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ISEE 2026: come presentare la DSU e ottenere il certificato

isee – ISEE 2026: come presentare la DSU e ottenere il certificato

ISEE 2026: quasi tutti i bonus, agevolazioni e sussidi dello Stato italiano richiedono l’ISEE aggiornato. Eppure ogni anno migliaia di famiglie lo presentano in ritardo, con errori, o non lo presentano affatto — perdendo centinaia o migliaia di euro di agevolazioni. Questa guida spiega come funziona l’ISEE, come si calcola, dove si presenta la DSU e cosa fare se l’importo sembra sbagliato.

📌 Articolo in breve
L’ISEE (Indicatore della Situazione Economica Equivalente) si ottiene presentando la DSU (Dichiarazione Sostitutiva Unica) ogni anno. La DSU si può presentare gratuitamente al CAF, al patronato, o online su INPS con SPID. L’ISEE tiene conto di redditi, patrimoni immobiliari e finanziari del nucleo familiare. Il valore è valido fino al 31 dicembre di ogni anno. Le DSU precompilate (con dati già inseriti dall’INPS) sono disponibili dal 2023 e semplificano molto il processo.
⚠️ Disclaimer: Le informazioni contenute in questo articolo hanno scopo puramente informativo. Le normative ISEE sono soggette ad aggiornamenti. Verifica sempre i dati aggiornati sul sito INPS o rivolgiti a un CAF.

Indice

  1. Cos’è l’ISEE e a cosa serve
  2. Come si calcola l’ISEE
  3. La DSU: cos’è e chi deve firmarla
  4. DSU precompilata: come funziona nel 2026
  5. Dove presentare la DSU
  6. Documenti necessari
  7. Validità e rinnovo annuale
  8. ISEE troppo alto: cosa fare
  9. Domande frequenti

Cos’è l’ISEE e a cosa serve

L’ISEE — Indicatore della Situazione Economica Equivalente è un valore numerico che misura la situazione economica di un nucleo familiare tenendo conto di redditi, patrimoni e composizione della famiglia. Non è un semplice reddito: include anche i risparmi in banca, il valore della casa di proprietà, e applica coefficienti che tengono conto del numero di componenti (una famiglia di quattro persone con 30.000 euro di reddito ha un ISEE diverso da un single con lo stesso reddito).

Quasi tutti i bonus e le agevolazioni statali usano l’ISEE come criterio di accesso o per determinare l’importo: assegno unico, bonus nido, bonus bollette, reddito di cittadinanza e ADI, mensa scolastica agevolata, tasse universitarie ridotte, agevolazioni sui ticket sanitari, accesso alle RSA con rette ridotte, e centinaia di altri servizi comunali e regionali. Avere un ISEE aggiornato è una delle cose più utili che una famiglia possa fare ogni anno.

Come si calcola l’ISEE

Il calcolo dell’ISEE si basa su due componenti principali: il reddito del nucleo familiare (somma dei redditi di tutti i componenti, basata sui dati del 730 o CU dell’anno precedente) e il patrimonio del nucleo (immobiliare e finanziario). Il patrimonio immobiliare considera il valore catastale degli immobili di proprietà, con una franchigia per la prima casa. Il patrimonio finanziario considera i saldi dei conti correnti, titoli, depositi e altri strumenti finanziari al 31 dicembre dell’anno precedente.

La formula esatta è: ISEE = (reddito complessivo + 20% del patrimonio) / scala di equivalenza. La scala di equivalenza è un coefficiente che aumenta con il numero di componenti del nucleo: vale 1 per un single, 1,57 per due persone, 2 per tre, 2,39 per quattro, e così via. Questo spiega perché una famiglia numerosa con lo stesso reddito di un single ha un ISEE molto più basso.

La DSU: cos’è e chi deve firmarla

La DSU — Dichiarazione Sostitutiva Unica è il documento che si compila e si firma per ottenere l’ISEE. Non è una dichiarazione dei redditi: è una dichiarazione che attesta la composizione del nucleo familiare e i patrimoni. La firma sulla DSU equivale a dichiarare che i dati inseriti sono veritieri — false dichiarazioni sono reato.

Deve firmare la DSU il componente del nucleo familiare che presenta la richiesta (di solito uno dei genitori, o chi fa domanda per un beneficio specifico). Non è necessario che firmino tutti i componenti del nucleo, ma i dati di tutti devono essere inseriti correttamente. Se ci sono componenti maggiorenni con redditi e patrimoni propri, questi vanno dichiarati anche se non convivono (alcune categorie di familiari non conviventi rientrano comunque nel nucleo ISEE per legge, come i coniugi non separati).

DSU precompilata: come funziona nel 2026

Dal 2023 l’INPS offre la DSU precompilata: un documento già parzialmente compilato con i dati che l’INPS ha acquisito da Agenzia delle Entrate e altri enti (redditi, saldi dei conti correnti, immobili). Non devi più raccogliere e inserire tutti i dati manualmente — li trovi già nel documento e devi solo verificarli, correggere eventuali errori, e integrare le informazioni che l’INPS non ha (patrimoni non dichiarati fiscalmente, situazioni particolari).

La DSU precompilata si accetta “così com’è” (se i dati sono corretti) o si modifica. Se la accetti senza modifiche e i dati sono sbagliati, la responsabilità è comunque tua — il fatto che l’INPS abbia precompilato il documento non ti esime dalla verifica. Controlla soprattutto i saldi dei conti correnti: l’INPS usa i dati fiscali che le banche comunicano, che a volte non coincidono con i saldi effettivi a causa di errori o ritardi di comunicazione.

Dove presentare la DSU

Puoi presentare la DSU in tre modi. Il primo è online su inps.it nell’area personale, con accesso tramite SPID o CIE — puoi compilare e inviare la DSU autonomamente in qualsiasi momento, gratuitamente. Il secondo modo è rivolgersi a un CAF (Centro di Assistenza Fiscale) o patronato: operatori qualificati compilano la DSU al posto tuo gratuitamente. Utile se la situazione è complessa o se non hai dimestichezza con i portali online. Il terzo modo è tramite un commercialista o consulente del lavoro abilitato, in genere a pagamento.

Il CAF è la scelta più comune per chi non vuole fare da solo. Puoi andare al CAF di CGIL, CISL, UIL, CNA, Confartigianato, o altri enti autorizzati. Non serve prendere appuntamento in tutti i CAF — alcuni accettano anche senza, specialmente nei periodi meno affollati (estate, autunno). I mesi più affollati sono gennaio-marzo, quando tutti rinnovano l’ISEE per l’anno nuovo.

Documenti necessari

Se usi la DSU precompilata online, i dati fiscali sono già inseriti e ti servono principalmente i documenti per verificare e integrare: estratti conto del 31 dicembre dell’anno precedente per tutti i conti correnti, libretti postali, conti deposito, e dossier titoli intestati ai componenti del nucleo. Se hai immobili di proprietà, tieni a portata la visura catastale o il rogito.

Se vai al CAF per la DSU ordinaria (non precompilata), porta: codice fiscale di tutti i componenti del nucleo, documenti d’identità, CU o 730 dell’anno precedente per ogni componente che ha redditi, estratti conto bancari al 31 dicembre, e documentazione di eventuali situazioni particolari (disabilità, separazione, figli a carico non conviventi).

Validità e rinnovo annuale

L’ISEE è valido dal momento della presentazione della DSU fino al 31 dicembre dello stesso anno. Scade sempre a fine anno, indipendentemente da quando è stato presentato. Chi presenta la DSU a novembre ha l’ISEE valido solo per due mesi — poi deve rinnovarla a gennaio.

Non c’è una data obbligatoria per presentare la DSU, ma ci sono date ottimali per non perdere benefici. Per il bonus nido e l’assegno unico, rinnovare entro fine gennaio garantisce che l’ISEE aggiornato venga recepito da febbraio in poi, con eventuale conguaglio retroattivo. Per il bonus bollette, l’aggiornamento dell’ISEE viene recepito entro 4-8 settimane dalla presentazione.

ISEE troppo alto: cosa fare

Se l’ISEE risultante è più alto del previsto, le cause più comuni sono: saldi dei conti correnti elevati al 31 dicembre (anche temporaneamente, per un accredito straordinario), patrimoni finanziari non considerati, errori nella composizione del nucleo familiare, o immobili con valore catastale rivalutato. Prima di accettare l’ISEE come definitivo, verifica tutti i dati inseriti nella DSU.

Se trovi errori, puoi presentare una DSU rettificativa tramite lo stesso canale usato per la prima (online o al CAF). La rettifica sostituisce il documento precedente e l’ISEE viene ricalcolato. Non c’è limite al numero di rettifiche, ma ogni rettifica annulla la precedente — quindi falla solo se sei sicuro dei nuovi dati.

Domande frequenti

Mio figlio di 22 anni lavora e non vive con me: va messo nell’ISEE?

Dipende. Se tuo figlio è coniugato o convivente more uxorio da almeno due anni, non fa parte del tuo nucleo ISEE. Se invece è single e non convive stabilmente con un partner, rientra nel nucleo familiare ISEE della famiglia d’origine anche se non coabita, fino a che non risulta fiscalmente autonomo con residenza propria registrata.

Ho un conto corrente con 50.000 euro: l’ISEE sarà altissimo?

