono essere soggetti a chiarimenti applicativi da parte della Commissione Europea prima e dopo l’entrata in vigore. Per i dettagli tecnici ufficiali, fai riferimento alla documentazione della Commissione Europea.

Le reazioni del settore automobilistico

L’accoglienza di Euro 7 da parte dei costruttori europei è stata tutt’altro che unanime nel corso del lungo processo negoziale che ha portato all’approvazione finale della normativa. Diverse associazioni di categoria avevano inizialmente espresso preoccupazione per i costi di adeguamento tecnico richiesti, temendo un impatto significativo sui prezzi finali dei veicoli in un momento già delicato per il settore, alle prese con la transizione verso l’elettrico e con una concorrenza internazionale sempre più agguerrita, in particolare da parte dei produttori cinesi.

Il testo finale approvato dal Consiglio dell’Unione Europea ha comunque rappresentato un compromesso rispetto alla proposta iniziale della Commissione, ritenuta da molti costruttori eccessivamente ambiziosa nei tempi di adeguamento richiesti: i limiti sulle emissioni allo scarico sono rimasti sostanzialmente in linea con quelli già previsti da Euro 6, mentre l’innovazione più significativa si concentra proprio sui nuovi ambiti — freni, pneumatici, durabilità delle batterie — che rappresentano un terreno relativamente nuovo per gran parte dell’industria, con margini di adattamento tecnico ancora da esplorare pienamente rispetto alle tecnologie sui gas di scarico, ormai mature dopo decenni di normative progressive.

Le associazioni ambientaliste, dal canto loro, hanno accolto con favore l’estensione dell’attenzione regolatoria oltre le sole emissioni allo scarico, pur ritenendo in alcuni casi che i limiti fissati sulle microparticelle da freni e pneumatici siano meno stringenti di quanto inizialmente auspicato, un compromesso tipico dei processi legislativi europei che coinvolgono interessi industriali ed esigenze ambientali spesso in tensione tra loro.

Euro 6 vs Euro 7: le differenze principali in tabella

Per capire perché Euro 7 viene descritto come un cambio di approccio e non un semplice aggiornamento dei limiti esistenti, aiuta mettere a confronto punto per punto cosa copriva la normativa precedente e cosa aggiunge quella nuova.

Aspetto Euro 6 Euro 7
Emissioni allo scarico Limiti su NOx, particolato e CO per i motori a combustione Limiti sostanzialmente in linea con Euro 6, nessun inasprimento drastico
Test emissioni reali (RDE) Introdotto ma con condizioni di prova più ristrette Esteso a un intervallo più ampio di temperature, altitudini e durata del tragitto
Freni e pneumatici Non regolamentati Limiti sulle microparticelle introdotti per la prima volta
Batterie EV/ibride plug-in Nessun obbligo di garanzia armonizzato a livello UE Capacità residua minima garantita dopo un certo numero di anni/km
Monitoraggio a bordo Sistemi diagnostici OBD tradizionali Monitoraggio elettronico delle emissioni reali durante l’uso ordinario
Veicoli coperti Solo motori a combustione Tutti i veicoli, comprese le elettriche (per freni, pneumatici e batterie)

La differenza più significativa, quindi, non riguarda tanto un inasprimento dei limiti già esistenti sui gas di scarico — rimasti sostanzialmente stabili rispetto a Euro 6 — quanto l’apertura di fronti completamente nuovi che prima non erano oggetto di alcuna regolamentazione europea armonizzata.

Per chi guida un’auto aziendale o gestisce una flotta in leasing, l’arrivo di Euro 7 può avere un effetto pratico concreto sui canoni dei contratti stipulati dopo il 29 novembre 2026, dato che i costi di adeguamento tecnico sostenuti dai produttori tendono a riflettersi sul prezzo di listino dei modelli nuovi e, di conseguenza, sulle rate calcolate su quel prezzo. Chi sta valutando se conviene noleggiare o acquistare un veicolo può farsi un’idea più precisa con il nostro calcolatore leasing vs acquisto auto, utile anche per confrontare scenari con veicoli omologati secondo standard diversi.

