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Grok 4.5: il nuovo modello xAI economico per programmare, cosa cambia

grok – Grok 4.5

Grok 4.5 è il nuovo modello di intelligenza artificiale di xAI, l’azienda di Elon Musk, pensato specificamente per la scrittura di codice a un prezzo aggressivo: 2 dollari per milione di token in input e 6 dollari per milione in output, una fascia di prezzo che lo posiziona come una delle opzioni più economiche tra i modelli AI orientati alla programmazione professionale.

📌 Articolo in breve
Grok 4.5 è stato reso pubblico l’8 luglio 2026 con un posizionamento chiaro: essere un modello economico ma competitivo per chi scrive codice ogni giorno, addestrato specificamente su compiti di sviluppo software e integrato con strumenti come Cursor. Vediamo cosa cambia rispetto alle versioni precedenti di Grok, come si confronta con la concorrenza e per chi ha senso usarlo davvero.

Indice

  1. Cos’è Grok 4.5 e cosa lo distingue
  2. Il prezzo: perché è così aggressivo
  3. Per chi ha senso usarlo
  4. Come si confronta con GPT e Claude sul coding
  5. Come provarlo
  6. Il contesto: la strategia di xAI nel mercato AI
  7. Domande frequenti

Cos’è Grok 4.5 e cosa lo distingue

A differenza delle versioni precedenti di Grok, pensate come assistenti conversazionali generalisti integrati nella piattaforma X, Grok 4.5 nasce con un posizionamento più specifico: essere un modello “da lavoro” per chi scrive codice ogni giorno, addestrato e ottimizzato specificamente su compiti di sviluppo software, refactoring e debug, più che su conversazione generica o creatività.

xAI ha scelto di renderlo disponibile anche attraverso Cursor, uno degli editor di codice basati su AI più usati dagli sviluppatori professionisti, un segnale chiaro di dove l’azienda vuole posizionare questo modello: non come alternativa a ChatGPT per l’utente comune, ma come strumento di produttività per chi programma professionalmente.

Il prezzo: perché è così aggressivo

A 2 dollari per milione di token in input e 6 dollari per milione in output, Grok 4.5 si posiziona in una fascia di prezzo pensata per l’uso intensivo: chi scrive codice professionalmente genera un volume di richieste molto più alto rispetto a un utente che chatta occasionalmente, e un costo per token più basso si traduce in un risparmio concreto su larga scala, soprattutto per aziende che integrano il modello in pipeline automatizzate o strumenti interni.

Questa strategia di prezzo aggressivo non è nuova nel settore: rispecchia una dinamica competitiva in cui i vari laboratori di intelligenza artificiale (OpenAI, Anthropic, Google, xAI) si contendono gli sviluppatori professionisti, un segmento di mercato considerato strategico perché genera un uso ricorrente e ad alto volume, molto più redditizio nel lungo periodo rispetto all’utente occasionale.

Per chi ha senso usarlo

Grok 4.5 ha senso soprattutto per sviluppatori e team tecnici che già usano strumenti come Cursor nella propria pipeline di lavoro quotidiana e che valutano principalmente il rapporto tra qualità del codice generato e costo per singola richiesta. Per chi scrive grandi volumi di codice ripetitivo — boilerplate, test automatizzati, refactoring di funzioni esistenti — un modello economico ma affidabile può ridurre sensibilmente la spesa mensile in API rispetto a modelli più costosi orientati alla stessa attività.

Per l’utente non tecnico, che cerca un assistente AI generalista per scrivere email, riassumere documenti o rispondere a domande quotidiane, Grok 4.5 non è probabilmente la scelta più indicata: in quel caso, strumenti pensati per un uso più ampio come i migliori strumenti AI gratuiti del 2026 restano un punto di partenza più naturale.

Un caso d’uso specifico dove Grok 4.5 sembra trovare particolare riscontro è quello delle startup e dei piccoli team di sviluppo con budget limitato per gli strumenti AI: per queste realtà, dove ogni euro speso in API ha un impatto diretto e misurabile sul margine operativo, un costo per token sensibilmente più basso rispetto ai modelli concorrenti può tradursi in un risparmio annuo significativo su volumi di utilizzo elevati, senza dover necessariamente rinunciare a una qualità di output considerata sufficiente per la maggior parte dei compiti di sviluppo quotidiano, riservando magari modelli più costosi solo per le sfide architetturali più complesse.

Come si confronta con GPT e Claude sul coding

Il mercato dei modelli AI per la programmazione nel 2026 vede diversi protagonisti con strategie diverse: OpenAI punta su GPT-5.6 come modello generalista di alta qualità anche sul codice, Anthropic ha costruito la propria reputazione proprio sulla forza dei modelli Claude nei compiti di sviluppo software complessi, mentre Grok 4.5 gioca la carta del prezzo per conquistare quella fetta di sviluppatori più sensibile al costo per token rispetto alla qualità assoluta del codice generato.

Nella pratica, la scelta tra questi modelli dipende molto dal tipo di lavoro: per progetti complessi che richiedono ragionamento architetturale approfondito, modelli più costosi tendono ancora a offrire risultati più affidabili; per attività di volume, dove serve generare rapidamente molto codice standard, un modello economico come Grok 4.5 può rappresentare un compromesso sensato.

Molti team di sviluppo, nella pratica quotidiana, non scelgono un unico modello per tutte le esigenze ma adottano una strategia “multi-modello”: usano un modello economico come Grok 4.5 per compiti ripetitivi e di basso rischio (generazione di test, documentazione del codice, refactoring semplice) e riservano modelli più costosi come quelli di Anthropic o OpenAI per i passaggi più delicati, dove un errore avrebbe un impatto maggiore sul prodotto finale. Questo approccio ibrido, reso possibile proprio dalla proliferazione di opzioni a prezzi diversi, permette di ottimizzare la spesa complessiva in intelligenza artificiale senza dover rinunciare alla qualità nei momenti in cui conta davvero.

Come provarlo

Grok 4.5 è accessibile tramite l’API di xAI per gli sviluppatori che vogliono integrarlo direttamente nei propri strumenti, oppure attraverso Cursor per chi preferisce un’interfaccia editor già pronta all’uso senza dover scrivere codice di integrazione personalizzato. Non è (almeno per ora) integrato nell’app di consumo Grok su X con lo stesso posizionamento economico riservato all’uso via API, quindi chi vuole sfruttare davvero il prezzo aggressivo dovrebbe passare dai canali sviluppatore piuttosto che dall’app generalista.

Per chi si avvicina per la prima volta all’uso di modelli AI via API, vale la pena ricordare che questo tipo di accesso richiede in genere la creazione di un account sviluppatore, la generazione di una chiave API personale e, spesso, un metodo di pagamento registrato per coprire i costi legati all’utilizzo effettivo, con fatturazione basata sul consumo reale di token piuttosto che su un canone fisso mensile come avviene invece per gli abbonamenti consumer dei chatbot più diffusi.

Il contesto: la strategia di xAI nel mercato AI

Per capire il senso di questo lancio, aiuta guardare al percorso più ampio dell’azienda. xAI è entrata relativamente tardi nella corsa ai grandi modelli linguistici rispetto a OpenAI, Google e Anthropic, e ha dovuto costruire in tempi rapidi sia l’infrastruttura di calcolo necessaria sia una base di sviluppatori disposti ad adottare i propri modelli invece di quelli già consolidati sul mercato. La strategia di prezzo aggressivo su Grok 4.5 si inserisce in questo quadro come una leva competitiva diretta: essendo il “nuovo arrivato” rispetto a concorrenti con anni di vantaggio nella fiducia degli sviluppatori, xAI ha meno margine per competere sulla sola reputazione e deve necessariamente offrire un incentivo economico tangibile per convincere le aziende a testare i propri modelli.

Questa dinamica non è isolata: si inserisce in una più ampia guerra dei prezzi che ha caratterizzato il settore dei modelli AI nel corso del 2026, con tutti i principali laboratori che hanno progressivamente abbassato il costo per token dei propri modelli entry-level e di fascia media, pur mantenendo prezzi elevati per i modelli di punta assoluti riservati ai compiti più complessi. Per gli sviluppatori, questo significa avere oggi accesso a una scelta molto più ampia di quanto avvenisse solo un paio di anni fa, con la possibilità concreta di scegliere modelli diversi per compiti diversi in base al rapporto costo-prestazioni più adatto a ogni singolo caso d’uso, invece di doversi legare a un unico fornitore per tutte le esigenze.

Resta da vedere se questa strategia di prezzo aggressivo sia sostenibile nel lungo periodo per xAI, un’azienda che, a differenza di Google o Microsoft (che sostiene OpenAI), non può contare su un business consolidato e profittevole al di fuori dell’intelligenza artificiale per finanziare eventuali perdite operative su questo fronte specifico.

Domande frequenti

Grok 4.5 è gratuito?

No, è un modello a pagamento accessibile tramite API con un costo per token, pensato per un uso professionale più che per l’utente occasionale che cerca un chatbot gratuito.

Posso usare Grok 4.5 dall’app X normale?

Il posizionamento economico aggressivo riguarda principalmente l’accesso via API e strumenti come Cursor, non necessariamente l’esperienza consumer dell’app X.

È meglio di ChatGPT o Claude per programmare?

Dipende dal tipo di attività: per volumi alti di codice standard il prezzo di Grok 4.5 è un vantaggio concreto, mentre per compiti complessi alcuni sviluppatori continuano a preferire modelli più costosi ma percepiti come più affidabili su ragionamenti articolati.

Serve conoscenze tecniche avanzate per usarlo?

Sì, essendo pensato principalmente per l’integrazione via API o in editor come Cursor, è uno strumento rivolto principalmente a sviluppatori con una minima familiarità tecnica, non un’app pronta per l’utente finale.

Grok 4.5 è disponibile in italiano?

Sì, come la maggior parte dei grandi modelli linguistici multilingue, Grok 4.5 comprende e genera codice con commenti e documentazione anche in italiano, anche se le convenzioni di programmazione restano generalmente in inglese come da prassi del settore.

Vaccini Covid aggiornati 2026: cosa cambia con la nuova formulazione per l’autunno

vaccino covid – Vaccini Covid aggiornati 2026

I vaccini Covid aggiornati per il 2026 hanno ricevuto il via libera europeo con una nuova composizione pensata per la variante attualmente prevalente, in vista della campagna vaccinale autunnale. L’Agenzia Europea dei Medicinali (EMA) ha approvato l’aggiornamento sia di Comirnaty (Pfizer-BioNTech) sia di Spikevax (Moderna), i due vaccini a mRNA più utilizzati in Italia dall’inizio della pandemia.

📌 Articolo in breve
La nuova formulazione dei vaccini Comirnaty e Spikevax è stata adattata alla variante LP.8.1, in linea con la raccomandazione periodica che l’EMA fa ogni anno per allineare i vaccini al ceppo virale circolante più diffuso al momento della campagna autunnale. Vediamo cosa cambia rispetto alle formulazioni precedenti, chi dovrebbe considerare la vaccinazione e quando è prevista la distribuzione in Italia.

Indice

  1. Cosa ha approvato l’EMA
  2. Perché i vaccini Covid vengono aggiornati ogni anno
  3. Chi dovrebbe considerare la vaccinazione autunnale
  4. Quando arriva in Italia e come si prenota
  5. Le altre novità approvate insieme ai vaccini Covid
  6. Un anno di aggiornamenti: cosa è cambiato dal 2023 a oggi
  7. Domande frequenti

Cosa ha approvato l’EMA

Il Comitato per i medicinali per uso umano (CHMP) dell’EMA ha dato parere positivo all’aggiornamento della composizione di Comirnaty e Spikevax, adattandoli alla variante LP.8.1, discendente della più ampia famiglia Omicron che ha caratterizzato la circolazione del virus negli ultimi periodi. Si tratta della stessa procedura, ormai consolidata, con cui l’EMA rivede periodicamente la composizione dei vaccini a mRNA per mantenerli allineati al ceppo circolante prevalente, in modo concettualmente simile a quanto avviene ogni anno con il vaccino antinfluenzale.

L’approvazione europea è il passaggio che precede la distribuzione nei singoli paesi membri, dove poi sono le autorità sanitarie nazionali — in Italia il Ministero della Salute, sentito il parere dell’Istituto Superiore di Sanità — a definire i dettagli operativi della campagna vaccinale: chi può accedervi gratuitamente, in quali strutture e con quali priorità.