Il patrimonio finanziario (inclusi i conti correnti) contribuisce all’ISEE per il 20% del suo valore. Quindi 50.000 euro in conto corrente aggiungono 10.000 euro all’ISEE. Se il tuo reddito familiare è, ad esempio, 25.000 euro, l’ISEE sarebbe intorno a 35.000 euro (prima dell’applicazione della scala di equivalenza e di eventuali franchigie). Nota: esiste una franchigia sul patrimonio finanziario di 6.000 euro (più 2.000 per ogni componente aggiuntivo) che non viene conteggiata.

L’ISEE si può fare anche se non ho redditi?

Sì. Chi non ha redditi (disoccupati, persone a carico, ecc.) presenta comunque la DSU indicando redditi zero. L’ISEE tiene conto anche dei patrimoni, quindi anche con reddito zero potresti avere un ISEE non nullo se hai risparmi o immobili. In assenza sia di redditi che di patrimoni significativi, l’ISEE sarà molto basso o vicino a zero.

Devo fare l’ISEE ogni anno anche se la mia situazione non cambia?

Sì, perché l’ISEE scade il 31 dicembre e deve essere rinnovato ogni anno per continuare a ricevere le agevolazioni che lo richiedono. Se non lo rinnovi, molti benefici si interrompono o si riducono all’importo minimo (come nel caso dell’assegno unico). Anche se la situazione economica è identica all’anno precedente, la DSU va ripresentata.

Pensione anticipata 2026: Quota 103, APE Social e Opzione Donna

pensione anticipata – Pensione anticipata 2026

Pensione anticipata 2026: ogni anno le regole cambiano, i requisiti si spostano, e milioni di lavoratori italiani si chiedono quando potranno smettere di lavorare. Nel 2026 esistono diverse strade per andare in pensione prima dei 67 anni — ma ognuna ha requisiti specifici e conviene solo in certi casi. Questa guida spiega Quota 103, APE Social, Opzione Donna e la pensione anticipata ordinaria in modo chiaro.

📌 Articolo in breve
Nel 2026 le principali vie di uscita anticipata dal lavoro sono: pensione anticipata ordinaria (42 anni e 10 mesi di contributi per gli uomini, 41 e 10 mesi per le donne), Quota 103 (62 anni + 41 anni di contributi, assegno calcolato interamente col metodo contributivo), APE Social (63 anni e 5 mesi con requisiti specifici per categorie fragili), e Opzione Donna (61 anni per le lavoratrici dipendenti con 35 anni di contributi, calcolo interamente contributivo).
⚠️ Disclaimer: Le informazioni contenute in questo articolo hanno scopo puramente informativo. Le norme pensionistiche cambiano frequentemente. Verifica sempre la tua situazione specifica con il patronato o contatta direttamente l’INPS per una simulazione personalizzata.

Indice

  1. Pensione anticipata ordinaria: i requisiti 2026
  2. Quota 103: come funziona
  3. APE Social: per chi è pensata
  4. Opzione Donna: i requisiti aggiornati
  5. Pensione anticipata a 41 anni (precoci)
  6. Quanto perde chi va in pensione prima
  7. Come fare domanda all’INPS
  8. Domande frequenti

Pensione anticipata ordinaria: i requisiti 2026

La via più semplice per andare in pensione prima dei 67 anni è la pensione anticipata ordinaria, che non richiede un’età minima ma solo un numero elevato di anni di contributi. Nel 2026 i requisiti sono: 42 anni e 10 mesi di contributi per gli uomini, 41 anni e 10 mesi per le donne. L’età non conta — puoi andare in pensione a 60 anni se hai accumulato i contributi richiesti.

C’è però un meccanismo di attesa: dopo aver maturato il diritto, devi aspettare 3 mesi (“finestra mobile”) prima di ricevere il primo assegno. Quindi anche se raggiungi i contributi necessari il 1° gennaio, il primo pagamento arriva ad aprile. Questo va calcolato nella pianificazione dell’uscita dal lavoro.

Il calcolo della pensione per chi ha contributi sia prima che dopo il 1996 è misto: la parte maturata fino al 1995 viene calcolata col metodo retributivo (più favorevole), quella successiva col metodo contributivo. Chi ha iniziato a lavorare dopo il 1996 ha tutto calcolato col contributivo.

Quota 103: come funziona

Quota 103 permette di andare in pensione con 62 anni di età e 41 anni di contributi — sommando i due valori si ottiene 103, da cui il nome. Nel 2026 questa misura è stata prorogata, ma con una limitazione importante rispetto alla versione originale: l’assegno pensionistico viene calcolato interamente con il metodo contributivo, anche per chi ha anni di lavoro precedenti al 1996.

In pratica questo significa che chi ha lavorato molti anni prima del 1996 — e avrebbe diritto a una pensione calcolata in parte col più favorevole metodo retributivo — accettando Quota 103 “rinuncia” a quella parte di calcolo più vantaggiosa e riceve un assegno potenzialmente inferiore. Quanto inferiore dipende dalla carriera specifica: per alcune persone la differenza è minima, per altre può essere di centinaia di euro al mese per tutta la vita.

C’è anche un tetto massimo: l’assegno percepito con Quota 103 non può superare 4 volte il trattamento minimo INPS fino al raggiungimento dei 67 anni (la pensione di vecchiaia ordinaria). Dopo i 67 anni il tetto decade e si riceve l’importo completo spettante.

APE Social: per chi è pensata

L’APE Social nel 2026 permette di andare in pensione a 63 anni e 5 mesi con almeno 30 anni di contributi (36 anni per i lavoratori che non rientrano nelle categorie protette). Non è per tutti: è riservata a quattro categorie specifiche di lavoratori considerati in situazione di difficoltà.

Le categorie che possono accedere all’APE Social sono: lavoratori che assistono un familiare disabile grave (convivente), lavoratori con invalidità certificata al 74% o superiore, disoccupati che hanno terminato tutti gli ammortizzatori sociali da almeno 3 mesi, e lavoratori di settori considerati “gravosi” — una lista precisa che include operai edili, idraulici, autisti di mezzi pesanti, maestre d’asilo, infermieri, facchini, badanti, e altri. L’appartenenza alla categoria va certificata.

L’APE Social non è un anticipo della pensione ma una prestazione a sé, erogata dall’INPS fino al raggiungimento della pensione di vecchiaia a 67 anni. Non è rivalutabile e non dà diritto alla pensione di reversibilità. L’importo è pari all’assegno pensionistico maturato al momento della domanda, con un tetto di 1.500 euro al mese.

Opzione Donna: i requisiti aggiornati

Opzione Donna è disponibile solo per le lavoratrici e nel 2026 richiede: 61 anni di età per le dipendenti (60 per le autonome, con un anno aggiuntivo), 35 anni di contributi, e l’appartenenza a una delle categorie previste (caregiver, invalidità al 74%, lavoratrici in settori gravosi o aziende in crisi). Non è più accessibile a tutte le lavoratrici come nella versione originale degli anni ’90.

Il calcolo dell’assegno con Opzione Donna è interamente con il metodo contributivo — da cui il nome “opzione”, perché si sceglie consapevolmente di rinunciare al metodo retributivo. Chi ha molti anni di lavoro prima del 1996 riceve una pensione significativamente più bassa di quella che avrebbe con i requisiti ordinari. L’anticipo è di qualche anno, ma il costo in termini di assegno mensile può essere rilevante.

Pensione anticipata a 41 anni (precoci)

I cosiddetti lavoratori precoci — chi ha versato almeno 12 mesi di contributi prima dei 19 anni di età — possono andare in pensione con soli 41 anni di contributi, indipendentemente dall’età anagrafica, se rientrano nelle categorie previste (invalidi, disoccupati, caregiver, lavoratori in settori gravosi). Questa misura è separata da APE Social e da Quota 103 e ha requisiti diversi.

I 12 mesi prima dei 19 anni possono essere contributi da lavoro effettivo ma anche contributi figurativi legati al servizio militare obbligatorio, maternità, o malattia — purché siano effettivamente versati prima dei 19 anni. Il patronato può verificare dalla storia contributiva INPS se si ha questo requisito.

Quanto perde chi va in pensione prima

Andare in pensione prima dei 67 anni ha quasi sempre un costo: l’assegno mensile è inferiore rispetto a quello che si percepirebbe aspettando. Con il metodo contributivo, ogni anno in meno di lavoro significa un assegno più basso per tutta la vita — e dato che la pensione si percepisce per decenni, anche piccole differenze mensili si trasformano in differenze enormi nel totale.

Come orientamento di massima: anticipare di 3 anni rispetto ai 67 anni ordinari può ridurre l’assegno del 15-20%, a seconda della carriera. Questo significa che se a 67 anni avresti 1.500 euro al mese, a 64 anni potresti prenderne 1.200-1.275. In 20 anni di pensione la differenza cumulata è di 54.000-72.000 euro. Conviene? Dipende dalle condizioni di salute, dalla situazione lavorativa, dalla qualità della vita attesa. Non è una risposta unica per tutti.

Come fare domanda all’INPS

La domanda di pensione si presenta online sul portale inps.it con SPID o CIE, oppure tramite patronato (CGIL, CISL, UIL, ACLI, Patronato INAC, ecc.). Il patronato è gratuito e spesso la scelta migliore: ti aiuta a calcolare la data esatta in cui maturerai i requisiti, verifica il tuo estratto contributivo per eventuali errori, e presenta la domanda nei tempi giusti.