Un altro effetto secondario riguarda il mercato dell’usato: le precedenti transizioni normative, da Euro 4 a Euro 5 e poi a Euro 6, hanno storicamente accelerato la svalutazione dei modelli con lo standard più vecchio nei mesi immediatamente successivi all’entrata in vigore della norma successiva, complice la percezione — spesso più psicologica che tecnica — che un’auto “vecchio standard” valga meno anche se perfettamente regolare e circolante senza alcuna limitazione. Non è escluso che lo stesso fenomeno si ripeta con l’arrivo di Euro 7, sebbene l’entità dell’effetto sia difficile da prevedere con precisione prima che la norma entri realmente in vigore.

Domande frequenti

Euro 7 riguarda anche la mia auto già immatricolata?

No, si applica solo ai veicoli omologati dopo il 29 novembre 2026: chi ha già un’auto non deve adeguare nulla retroattivamente.

Perché le auto elettriche sono coinvolte se non hanno tubo di scarico?

Perché Euro 7 introduce per la prima volta limiti sulle microparticelle da usura di freni e pneumatici, un tipo di inquinamento che riguarda tutti i veicoli a prescindere dal tipo di motore.

Le auto costeranno di più con Euro 7?

È possibile che parte dei costi di adeguamento tecnico sostenuti dai produttori si riflettano sui prezzi di listino dei modelli omologati dopo l’entrata in vigore, ma l’entità dell’aumento varia da produttore a produttore.

Cosa cambia per le garanzie sulla batteria delle elettriche?

I produttori dovranno dichiarare e garantire una capacità residua minima della batteria dopo un certo numero di anni o chilometri, con un metodo di misurazione standardizzato a livello europeo.

Claude Sonnet 5: cosa cambia rispetto ai modelli precedenti di Anthropic

claude sonnet 5 – Claude Sonnet 5

Claude Sonnet 5 è l’ultimo modello di punta di Anthropic, rilasciato il 30 giugno 2026 come evoluzione della linea Sonnet che negli ultimi due anni si è affermata come una delle famiglie di modelli AI più apprezzate da chi scrive codice e gestisce compiti complessi di ragionamento. Rispetto alle versioni precedenti, promette miglioramenti concreti in affidabilità, velocità e capacità di seguire istruzioni articolate su più passaggi.

📌 Articolo in breve
Claude Sonnet 5 arriva dopo un periodo turbolento per il modello di punta di Anthropic (Mythos), temporaneamente ritirato a inizio giugno 2026 per un ordine di controllo sulle esportazioni statunitense poi revocato il 1° luglio. Sonnet 5 rappresenta il modello di riferimento per l’uso quotidiano — più bilanciato in termini di costo e prestazioni rispetto ai modelli di punta assoluti. Vediamo cosa cambia rispetto a Sonnet 4 e a chi conviene davvero.

Indice

  1. Cosa cambia rispetto a Sonnet 4
  2. Il contesto: il caso Mythos e l’export control
  3. Per chi ha senso usare Sonnet 5
  4. Dove si può usare Claude Sonnet 5
  5. Come si confronta con ChatGPT e Gemini
  6. Esempi pratici di utilizzo professionale
  7. Domande frequenti

Cosa cambia rispetto a Sonnet 4

Anthropic ha costruito la reputazione della linea Sonnet proprio sul compromesso tra qualità delle risposte e costo di utilizzo, posizionandola come il modello “di mezzo” nel proprio catalogo — più economico e veloce rispetto ai modelli di punta assoluti, ma sensibilmente più capace rispetto ai modelli entry-level pensati per compiti semplici e ripetitivi. Sonnet 5 continua su questa strada, con miglioramenti dichiarati soprattutto sulla capacità di gestire istruzioni complesse articolate su più passaggi senza perdere coerenza, un problema che nelle versioni precedenti si presentava soprattutto nei compiti di programmazione più lunghi.

Un’altra area di miglioramento riguarda la velocità di risposta, un fattore che pesa concretamente per chi integra il modello in strumenti di lavoro quotidiano dove i tempi di attesa si sommano nel corso di una giornata intera di utilizzo.