Perché i vaccini Covid vengono aggiornati ogni anno

Il virus SARS-CoV-2 continua a evolversi, e le varianti che circolano cambiano composizione genetica nel tempo, riducendo progressivamente l’efficacia di un vaccino tarato su un ceppo più vecchio nel prevenire l’infezione (mentre la protezione contro le forme gravi di malattia tende a restare più stabile nel tempo). Per questo motivo, dal 2023 in poi l’EMA ha adottato per i vaccini Covid un meccanismo di revisione periodica simile a quello già in uso da decenni per l’influenza stagionale, con l’obiettivo di massimizzare l’efficacia contro il ceppo effettivamente in circolazione al momento della campagna vaccinale.

Questo aggiornamento non richiede di ripartire da zero con gli studi clinici completi: si basa su un meccanismo regolatorio semplificato, già validato per le versioni precedenti del vaccino, che consente di aggiornare la sola sequenza genetica bersaglio mantenendo la piattaforma tecnologica a mRNA già ampiamente testata negli anni precedenti su milioni di dosi.

⚠️ Disclaimer: Le informazioni contenute in questo articolo hanno scopo puramente informativo e divulgativo. Non sostituiscono in nessun caso il parere del medico o di altri professionisti sanitari. Per decisioni sulla vaccinazione, in particolare in presenza di patologie pregresse o terapie in corso, consulta sempre il tuo medico di base o il servizio vaccinale della tua ASL.

Chi dovrebbe considerare la vaccinazione autunnale

Le raccomandazioni delle autorità sanitarie italiane, in linea con quelle della maggior parte dei paesi europei, continuano a concentrare la priorità della vaccinazione autunnale su alcune categorie a maggior rischio di forme gravi di malattia: le persone over 60, chi convive con patologie croniche (cardiovascolari, respiratorie, renali, oncologiche), il personale sanitario e sociosanitario, e le donne in gravidanza, per le quali la vaccinazione viene generalmente discussa caso per caso con il proprio ginecologo.

Per la popolazione generale sana e più giovane, la raccomandazione tende invece a essere più sfumata: le forme gravi restano statisticamente meno frequenti in questa fascia, e la scelta di vaccinarsi diventa più una valutazione individuale da discutere con il proprio medico, tenendo conto anche di eventuali esposizioni professionali o familiari a persone più fragili.

Un caso specifico che merita attenzione riguarda chi convive stabilmente con persone anziane o fragili senza esserlo direttamente: pur non rientrando personalmente nelle categorie prioritarie, la vaccinazione può essere consigliata anche in questi casi come misura di protezione indiretta, riducendo la probabilità di trasmettere l’infezione a chi in famiglia rischierebbe conseguenze più serie. Lo stesso ragionamento vale per chi lavora a stretto contatto con il pubblico in ambienti chiusi e affollati, dove l’esposizione ripetuta aumenta statisticamente il rischio di contrarre e trasmettere l’infezione anche a persone vulnerabili incontrate solo occasionalmente.

Quando arriva in Italia e come si prenota

Dopo il via libera europeo, la tempistica di arrivo delle dosi aggiornate nelle singole Regioni italiane dipende dal Piano Nazionale Vaccini definito dal Ministero della Salute, generalmente comunicato nelle settimane successive all’approvazione EMA. Storicamente, l’avvio della campagna autunnale si è concentrato tra fine settembre e ottobre, in coincidenza con l’inizio della campagna antinfluenzale, per permettere in molte Regioni la co-somministrazione dei due vaccini nella stessa seduta.

La prenotazione segue generalmente gli stessi canali già in uso per le campagne precedenti: portale regionale della sanità, farmacie aderenti o prenotazione diretta presso il medico di base, a seconda dell’organizzazione scelta dalla propria Regione di residenza.

Le differenze organizzative tra Regioni restano un elemento da non sottovalutare: alcune Regioni hanno scelto negli anni scorsi di affidare la somministrazione principalmente alle farmacie di comunità, altre preferiscono concentrare le vaccinazioni nei centri ASL o negli ambulatori dei medici di base, con tempi di attesa e modalità di prenotazione che possono variare sensibilmente da un territorio all’altro anche a parità di categoria di rischio del paziente.

Le altre novità approvate insieme ai vaccini Covid

Nella stessa sessione di valutazione, l’EMA ha dato parere positivo anche ad altri due prodotti farmaceutici rilevanti: la riformulazione degli inalatori Trixeo e Riltrava Aerosphere, che adottano un nuovo propellente a minor impatto ambientale mantenendo l’efficacia terapeutica per i pazienti con broncopneumopatia cronica ostruttiva e asma, e l’approvazione di Yeytuo (lenacapavir), un nuovo farmaco per la profilassi pre-esposizione contro l’HIV che si aggiunge alle opzioni già disponibili in questo ambito.

Un anno di aggiornamenti: cosa è cambiato dal 2023 a oggi

Per capire il significato di questo aggiornamento, aiuta guardare al percorso compiuto negli ultimi anni. Dal 2023 in poi, l’EMA ha rivisto la composizione dei vaccini Covid a mRNA con cadenza sostanzialmente annuale, seguendo l’evoluzione delle varianti dominanti: dalla formulazione adattata a XBB.1.5 a quella successiva mirata su JN.1 e le sue discendenze, fino ad arrivare oggi alla versione per LP.8.1. Ogni passaggio ha richiesto lo stesso tipo di valutazione regolatoria semplificata, che si basa sul principio consolidato per cui la piattaforma tecnologica a mRNA resta la stessa e cambia solo la sequenza genetica bersaglio, un approccio concettualmente vicino a quello già rodato da decenni per il vaccino antinfluenzale.

Quello che è cambiato nel tempo, più che la tecnologia in sé, è stata la percezione pubblica della vaccinazione Covid: mentre nei primi anni post-pandemia l’adesione alle campagne di richiamo restava relativamente alta anche nella popolazione generale, negli anni successivi si è progressivamente concentrata quasi esclusivamente sulle categorie a rischio, un fenomeno osservato in modo simile in gran parte dei paesi europei. Le autorità sanitarie hanno adattato di conseguenza la comunicazione delle campagne, riducendo l’enfasi generalista e concentrando le risorse informative proprio sulle fasce di popolazione per cui il rapporto tra beneficio e rischio resta più favorevole secondo i dati epidemiologici raccolti negli anni.

Questo contesto storico aiuta anche a inquadrare correttamente l’aggiornamento più recente: non si tratta di una misura emergenziale o di una novità dirompente, ma della prosecuzione di un processo di manutenzione regolatoria ormai consolidato, che si ripete sostanzialmente ogni anno con l’obiettivo di mantenere il vaccino allineato al ceppo virale più diffuso al momento della campagna autunnale.

Domande frequenti

Il vaccino aggiornato è obbligatorio?

No, in Italia la vaccinazione Covid resta su base volontaria, raccomandata con priorità per le categorie a maggior rischio di forme gravi di malattia.

Posso fare il vaccino Covid insieme a quello antinfluenzale?

In molte Regioni italiane è prevista la co-somministrazione nella stessa seduta, ma la disponibilità operativa varia da territorio a territorio: conviene verificare con il proprio medico di base o il portale sanitario regionale.

Chi ha già fatto dosi precedenti deve rifarle con il vaccino aggiornato?

Le raccomandazioni sanitarie generalmente indicano la dose aggiornata come richiamo annuale per le categorie a rischio, indipendentemente dal numero di dosi ricevute in passato, ma è una valutazione da discutere con il proprio medico in base alla situazione individuale.

Il vaccino aggiornato protegge anche da varianti diverse dalla LP.8.1?

I vaccini a mRNA aggiornati tendono a mantenere una protezione crociata parziale anche verso varianti correlate, anche se l’efficacia più alta resta quella mirata sul ceppo per cui il vaccino è stato specificamente adattato.

Il vaccino aggiornato è disponibile anche per i bambini?

Le indicazioni pediatriche vengono valutate separatamente dalle autorità sanitarie e possono variare rispetto a quelle per gli adulti: per i più piccoli la raccomandazione va sempre discussa con il pediatra di riferimento, che valuta il singolo caso in base a eventuali condizioni di salute pregresse.

Quali smartphone non riceveranno più aggiornamenti nel 2026 (e cosa fare se il tuo è in lista)

smartphone senza aggiornamenti – Smartphone senza aggiornamenti

Alcuni smartphone Android e iPhone perderanno gli aggiornamenti nel 2026, con conseguenze che vanno oltre la semplice mancanza di nuove funzioni: senza patch di sicurezza, un telefono diventa progressivamente più esposto a virus, truffe e vulnerabilità che i produttori non correggeranno più. Ecco come capire se il tuo modello è in lista e cosa conviene fare prima che succeda.

📌 Articolo in breve
Ogni smartphone ha un ciclo di vita del supporto software definito dal produttore al momento del lancio, generalmente tra i 3 e i 7 anni a seconda del marchio. Nel 2026 diversi modelli, sia Android che iPhone, raggiungono la fine di questo ciclo. Il caso più concreto riguarda il Sony Xperia 5 V, il cui supporto software termina il 1° agosto 2026. Vediamo come verificare il proprio modello, cosa rischia chi continua a usare un telefono non più aggiornato e quando conviene davvero cambiare.

Indice

  1. Perché gli smartphone smettono di ricevere aggiornamenti
  2. Quali modelli sono coinvolti nel 2026
  3. Cosa rischia chi continua a usare un telefono non aggiornato
  4. Come verificare quanto supporto resta al tuo telefono
  5. Cosa fare se il tuo smartphone è a fine supporto
  6. La normativa europea sta cambiando le regole
  7. Domande frequenti

Perché gli smartphone smettono di ricevere aggiornamenti

Ogni produttore stabilisce, già al momento del lancio di un modello, per quanti anni garantirà aggiornamenti del sistema operativo e patch di sicurezza. Non è un limite tecnico assoluto — il telefono continuerebbe a funzionare perfettamente anche dopo — ma una scelta commerciale che bilancia il costo di mantenere il supporto software con l’incentivo, per l’utente, a passare a un modello più recente.

Negli ultimi anni la durata di questo impegno si è allungata sensibilmente rispetto al passato: se dieci anni fa erano comuni cicli di 2-3 anni, oggi i produttori più attenti alla sicurezza arrivano a garantire 5, 6 o addirittura 7 anni di aggiornamenti su alcuni modelli di punta, un cambiamento guidato anche da normative europee sempre più stringenti in materia di sostenibilità e riparabilità dei dispositivi elettronici.

Quali modelli sono coinvolti nel 2026

Il caso più concreto e documentato per il 2026 riguarda il Sony Xperia 5 V, il cui supporto software si conclude ufficialmente il 1° agosto 2026: da quella data il modello non riceverà più né aggiornamenti di sistema né patch di sicurezza mensili, restando “congelato” all’ultima versione disponibile. Sony, storicamente, applica cicli di supporto più brevi rispetto a concorrenti come Samsung o Google sui propri modelli non di punta assoluta.

Più in generale, il 2026 segna la fine del ciclo di supporto per diversi modelli di fascia media lanciati tra il 2021 e il 2022, sia in ambito Android che per alcuni iPhone più datati: la regola pratica, valida per qualsiasi marca, è che un telefono acquistato circa 5-6 anni prima ha statisticamente alte probabilità di essere vicino o già oltre la fine del proprio ciclo di supporto ufficiale.

Un caso particolare riguarda i modelli di fascia economica, spesso i più penalizzati storicamente da cicli di supporto brevi: molti smartphone Android venduti a meno di 200 euro tra il 2022 e il 2023 avevano già al momento del lancio un impegno di soli 2-3 anni di aggiornamenti dichiarato dal produttore, il che significa che per questi modelli il 2026 rappresenta già da tempo la fine del ciclo, non un evento imminente. Chi possiede un dispositivo di fascia economica di quel periodo dovrebbe quindi verificare la propria situazione con priorità ancora maggiore rispetto a chi possiede un modello di fascia alta più recente.