Prima di presentare la domanda, richiedi all’INPS l’estratto contributivo per verificare quanti anni di contributi hai versato e se ci sono buchi o periodi non accreditati. Puoi farlo dal sito INPS nell’area personale. Scoprire errori o mancanze nell’estratto può fare la differenza di mesi o anni sul momento del pensionamento.

Domande frequenti

Quota 103 conviene rispetto ad aspettare la pensione ordinaria?

Dipende dalla situazione specifica. Se hai molti anni di contributi pre-1996, il calcolo interamente contributivo di Quota 103 può darti un assegno molto più basso per tutta la vita. Fatti fare una simulazione dal patronato che confronti i due scenari prima di decidere.

Posso lavorare mentre percepisco APE Social?

No. L’APE Social è incompatibile con lo svolgimento di qualsiasi attività lavorativa dipendente o autonoma. Se riprendi a lavorare, la prestazione viene sospesa. Questa è una differenza importante rispetto alla pensione ordinaria, con cui si può lavorare in molti casi.

I contributi versati all’estero contano per la pensione anticipata in Italia?

Sì, se esiste un accordo di totalizzazione tra l’Italia e il Paese estero (tutti i Paesi UE, e molti extra-UE). I periodi lavorati all’estero possono essere sommati a quelli italiani per raggiungere i requisiti. Rivolgiti a un patronato specializzato per i calcoli, perché la procedura è complessa.

Cosa succede se faccio domanda troppo tardi?

La pensione non ha effetto retroattivo: si inizia a percepirla dal mese successivo alla presentazione della domanda (o dalla “finestra mobile” per la pensione anticipata ordinaria). Non puoi recuperare i mesi in cui non hai presentato la domanda pur avendo i requisiti. Presentarla in anticipo — anche 3-6 mesi prima — è sempre la scelta giusta.

Per gli aggiornamenti più recenti su importi e rivalutazione, leggi anche Pensioni luglio 2026: quattordicesima, rivalutazione e importi aggiornati.

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Bonus nido 2027: importi, chi ha diritto e come fare domanda INPS

bonus nido – Bonus nido 2027

Bonus nido 2026: è uno dei contributi più ricchi per le famiglie italiane con bambini piccoli, eppure ogni anno molti genitori lo scoprono tardi o non sanno come richiederlo. Copre fino a 3.000 euro all’anno di rette dell’asilo nido, con importi più alti per le famiglie con ISEE basso e un meccanismo di domanda tutto online. Questa guida spiega chi ha diritto, quanto vale e cosa fare passo per passo.

Aggiornamento luglio 2026: da quest\’anno non serve più presentare una nuova domanda ogni 12 mesi: una volta accolta, la richiesta resta valida fino al mese in cui il bambino compie 3 anni, senza bisogno di rinnovarla annualmente. È stato inoltre introdotto un nuovo indicatore ISEE specifico per le prestazioni familiari, che neutralizza l\’effetto dell\’assegno unico universale nel calcolo: gli importi percepiti con l\’assegno unico non riducono più artificialmente l\’ISEE utile per il bonus nido, un cambiamento che porta più famiglie a rientrare nelle fasce di importo più alto.
📌 Articolo in breve
Il bonus nido 2026 vale da 1.500 a 3.000 euro all’anno per bambini da 0 a 36 mesi che frequentano un asilo nido pubblico o privato, oppure per bambini con gravi patologie che non possono frequentare. L’importo dipende dall’ISEE: 3.000 euro con ISEE sotto 25.000 €, 2.500 con ISEE 25.001-40.000 €, 1.500 senza ISEE o con ISEE sopra 40.000 €. La domanda si fa online sull’INPS entro il 31 dicembre dell’anno di riferimento.
⚠️ Disclaimer: Le informazioni contenute in questo articolo hanno scopo puramente informativo. Importi e requisiti possono variare. Verifica sempre i dati aggiornati sul sito INPS.

Indice

  1. Chi ha diritto al bonus nido 2026
  2. Importi 2026 in base all’ISEE
  3. Maggiorazione per famiglie numerose
  4. Bonus per bambini con patologie gravi
  5. Come fare domanda sull’INPS
  6. Come funziona il rimborso
  7. Scadenze da rispettare
  8. Domande frequenti

Chi ha diritto al bonus nido 2026

Il bonus nido spetta a tutti i genitori (o tutori) di bambini tra 0 e 36 mesi che frequentano un asilo nido pubblico o privato autorizzato. Non importa se l’asilo è comunale, statale, convenzionato o privato — l’importante è che sia autorizzato al funzionamento dalla Regione o dal Comune. Non vale per baby sitter, tagesmutter non autorizzate, o strutture non riconosciute.

Esiste anche una seconda categoria: i bambini con gravi patologie croniche che impediscono loro di frequentare il nido. In questo caso il bonus non copre rette (che non ci sono, perché il bambino non va al nido) ma viene comunque erogato come contributo per le famiglie che devono gestire l’assistenza al bambino malato a casa.

Non ci sono limiti di reddito per fare domanda — il bonus spetta a tutti, anche con ISEE alto o senza ISEE. Quello che cambia in base all’ISEE è solo l’importo ricevuto.

Importi 2026 in base all’ISEE

Gli importi del bonus nido sono stati aumentati negli anni precedenti e nel 2026 rimangono significativi:

Fascia ISEE Contributo annuo massimo Contributo mensile max
ISEE fino a 25.000 € 3.000 € 272,73 €
ISEE 25.001 – 40.000 € 2.500 € 227,27 €
ISEE oltre 40.000 € o assente 1.500 € 136,36 €

Il contributo viene erogato come rimborso delle rette pagate, fino al massimo indicato. Se la retta mensile è di 400 euro e il massimale mensile è 272 euro, ricevi 272 euro di rimborso e paghi di tasca tua i restanti 128 euro. Se la retta è inferiore al massimale (es. 200 euro), ricevi il rimborso della retta intera.

Maggiorazione per famiglie numerose

Dal 2023 esiste una maggiorazione significativa per le famiglie con già un figlio under 10 al momento della nascita del bambino per cui si chiede il bonus. In questi casi, l’importo sale a 3.600 euro all’anno per le famiglie con ISEE fino a 40.000 euro — indipendentemente dalla fascia ISEE specifica. Questa maggiorazione premia le famiglie che scelgono di avere più figli e rappresenta un incentivo concreto.

Per accedere alla maggiorazione non c’è una domanda separata — l’INPS la calcola automaticamente verificando la composizione del nucleo familiare al momento dell’elaborazione della domanda.

Bonus per bambini con patologie gravi

I bambini con gravi patologie croniche certificate dalla ASL che impediscono la frequenza del nido possono accedere a un contributo equivalente, erogato direttamente ai genitori come sostegno per l’assistenza domiciliare. L’importo segue le stesse fasce ISEE del bonus ordinario.

Per accedere a questa forma del bonus, serve un’attestazione del pediatra o del medico specialista che certifichi la patologia e l’impossibilità di frequentare strutture collettive. La documentazione va allegata alla domanda INPS. L’INPS può richiedere una verifica da parte del proprio medico legale in caso di dubbi sulla certificazione.

Come fare domanda sull’INPS

La domanda si presenta online sul portale inps.it, nella sezione “Prestazioni e servizi” → “Bonus asilo nido”. Serve lo SPID o la CIE per accedere. In alternativa, puoi rivolgerti a un CAF o patronato che compila la domanda gratuitamente. Non è possibile fare domanda allo sportello fisico.

Nella domanda devi indicare: i dati del bambino, i dati dell’asilo nido (nome, codice fiscale, indirizzo), la modalità di pagamento (IBAN del conto su cui ricevere i rimborsi), e l’ISEE. Se hai già un ISEE valido, viene acquisito automaticamente. Se non ce l’hai, puoi presentare la domanda lo stesso ma ricevi l’importo minimo (1.500 euro).

È fondamentale presentare la domanda prima di iniziare a pagare le rette, o al massimo entro lo stesso mese. L’INPS rimborsa solo le rette pagate dopo la data di presentazione della domanda — non ha effetto retroattivo. Chi fa domanda a dicembre perde i rimborsi per i mesi precedenti di quell’anno.

Come funziona il rimborso

Il bonus non viene accreditato in un’unica soluzione ma come rimborso mensile, dopo che hai caricato sull’INPS le ricevute di pagamento delle rette. Il processo è: paghi la retta all’asilo, carichi la ricevuta nel portale INPS, l’INPS verifica e accredita il rimborso entro 30-60 giorni.

Le ricevute si caricano nella sezione “Gestione domanda” del bonus nido sul portale INPS. Puoi caricarle man mano ogni mese o raccoglierle e caricarle tutte insieme periodicamente — ma non aspettare a fine anno, perché l’elaborazione richiede tempo. La ricevuta deve essere intestata al genitore richiedente e riportare chiaramente l’importo pagato e il periodo di riferimento.

Scadenze da rispettare

La domanda va presentata entro il 31 dicembre dell’anno in cui si vuole ricevere il contributo. Le ricevute relative a quell’anno vanno caricate entro il 31 luglio dell’anno successivo — questo lasso di tempo permette di recuperare anche i rimborsi dell’ultimo trimestre. Se non carichi le ricevute entro quella data, perdi il rimborso per quei mesi.