Il contesto: il caso Mythos e l’export control

Il lancio di Sonnet 5 arriva in un momento particolare per Anthropic. Il modello di punta assoluto dell’azienda, internamente chiamato Mythos, era stato temporaneamente ritirato dal mercato il 12 giugno 2026 a seguito di un ordine di controllo sulle esportazioni imposto dal governo statunitense — una misura che ha coinvolto anche altri laboratori di intelligenza artificiale nello stesso periodo, in un contesto di crescente attenzione geopolitica verso la tecnologia AI più avanzata. Il modello è stato reintrodotto il 1° luglio 2026, dopo la revoca dell’ordine.

Sonnet 5, non essendo il modello di punta assoluto ma quello di fascia intermedia, non è mai stato coinvolto in questa vicenda, ed è rimasto disponibile con continuità per l’intero periodo — un dettaglio che per molti utenti business, che non possono permettersi interruzioni di servizio impreviste, ha probabilmente reso la linea Sonnet ancora più attraente come scelta predefinita rispetto ai modelli di punta più esposti a queste dinamiche regolatorie.

Episodi come quello di Mythos evidenziano un rischio spesso sottovalutato da chi costruisce prodotti aziendali sopra un singolo modello AI di punta: la dipendenza da un fornitore le cui decisioni tecnologiche possono essere condizionate da fattori esterni, geopolitici o regolatori, del tutto indipendenti dalla qualità tecnica del prodotto stesso. Per questo motivo, diverse aziende hanno iniziato ad adottare strategie di ridondanza, mantenendo attiva l’integrazione con più di un fornitore AI contemporaneamente proprio per non restare esposte a un singolo punto di fallimento in caso di provvedimenti simili in futuro.

Per chi ha senso usare Sonnet 5

Sonnet 5 è pensato per l’uso quotidiano intensivo: scrittura professionale, analisi di documenti, programmazione di media complessità, assistenza alla ricerca. Per chi in azienda gestisce grandi volumi di richieste — customer service automatizzato, generazione di contenuti su scala, revisione di codice — il rapporto tra qualità e costo lo rende spesso la scelta di default rispetto ai modelli di punta più costosi, da riservare invece ai compiti che richiedono davvero il massimo livello di ragionamento disponibile.

Chi si avvicina per la prima volta all’ecosistema Claude può partire dalla nostra guida completa a Claude AI per principianti, che spiega le basi dell’assistente prima di entrare nel dettaglio delle differenze tra le varie versioni disponibili.

Per chi invece ha esigenze occasionali — una domanda veloce, un riassunto di un articolo, un aiuto puntuale nella scrittura di un’email — la scelta tra Sonnet 5 e un modello entry-level più economico diventa meno rilevante, dato che il divario di qualità percepita su compiti semplici tende a essere minimo rispetto al costo aggiuntivo. È soprattutto quando il volume di utilizzo cresce, o quando i compiti richiesti diventano progressivamente più articolati, che investire nella fascia Sonnet inizia a ripagarsi in termini di tempo risparmiato e qualità del risultato finale ottenuto al primo tentativo, senza dover ripetere più volte la stessa richiesta con correzioni successive.

Dove si può usare Claude Sonnet 5

Il modello è accessibile sia tramite l’app di consumo Claude.ai, sia tramite API per sviluppatori che vogliono integrarlo in prodotti propri, sia attraverso le piattaforme cloud partner di Anthropic (Amazon Bedrock e Google Cloud Vertex AI), un dettaglio che lo rende comodo da adottare per le aziende che già usano una di queste infrastrutture cloud per altri servizi e vogliono evitare di gestire un fornitore aggiuntivo separato con fatturazione e contratti distinti da negoziare separatamente.

Come si confronta con ChatGPT e Gemini

Nel 2026 il mercato dei modelli AI di fascia alta non ha un vincitore assoluto, ma una spaccatura piuttosto netta per caso d’uso: Google Gemini guida il mercato consumer di massa grazie all’integrazione capillare nell’ecosistema Android e nelle app quotidiane, mentre Claude mantiene una reputazione particolarmente solida tra sviluppatori professionisti e aziende che privilegiano l’affidabilità del ragionamento rispetto alla popolarità generalista — una distinzione che avevamo già approfondito nel nostro confronto diretto tra Claude AI e ChatGPT.