Cosa rischia chi continua a usare un telefono non aggiornato

Il rischio principale non è funzionale ma di sicurezza. Le patch mensili che Google e i produttori rilasciano correggono vulnerabilità scoperte nel sistema operativo, alcune delle quali possono essere sfruttate da app malevole o da tecniche di attacco da remoto per accedere a dati personali, credenziali bancarie o foto salvate sul dispositivo. Un telefono senza patch da 12 o 18 mesi accumula progressivamente falle note e mai più corrette, diventando un bersaglio più facile rispetto a un modello aggiornato regolarmente.

C’è anche un rischio più concreto e quotidiano legato alle app: con il tempo, alcune applicazioni bancarie o di pagamento smettono di garantire il pieno supporto su versioni di sistema operativo troppo datate, arrivando in alcuni casi a bloccare l’accesso finché non si aggiorna il dispositivo — un problema che chi usa app sensibili come quelle di home banking dovrebbe considerare con attenzione, in modo simile a quanto raccomandiamo nella nostra guida a come riconoscere un sito truffa o proteggersi dal phishing.

Come verificare quanto supporto resta al tuo telefono

Per gli smartphone Android, il modo più affidabile è cercare direttamente sul sito del produttore la pagina dedicata alla policy di supporto software del proprio modello specifico, indicando la data di lancio e il numero di anni di aggiornamenti garantiti dichiarati al momento del rilascio. Per gli iPhone, Apple non pubblica un elenco ufficiale con date precise, ma storicamente garantisce supporto per almeno 5-6 anni dal lancio, e l’elenco dei modelli compatibili con ogni nuova versione di iOS pubblicata a settembre è il segnale più affidabile per capire se il proprio modello resta incluso o meno.

Un indizio pratico, utile per chi non vuole cercare pagine tecniche, è osservare se il proprio telefono continua a ricevere l’ultima versione major del sistema operativo rilasciata durante l’autunno: se un modello viene escluso dall’aggiornamento annuale principale, è quasi sempre il primo segnale che il ciclo di supporto si sta avviando alla conclusione, anche se le patch di sicurezza minori potrebbero continuare ancora per qualche mese.

Cosa fare se il tuo smartphone è a fine supporto

Non è necessario cambiare telefono dall’oggi al domani solo perché il supporto si è concluso: il rischio cresce gradualmente, non da un giorno all’altro. Nell’immediato conviene rafforzare le abitudini di sicurezza di base — password diverse per ogni servizio, autenticazione a due fattori attiva ovunque possibile, attenzione a link e allegati sospetti — che riducono comunque l’esposizione anche su un telefono meno aggiornato.

Se si sta valutando la sostituzione, non serve necessariamente puntare al modello più costoso: la nostra guida ai migliori smartphone sotto 300 euro nel 2026 raccoglie modelli recenti con cicli di supporto ancora lunghi davanti a sé, un criterio spesso più importante delle prestazioni pure quando si sceglie un telefono che si vuole tenere per diversi anni.

La normativa europea sta cambiando le regole

Il panorama descritto finora sta cambiando progressivamente per effetto di normative europee sempre più stringenti in materia di sostenibilità digitale e diritto alla riparazione. Il regolamento europeo sull’ecodesign per gli smartphone, entrato in vigore negli ultimi anni, impone ai produttori requisiti minimi non solo sulla disponibilità di ricambi e sulla riparabilità fisica del dispositivo, ma anche sulla durata minima garantita degli aggiornamenti di sicurezza per i modelli venduti nel mercato unico europeo.

Questo significa che, progressivamente, i cicli di supporto troppo brevi che in passato penalizzavano soprattutto i modelli di fascia media ed economica dovrebbero diventare sempre meno comuni, con un innalzamento degli standard minimi validi per tutti i produttori che vogliono continuare a vendere i propri dispositivi in Europa. Non si tratta di un cambiamento immediato — le normative si applicano ai modelli lanciati dopo l’entrata in vigore delle regole, non retroattivamente a quelli già sul mercato — ma è una tendenza che nel medio periodo dovrebbe ridurre sensibilmente il fenomeno degli smartphone “abbandonati” precocemente dal punto di vista del supporto software, un problema che fino a pochi anni fa era lasciato quasi interamente alla discrezionalità commerciale dei singoli produttori.

Per il consumatore attento, questo significa che informarsi sulla policy di aggiornamento dichiarata al momento dell’acquisto sta diventando una pratica sempre più significativa: un impegno di supporto software lungo e chiaramente comunicato è ormai un parametro di scelta paragonabile, per importanza, alla qualità della fotocamera o alla durata della batteria, soprattutto per chi acquista un telefono con l’intenzione di tenerlo per molti anni prima di sostituirlo.

Domande frequenti

Il mio telefono smette di funzionare quando finisce il supporto?

No, continua a funzionare normalmente. Smettono di arrivare solo gli aggiornamenti di sistema e le patch di sicurezza, che nel tempo aumentano il rischio di vulnerabilità non corrette.

Quanti anni di aggiornamenti garantiscono in media i produttori oggi?

Varia molto da marca a marca: si va dai 2-3 anni di alcuni modelli economici fino a 6-7 anni sui modelli di punta più recenti di Samsung e Google, con Apple generalmente intorno ai 5-6 anni per gli iPhone.

Come faccio a sapere quando finisce il supporto del mio modello specifico?

Cerca sul sito ufficiale del produttore la pagina dedicata alla policy di aggiornamenti software, di solito consultabile inserendo il modello esatto del dispositivo.

Devo cambiare telefono subito se il supporto è appena terminato?

Non è obbligatorio immediatamente, ma è consigliabile pianificare la sostituzione nei mesi successivi, soprattutto se usi l’app della tua banca o gestisci dati sensibili dal telefono.

Le patch di sicurezza sono diverse dagli aggiornamenti di sistema operativo?

Sì: gli aggiornamenti major di sistema portano nuove funzioni, mentre le patch di sicurezza mensili correggono vulnerabilità senza cambiare l’aspetto o le funzionalità del telefono. Spesso un modello smette di ricevere le prime molto prima delle seconde.

iPhone pieghevole: data d’uscita, prezzo e come sarà il primo iPhone a libro

iphone pieghevole – iPhone pieghevole

L’iPhone pieghevole è la novità più attesa del 2026 per chi segue Apple: il primo modello con schermo pieghevole a libro, atteso entro la fine dell’anno, promette di essere il dispositivo più costoso mai realizzato dall’azienda di Cupertino, ma anche il primo vero tentativo di Apple di competere sul terreno dove Samsung gioca ormai da anni.

📌 Articolo in breve
Secondo le anticipazioni circolate finora, l’iPhone pieghevole avrà un design ad apertura a libro con uno schermo esterno da circa 5,5 pollici e uno schermo interno da 7,8 pollici, senza la piega centrale visibile che caratterizza i pieghevoli concorrenti. Il prezzo dovrebbe superare abbondantemente i 2.000 euro. In questo articolo raccogliamo cosa sappiamo davvero, cosa resta voce di corridoio e come si confronta con i pieghevoli Samsung già sul mercato.
Aggiornamento agosto 2026: le indiscrezioni più recenti danno la presentazione per il 9 settembre 2026, insieme ai nuovi iPhone 18 Pro e iPhone 18 Pro Max. Il dispositivo circolerebbe internamente con il nome iPhone Ultra. Le fonti di filiera parlano di quattro fotocamere e di una batteria al silicio-carbonio, tecnologia che dovrebbe attenuare proprio il compromesso sull’autonomia discusso più sotto. Sul fronte prezzo si parla ora di una cifra fino a 2.500 dollari, mentre la produzione di massa avrebbe subito uno slittamento di uno-due mesi, con l’avvio spostato da giugno a inizio agosto 2026 — un segnale che potrebbe aggravare ulteriormente la scarsità di scorte al lancio di cui parliamo più avanti.

Indice

  1. Design: come sarà il primo iPhone pieghevole
  2. Specifiche tecniche attese
  3. Prezzo e data di uscita ipotizzati
  4. Il dettaglio più discusso: niente piega centrale
  5. Come si confronta con Samsung Galaxy Z Fold
  6. Disponibilità limitata: cosa significa per chi vuole acquistarlo
  7. Conviene aspettarlo o meglio un iPhone tradizionale?
  8. Domande frequenti

Design: come sarà il primo iPhone pieghevole

Le indiscrezioni più insistenti descrivono un dispositivo con apertura “a libro”, concettualmente simile al Samsung Galaxy Z Fold più che al più compatto Z Flip: un unico schermo interno pieghevole che si apre in verticale, affiancato da uno schermo esterno più piccolo utilizzabile senza aprire il dispositivo, per le operazioni rapide come leggere una notifica o scattare una foto.

Apple avrebbe lavorato a lungo su un meccanismo a cerniera proprietario, proprio per risolvere il problema estetico e funzionale che finora ha penalizzato quasi tutti i pieghevoli concorrenti: la piega visibile al centro dello schermo, percepibile sia alla vista che al tatto quando si scorre il dito sul display.

Specifiche tecniche attese

Sulla base delle indiscrezioni raccolte da più fonti indipendenti, lo schermo esterno dovrebbe misurare circa 5,5 pollici — paragonabile quindi a un iPhone standard quando il dispositivo è chiuso — mentre lo schermo interno, una volta aperto, arriverebbe a circa 7,8 pollici, una dimensione che lo colloca a metà strada tra uno smartphone di grandi dimensioni e un piccolo tablet.

Non sono ancora chiare le specifiche precise su fotocamere, autonomia della batteria e chip utilizzato, ma è ragionevole aspettarsi che Apple riservi a questo modello di punta il processore più avanzato disponibile al momento del lancio, secondo la stessa logica con cui vengono trattati gli iPhone Pro Max ogni anno.

Un tema tecnico su cui si concentra molta attenzione degli analisti riguarda proprio l’autonomia della batteria: i dispositivi pieghevoli, per via dello spazio interno diviso tra due pannelli e il meccanismo di cerniera, tendono storicamente ad avere una capacità di batteria inferiore rispetto a uno smartphone tradizionale di pari spessore, un compromesso che Samsung ha affrontato nelle sue generazioni di Galaxy Z Fold con soluzioni progressivamente più efficienti mano a mano che la tecnologia è maturata. Resta da vedere se Apple riuscirà a offrire un’autonomia paragonabile a quella di un iPhone Pro Max fin dalla prima generazione, o se — più probabilmente, viste le difficoltà tipiche di ogni prodotto pieghevole di debutto — dovrà accettare un compromesso simile a quello già visto sui pieghevoli concorrenti. Le indiscrezioni più recenti indicano che Apple punterebbe su una batteria al silicio-carbonio, una tecnologia che permette di immagazzinare più energia a parità di spazio rispetto alle batterie agli ioni di litio tradizionali — se confermata, sarebbe proprio la risposta al problema di autonomia descritto sopra. Circolano anche le prime indicazioni sul comparto fotografico: si parla di quattro fotocamere, un numero superiore a quello degli iPhone Pro Max attuali.

Prezzo e data di uscita ipotizzati

Sul fronte prezzo, le stime concordano su una cifra che supererà abbondantemente i 2.000 euro, posizionando il dispositivo ben al di sopra anche del modello Pro Max attualmente più costoso nel listino Apple. Si tratta di un posizionamento coerente con quanto già fa Samsung con i propri pieghevoli di fascia alta, che in Italia partono generalmente da cifre simili o superiori.

Sulla data di lancio, le indiscrezioni più recenti si sono fatte più precise: il dispositivo dovrebbe debuttare insieme ai nuovi iPhone 18 Pro e iPhone 18 Pro Max durante l’evento del 9 settembre 2026, secondo quanto riportato da fonti di settore, con una disponibilità iniziale molto limitata che potrebbe costringere parte degli acquirenti ad attendere fino al 2027. Sul prezzo, alcune fonti indicano ora una cifra che potrebbe arrivare fino a 2.500 dollari per la versione di punta. Va detto con chiarezza che Apple non ha confermato ufficialmente né la data né il prezzo: fino all’annuncio ufficiale, ogni cifra circolata resta una stima basata su fonti di filiera produttiva, non una comunicazione azienda.

Il dettaglio più discusso: niente piega centrale

Il punto che più di ogni altro alimenta l’attesa attorno a questo dispositivo è proprio l’assenza della piega centrale, un problema che ha accompagnato ogni generazione di smartphone pieghevoli dal loro debutto commerciale. Se le indiscrezioni sul meccanismo di cerniera proprietario si confermeranno, sarebbe il primo pieghevole di massa a risolvere davvero questo compromesso estetico, storicamente il motivo principale per cui molti utenti hanno scelto di non passare a un dispositivo pieghevole nonostante l’interesse per il formato.