Attenzione: se il bambino compie 3 anni durante l’anno, il bonus si interrompe al mese del terzo compleanno. Non vengono rimborsate le rette dei mesi successivi al compimento dei 36 mesi, anche se sei ancora nella finestra temporale della domanda.

Domande frequenti

Il bonus nido è compatibile con il bonus sezione primavera?

Sì. Se il bambino frequenta una sezione primavera (che accoglie bambini tra 24 e 36 mesi) riconosciuta dal MIUR, il bonus nido si applica allo stesso modo. Le regole sono identiche a quelle per l’asilo nido tradizionale.

Posso chiedere il bonus se il nido è in un altro Comune rispetto alla mia residenza?

Sì. Non ci sono vincoli territoriali — l’asilo nido può essere in qualsiasi Comune italiano. L’importante è che sia autorizzato al funzionamento. Devi indicare nella domanda INPS il codice fiscale dell’asilo nido, non il Comune.

Se cambio asilo nido durante l’anno, devo presentare una nuova domanda?

Sì. Se cambi struttura devi presentare una nuova domanda con i dati del nuovo asilo. La domanda precedente viene chiusa e quella nuova parte dalla data di presentazione. I rimborsi per le rette pagate al vecchio asilo continuano ad essere elaborati normalmente fino alla chiusura della prima domanda.

Il bonus nido è cumulabile con le detrazioni fiscali per spese scolastiche?

Sì, ma attenzione: la detrazione fiscale del 19% si applica sulla parte di retta che non è stata rimborsata dal bonus nido. Non puoi detrarre la quota già rimborsata dall’INPS — solo la parte rimasta a tuo carico.

Per un altro sostegno economico legato alla genitorialità, leggi anche bonus nuovi nati 2026.

Come fare testamento in Italia: guida completa 2026

testamento notaio – Come fare testamento

Come fare testamento in Italia: molte persone lo rimandano perché sembra complicato o “porta sfortuna” parlarne. In realtà è uno degli atti più semplici da fare dal punto di vista pratico, e uno dei più importanti per evitare conflitti familiari dopo la propria morte. Questa guida spiega i tipi di testamento, come si redige quello fai-da-te (olografo), quando serve il notaio e cosa non si può fare anche con le migliori intenzioni.

📌 Articolo in breve
In Italia esistono tre tipi di testamento: olografo (scritto a mano, senza notaio, gratuito), pubblico (dal notaio, più sicuro e costoso) e segreto (raro, poco usato). Il testamento olografo è valido se scritto interamente a mano, datato e firmato — non servono testimoni né timbri. Non si può tuttavia disporre liberamente di tutta l’eredità: la legge riserva una quota obbligatoria (legittima) ai figli, al coniuge e ai genitori.
⚠️ Disclaimer: Le informazioni contenute in questo articolo hanno scopo puramente informativo. Per situazioni patrimoniali complesse o familiari particolari, è indispensabile rivolgersi a un notaio o avvocato specializzato in diritto successorio.

Indice

  1. I tre tipi di testamento in Italia
  2. Il testamento olografo: come si scrive
  3. Errori che rendono il testamento nullo
  4. La quota di legittima: cosa non puoi fare
  5. Quando conviene andare dal notaio
  6. Come conservare il testamento
  7. Come modificare o revocare il testamento
  8. Domande frequenti

I tre tipi di testamento in Italia

Il testamento olografo è quello che chiunque può fare da solo, senza avvocati o notai, a costo zero. È semplicemente una lettera scritta a mano in cui si dispone dell’eredità. È il tipo più diffuso proprio per la sua semplicità, ma è anche quello più vulnerabile a errori formali che lo rendono nullo.

Il testamento pubblico si redige davanti a un notaio, alla presenza di due testimoni. Il notaio raccoglie le disposizioni del testatore (verbalmente o per iscritto) e le formalizza nell’atto notarile. Costa tra 200 e 600 euro circa, a seconda della complessità. Il vantaggio è la sicurezza giuridica assoluta: il notaio verifica che il documento sia valido, lo conserva nel registro nazionale, e alla morte del testatore si occupa dell’apertura.

Il testamento segreto è una via di mezzo: viene consegnato al notaio in busta chiusa (il contenuto rimane segreto anche per il notaio), che lo custodisce e lo apre alla morte. È poco usato nella pratica perché non offre i vantaggi del testamento pubblico (il notaio non può verificare la validità del contenuto) e ha costi simili.

Il testamento olografo: come si scrive

Per essere valido, il testamento olografo deve rispettare tre requisiti formali tassativi: deve essere scritto interamente a mano dal testatore (non stampato, non dettato a qualcuno), deve riportare la data completa (giorno, mese e anno) in modo chiaro, e deve essere firmato per esteso (nome e cognome) alla fine.

Non serve carta speciale, carta da bollo, testimoni, timbri o notai. Puoi scriverlo su un foglio di quaderno, su carta intestata, su più fogli (che devono essere collegati tra loro in modo evidente). L’importante è che sia scritto di tuo pugno dall’inizio alla fine. Qualsiasi parte dattiloscritta o stampata — anche solo la data — rende il testamento nullo.

Il contenuto può essere semplice: “Io sottoscritto [nome e cognome], nato a [luogo] il [data], lascio tutti i miei beni a [nome erede], escludendo [nome]. Firmato: [firma]. Data: [data].” Non serve usare linguaggio legale — l’importante è che le disposizioni siano chiare e inequivocabili. Ambiguità e contraddizioni interne possono portare a contestazioni tra eredi.

Errori che rendono il testamento nullo

L’errore più comune è usare una parte stampata o compilata al computer. Anche solo la data digitata invece di scritta a mano invalida il documento. Il secondo errore frequente è dimenticare la firma o firmare solo con il nome (senza cognome), anche se in certi casi la giurisprudenza ha ammesso firme non complete se l’identità del testatore era comunque certa.

Un errore meno ovvio riguarda le correzioni: se devi cambiare qualcosa nel testamento già scritto, non usare il bianchetto o cancella con trattini. Qualsiasi modifica deve essere apposta con una data e una firma aggiuntiva accanto alla correzione, per dimostrare che la modifica è del testatore stesso e successiva alla stesura originale. La cosa più semplice, comunque, è riscrivere il testamento da capo.

Non è possibile fare testamento “in coppia” con il coniuge: ogni persona deve avere il suo testamento separato. I cosiddetti “testamenti congiunti” sono espressamente vietati dal Codice Civile italiano (art. 589 c.c.).

La quota di legittima: cosa non puoi fare

La legge italiana protegge determinati eredi con la quota di legittima: una porzione minima dell’eredità che spetta per legge indipendentemente da quello che dice il testamento. Se il testamento viola la legittima, gli eredi lesi possono impugnarlo in tribunale e ridurlo per far valere la loro quota.

Le quote di legittima dipendono da chi sopravvive al testatore: se ci sono figli, a loro spetta almeno la metà dell’eredità (divisa tra loro in parti uguali se sono più di uno); se c’è solo il coniuge senza figli, spetta al coniuge almeno un quarto; se ci sono sia figli che coniuge, il totale da riservare è i due terzi (un quarto al coniuge, metà ai figli divisa tra loro). I genitori del testatore hanno diritto a un quarto dell’eredità se non ci sono figli e c’è solo il coniuge.

Questo significa che se vuoi lasciare tutto a un amico o a un’associazione, puoi farlo solo sulla quota disponibile — la parte che rimane dopo aver tolto la legittima. Con tre figli e un coniuge vivi al momento del decesso, la quota disponibile di cui puoi disporre liberamente è solo un sesto dell’eredità totale.

Quando conviene andare dal notaio

Il testamento notarile conviene quando il patrimonio è complesso (immobili in più Comuni, partecipazioni societarie, beni all’estero), quando la famiglia è allargata o conflittuale e c’è rischio di contestazioni, quando il testatore ha una condizione di salute che potrebbe mettere in dubbio la capacità di intendere e volere al momento della firma, o quando si vogliono fare disposizioni particolari (creazione di un fondo, istituzione di un trust, lasciti a fondazioni).

Il notaio non si limita a formalizzare il documento: controlla che le disposizioni siano legalmente valide, verifica la capacità del testatore, lo consiglia su come evitare impugnazioni future, e iscrive il testamento nel Registro Nazionale dei Testamenti — che garantisce che gli eredi lo trovino sempre, anche senza sapere dove cercare.

Come conservare il testamento

Il testamento olografo deve essere custodito con cura perché, se viene distrutto (anche accidentalmente), non può essere ricostruito. Puoi conservarlo a casa in un posto sicuro (cassaforte, cassetto chiuso a chiave), ma è più prudente consegnarlo a un notaio che lo custodisce ufficialmente e lo registra nel Registro Nazionale. Il costo di deposito è di circa 200-300 euro, molto meno di un testamento notarile completo.

Puoi anche consegnarlo a una persona di fiducia con l’incarico di consegnarlo agli eredi dopo la tua morte — ma è una soluzione rischiosa perché dipende dalla correttezza di quella persona e potrebbe creare problemi se muore prima di te o non ricorda dove l’ha messo.