Esempi pratici di utilizzo professionale

Per capire concretamente dove Sonnet 5 fa la differenza rispetto alla versione precedente, conviene guardare a tre scenari professionali tipici. Il primo riguarda gli studi legali e commercialisti, che sempre più spesso usano assistenti AI per una prima analisi di documenti lunghi e complessi — contratti, bilanci, atti giudiziari — dove la capacità di mantenere coerenza su istruzioni articolate diventa fondamentale: chiedere al modello di individuare specifiche clausole di rischio in un contratto di trenta pagine, mantenendo il contesto di cosa si sta cercando dall’inizio alla fine del documento, è esattamente il tipo di compito su cui i miglioramenti dichiarati per Sonnet 5 dovrebbero farsi sentire di più.

Il secondo scenario riguarda i team di sviluppo software che usano il modello per il code review automatizzato: qui la capacità di seguire istruzioni complesse su più passaggi si traduce nella possibilità di chiedere al modello non solo di individuare un bug, ma di proporre una soluzione coerente con lo stile di codifica già usato nel resto del progetto, un compito che richiede di tenere a mente contemporaneamente più vincoli (correttezza tecnica, coerenza stilistica, compatibilità con le librerie già in uso) senza perdere il filo lungo la conversazione.

Il terzo caso, più orientato al content marketing e alla comunicazione aziendale, riguarda la generazione di contenuti lunghi e strutturati — report, white paper, documentazione tecnica per clienti — dove l’affidabilità nel seguire una struttura richiesta (introduzione, sezioni tematiche, conclusioni con call to action specifiche) senza “dimenticare” vincoli dati a inizio conversazione fa risparmiare tempo prezioso nella fase di revisione umana del testo generato.

Domande frequenti

Claude Sonnet 5 è gratuito?

È disponibile anche in una versione gratuita con limiti di utilizzo su Claude.ai, mentre l’accesso illimitato o via API richiede un piano a pagamento in base al volume di utilizzo.

Sonnet 5 è lo stesso modello del “Mythos” ritirato a giugno 2026?

No, sono due modelli diversi: Mythos è il modello di punta assoluto di Anthropic, temporaneamente ritirato per l’ordine di controllo export poi revocato, mentre Sonnet 5 è il modello di fascia intermedia rimasto sempre disponibile durante tutto il periodo dell’incidente, senza alcuna interruzione di servizio per i suoi utenti.

Conviene passare a Sonnet 5 se uso già Sonnet 4?

Per la maggior parte degli utenti sì, dato che i miglioramenti dichiarati riguardano soprattutto affidabilità e velocità senza un aumento significativo dei costi, ma conviene verificare la compatibilità se si usa il modello tramite API in un prodotto già in produzione, testando prima su un sottoinsieme limitato di richieste prima di sostituire completamente il modello precedente.

Quanto costa usare Claude Sonnet 5 via API?

Il costo dipende dal volume di token elaborati in input e output, con tariffe pubblicate da Anthropic e generalmente aggiornate sul sito ufficiale; per un uso occasionale tramite l’app di consumo, invece, è disponibile anche un piano gratuito con limiti di utilizzo giornalieri.

Serve conoscenze tecniche per usare Claude Sonnet 5?

No, dall’app Claude.ai l’uso è alla portata di chiunque come un normale chatbot; solo l’integrazione via API richiede competenze di sviluppo.

Cosa succede se scelgo Sonnet 5 tramite Amazon Bedrock invece che da Claude.ai?

Il modello sottostante è lo stesso, ma cambia il modo in cui viene fatturato e gestito: tramite Bedrock o Vertex AI si paga in base al consumo effettivo di token secondo le tariffe del provider cloud scelto, un’opzione spesso preferita dalle aziende che vogliono centralizzare la gestione dei costi cloud in un’unica piattaforma già in uso per altri servizi.