Resta da vedere quanto questa promessa regga alla prova dei fatti una volta che il dispositivo sarà nelle mani dei recensori indipendenti, dato che annunci simili sono già stati fatti in passato da altri produttori con risultati non sempre all’altezza delle aspettative iniziali.

Come si confronta con Samsung Galaxy Z Fold

Samsung ha un vantaggio di diversi anni di esperienza sul formato pieghevole, con più generazioni di Galaxy Z Fold già rifinite sul mercato e un ecosistema software ormai maturo per sfruttare lo schermo grande aperto (multitasking a più finestre, app ottimizzate). Apple parte in ritardo su questo fronte, ma può contare su un ecosistema di app iOS storicamente più curato nell’adattamento alle nuove dimensioni di schermo rispetto a quanto avviene mediamente su Android.

Per chi oggi si chiede se acquistare uno smartphone di fascia alta o aspettare il pieghevole Apple, può essere utile dare un’occhiata anche alla nostra guida ai migliori smartphone sotto 300 euro nel 2026 per un confronto di fascia completamente diversa, mentre chi vuole restare aggiornato su quali modelli rischiano di restare indietro con gli aggiornamenti software può consultare il nostro approfondimento su quali smartphone non riceveranno più aggiornamenti nel 2026.

Disponibilità limitata: cosa significa per chi vuole acquistarlo

Uno degli aspetti meno discussi ma più concreti per chi vorrebbe acquistare il dispositivo al lancio riguarda le stime sui volumi produttivi iniziali, che secondo diverse fonti di filiera indicano una disponibilità estremamente contenuta nei primi mesi — si parla di poche centinaia di migliaia di unità a livello globale nel primo trimestre di vendita, un numero minuscolo se confrontato con le decine di milioni di iPhone tradizionali che Apple vende ogni trimestre. Questo tipo di lancio “limitato” non è una novità assoluta per Apple, che in passato ha adottato strategie simili per prodotti che richiedevano processi produttivi particolarmente delicati o componenti difficili da reperire su larga scala.

Per il consumatore, questo si traduce in un rischio concreto di dover attendere mesi, se non fino all’anno successivo, per riuscire ad acquistare il dispositivo senza dover ricorrere al mercato secondario, dove secondo alcune analisi di settore i primi esemplari potrebbero essere rivenduti a un sovrapprezzo significativo rispetto al listino ufficiale, un fenomeno già visto in passato con altri lanci Apple particolarmente attesi e prodotti in quantità limitata rispetto alla domanda iniziale.

Conviene aspettarlo o meglio un iPhone tradizionale?

Per chi sta valutando se aspettare il pieghevole o acquistare un iPhone tradizionale nel frattempo, la risposta dipende molto dalle proprie priorità d’uso. Chi cerca principalmente un dispositivo per produttività — lettura di documenti, multitasking tra più app, uso come mini-tablet in mobilità — potrebbe trovare nel formato pieghevole un vantaggio concreto una volta superato lo scoglio del prezzo elevato. Chi invece usa il telefono principalmente per fotografia, messaggistica e navigazione quotidiana difficilmente trarrà beneficio proporzionale all’investimento richiesto, e troverebbe probabilmente più sensato orientarsi su un modello Pro tradizionale, generalmente più maturo, meno soggetto a problemi di prima generazione e con una spesa nettamente inferiore.

Vale anche la pena ricordare che i prodotti di prima generazione, in qualsiasi categoria tecnologica, tendono storicamente a presentare più compromessi rispetto alle versioni successive — autonomia della batteria non sempre ottimale, peso maggiore per via del meccanismo di apertura, software non ancora perfettamente rifinito per sfruttare lo schermo pieghevole. Chi non ha una necessità specifica e immediata di questo formato potrebbe trovare più conveniente, sul piano pratico, attendere la seconda generazione, quando Apple avrà avuto modo di correggere le criticità emerse nei primi mesi di utilizzo reale da parte dei clienti.

Domande frequenti

Apple ha confermato ufficialmente l’iPhone pieghevole?

No, al momento tutte le informazioni circolate provengono da fonti di filiera produttiva e analisti di settore, non da comunicazioni ufficiali Apple. La cautela è d’obbligo fino a un annuncio formale.

Quanto costerà l’iPhone pieghevole?

Le stime indicano un prezzo superiore ai 2.000 euro, ma la cifra esatta non è confermata e potrebbe variare in base a memoria interna e mercato di vendita.

Avrà davvero uno schermo senza piega visibile?

È quanto suggeriscono le indiscrezioni sul nuovo meccanismo di cerniera, ma la conferma definitiva arriverà solo con le prime recensioni indipendenti dopo il lancio ufficiale.

Quando uscirà l’iPhone pieghevole?

Le fonti più accreditate indicano il 9 settembre 2026 come data dell’evento di presentazione, insieme ai nuovi iPhone 18 Pro e iPhone 18 Pro Max, ma senza una data ufficiale comunicata da Apple questa resta una stima soggetta a possibili slittamenti, soprattutto considerando la complessità produttiva di un dispositivo completamente nuovo per l’azienda — e le indiscrezioni più recenti parlano già di un ritardo di uno-due mesi sulla produzione di massa.

L’iPhone pieghevole ha già un nome?

Non ufficialmente. Diverse fonti di settore riportano che internamente il progetto circolerebbe con il nome “iPhone Ultra”, ma Apple non ha confermato alcun nome commerciale: fino all’evento di presentazione anche questo dettaglio resta un’indiscrezione.

Conto corrente chiuso dalla banca senza preavviso: cosa cambia con il nuovo DDL

conto corrente chiuso – Conto corrente chiuso dalla banca

Conto corrente chiuso dalla banca senza un preavviso adeguato o senza una motivazione chiara: è una delle esperienze più destabilizzanti che un cliente possa vivere con il proprio istituto di credito, perché blocca di colpo l’accesso a stipendio, bollette e carte. Un nuovo disegno di legge in discussione punta a cambiare le regole del gioco, imponendo alle banche paletti più stringenti prima di poter procedere alla chiusura arbitraria di un rapporto.

📌 Articolo in breve
Il nuovo DDL allo studio vuole rafforzare l’obbligo di motivazione e i tempi di preavviso quando una banca decide di chiudere unilateralmente un conto corrente, un fenomeno che negli ultimi anni ha colpito soprattutto professionisti, piccole imprese e chi opera con l’estero. In questo articolo vediamo cosa prevede oggi la normativa, cosa cambierebbe con la riforma e cosa fare concretamente se succede a te.

Indice

  1. Come funziona oggi la chiusura di un conto da parte della banca
  2. Cosa prevede il nuovo DDL
  3. I motivi più comuni per cui una banca chiude un conto
  4. Cosa fare se ti chiudono il conto
  5. A chi rivolgersi per tutelarsi
  6. Casi reali: chi viene colpito più spesso
  7. Domande frequenti

Come funziona oggi la chiusura di un conto da parte della banca

Il contratto di conto corrente, come qualsiasi contratto a tempo indeterminato, può essere sciolto da entrambe le parti. La legge attuale prevede che la banca debba dare un preavviso — generalmente non inferiore a due mesi per i conti dei consumatori, secondo quanto stabilito dal Testo Unico Bancario — ma in alcuni casi, come sospetti di operazioni sospette o gravi inadempimenti contrattuali, l’istituto può procedere anche con recesso immediato, senza dover attendere quel termine.

Il problema pratico, denunciato da anni da associazioni dei consumatori e da categorie professionali, è che spesso la comunicazione di chiusura non spiega il motivo reale della decisione, limitandosi a un generico richiamo a “politiche commerciali” o “valutazioni interne di rischio”. Questo lascia il cliente senza strumenti concreti per capire cosa ha causato la chiusura e, di conseguenza, senza la possibilità di correggere il problema prima di aprire un nuovo conto altrove.

Cosa prevede il nuovo DDL

Il disegno di legge allo studio punta a intervenire proprio su questo punto debole: rafforzare l’obbligo per le banche di motivare in modo specifico la chiusura di un conto, non con formule generiche, e di garantire un termine di preavviso più ampio e uniforme rispetto alla situazione attuale, che oggi varia molto da un contratto all’altro in base alle clausole sottoscritte.

L’obiettivo dichiarato dal legislatore è duplice: da un lato tutelare il cliente, che deve avere il tempo materiale per trovare un nuovo istituto senza restare per giorni senza un conto operativo; dall’altro responsabilizzare le banche, che dovranno documentare meglio le proprie decisioni e saranno quindi più esposte a contestazioni in caso di chiusure ingiustificate o discriminatorie.

Va detto con chiarezza che, trattandosi di un disegno di legge ancora in fase di discussione parlamentare, i dettagli esatti — durata minima del preavviso, livello di specificità richiesto nella motivazione, eventuali sanzioni per le banche inadempienti — potrebbero cambiare prima dell’approvazione definitiva, ed è un tema da monitorare nei prossimi mesi.

I motivi più comuni per cui una banca chiude un conto

Nella pratica, le chiusure arbitrarie tendono a concentrarsi su alcune categorie di clienti più di altre. I liberi professionisti e le piccole imprese che ricevono bonifici frequenti dall’estero, anche perfettamente legittimi, vengono talvolta segnalati dai sistemi antiriciclagio automatizzati della banca, che scattano in automatico sopra determinate soglie di movimentazione senza che ci sia alcun illecito reale.

Anche chi lavora nel settore delle criptovalute, del gioco online regolamentato o di alcuni settori considerati “a rischio reputazionale” dalle policy interne degli istituti — pur operando in modo lecito e con partita IVA regolare — riferisce con una certa frequenza di aver ricevuto comunicazioni di chiusura senza un vero contraddittorio preventivo.

Cosa fare se ti chiudono il conto

Il primo passo, appena arriva la comunicazione di chiusura, è chiedere per iscritto alla banca una motivazione dettagliata, anche se la lettera iniziale ne contiene già una generica: è un diritto del cliente e mette a verbale la richiesta, utile in caso di reclamo successivo. Nel frattempo conviene aprire subito un nuovo conto corrente presso un altro istituto — confrontando le offerte attuali, ad esempio nella nostra guida ai migliori conti correnti online di luglio 2026 — per non restare senza un conto operativo durante il periodo di preavviso.

È importante anche comunicare tempestivamente il cambio di IBAN a datore di lavoro, INPS (per chi riceve pensione o altre prestazioni) e a tutte le utenze domiciliate, così da evitare disguidi negli accrediti e negli addebiti automatici nel passaggio tra un conto e l’altro.

⚠️ Disclaimer: Le informazioni contenute in questo articolo hanno scopo puramente informativo e non costituiscono consulenza legale o finanziaria personalizzata. Il DDL descritto è in fase di discussione parlamentare e il suo contenuto definitivo potrebbe cambiare prima dell’approvazione. Per una valutazione del proprio caso specifico, rivolgersi a un legale o all’Arbitro Bancario Finanziario.

A chi rivolgersi per tutelarsi

Se si ritiene che la chiusura sia ingiustificata o discriminatoria, lo strumento principale a disposizione del cliente è il reclamo scritto alla banca, a cui l’istituto deve rispondere entro 60 giorni. Se la risposta non arriva o non è soddisfacente, si può ricorrere gratuitamente all’Arbitro Bancario Finanziario (ABF), l’organismo indipendente della Banca d’Italia che dirime le controversie tra clienti e banche senza bisogno di un avvocato, con tempi generalmente più rapidi di quelli di una causa civile ordinaria.

Prima di arrivare al ricorso formale, può essere utile anche un passaggio informale ma spesso efficace: contattare l’ufficio reclami della banca chiedendo esplicitamente una rivalutazione della decisione, magari fornendo documentazione aggiuntiva che chiarisca la natura delle transazioni contestate (contratti con i clienti esteri, fatture, causali dettagliate dei bonifici). In diversi casi segnalati dalle associazioni dei consumatori, una banca che riceve prove concrete e ben documentate della legittimità dell’operatività del cliente ha rivisto la propria decisione iniziale prima ancora che il cliente dovesse ricorrere all’ABF, risparmiando tempo a entrambe le parti.