Come modificare o revocare il testamento

Puoi modificare o revocare il testamento in qualsiasi momento, finché sei in vita e capace di intendere. Per revocare un testamento olografo esistono due modi: scrivere un nuovo testamento (il più recente prevale sempre) oppure distruggere fisicamente il vecchio testamento con l’intenzione di revocarlo. La revoca deve essere inequivoca — non basta barrare una riga o scrivere “annullato” sul documento esistente.

Se vuoi aggiungere solo una disposizione al testamento esistente, puoi farlo con un codicillo: un foglio separato scritto a mano, datato e firmato, che integra il testamento precedente senza sostituirlo. Il codicillo deve richiamare il testamento che integra e deve rispettare gli stessi requisiti formali.

Domande frequenti

Posso diseredare un figlio con il testamento?

Parzialmente. Puoi escludere un figlio dalla quota disponibile (quella di cui puoi disporre liberamente), ma non puoi togliergli la quota di legittima. Anche se nel testamento scrivi esplicitamente che lo escludi, il figlio può impugnarlo e ottenere la sua quota minima prevista dalla legge.

Il testamento scritto al computer è valido?

No. Il testamento olografo deve essere scritto interamente a mano dal testatore. Un testamento scritto al computer, stampato e firmato non è valido in Italia. Se vuoi un testamento digitato, devi farlo dal notaio come testamento pubblico.

Posso lasciare beni a chi voglio, anche a un’associazione?

Sì, ma solo sulla quota disponibile — quella che rimane dopo aver garantito la legittima agli eredi protetti dalla legge. Puoi lasciare a un’associazione, una fondazione o chiunque desideri la tua quota libera. Se non hai eredi legittimari (figli, coniuge, genitori), puoi lasciare tutto a chi vuoi senza limiti.

Cosa succede se muoio senza testamento?

Scatta la successione legittima: i beni vengono distribuiti secondo le regole del Codice Civile tra i parenti più prossimi (coniuge, figli, genitori, fratelli, ecc.) in proporzioni fisse stabilite dalla legge. Non c’è modo per gli eredi di derogare a queste proporzioni senza un testamento. Se non hai parenti entro il sesto grado, l’eredità va allo Stato.

Prima di procedere, informati anche su quanto puoi effettivamente dover versare con la nostra guida alle tasse di successione 2026.

Carta d’identità elettronica 2026: come richiederla, costi e tempi

carta identità – Carta identità elettronica 2026

Carta d’identità elettronica 2026: negli ultimi anni è diventata il documento più richiesto agli sportelli comunali, ma i tempi di attesa restano lunghi in molte città. Sapere esattamente come prenotare, cosa portare, quanto costa e quanto ci vuole fa la differenza tra aspettare settimane in coda e ottenere il documento in modo rapido. Questa guida risponde a tutte queste domande.

Aggiornamento luglio 2026: dal 3 agosto 2026 le carte d’identità in formato cartaceo non potranno più essere usate, né sul territorio nazionale né per l’espatrio, anche se formalmente ancora in corso di validità — meglio prenotare la CIE prima di quella data per evitare disagi. Novità per gli over 70: dal 30 luglio 2026 la CIE rilasciata a chi ha compiuto 70 anni al momento della richiesta avrà durata illimitata. È inoltre prevista l’integrazione della CIE digitale nell’IT-Wallet, insieme a tessera sanitaria, patente e documenti di disabilità.
📌 Articolo in breve
La CIE (Carta d’Identità Elettronica) si richiede al Comune di residenza, prenotando online o di persona. Costa 22,21 euro. I tempi di attesa variano da pochi giorni a 2-3 mesi a seconda del Comune. La carta arriva a casa per posta entro 6 giorni lavorativi dalla richiesta. Serve per viaggiare nell’Unione Europea, accedere a servizi online con CIE ID, e come documento di identità in Italia e all’estero.

Indice

  1. Cos’è la CIE e a cosa serve nel 2026
  2. Come prenotare l’appuntamento
  3. Cosa portare all’appuntamento
  4. Costo e modalità di pagamento
  5. Tempi di attesa e ricezione
  6. Quando rinnovare la carta d’identità
  7. Usare la CIE per accedere ai servizi online
  8. Domande frequenti

Cos’è la CIE e a cosa serve nel 2026

La Carta d’Identità Elettronica è il documento di identità ufficiale rilasciato dal Comune di residenza, in formato tessera plastificata con microchip. A differenza del vecchio cartacino, contiene i dati biometrici del titolare (impronte digitali e fotografia) e può essere usata come strumento di autenticazione digitale per accedere ai servizi della Pubblica Amministrazione online — sostituisce in molti casi lo SPID.

Per i viaggi, la CIE è valida come documento di viaggio in tutti i Paesi dell’Unione Europea e in molti altri Paesi con accordi bilaterali con l’Italia (controllare sempre l’elenco aggiornato sul sito del Ministero degli Esteri prima di partire). Per i Paesi extra-UE che non accettano la CIE, serve il passaporto.

La CIE è obbligatoria per i nuovi rilasci: dal 2016 i Comuni non emettono più la vecchia carta d’identità cartacea, salvo casi eccezionali documentati (motivi di urgenza, problemi tecnici). Chi ha ancora il vecchio documento cartaceo può continuare a usarlo fino alla scadenza.

Come prenotare l’appuntamento

L’appuntamento si prenota in due modi: online tramite il portale nazionale Agenda CIE (agendacie.interno.gov.it), oppure direttamente allo sportello anagrafe del tuo Comune. Sul portale Agenda CIE puoi vedere la disponibilità degli appuntamenti nel tuo Comune e nei Comuni vicini — utile nei periodi di alta domanda, quando il tuo Comune ha liste d’attesa lunghe e il Comune limitrofo ha posti liberi prima.

Attenzione: puoi prenotare la CIE solo nel Comune dove sei iscritto all’anagrafe. Se hai cambiato residenza di recente e il cambio non è ancora completato, devi aspettare la conferma di iscrizione prima di prenotare. Il portale verifica i dati anagrafici al momento della prenotazione.

In molte grandi città (Roma, Milano, Napoli) i tempi di attesa per un appuntamento possono superare i 60 giorni nei periodi di picco (estate, prima delle vacanze). Se hai urgenza, puoi chiedere allo sportello un appuntamento d’urgenza documentando il motivo (viaggio imminente, documento scaduto da meno di 180 giorni). Alcuni Comuni riservano posti giornalieri per emergenze.

Cosa portare all’appuntamento

All’appuntamento devi portare: una fotografia recente in formato tessera (sfondo bianco o chiaro, volto ben visibile, senza occhiali da sole), il documento d’identità scaduto o in scadenza (se ce l’hai), e il codice fiscale o la tessera sanitaria. Se stai facendo la CIE per la prima volta e non hai un documento d’identità, puoi presentarti con due testimoni che ti identifichino — procedura rara ma prevista dalla normativa.

Per i minori sotto i 14 anni, la richiesta deve essere fatta da un genitore o tutore legale. I minori tra 14 e 18 anni possono fare richiesta autonomamente ma serve la presenza di almeno un genitore o la firma di consenso. Portare sempre anche il documento d’identità del genitore.

Non serve portare denaro contante all’appuntamento se il Comune lo prevede: molti Comuni accettano pagamento con PagoPA online prima dell’appuntamento, o con bancomat/carta allo sportello. Verifica le modalità accettate dal tuo Comune sulla pagina del sito comunale dedicata alla CIE.

Costo e modalità di pagamento

Il costo della CIE è fissato per legge a 22,21 euro, a cui molti Comuni aggiungono i diritti di segreteria (di solito 0,26-5,42 euro). Il costo totale varia quindi tra 22 e 28 euro circa a seconda del Comune. In caso di furto o smarrimento del documento, il costo può essere leggermente diverso.

Il pagamento si fa quasi sempre tramite PagoPA: online prima dell’appuntamento (il modo più comodo), allo sportello con carta di debito o credito, oppure in alcuni Comuni anche con pagamento in contanti. Il sistema PagoPA permette di pagare anche tramite app bancaria, Satispay, o alle casse automatiche della farmacia. Conserva la ricevuta di pagamento — ti verrà chiesta allo sportello.

Tempi di attesa e ricezione

Il giorno dell’appuntamento l’impiegato comunale raccoglie i tuoi dati, le impronte digitali e la fotografia (se non ne porti una, la scattano allo sportello). Questo processo dura circa 10-15 minuti. La carta d’identità non viene consegnata immediatamente: viene stampata e personalizzata da un istituto poligrafico centralizzato e spedita al tuo indirizzo di residenza tramite posta raccomandata entro 6 giorni lavorativi.

Puoi scegliere di ritirarla direttamente al Comune invece che riceverla a casa, se il tuo Comune offre questa opzione. Tieni presente che se non sei in casa al momento della consegna postale, il postino lascia un avviso e il pacco viene tenuto all’ufficio postale per 30 giorni prima di essere restituito al mittente — e in quel caso dovresti richiedere una nuova spedizione al Comune.

Quando rinnovare la carta d’identità

La CIE ha una validità che dipende dall’età del titolare al momento del rilascio: 3 anni per i minori di 3 anni, 5 anni per i minori tra 3 e 18 anni, e 10 anni per gli adulti. Puoi richiedere il rinnovo a partire da 6 mesi prima della scadenza — non devi aspettare che scada. Molti scelgono di rinnovarla prima delle vacanze estive o di un viaggio all’estero.