Casi reali: chi viene colpito più spesso

Per capire meglio la portata concreta del problema, vale la pena guardare a tre profili che ricorrono con maggiore frequenza nelle segnalazioni raccolte dalle associazioni dei consumatori negli ultimi anni. Il primo è quello del libero professionista che lavora con clienti esteri: un traduttore, un consulente informatico o un grafico che riceve regolarmente bonifici da committenti fuori Italia, anche per importi modesti, può attirare l’attenzione dei sistemi antiriciclagio automatizzati della banca semplicemente per la ricorrenza e l’origine geografica dei pagamenti, senza che ci sia alcun elemento realmente sospetto dietro quelle transazioni.

Il secondo profilo riguarda i piccoli imprenditori del commercio online, in particolare chi vende su piattaforme internazionali o gestisce pagamenti tramite più processori diversi: la varietà e il volume delle transazioni in entrata, per quanto perfettamente lecite, possono generare pattern che gli algoritmi di monitoraggio interno della banca segnalano come anomali rispetto al profilo di rischio inizialmente attribuito al cliente al momento dell’apertura del conto.

Il terzo caso, meno discusso ma non meno frequente, riguarda i lavoratori con doppia residenza o doppia cittadinanza, che movimentano fondi tra conti in paesi diversi per ragioni personali o familiari: anche qui, la banca può interpretare movimenti legittimi come segnali di rischio da approfondire, spesso scegliendo la strada più rapida e meno onerosa per l’istituto — la chiusura del rapporto — piuttosto che quella di un’istruttoria più approfondita che richiederebbe tempo e risorse interne dedicate.

Proprio per questo tipo di casistiche, molte associazioni dei consumatori sostengono da tempo la necessità di una normativa che obblighi le banche a un contraddittorio preventivo più strutturato prima di procedere alla chiusura, invece di limitarsi a una comunicazione a cose fatte che lascia il cliente senza reali possibilità di chiarire la propria posizione prima che il rapporto venga interrotto.

Domande frequenti

La banca deve sempre dare un preavviso prima di chiudere il conto?

Nella normativa attuale sì, salvo casi gravi come sospetti fondati di riciclaggio o gravi inadempimenti contrattuali, in cui è previsto il recesso immediato senza preavviso.

Posso obbligare la banca a spiegarmi il motivo esatto della chiusura?

Puoi richiederlo per iscritto, ma oggi la banca non è sempre obbligata a fornire una motivazione dettagliata: è proprio questo il punto che il nuovo DDL punta a rafforzare.

Quanto costa rivolgersi all’Arbitro Bancario Finanziario?

Il ricorso all’ABF costa 20 euro, rimborsati dalla banca in caso di esito favorevole al cliente, ed è pensato per essere accessibile anche senza assistenza legale.

Cosa succede ai bonifici in entrata dopo la chiusura del conto?

Generalmente vengono respinti e tornano al mittente, motivo per cui è fondamentale comunicare tempestivamente il nuovo IBAN a chi effettua accrediti regolari, come datore di lavoro o INPS.

La chiusura del conto influisce sul mio punteggio creditizio?

Di per sé no, una chiusura per “politiche commerciali” non viene segnalata alle centrali rischi come un evento negativo di credito. Diventa un problema solo se la banca la motiva con un inadempimento contrattuale grave, che potrebbe invece avere ripercussioni sulla propria storia creditizia.

Google Gemini: arriva la Memoria anche in Italia (e si può importare da ChatGPT)

gemini – Google Gemini Memoria

Gemini Memoria è finalmente disponibile anche per gli utenti italiani: la funzione permette all’assistente AI di Google di ricordare preferenze, contesto e conversazioni passate senza doverle ripetere ogni volta, e include anche uno strumento per importare le chat esportate da altri assistenti come ChatGPT. L’annuncio è arrivato il 22 luglio 2026, durante la presentazione dei risultati del secondo trimestre di Alphabet.

📌 Articolo in breve
Con Memoria, Gemini smette di “dimenticare” ogni conversazione: registra un riepilogo di preferenze, relazioni e contesto personale da riusare nelle chat successive. La novità più originale è l’importazione da file ZIP esportato da altri servizi AI, che rende possibile riprendere in Gemini una conversazione iniziata altrove. Google ha comunicato che Gemini ha raggiunto 950 milioni di utenti mensili attivi, quasi triplicati in un anno.

Indice

  1. Cos’è la Memoria di Gemini
  2. Come attivarla e come funziona
  3. Importare le chat da ChatGPT e altri servizi
  4. Cosa significa per la privacy
  5. Come si posiziona rispetto a ChatGPT e Claude
  6. Esempi pratici di utilizzo quotidiano
  7. Domande frequenti

Cos’è la Memoria di Gemini

Fino a questo aggiornamento, ogni nuova conversazione con Gemini partiva da zero: bisognava ripetere ogni volta il proprio ruolo lavorativo, le preferenze di scrittura o il contesto di un progetto in corso. Con la Memoria, l’assistente costruisce nel tempo un riepilogo delle informazioni rilevanti che l’utente ha condiviso — non una trascrizione integrale di ogni chat, ma una sintesi di ciò che conta davvero per personalizzare le risposte future.

La funzione arriva in Italia dopo un rollout iniziato negli Stati Uniti mesi prima, seguendo lo schema ormai consueto con cui Google introduce le novità AI prima nei mercati anglofoni e poi le estende gradualmente al resto del mondo.

Come attivarla e come funziona

La Memoria si attiva dalle impostazioni dell’app Gemini, in una sezione dedicata dove è anche possibile consultare in ogni momento cosa l’assistente ha effettivamente memorizzato, modificare le singole voci o cancellare tutto con un tocco. Questo livello di controllo manuale è importante perché distingue la Memoria da un semplice log delle conversazioni: l’utente resta sempre in grado di correggere un’informazione sbagliata o rimuoverne una che non vuole più che venga usata.

Una volta attiva, la differenza si nota soprattutto nelle richieste ricorrenti: se in una chat precedente si è specificato di lavorare come commercialista, le risposte successive su temi fiscali terranno conto di quel contesto senza doverlo ripetere. Lo stesso vale per preferenze di tono, lunghezza delle risposte o argomenti da evitare.

Importare le chat da ChatGPT e altri servizi

La funzione più originale di questo aggiornamento è la possibilità di caricare un file ZIP esportato da un altro servizio di intelligenza artificiale — l’esempio più immediato è proprio l’export dei dati di ChatGPT, che OpenAI permette di scaricare dalle impostazioni dell’account. Gemini analizza il contenuto del file e lo rende consultabile e navigabile al suo interno, permettendo di riprendere una conversazione iniziata altrove o approfondire un argomento già trattato in passato su una piattaforma diversa.

Non si tratta quindi soltanto di un’importazione statica: le informazioni contenute nell’archivio diventano parte del contesto disponibile per le risposte successive, in modo simile a quanto avviene per le conversazioni native di Gemini. Per chi negli ultimi anni ha accumulato mesi di cronologia su un altro assistente e vuole provare a spostarsi su Gemini, questo abbassa sensibilmente il costo di passaggio che prima scoraggiava il cambio di servizio.

Cosa significa per la privacy

Più un assistente ricorda di noi, più cresce la superficie di dati personali che tratta, ed è una considerazione che vale a prescindere dal servizio usato. Google ha inserito nella sezione impostazioni un pannello di gestione trasparente pensato apposta per rispondere a questa preoccupazione: si può vedere l’elenco completo delle informazioni memorizzate, cancellarle singolarmente o disattivare del tutto la Memoria mantenendo Gemini nella modalità precedente, senza alcuna persistenza tra una chat e l’altra.

Chi tratta dati sensibili per lavoro, o semplicemente preferisce non lasciare tracce di lungo periodo su un servizio cloud, farebbe bene a rivedere periodicamente cosa è stato memorizzato, soprattutto nei primi mesi di utilizzo quando è più facile che l’assistente registri per errore un dettaglio che non si voleva condividere in modo permanente.

Un aspetto che spesso sfugge a chi valuta per la prima volta questo tipo di funzione è la differenza tra memoria “esplicita” e profilazione implicita basata sul comportamento di navigazione: la Memoria di Gemini, per come è stata comunicata da Google, si basa su informazioni che l’utente condivide attivamente nelle conversazioni, non su un tracciamento invisibile di abitudini esterne all’app. Questo non elimina del tutto le preoccupazioni di chi è naturalmente cauto verso qualsiasi raccolta dati, ma pone la funzione su un piano concettualmente diverso rispetto alla profilazione pubblicitaria tradizionale, dove l’utente spesso non ha visibilità né controllo diretto su cosa viene registrato. Resta comunque buona norma, come per qualsiasi servizio cloud che tratta informazioni personali, leggere con attenzione l’informativa privacy aggiornata al momento dell’attivazione della funzione, che può contenere dettagli specifici su tempi di conservazione e finalità di utilizzo dei dati raccolti che vale la pena conoscere prima di condividere informazioni particolarmente sensibili con l’assistente.

Come si posiziona rispetto a ChatGPT e Claude

OpenAI aveva introdotto una funzione di memoria simile su ChatGPT già da tempo, e anche Claude AI ha progressivamente ampliato la gestione del contesto tra conversazioni. La particolarità di Gemini in questo aggiornamento è la scala: con quasi un miliardo di utenti mensili attivi dichiarati da Google, la Memoria arriva a un pubblico enormemente più ampio di quello dei concorrenti diretti, e lo strumento di importazione da ZIP la rende anche una porta d’ingresso comoda per chi vuole confrontare i diversi assistenti senza perdere il lavoro già fatto altrove — un tema che avevamo già affrontato nel nostro confronto tra Claude AI e ChatGPT.

Sul piano tecnico, la vera differenza tra i vari approcci alla memoria non riguarda tanto la presenza o assenza della funzione, ormai comune a tutti i principali assistenti, quanto la profondità e la trasparenza con cui viene gestita: alcuni servizi tendono a mostrare all’utente un riepilogo sintetico e modificabile delle informazioni salvate, mentre altri operano in modo più opaco, limitandosi a garantire che “il modello si ricorderà di te” senza fornire un pannello di controllo altrettanto dettagliato. Google, con questo aggiornamento, sembra puntare proprio sulla trasparenza come elemento distintivo, probabilmente anche per rassicurare una base di utenti enormemente più ampia e meno esperta di tecnologia rispetto a quella, mediamente più tecnica, che ha adottato per prima strumenti come Claude o le versioni più avanzate di ChatGPT.

Esempi pratici di utilizzo quotidiano

Per capire davvero la differenza che fa la Memoria, conviene guardare a tre scenari concreti di utilizzo quotidiano. Il primo riguarda chi usa Gemini per lavoro: un consulente che segue più clienti può impostare, all’inizio del rapporto con l’assistente, il proprio ruolo professionale, il settore in cui opera e lo stile di comunicazione preferito (formale, sintetico, con esempi pratici) — informazioni che prima andavano ripetute a ogni nuova conversazione e che ora restano disponibili automaticamente, facendo risparmiare diversi minuti ogni giorno solo nella fase di “messa in contesto” dell’assistente.

Il secondo scenario riguarda lo studio o la formazione personale: uno studente che usa Gemini per prepararsi a un esame può costruire, conversazione dopo conversazione, un profilo di argomenti già trattati e difficoltà specifiche riscontrate, permettendo all’assistente di calibrare progressivamente le spiegazioni su un livello di comprensione reale invece di ripartire ogni volta da zero con spiegazioni generiche adatte a un pubblico indistinto.

Il terzo scenario, forse il più immediato per l’utente comune, riguarda semplicemente le preferenze di formato: chi preferisce risposte brevi e dirette, senza premesse superflue, può specificarlo una sola volta e vedere questa preferenza rispettata in ogni conversazione successiva, un piccolo dettaglio che nel tempo si traduce in un’esperienza d’uso sensibilmente più fluida rispetto al dover ripetere la stessa istruzione a ogni nuova chat aperta.

Va detto che la qualità pratica di questi benefici dipende molto da quanto l’utente stesso alimenta la Memoria con informazioni chiare durante l’uso: un utilizzo sporadico e disorganizzato dell’assistente produce un profilo di memoria più povero e meno utile rispetto a un uso costante in cui si condividono deliberatamente informazioni di contesto rilevanti per le proprie esigenze future.