Se la carta viene smarrita o rubata, devi denunciare il furto o la perdita alle forze dell’ordine e poi recarti al Comune con la denuncia per richiedere il duplicato. Il costo è lo stesso del rilascio ordinario. Se la carta viene danneggiata (il chip non funziona, la plastificazione è danneggiata), puoi richiedere la sostituzione con il documento danneggiato in mano.

Usare la CIE per accedere ai servizi online

La CIE ha un chip NFC che permette di usarla come strumento di autenticazione digitale tramite l’app CieID, disponibile su iOS e Android. Con CieID e uno smartphone con NFC puoi accedere agli stessi servizi raggiungibili con lo SPID: INPS, Agenzia delle Entrate, fascicolo sanitario, 730 precompilato, e centinaia di altri portali della PA.

Per usare CieID ti serve il PIN della carta, che viene consegnato in due tranche: una metà all’appuntamento allo sportello, l’altra metà insieme alla carta quando arriva per posta. Le due metà vanno combinate — conservale entrambe. Se perdi il PIN, devi recarti al Comune per richiederne uno nuovo (procedura gratuita ma richiede un altro appuntamento).

Domande frequenti

Posso usare la CIE per andare in Gran Bretagna dopo la Brexit?

No. Dal 2021 la Gran Bretagna non accetta più la carta d’identità dei cittadini UE — serve il passaporto. Verifica sempre l’elenco aggiornato dei Paesi che accettano la CIE sul sito del Ministero degli Affari Esteri (viaggiaresicuri.it) prima di partire.

Ho la CIE scaduta da 3 anni: posso usarla in Italia?

La CIE scaduta non è valida come documento di identità per nessun uso in Italia. A differenza del passaporto (che ha avuto proroghe temporanee per alcuni Paesi), la carta d’identità scaduta non viene accettata. Devi rinnovarla il prima possibile.

Posso prenotare la CIE in un Comune dove non risiedo se ho la residenza temporanea?

No. La CIE si rilascia solo al Comune dove sei iscritto all’anagrafe con residenza (anche temporanea se regolarmente registrata). Se sei domiciliato ma non hai la residenza in un Comune, devi recarti al Comune di residenza ufficiale.

Quanto tempo prima della scadenza posso rinnovare?

Puoi rinnovare fino a 6 mesi prima della scadenza. Rinnovare prima non fa perdere i mesi rimanenti: la nuova scadenza viene calcolata dalla data di rilascio, non da quella di scadenza del vecchio documento.

Assegno di Inclusione 2026: requisiti, importi e come fare domanda

assegno di inclusione – Assegno di Inclusione 2026: requisiti, importi e come fare domanda

Assegno di Inclusione 2026: ha sostituito il Reddito di Cittadinanza dal 1° gennaio 2024, ma molte persone ancora non sanno esattamente a chi spetta, quanto vale e cosa bisogna fare per ottenerlo. A differenza del RdC, l’ADI è riservato a nuclei familiari con specifiche caratteristiche — non basta avere un reddito basso. Questa guida spiega tutto quello che serve sapere nel 2026.

📌 Articolo in breve
L’Assegno di Inclusione (ADI) spetta ai nuclei familiari con ISEE fino a 10.140 euro che includono almeno un componente con disabilità, minorenne, over 60, o in condizione di svantaggio. L’importo mensile arriva fino a 630 euro per il nucleo più un contributo affitto fino a 280 euro. La domanda si presenta tramite INPS online con SPID. I beneficiari devono sottoscrivere un Patto di Attivazione Digitale (PAD) e, se lavorabili, partecipare a percorsi di inserimento lavorativo.
⚠️ Disclaimer: Le informazioni contenute in questo articolo hanno scopo puramente informativo. I requisiti e gli importi dell’ADI sono soggetti ad aggiornamenti normativi. Verifica sempre i dati aggiornati sul sito INPS o rivolgiti a un CAF o patronato.

Indice

  1. ADI vs Reddito di Cittadinanza: le differenze chiave
  2. Requisiti per avere l’ADI 2026
  3. Quanto vale l’Assegno di Inclusione
  4. Come fare domanda
  5. Il Patto di Attivazione Digitale (PAD)
  6. Obblighi dei beneficiari
  7. Quando si perde il diritto all’ADI
  8. Domande frequenti

ADI vs Reddito di Cittadinanza: le differenze chiave

Il Reddito di Cittadinanza era accessibile a quasi tutti i nuclei con reddito basso, incluse le persone single in età lavorativa senza particolari fragilità. L’Assegno di Inclusione cambia radicalmente la platea: spetta solo ai nuclei che includono almeno un componente considerato “fragile” — un minore, un over 60, una persona con disabilità, o un soggetto in condizione di svantaggio certificata dai servizi sociali.

Chi non rientra in queste categorie — per esempio un adulto under 60 senza disabilità e senza figli — non può accedere all’ADI. Per queste persone esiste il Supporto per la Formazione e il Lavoro (SFL), una misura separata che prevede un contributo mensile di 350 euro condizionato alla partecipazione a percorsi di formazione o politiche attive del lavoro.

Requisiti per avere l’ADI 2026

I requisiti si dividono in due categorie: quelli relativi al nucleo familiare e quelli economici. Per quanto riguarda la composizione del nucleo, almeno uno dei componenti deve essere in una di queste condizioni: minore di 18 anni, persona con disabilità (certificata ai sensi della legge 68/1999 o con invalidità riconosciuta), over 60 anni, o soggetto in condizione di svantaggio inserito in un programma di cura certificato dai servizi sociali.

I requisiti economici sono: ISEE non superiore a 10.140 euro, reddito familiare non superiore a 6.000 euro annui (9.360 euro per i nuclei con over 67 anni o disabili), valore del patrimonio immobiliare non superiore a 150.000 euro (esclusa la prima casa fino a 150.000 euro di valore catastale), e patrimonio finanziario non superiore a 10.000 euro (8.000 per single, fino a 30.000 per nuclei con disabili).

Tutti i componenti del nucleo devono essere residenti in Italia da almeno 5 anni, di cui gli ultimi due in modo continuativo. Per i cittadini extra-UE è richiesto un permesso di soggiorno di lungo periodo.

Quanto vale l’Assegno di Inclusione

L’importo dell’ADI si calcola come integrazione al reddito del nucleo fino a una soglia mensile, simile nella logica al vecchio RdC. Per un nucleo senza redditi, la soglia di integrazione è di 500 euro al mese (6.000 euro/anno), che sale a 630 euro per i nuclei con tutti i componenti over 67 anni o con disabilità grave e non autosufficienza.

A questa quota si aggiunge un contributo per l’affitto fino a 280 euro al mese, riconosciuto automaticamente se il nucleo vive in un’abitazione in affitto. Chi è proprietario della prima casa non riceve questo contributo aggiuntivo. In totale, un nucleo senza redditi e in affitto può arrivare a percepire fino a 780 euro al mese.

Se il nucleo ha già un reddito (anche parziale), l’ADI integra la differenza fino alla soglia. Per esempio, se un nucleo ha redditi per 200 euro al mese, riceve 300 euro di ADI (per arrivare ai 500 euro soglia). I redditi da lavoro dipendente vengono calcolati in modo agevolato: solo il 60% concorre al calcolo del reddito ai fini dell’integrazione, per non penalizzare chi lavora part-time.

Come fare domanda

La domanda si presenta esclusivamente online sul portale inps.it, nella sezione dedicata all’Assegno di Inclusione. Serve lo SPID o la CIE per accedere. In alternativa, puoi rivolgerti a un CAF o patronato che compila e trasmette la domanda al posto tuo, gratuitamente. Non è possibile presentare domanda allo sportello fisico INPS.

Dopo l’invio della domanda, l’INPS verifica i requisiti e comunica l’esito entro 30-60 giorni. Se la domanda viene accettata, il richiedente riceve un messaggio con le istruzioni per completare il Patto di Attivazione Digitale (PAD), passaggio obbligatorio prima dell’erogazione del primo pagamento.

Il Patto di Attivazione Digitale (PAD)

Il PAD è un accordo che il nucleo familiare stipula con i servizi sociali del Comune o con i Centri per l’Impiego, in cui si impegna a partecipare a percorsi personalizzati di inclusione sociale e lavorativa. Va firmato entro 120 giorni dall’accettazione della domanda, pena la decadenza del beneficio.

La firma del PAD avviene online tramite il portale INPS oppure di persona presso i servizi sociali del Comune di residenza. Una volta firmato, il nucleo viene preso in carico dai servizi competenti che definiscono il percorso di attivazione — che può includere corsi di formazione, tirocini, partecipazione a progetti di utilità collettiva, o percorsi di supporto psicologico e sociale per i componenti fragili.

Obblighi dei beneficiari

I componenti del nucleo in età lavorativa (18-59 anni) e non in condizione di fragilità hanno obblighi specifici: devono presentarsi ai Centri per l’Impiego quando convocati, non possono rifiutare più di un’offerta di lavoro congrua (definita dalla legge in base alla distanza, al tipo di contratto e alla retribuzione), e devono comunicare entro 30 giorni qualsiasi variazione della situazione reddituale o familiare.

I componenti in condizione di fragilità (disabili, over 60, soggetti fragili) hanno obblighi meno stringenti ma devono comunque partecipare ai percorsi di inclusione sociale definiti dai servizi sociali. L’esonero totale dagli obblighi riguarda solo chi ha carichi di cura di figli sotto i 3 anni, o di disabili gravi.

Quando si perde il diritto all’ADI

L’ADI decade automaticamente in alcune situazioni: se il nucleo supera le soglie ISEE o reddituali durante il periodo di percezione, se viene rifiutata un’offerta di lavoro congrua, se un componente obbligato non si presenta ai Centri per l’Impiego senza giustificato motivo, o se vengono rese dichiarazioni false nella domanda. La decadenza può essere temporanea (sospensione) o definitiva, a seconda della gravità.

Se nel nucleo qualcuno trova lavoro, l’ADI non decade immediatamente: esiste un meccanismo di uscita graduale, e per il primo anno di lavoro il reddito viene computato in modo agevolato. Chi trova un impiego e dichiara il reddito correttamente non deve restituire le somme già percepite.

Domande frequenti

Un single di 45 anni senza figli e senza disabilità può chiedere l’ADI?

No. L’ADI richiede che nel nucleo ci sia almeno un componente fragile (minore, disabile, over 60 o soggetto in svantaggio). Un single adulto senza queste caratteristiche può accedere al Supporto per la Formazione e il Lavoro (SFL), che vale 350 euro al mese con obbligo di partecipare a percorsi formativi.

Chi prende l’ADI riceve anche l’assegno unico per i figli?

L’assegno unico è integrato nell’ADI per le famiglie con figli minorenni — non si sommano separatamente le due misure. L’importo dell’ADI tiene già conto della presenza di figli. Verifica la tua situazione specifica con un CAF.

Quanto tempo dura l’ADI?

L’ADI viene erogato per un massimo di 18 mesi consecutivi, dopo i quali si interrompe per almeno un mese prima di poter fare una nuova domanda. Il contatore riparte da zero dopo questa sospensione, e si può richiedere nuovamente se si hanno ancora i requisiti.

Posso lavorare mentre ricevo l’ADI?

Sì. I redditi da lavoro non azzerano automaticamente l’ADI ma riducono l’importo ricevuto. Il 60% del reddito da lavoro dipendente viene computato nel reddito familiare ai fini del calcolo dell’integrazione. Devi dichiarare all’INPS il nuovo reddito entro 30 giorni dall’inizio dell’attività lavorativa.

Se sei un datore di lavoro, potrebbe interessarti anche il nuovo bonus stabilizzazioni 2026 per le assunzioni a tempo indeterminato.

Assegno unico 2026: importi, a chi spetta e come fare domanda

assegno unico – Assegno unico 2026: importi, a chi spetta e come fare domanda

Assegno unico 2026: ogni mese l’INPS lo accredita automaticamente a milioni di famiglie italiane, eppure in molti non sanno esattamente a quanto hanno diritto, perché l’importo cambia di anno in anno e dipende da diversi fattori. Questa guida spiega chi ha diritto all’assegno unico nel 2026, quanto vale, come fare domanda se non la si è ancora presentata e cosa fare se l’importo sembra sbagliato.

📌 Articolo in breve
L’assegno unico universale 2026 spetta a tutti i nuclei familiari con figli a carico fino a 21 anni (o senza limiti di età per i figli disabili). L’importo dipende dall’ISEE: va da un minimo di circa 57 euro per figlio al mese (senza ISEE o con ISEE alto) fino a circa 200 euro per figlio con ISEE sotto i 17.000 euro. La domanda si presenta tramite INPS online, CAF o patronato. Chi ha già presentato la domanda non deve ripresentarla ogni anno — si rinnova automaticamente.
⚠️ Disclaimer: Le informazioni contenute in questo articolo hanno scopo puramente informativo. Gli importi e i requisiti dell’assegno unico sono soggetti ad aggiornamenti annuali. Verifica sempre i dati aggiornati sul sito INPS o rivolgiti a un CAF.

Indice

  1. Chi ha diritto all’assegno unico 2026
  2. Importi 2026: quanto si riceve
  3. Maggiorazioni e bonus aggiuntivi
  4. Come fare domanda
  5. Rinnovo automatico: cosa fare ogni anno
  6. Quando arriva il pagamento
  7. L’importo sembra sbagliato: cosa fare
  8. Domande frequenti

Chi ha diritto all’assegno unico 2026

L’assegno unico universale spetta a tutti i nuclei familiari con figli a carico fino a 21 anni. Non è più limitato alle famiglie con redditi bassi — è “universale” nel senso che spetta a chiunque abbia figli, a prescindere dal reddito, anche se gli importi variano molto in base all’ISEE. Dai 18 ai 21 anni il figlio deve rispettare almeno una di queste condizioni: frequentare un corso di laurea, un percorso di formazione professionale, fare un tirocinio, essere disoccupato e in cerca di lavoro, o svolgere il servizio civile.

Per i figli con disabilità non c’è limite di età: l’assegno continua a essere corrisposto indipendentemente dall’età del figlio, con maggiorazioni specifiche in base al grado di disabilità. I figli disabili tra 18 e 21 anni ricevono le stesse maggiorazioni dei minori.

Per ricevere l’assegno, il genitore richiedente deve essere cittadino italiano o comunitario, oppure extra-UE con permesso di soggiorno valido, e deve risiedere in Italia. È necessario inoltre che il nucleo familiare paghi le tasse in Italia (essere fiscalmente residenti in Italia).

Importi 2026: quanto si riceve

Gli importi dell’assegno unico vengono aggiornati ogni anno dall’INPS sulla base dell’inflazione ISTAT. Per il 2026 gli importi indicativi per ogni figlio minorenne sono:

ISEE del nucleo familiare Importo mensile per figlio
Fino a 17.090 € circa 199 €
17.090 € – 40.000 € da 57 € a 199 € (scala progressiva)
Oltre 40.000 € o senza ISEE circa 57 €

L’importo si riduce progressivamente man mano che l’ISEE sale: non c’è un salto netto ma una scala continua. Questo significa che anche chi guadagna bene riceve qualcosa — anche 57 euro al mese per figlio non sono pochi se si moltiplicano per più figli e per 12 mesi. Una famiglia con due figli e ISEE alto riceve comunque circa 1.368 euro all’anno. Per calcolare la cifra esatta in base alla tua situazione, prova il nostro calcolatore Assegno Unico 2026, che include anche le maggiorazioni per famiglia numerosa e disabilità.

Per i figli tra 18 e 21 anni l’importo è ridotto del 50% rispetto a quello dei minorenni, a parità di ISEE.

Maggiorazioni e bonus aggiuntivi

Oltre all’importo base, esistono diverse maggiorazioni che aumentano l’assegno in presenza di situazioni specifiche. La più rilevante è quella per i figli con disabilità: dai 30 ai 105 euro al mese in più per figlio, in base al grado di disabilità (non autosufficiente, disabilità grave, disabilità media). Per i figli minorenni con disabilità l’importo sale significativamente rispetto alla quota base.

C’è poi la maggiorazione per le madri di età inferiore a 21 anni (circa 20 euro/mese per figlio), per i nuclei con quattro o più figli (circa 150 euro/mese fissi aggiuntivi per l’intero nucleo, non per figlio), e per i figli successivi al secondo che hanno un importo base leggermente più alto. Esistono anche maggiorazioni temporanee per i figli nati entro certi periodi, introdotte con leggi di bilancio successive.

Un’ulteriore quota spetta ai nuclei in cui entrambi i genitori lavorano: circa 30 euro/mese aggiuntivi per figlio, a condizione che entrambi abbiano redditi da lavoro (dipendente o autonomo). Questa maggiorazione premia le famiglie a doppio reddito e viene calcolata automaticamente se entrambi i genitori sono presenti nella DSU con redditi dichiarati.

Come fare domanda

La domanda si presenta una volta sola — poi si rinnova automaticamente finché i requisiti permangono. Puoi farla in tre modi: direttamente online sul sito INPS (accesso con SPID, CIE o CNS), tramite il Contact Center INPS (numero 803.164), oppure tramite un CAF o patronato che compila la domanda al posto tuo gratuitamente.

Per accedere all’assegno nella misura piena (basata sull’ISEE effettivo) è necessario avere un ISEE aggiornato e valido. Se non hai l’ISEE o non lo presenti, l’INPS eroga comunque l’importo minimo (circa 57 euro/figlio), ma potresti perdere centinaia di euro al mese rispetto a quanto ti spetterebbe con ISEE basso. Vale quindi sempre la pena presentare la DSU, anche solo per verificare a quanto si ha diritto.

Nella domanda online devi indicare il codice IBAN del conto su cui accreditare l’assegno. Può essere un conto corrente, un libretto postale o un conto Bancoposta — l’importante è che sia intestato o cointestato al richiedente. Non si può indicare un IBAN di un terzo.

Rinnovo automatico: cosa fare ogni anno

Chi ha già presentato domanda negli anni precedenti non deve ripresentarla — la domanda si rinnova automaticamente. Quello che va aggiornato ogni anno è l’ISEE: se non presenti la nuova DSU entro il 28 febbraio dell’anno successivo, l’INPS continua a pagare ma al valore minimo (57 euro/figlio). Aggiornare l’ISEE entro febbraio garantisce il ricalcolo retroattivo a partire da marzo, con eventuale conguaglio sulle mensilità precedenti.