Domande frequenti

La Memoria di Gemini è attiva di default o va attivata manualmente?

Nella maggior parte dei rollout Google la introduce come opzione da attivare nelle impostazioni, non attiva automaticamente, ma la posizione esatta del toggle può variare leggermente durante le prime settimane di distribuzione.

Posso cancellare tutto quello che Gemini ha memorizzato?

Sì, dal pannello dedicato nelle impostazioni è possibile vedere l’elenco delle informazioni salvate e cancellarle singolarmente o tutte insieme in qualsiasi momento.

Come esporto le mie chat da ChatGPT per importarle in Gemini?

Da ChatGPT si esportano i dati dalle impostazioni dell’account, nella sezione dedicata ai dati personali, che genera un file ZIP scaricabile via email. Quel file va poi caricato nella sezione import di Gemini.

La funzione è gratuita o richiede l’abbonamento Gemini Advanced?

La Memoria di base è disponibile anche per gli utenti gratuiti di Gemini, mentre alcune funzionalità di importazione avanzata potrebbero essere soggette a limiti di utilizzo più stringenti sui piani non a pagamento.

WhatsApp in auto: ora si usa con la voce per chiamare e inviare messaggi su Android Auto e CarPlay

whatsapp auto – WhatsApp in auto

WhatsApp su Android Auto e Apple CarPlay si rinnova con un aggiornamento atteso da anni da chi guida ogni giorno: ora è possibile avviare chiamate, ascoltare i messaggi vocali in arrivo e rispondere a voce, senza mai toccare lo smartphone. La nuova versione dell’app per l’auto è in fase di rilascio graduale a tutti gli utenti a partire da luglio 2026.

📌 Articolo in breve
WhatsApp introduce su Android Auto e CarPlay tre schede dedicate: conversazioni con ascolto messaggi, cronologia chiamate con richiamata rapida e contatti preferiti. La novità più attesa è l’ascolto (e la risposta) ai messaggi vocali mentre si guida, funzione che prima mancava del tutto sulla piattaforma auto di Google. Vediamo come attivarla, cosa serve e quali sono i limiti reali di sicurezza.

Indice

  1. Cosa cambia davvero con questo aggiornamento
  2. Come attivarla su Android Auto e CarPlay
  3. Ascoltare e rispondere ai messaggi vocali in auto
  4. Quanto è sicuro usarla mentre si guida
  5. Requisiti tecnici e compatibilità
  6. Cosa dice il Codice della Strada sull’uso del telefono in auto
  7. Domande frequenti

Cosa cambia davvero con questo aggiornamento

Fino a pochi mesi fa, usare WhatsApp in auto tramite Android Auto o CarPlay significava accontentarsi di poco: si potevano ricevere notifiche vocali lette dall’assistente, ma rispondere richiedeva quasi sempre di dettare un messaggio a voce alta sperando che la trascrizione fosse corretta, e i messaggi vocali — sempre più usati nelle chat italiane al posto del testo — restavano semplicemente inascoltabili finché non ci si fermava.

Va detto che WhatsApp arriva a questo traguardo con un certo ritardo rispetto ad altre app molto usate in auto: Google Maps e Waze offrono da anni un’esperienza vocale completa per navigazione e notifiche, e anche Spotify ha un’interfaccia ottimizzata per Android Auto praticamente dal lancio della piattaforma. Il motivo di questo ritardo, secondo diverse analisi di settore, risiede nella complessità di gestire in sicurezza contenuti generati dagli utenti — messaggi di testo e vocali imprevedibili per lunghezza e contenuto — rispetto a informazioni più strutturate come un percorso stradale o una playlist musicale, dove l’interazione è più prevedibile e più facile da rendere sicura per l’uso alla guida.

Con la nuova versione, l’app propone un’interfaccia strutturata in tre schede pensate apposta per lo schermo dell’auto: la prima è l’elenco delle conversazioni, da cui si può ascoltare direttamente il messaggio in arrivo; la seconda è la cronologia delle chiamate, con la possibilità di richiamare un contatto con un tocco; la terza raccoglie i contatti preferiti per un accesso rapido senza dover scorrere l’intera rubrica.

Come attivarla su Android Auto e CarPlay

Per usare la nuova esperienza non serve alcuna configurazione complicata: basta aggiornare WhatsApp all’ultima versione disponibile su Google Play Store o Apple App Store. Una volta collegato il telefono all’auto — via cavo USB o in wireless sui modelli che lo supportano — l’icona di WhatsApp comparirà automaticamente tra le app disponibili nella schermata di Android Auto o CarPlay, esattamente come già accade per Spotify o Google Maps.

Se l’icona non compare subito dopo l’aggiornamento, nella maggior parte dei casi basta scollegare e ricollegare il telefono, oppure riavviare la sessione Android Auto/CarPlay dal menu impostazioni dell’infotainment. Il rilascio sta avvenendo in modo progressivo lato server, quindi è possibile che l’interfaccia completa con le tre schede arrivi con qualche giorno di ritardo rispetto all’aggiornamento dell’app anche se il numero di versione risulta già l’ultimo disponibile.

Ascoltare e rispondere ai messaggi vocali in auto

La funzione più richiesta, e quella che colma davvero una lacuna storica della piattaforma, è l’ascolto dei messaggi vocali. In Italia, dove i messaggi vocali su WhatsApp sono uno standard di comunicazione quotidiana molto più che in altri paesi, non poterli ascoltare in auto significava spesso rimandarne l’ascolto a dopo, con il rischio di dimenticarsene.

Con l’aggiornamento, toccando la notifica di un messaggio vocale in arrivo (o aprendo la relativa conversazione dalla scheda dedicata) il contenuto viene riprodotto attraverso l’impianto audio dell’auto, con gli stessi comandi di play/pausa disponibili per un brano musicale. Per rispondere, l’unica strada rimane quella vocale tramite il comando dell’assistente integrato (Google Assistant su Android Auto, Siri su CarPlay), che trascrive il parlato e lo invia come messaggio di testo — non è ancora possibile registrare e inviare un vocale di risposta direttamente dall’interfaccia auto, un limite che probabilmente verrà superato in un aggiornamento successivo.

Quanto è sicuro usarla mentre si guida

Va detto con chiarezza che nessuna di queste funzioni elimina la distrazione al volante, la riduce soltanto rispetto all’alternativa di tenere in mano il telefono. L’interfaccia di Android Auto e CarPlay è progettata secondo linee guida che limitano il numero di elementi selezionabili e vietano la visualizzazione di testo lungo durante la marcia, ma l’attenzione dell’utente resta comunque parzialmente distolta dalla strada nel momento in cui si ascolta o si detta un messaggio.

La raccomandazione pratica, valida per qualsiasi funzione vivavoce, è di impostare l’ascolto di messaggi importanti quando il veicolo è fermo a un semaforo o in coda, piuttosto che durante un tratto di guida che richiede piena concentrazione, come un sorpasso o un incrocio complesso.

Diversi studi sulla sicurezza stradale condotti negli ultimi anni da centri di ricerca specializzati in comportamento alla guida hanno mostrato che il tempo di reazione di un conducente distratto da un’interazione vocale, per quanto limitata, resta comunque superiore rispetto a quello di un conducente pienamente concentrato sulla strada, anche se il divario è nettamente inferiore rispetto a chi manipola direttamente lo smartphone con le mani. Questo significa che le funzioni vivavoce vanno considerate un compromesso ragionevole tra sicurezza e comodità, non una soluzione priva di ogni rischio residuo: la scelta più prudente resta comunque quella di rimandare le conversazioni più complesse o emotivamente coinvolgenti a un momento in cui l’auto è ferma, riservando l’uso in movimento a scambi brevi e a bassa priorità.

Requisiti tecnici e compatibilità

Per usare la nuova esperienza servono: l’ultima versione di WhatsApp, un’auto o un’autoradio aftermarket compatibile con Android Auto o Apple CarPlay (la stragrande maggioranza dei modelli venduti in Italia dal 2018 in poi lo è), e un telefono con sistema operativo aggiornato — Android 10 o superiore, iOS 16 o superiore sono generalmente sufficienti. Non serve alcun abbonamento aggiuntivo: la funzione è inclusa gratuitamente nell’app come tutte le altre.

Chi utilizza già WhatsApp per altre novità recenti, come i Canali WhatsApp o lo username al posto del numero di telefono, non deve fare nulla di diverso: l’aggiornamento è cumulativo e arriva con la stessa versione dell’app che porta anche queste altre funzioni, come riepilogato nella nostra panoramica sulle novità WhatsApp 2026.

Cosa dice il Codice della Strada sull’uso del telefono in auto

Vale la pena ricordare, prima di considerare questa novità una licenza per usare liberamente il telefono alla guida, cosa prevede realmente la normativa italiana. Il Codice della Strada vieta espressamente l’uso del telefono cellulare tenuto in mano durante la guida, con sanzioni che vanno dai circa 250 euro fino a oltre 1.000 euro in caso di recidiva entro due anni, oltre alla decurtazione di punti dalla patente che può arrivare fino a 8 punti nei casi più gravi legati a incidenti causati da questo comportamento.

L’uso tramite Android Auto o CarPlay, con il telefono fissato su un supporto omologato e senza necessità di tenerlo in mano, rientra nelle modalità considerate lecite dalla normativa, proprio perché l’obiettivo del legislatore è impedire la manipolazione diretta del dispositivo mentre si guida, non l’utilizzo hands-free in sé. Questo è il motivo per cui l’industria automobilistica ha investito così tanto negli ultimi anni proprio su queste piattaforme di integrazione: permettono di offrire funzionalità sempre più ricche senza infrangere le norme sulla sicurezza stradale, a patto che l’interazione resti vocale o limitata a tocchi rapidi su un’interfaccia progettata apposta per essere semplice da usare senza distogliere lo sguardo dalla strada per più di qualche istante.

Resta comunque buona norma, anche quando la legge lo consente, limitare al minimo indispensabile qualsiasi interazione con lo smartphone durante la marcia: la sicurezza stradale non dipende solo dalla lettera della norma, ma anche dal buon senso di chi è al volante, soprattutto in condizioni di traffico intenso o su strade poco conosciute dove l’attenzione richiesta è già naturalmente più alta.

Domande frequenti

Devo pagare qualcosa per usare WhatsApp su Android Auto?

No, la funzione è completamente gratuita e inclusa nell’app normale, non richiede WhatsApp Business né abbonamenti Meta a pagamento.

Posso rispondere con un messaggio vocale registrato in auto?

Al momento no: la risposta avviene tramite dettatura vocale trascritta in testo dall’assistente del veicolo, non con la registrazione di un vocale come nell’app normale sul telefono.

Perché non vedo ancora la nuova interfaccia dopo l’aggiornamento?

Il rilascio è progressivo lato server: anche con l’ultima versione dell’app installata, l’attivazione della nuova esperienza può richiedere alcuni giorni in più per singolo utente.

Funziona anche con l’autoradio aftermarket, non solo con auto nuove?

Sì, qualsiasi sistema che supporti ufficialmente Android Auto o CarPlay, incluse le unità aftermarket montate su auto più datate, può ricevere l’aggiornamento: non serve un’auto di ultima generazione, basta un’unità infotainment certificata, spesso disponibile anche come accessorio installabile a un costo contenuto presso qualsiasi elettrauto o centro specializzato.

Osservaprezzi Carburanti: l’app ufficiale del MIMIT per trovare il carburante più economico

carburante – Osservaprezzi Carburanti

Osservaprezzi Carburanti è l’app ufficiale del Ministero delle Imprese e del Made in Italy (MIMIT) che permette di consultare in tempo reale i prezzi di benzina, diesel, GPL e metano praticati da ogni distributore in Italia. È arrivata gratis su App Store e Google Play il 20 luglio 2026, e nelle prime settimane di utilizzo è già diventata uno degli strumenti più scaricati tra chi fa il pieno regolarmente.

📌 Articolo in breve
Osservaprezzi Carburanti è sviluppata direttamente dal MIMIT, senza pubblicità e senza bisogno di registrazione. Mostra i prezzi medi regionali e quelli praticati dal singolo distributore nella stessa giornata, integrandosi con la banca dati ufficiale del Ministero già usata dai gestori per legge. In questo articolo vediamo come funziona, quanto si risparmia davvero e perché è diversa dalle tante app private che fanno la stessa cosa da anni.

Indice

  1. Cos’è Osservaprezzi Carburanti e chi l’ha creata
  2. Come funziona l’app passo per passo
  3. Quanto si risparmia davvero
  4. In cosa è diversa dalle altre app di carburante
  5. I limiti dell’app nella prima versione
  6. Perché il Ministero l’ha lanciata proprio ora
  7. Domande frequenti

Cos’è Osservaprezzi Carburanti e chi l’ha creata

Il nome ufficiale del progetto è “Osservaprezzi Carburanti”, ed è a tutti gli effetti un’app di Stato: a svilupparla è stato il MIMIT, lo stesso ministero che da anni gestisce il portale web omonimo (osservaprezzi.mimit.gov.it) dove i gestori di distributori sono obbligati per legge a comunicare i prezzi praticati. L’app non è altro che la versione mobile, finalmente comoda, di quella banca dati che prima si consultava solo da browser.

La differenza rispetto al passato non è tecnica ma di accessibilità: i dati c’erano già, l’obbligo di comunicazione per i gestori esiste dal 2007, ma pochissimi automobilisti sapevano che quel portale esistesse o si prendevano la briga di aprirlo da telefono in un formato non ottimizzato. Con l’app, quegli stessi dati diventano finalmente utilizzabili mentre si è in macchina, con la posizione GPS che suggerisce automaticamente i distributori vicini.

Come funziona l’app passo per passo

All’apertura, l’app chiede il permesso di accedere alla posizione (facoltativo, ma senza non mostra i distributori vicini) e propone subito una mappa con i punti vendita nell’area circostante. Ogni distributore mostra il prezzo del carburante selezionato, la bandiera (Eni, Q8, IP, un bianco, ecc.) e la data dell’ultimo aggiornamento comunicato dal gestore.

Si può filtrare per tipo di carburante — benzina, diesel, GPL, metano, anche le colonnine elettriche in alcune zone — e ordinare i risultati per prezzo crescente invece che per distanza. Un secondo livello di lettura, forse il più utile per chi pianifica un viaggio lungo, mostra il prezzo medio regionale e provinciale aggiornato quotidianamente, così si capisce subito se in una determinata zona i prezzi sono strutturalmente più alti o più bassi della media nazionale.

Non serve creare un account: l’app funziona in forma completamente anonima, senza raccogliere dati di navigazione a fini commerciali, ed è totalmente gratuita anche nelle funzioni di confronto avanzato — a differenza di alcune app private che riservano il confronto multi-distributore a un abbonamento premium.

Quanto si risparmia davvero

Per capire l’ordine di grandezza reale, conviene guardare tre scenari concreti basati sulle escursioni di prezzo che si osservano normalmente tra distributori della stessa città.

Scenario 1 — uso urbano quotidiano: un pendolare che percorre 15.000 km l’anno con un’utilitaria a benzina consuma circa 900-1.000 litri annui. Con un’oscillazione realistica di 4-6 centesimi al litro tra il distributore più caro e quello più economico nello stesso quartiere, il risparmio potenziale annuo si aggira tra i 40 e i 60 euro — non trasformativo, ma sufficiente a coprire l’abbonamento di un servizio streaming per un anno intero.

Scenario 2 — spostamenti extraurbani frequenti: un agente di commercio o un lavoratore con lunghi tragitti (30.000 km annui, auto diesel) può arrivare a un differenziale osservabile di 8-10 centesimi al litro confrontando la stazione più vicina all’ufficio con una lungo la statale a 5 minuti di distanza. Su circa 1.800 litri annui, si parla di un risparmio potenziale tra 140 e 180 euro l’anno.

Scenario 3 — viaggio lungo occasionale: su un singolo viaggio autostradale di 500 km, dove i prezzi delle aree di servizio possono essere anche 15-20 centesimi più alti rispetto ai distributori appena fuori casello, pianificare il pieno prima o dopo l’autostrada con l’app può far risparmiare 10-15 euro in un colpo solo — poco per volta, ma è esattamente il tipo di piccola disattenzione che nel corso di un anno di rincari (vedi il nostro approfondimento su quanto costa in più il pieno nel 2026) pesa sul bilancio familiare.

⚠️ Disclaimer: Le informazioni contenute in questo articolo hanno scopo puramente informativo. I risparmi indicati sono stime basate su differenziali di prezzo osservabili tra distributori nello stesso periodo e possono variare in base a zona, stagionalità e tipo di veicolo. Per i dati aggiornati fai sempre riferimento all’app ufficiale o al portale osservaprezzi.mimit.gov.it.

In cosa è diversa dalle altre app di carburante

Esistono da anni app private che promettono la stessa cosa, spesso finanziate da pubblicità o da accordi commerciali con singole catene di distributori — un conflitto d’interesse implicito che può orientare, anche solo per l’ordine con cui i risultati vengono mostrati, le scelte dell’utente verso un determinato marchio. Osservaprezzi Carburanti, essendo un prodotto ministeriale senza alcun introito pubblicitario, non ha questo tipo di incentivo: mostra tutti i distributori con pari dignità, comprese le pompe bianche che spesso sono proprio le più convenienti e che le app commerciali tendono a valorizzare meno.

C’è poi un tema di affidabilità del dato alla fonte: i prezzi che vedi nell’app arrivano dalla stessa comunicazione obbligatoria per legge che i gestori devono fare al Ministero, non da segnalazioni di altri utenti che possono essere datate o sbagliate come succede in alcune app crowdsourced.

I limiti dell’app nella prima versione

Va detto con onestà che, essendo appena lanciata, l’app non è perfetta. Il Ministero stesso ha invitato gli utenti a segnalare imprecisioni nei primi mesi, un segnale che il sistema è ancora in fase di rodaggio su alcuni fronti. In alcune zone meno coperte dai controlli, l’aggiornamento del prezzo da parte del gestore può risultare vecchio di qualche giorno rispetto alla realtà, soprattutto per i distributori più piccoli o a gestione familiare che comunicano i dati manualmente invece che tramite sistemi automatizzati.

Un altro limite riguarda la copertura delle colonnine di ricarica elettrica, ancora parziale rispetto a quella dei carburanti tradizionali — chi guida un’elettrica troverà probabilmente più utile, per ora, un’app dedicata come quelle dei singoli operatori di ricarica.

Perché il Ministero l’ha lanciata proprio ora

Il momento scelto per il lancio non è casuale. Negli ultimi anni, con le fluttuazioni ripetute del prezzo del petrolio e le tensioni internazionali che si riflettono rapidamente sul costo alla pompa, la trasparenza dei prezzi dei carburanti è tornata al centro dell’agenda politica come strumento di tutela del consumatore, più che come semplice servizio informativo accessorio. Diverse associazioni dei consumatori avevano più volte segnalato come il vecchio portale web, pur contenendo dati corretti, fosse di fatto inaccessibile alla maggior parte degli automobilisti perché pensato per essere consultato da computer, in un momento — prima di partire, prima di fare benzina — in cui nessuno ha davanti a sé un browser desktop.

C’è anche una logica di deterrenza verso pratiche di prezzo poco trasparenti: sapendo che chiunque può confrontare in tempo reale il proprio prezzo con quello dei distributori concorrenti nel raggio di pochi chilometri, i gestori hanno un incentivo più diretto a non discostarsi troppo dalla media di zona, un meccanismo di mercato che funziona meglio quanto più i consumatori hanno accesso comodo all’informazione. Non è un caso che iniziative simili di trasparenza sui prezzi — pensate ad esempio ai portali di confronto energia elettrica e gas resi obbligatori dall’ARERA per fornitori e distributori — si stiano moltiplicando in diversi settori regolamentati proprio negli ultimi anni, con l’obiettivo dichiarato di rafforzare la concorrenza attraverso l’informazione piuttosto che con interventi diretti sui prezzi.

Per il Ministero, inoltre, l’app rappresenta anche un modo per raccogliere segnalazioni dirette dagli utenti su eventuali anomalie o ritardi nella comunicazione dei prezzi da parte dei singoli gestori, un canale di monitoraggio aggiuntivo rispetto ai controlli amministrativi tradizionali, generalmente più lenti e meno capillari di quanto possa essere l’occhio di milioni di automobilisti che ogni giorno confrontano prezzi in tempo reale.

Domande frequenti

Osservaprezzi Carburanti è davvero gratis?

Sì, è gratuita al 100% su iOS e Android, senza pubblicità e senza funzioni bloccate dietro abbonamento. Essendo sviluppata dal Ministero, non ha un modello di business da sostenere con acquisti in-app.

Serve registrarsi per usarla?

No, funziona in forma anonima fin dal primo avvio. L’unico permesso richiesto è quello alla posizione, utile per mostrare i distributori vicini, ma è possibile negarlo e cercare manualmente per città o CAP.

I prezzi mostrati sono sempre aggiornati alla giornata?

Nella maggior parte dei casi sì, perché arrivano dalla comunicazione obbligatoria dei gestori, ma può capitare un ritardo di uno o due giorni per i distributori più piccoli. Conviene sempre verificare la data dell’ultimo aggiornamento mostrata accanto al prezzo.

L’app funziona anche per GPL e metano?

Sì, entrambi i carburanti sono inclusi nei filtri di ricerca, insieme a benzina e diesel. La copertura per metano è generalmente più solida al Nord, dove la rete di distributori dedicati è più capillare.

Congedo di paternità obbligatorio 2026: giorni, indennità e la novità NASpI

congedo di paternità – Congedo di paternità obbligatorio 2026: giorni, indennità e la novità NASpI

Il congedo di paternità obbligatorio 2026 resta fissato a 10 giorni, indennizzati dall’INPS al 100% della retribuzione, ma nel corso del 2026 sono arrivate due novità che vale la pena conoscere: il raddoppio automatico in caso di parto multiplo e, soprattutto, l’apertura della NASpI anche ai padri che si dimettono volontariamente entro il primo anno di vita del figlio dopo aver usufruito del congedo. Una tutela che prima era riservata quasi esclusivamente alle madri lavoratrici.

📌 Articolo in breve
Il congedo di paternità obbligatorio dura 10 giorni lavorativi (20 in caso di parto multiplo), può essere goduto anche in modo non continuativo entro i 5 mesi dalla nascita ed è pagato dall’INPS al 100% della retribuzione, senza alcun tetto massimo di importo secondo la Circolare INPS n. 47 del 21 aprile 2026. La stessa circolare conferma che i padri che si dimettono volontariamente entro il primo anno di vita del bambino, dopo aver fruito del congedo obbligatorio e/o facoltativo, hanno ora diritto alla NASpI: prima questa possibilità era riconosciuta solo alle lavoratrici madri.
⚠️ Disclaimer: Le informazioni contenute in questo articolo hanno scopo puramente informativo. Non costituiscono consulenza fiscale, previdenziale o giuslavoristica personalizzata. Verifica sempre i dati aggiornati sul sito INPS o rivolgiti a un patronato o consulente del lavoro per il tuo caso specifico.

Indice

  1. Cos’è il congedo di paternità obbligatorio
  2. Durata: 10 giorni, 20 in caso di parto multiplo
  3. Indennità al 100%: come funziona il pagamento
  4. La novità 2026: NASpI anche per i padri dimissionari
  5. Come si richiede
  6. Domande frequenti

Cos’è il congedo di paternità obbligatorio

Il congedo di paternità obbligatorio è un periodo di astensione dal lavoro riservato al padre lavoratore dipendente in occasione della nascita, adozione o affidamento di un figlio. È distinto dal congedo parentale (quello esteso fino ai 14 anni del figlio, che riguarda entrambi i genitori) ed è pensato per garantire la presenza del padre nei primi mesi di vita del bambino, indipendentemente dalle scelte della madre.

A differenza del congedo parentale, che è un diritto soggettivo condiviso tra i due genitori con giorni intercambiabili, il congedo di paternità obbligatorio spetta al padre a prescindere da quanto goduto dalla madre: non “consuma” giorni della madre e non richiede il suo consenso.

Durata: 10 giorni, 20 in caso di parto multiplo

La durata ordinaria è di 10 giorni lavorativi, che possono essere goduti anche in modo non continuativo (non necessariamente tutti insieme) entro i cinque mesi dalla nascita del figlio. In caso di parto plurimo — gemelli o parti multipli — i giorni raddoppiano automaticamente a 20, senza bisogno di documentazione aggiuntiva oltre alla certificazione della nascita plurima. Questa parte non è una novità del 2026 in sé, ma resta un punto spesso frainteso: molti padri di gemelli non sanno di avere diritto al doppio dei giorni e finiscono per richiederne solo 10.

Indennità al 100%: come funziona il pagamento

Durante il congedo di paternità obbligatorio, l’INPS eroga un’indennità pari al 100% della retribuzione media giornaliera, calcolata sulla base della retribuzione degli ultimi periodi di paga. Un aspetto poco noto ma confermato dalla Circolare INPS n. 47 del 21 aprile 2026 è che non è previsto alcun tetto massimo per questa indennità: a differenza di altre prestazioni INPS soggette a massimali, il congedo di paternità viene pagato al 100% indipendentemente dal livello retributivo. I giorni di congedo sono inoltre pienamente utili sia ai fini del diritto sia ai fini della misura della pensione, cioè contano come contribuzione a tutti gli effetti.

Nella maggior parte dei casi il pagamento avviene tramite il datore di lavoro, che anticipa l’indennità in busta paga e la recupera poi in conguaglio con i contributi dovuti all’INPS (meccanismo di conguaglio), quindi il lavoratore non deve fare domanda separata per l’importo: basta comunicare le date di fruizione all’azienda.

La novità 2026: NASpI anche per i padri dimissionari

La novità più rilevante confermata per il 2026 riguarda un caso specifico ma tutt’altro che raro: cosa succede se un padre lavoratore decide di dimettersi volontariamente entro il primo anno di vita del figlio, magari per motivi organizzativi legati proprio alla nuova genitorialità. Fino a poco tempo fa, l’accesso alla NASpI in caso di dimissioni volontarie in questa finestra temporale era riservato quasi esclusivamente alle lavoratrici madri, con un’eccezione limitata per i padri solo nel caso avessero fruito del cosiddetto congedo di paternità “alternativo” (quello che spetta al padre in sostituzione della madre in situazioni particolari, come grave infermità della madre).

Con la Circolare INPS n. 47 del 21 aprile 2026 questa possibilità si estende: anche il padre che si è dimesso volontariamente entro il primo anno di vita del bambino, dopo aver usufruito del congedo di paternità obbligatorio e/o del congedo parentale facoltativo, ha ora diritto alla NASpI, l’indennità di disoccupazione, alle stesse condizioni già previste per le madri lavoratrici. È un cambiamento concreto per chi valuta di lasciare un lavoro poco compatibile con la nuova situazione familiare, perché riduce il rischio economico della scelta.

Come si richiede

Per il congedo di paternità obbligatorio in sé non serve una domanda formale all’INPS in molti casi: basta comunicare al datore di lavoro, con il necessario preavviso previsto dal contratto collettivo applicato (in genere pochi giorni), le date in cui si intende fruire dei giorni, allegando il certificato di nascita o l’autocertificazione. Per la NASpI, invece, la domanda va presentata online sul portale INPS, tramite SPID o CIE, entro 68 giorni dalla data di cessazione del rapporto di lavoro, allegando la documentazione che attesti l’avvenuta fruizione del congedo di paternità nel periodo di riferimento.

Domande frequenti

Il congedo di paternità obbligatorio è cumulabile con il congedo parentale?

Sì, sono due istituti distinti e cumulabili: il congedo di paternità obbligatorio si esaurisce nei primi 5 mesi di vita del figlio, mentre il congedo parentale può essere richiesto fino ai 14 anni del bambino secondo le nuove regole 2026.

Cosa succede se il padre è lavoratore autonomo?

Il congedo di paternità obbligatorio nella forma qui descritta è riservato ai lavoratori dipendenti; i lavoratori autonomi hanno accesso a tutele diverse e più limitate, che vale la pena verificare con la propria gestione previdenziale di riferimento (Gestione Separata o Casse professionali).

Serve il consenso della madre per usufruire del congedo di paternità obbligatorio?

No, è un diritto autonomo del padre che non richiede il consenso né incide sui giorni di congedo spettanti alla madre.

La NASpI per dimissioni volontarie vale anche se il padre si dimette dopo il primo compleanno del figlio?

No, la finestra temporale è limitata al primo anno di vita del bambino: dimissioni successive a questa data seguono le regole ordinarie, che normalmente escludono la NASpI in caso di dimissioni volontarie senza giusta causa.

Per il quadro completo sulle altre novità 2026 legate alla genitorialità, leggi anche il nostro articolo su congedo parentale 2026: esteso fino a 14 anni. Se stai valutando le dimissioni, può interessarti anche la nostra guida alla NASpI 2026: requisiti, importo e come fare domanda. Per il testo ufficiale della circolare puoi consultare il portale circolari INPS.

Rincari telefonia 2026: come recedere gratis quando aumentano le tariffe

rincari telefonia – Rincari telefonia 2026: come recedere gratis quando aumentano le tariffe

I rincari telefonia 2026 sono ormai una realtà per la maggior parte degli abbonati italiani: diversi operatori hanno aumentato le tariffe fisse e mobili, con incrementi che vanno dai 12 ai 60 euro l’anno per utenza. Quello che in pochi sanno è che questi aumenti, se comunicati con le modalità previste dalla legge, aprono automaticamente un diritto di recesso gratuito: puoi lasciare l’operatore senza pagare penali, entro una finestra di tempo precisa.

📌 Articolo in breve
In base all’art. 70 del Codice delle Comunicazioni Elettroniche e alle regole AGCOM, l’operatore deve avvisarti almeno 30 giorni prima di un aumento tariffario o di una modifica unilaterale del contratto. Da quel momento hai 60 giorni per recedere gratuitamente o passare a un altro operatore in portabilità, senza costi di disattivazione. Se hai un contratto indicizzato e l’adeguamento supera il 5% del canone mensile, puoi anche chiedere di passare a un’offerta equivalente senza il meccanismo di indicizzazione, restando con lo stesso operatore.

Indice

  1. Perché le tariffe telefoniche aumentano nel 2026
  2. Il diritto di recesso gratuito: come funziona
  3. Le tempistiche esatte: 30 e 60 giorni
  4. Contratti indicizzati: la soglia del 5%
  5. Come esercitare il recesso in pratica
  6. Domande frequenti

Perché le tariffe telefoniche aumentano nel 2026

Gli aumenti applicati nel corso del 2026 dai principali operatori italiani, sia su rete fissa che mobile, vengono giustificati con un adeguamento all’inflazione di circa l’1,5% e, soprattutto, con la fine della cosiddetta “guerra dei prezzi” che per anni aveva tenuto le tariffe italiane tra le più basse d’Europa. Gli incrementi comunicati oscillano indicativamente tra 12 e 60 euro l’anno per utenza, a seconda dell’operatore e del piano tariffario sottoscritto.

Non tutti gli aumenti sono uguali dal punto di vista dei tuoi diritti: c’è una differenza sostanziale tra un rincaro “una tantum” deciso unilateralmente dall’operatore e un aumento previsto da una clausola di indicizzazione già presente nel contratto che hai firmato. Nel primo caso il diritto di recesso gratuito è pieno; nel secondo, come vedremo, dipende dall’entità dell’aumento.

Il diritto di recesso gratuito: come funziona

L’articolo 70 del Codice delle Comunicazioni Elettroniche impone agli operatori di telefonia e internet un limite preciso quando vogliono modificare unilateralmente le condizioni contrattuali, aumento del prezzo compreso: devono darne comunicazione con un preavviso minimo di 30 giorni, tramite SMS, email o in bolletta, e informare esplicitamente il cliente del diritto di recedere senza penali se non accetta la modifica.

La parte spesso trascurata è che questo diritto vale a prescindere dal fatto che tu sia ancora vincolato da una promozione o da un periodo minimo contrattuale: normalmente disdire in anticipo comporterebbe penali, ma quando la disdetta è motivata da un aumento tariffario comunicato dall’operatore, la legge esclude qualunque costo di disattivazione o penale, e lo stesso vale se decidi di migrare a un altro operatore mantenendo il tuo numero (portabilità).

Le tempistiche esatte: 30 e 60 giorni

Per orientarti tra le due finestre temporali, conviene tenerle ben distinte: i 30 giorni sono il preavviso minimo che l’operatore deve garantirti prima che l’aumento entri effettivamente in vigore sulla tua bolletta. I 60 giorni, invece, sono il periodo di cui disponi tu come cliente, a partire dal momento in cui ricevi la comunicazione, per decidere se recedere gratuitamente o restare con il nuovo prezzo. Superata questa finestra senza aver comunicato nulla, il nuovo prezzo si considera tacitamente accettato e il recesso torna a seguire le regole ordinarie del tuo contratto (con eventuali penali se sei ancora vincolato).

Un esempio concreto: se ricevi l’SMS di comunicazione aumento il 1° settembre, hai fino a circa fine ottobre per notificare la disdetta gratuita o avviare la portabilità verso un altro gestore, anche se l’aumento sulla bolletta comparirà già a inizio ottobre (rispettando i 30 giorni di preavviso minimo).

Contratti indicizzati: la soglia del 5%

Negli ultimi anni sono diventati più comuni i contratti con clausola di indicizzazione esplicita, cioè che prevedono fin dalla firma un adeguamento periodico del canone all’inflazione o a un altro indice. In questo caso l’aumento non è propriamente “unilaterale” nel senso classico, perché era già previsto contrattualmente, ma la tutela per il cliente resta: se l’adeguamento supera il 5% del canone mensile, hai comunque diritto a chiedere all’operatore di passare a un’offerta con caratteristiche equivalenti ma senza il meccanismo di indicizzazione, restando cliente dello stesso gestore. È un diritto diverso dal recesso puro, ma altrettanto utile se vuoi restare con lo stesso operatore senza subire aumenti automatici futuri.

Come esercitare il recesso in pratica

Il modo più semplice per esercitare il recesso gratuito è, nella maggior parte dei casi, chiamare il servizio clienti citando esplicitamente “recesso per giusta causa a seguito di modifica unilaterale delle condizioni contrattuali, ai sensi dell’art. 70 del Codice delle Comunicazioni Elettroniche”: questa formula toglie all’operatore ogni margine per applicare penali, perché richiama direttamente la norma. In alternativa, se vuoi cambiare gestore mantenendo il numero, basta attivare la nuova SIM o il nuovo contratto presso il gestore di destinazione indicando la portabilità: sarà quest’ultimo a gestire la chiusura del vecchio contratto, spesso con condizioni di recesso ancora più semplici da far valere proprio perché motivate da un aumento tariffario.

Conviene sempre conservare una copia della comunicazione di aumento ricevuta (SMS, email o screenshot della bolletta) come prova della data e del motivo del recesso, nel caso l’operatore tentasse comunque di addebitare una penale per errore.

Domande frequenti

Il diritto di recesso gratuito vale anche per i contratti business/partita IVA?

Le tutele più forti dell’art. 70 sono pensate soprattutto per i consumatori privati; per le utenze business le condizioni possono variare in base al contratto sottoscritto, quindi conviene verificare le clausole specifiche o rivolgersi direttamente all’operatore.

Cosa succede se non faccio nulla entro i 60 giorni?

Il nuovo prezzo si considera accettato tacitamente e il contratto prosegue con la tariffa aggiornata; da quel momento un eventuale recesso torna a seguire le regole ordinarie previste dal tuo piano, comprese eventuali penali residue.

Posso recedere gratuitamente anche se l’aumento riguarda solo una promozione scaduta, non un rincaro vero e proprio?

No: la fine di una promozione temporanea con ritorno al prezzo di listino originario, se era chiaramente indicata fin dall’attivazione, non è considerata una modifica unilaterale e non attiva automaticamente questo diritto di recesso gratuito.

Devo pagare qualcosa per la portabilità del numero verso un altro operatore?

La portabilità del numero in sé è gratuita per legge; eventuali costi possono riguardare solo la nuova SIM o l’attivazione presso il gestore di destinazione, non il trasferimento del numero.

Se stai valutando un cambio operatore, dai un’occhiata anche al nostro confronto delle migliori offerte di telefonia mobile per orientarti tra TIM, Vodafone, WindTre e Iliad prima di scegliere dove migrare. Per i dettagli ufficiali sul diritto di recesso puoi consultare la pagina dedicata di AGCOM.