Se la tua situazione familiare cambia — nasce un figlio, un figlio compie 21 anni, cambiate residenza, cambiate stato civile — devi comunicarlo all’INPS tramite modifica della domanda. Queste variazioni non avvengono automaticamente e se non le comunichi rischi di ricevere importi sbagliati (troppi o troppo pochi) con conseguenti richieste di restituzione o perdita di somme spettanti.

Quando arriva il pagamento

L’assegno viene erogato dall’INPS nella terza settimana di ogni mese, di solito tra il 17 e il 20. I pagamenti vengono processati in lotti, quindi non tutti i beneficiari ricevono il pagamento lo stesso giorno — può esserci una differenza di qualche giorno tra un accredito e l’altro. Se entro il 25 del mese non hai ricevuto nulla e negli mesi precedenti ricevevi regolarmente, conviene controllare il fascicolo previdenziale sul sito INPS o contattare un CAF.

L’importo sembra sbagliato: cosa fare

Se l’importo che ricevi è inferiore a quello che ti aspetti, le cause più comuni sono: ISEE non aggiornato (e quindi pagamento al minimo), variazione familiare non comunicata, o ISEE con errori nei dati dichiarati. Prima di contattare l’INPS, verifica sul sito inps.it nella tua area personale quale importo è stato calcolato e su quale base ISEE. Se l’ISEE è corretto ma l’importo sembra basso, contatta il CAF che ti ha assistito nella compilazione.

Se invece l’importo è più alto del previsto, non spenderlo subito: l’INPS effettua controlli periodici e può richiedere la restituzione di somme percepite indebitamente, anche a distanza di mesi. Se noti un accredito anomalo, segnalalo subito al CAF per evitare problemi futuri.

Domande frequenti

Chi percepisce il Reddito di Cittadinanza o l’ADI riceve anche l’assegno unico?

I beneficiari dell’Assegno di Inclusione (ADI) ricevono l’assegno unico in modo integrato con il sussidio — non vengono sommate le due misure separatamente. L’INPS gestisce il calcolo in modo da non duplicare le prestazioni. Verifica la tua situazione specifica con un CAF o patronato.

I lavoratori autonomi e i liberi professionisti hanno diritto all’assegno?

Sì. L’assegno unico spetta a tutti i nuclei con figli a carico, indipendentemente dal tipo di lavoro del genitore richiedente — dipendente, autonomo, disoccupato, pensionato. La condizione è la residenza in Italia e la presenza di figli a carico.

Posso ricevere l’assegno su Postepay o carta prepagata?

No. L’assegno unico viene accreditato solo su conti correnti bancari o postali con IBAN italiano, libretto nominativo postale o conto BancoPosta. Le carte prepagate senza IBAN non sono accettate.

Se mi separo, chi riceve l’assegno?

In caso di separazione o divorzio, l’assegno può essere ripartito tra i due genitori se richiesto da entrambi — ciascuno riceve il 50% della quota spettante. In alternativa, viene erogato tutto al genitore che ha presentato la domanda. È possibile modificare questa opzione tramite la domanda INPS in qualsiasi momento.

Bonus bollette 2026: chi ha diritto a luce, gas e acqua (e come ottenerli)

bonus bollette ISEE – Bonus bollette 2026

Bonus bollette 2026: esistono davvero agevolazioni sulle bollette di luce, gas e acqua per chi ha un reddito basso, e nel 2026 sono state prorogate. Il punto è che in molti non sanno di averne diritto, o pensano di dover fare domanda quando in realtà il meccanismo è diventato quasi automatico. Questa guida spiega chi può averli, quanto valgono e cosa fare per non perderseli.

📌 Articolo in breve
Il bonus sociale 2026 riduce automaticamente la bolletta di luce, gas e acqua per chi ha ISEE fino a 9.530 euro (o 20.000 euro con almeno 4 figli a carico). Non serve fare domanda separata: basta presentare la DSU per l’ISEE aggiornato al proprio CAF o patronato. Chi è in difficoltà economica per disabilità grave ha soglie ISEE diverse. Gli importi variano a seconda della zona climatica e della composizione del nucleo familiare.
⚠️ Disclaimer: Le informazioni contenute in questo articolo hanno scopo puramente informativo. Non costituiscono consulenza fiscale o tributaria. Le normative e gli importi cambiano frequentemente: verifica sempre i dati aggiornati sul sito dell’ARERA o rivolgiti a un CAF.

Indice

  1. Cosa sono i bonus bollette 2026
  2. Chi ha diritto ai bonus sociali
  3. Bonus sociale luce: importi 2026
  4. Bonus sociale gas: importi 2026
  5. Bonus acqua: come funziona
  6. Come funziona il meccanismo automatico
  7. Bonus per disagio fisico (invalidità)
  8. Cosa fare per ottenerli
  9. Domande frequenti

Cosa sono i bonus bollette 2026

I bonus sociali per le utenze domestiche sono agevolazioni tariffarie su luce, gas e acqua gestite dall’ARERA (Autorità di Regolazione per Energia Reti e Ambiente). Esistono da oltre dieci anni ma sono cambiati molto nel tempo: fino al 2021 bisognava fare domanda esplicita, poi il sistema è diventato automatico. Dal 2021 chi ha un ISEE aggiornato e rispetta i requisiti di reddito riceve il bonus direttamente in bolletta, senza doversi muovere ulteriormente.

Nel 2026 i bonus sono stati prorogati e gli importi aggiornati trimestralmente dall’ARERA in base all’andamento del mercato energetico. Non si tratta di grandi cifre — si parla di qualche centinaio di euro all’anno complessivi — ma per chi è in difficoltà economica fanno la differenza, specialmente d’estate con i condizionatori e d’inverno con il riscaldamento.

Chi ha diritto ai bonus sociali

Il requisito principale è l’ISEE. Per il 2026 hanno diritto ai bonus sociali le famiglie con ISEE uguale o inferiore a 9.530 euro. La soglia sale a 20.000 euro per i nuclei familiari con almeno 4 figli a carico. Questi valori sono aggiornati annualmente con decreto ministeriale.

C’è anche una categoria speciale: i titolari di reddito di cittadinanza o Assegno di Inclusione (ADI) accedono automaticamente ai bonus indipendentemente dal valore ISEE, perché i loro dati vengono trasmessi direttamente dall’INPS al sistema informativo dell’ARERA.

Il bonus si applica solo all’utenza domestica residente — cioè alla fornitura di energia elettrica e gas presso l’abitazione di residenza. Non vale per le seconde case, per le utenze intestate a persone giuridiche (aziende, condomini con P.IVA), o per le utenze non di uso domestico. Il bonus acqua invece segue regole diverse a seconda del gestore idrico locale.

Bonus sociale luce: importi 2026

Il bonus sull’energia elettrica viene calcolato in base alla composizione del nucleo familiare. I valori sono aggiornati ogni trimestre dall’ARERA, quindi quelli qui sotto sono indicativi e possono variare nel corso dell’anno. Come riferimento per il 2026, i valori medi per nucleo familiare sono indicativamente:

Nucleo familiare Bonus annuo indicativo
1-2 persone circa 150-180 €/anno
3-4 persone circa 200-230 €/anno
Oltre 4 persone circa 260-300 €/anno

Il bonus non viene erogato come rimborso ma come sconto diretto in bolletta: nella bolletta trovi una voce “Bonus sociale elettricità” con un importo negativo che riduce il totale da pagare. Se cambi fornitore di energia, il bonus ti segue automaticamente — è legato al contatore, non al fornitore.

Bonus sociale gas: importi 2026

Il bonus gas funziona in modo analogo ma gli importi variano anche in base alla zona climatica di residenza (che determina il fabbisogno di riscaldamento) e all’uso del gas (solo cottura, cottura + acqua calda, o riscaldamento). Chi vive al Nord e usa il gas per riscaldare casa riceve un contributo più alto di chi vive al Sud e usa il gas solo per cucinare.

Come riferimento orientativo: per un nucleo di 3-4 persone in zona climatica E (Nord Italia, come Lombardia, Piemonte, Veneto) che usa il gas per riscaldamento, cottura e acqua calda, il bonus gas può valere tra 200 e 400 euro all’anno, con gli importi più alti nei trimestri invernali. In zona D (Centro Italia) o C (Sud) gli importi sono più bassi. I valori esatti vengono pubblicati sul sito dell’ARERA ogni trimestre.

Bonus acqua: come funziona

Il bonus acqua è strutturalmente diverso dagli altri due. Non è gestito dall’ARERA a livello nazionale ma dai singoli gestori del servizio idrico locale, che possono applicarlo in modo diverso da Comune a Comune. In linea generale, garantisce a ogni componente del nucleo familiare un quantitativo minimo di acqua gratuita (tipicamente 18,25 litri al giorno per persona) per soddisfare i bisogni essenziali.

L’accesso al bonus acqua è automatico per chi già riceve i bonus su luce e gas: i dati ISEE vengono condivisi con i gestori idrici locali tramite il sistema informativo dell’ARERA. Tuttavia, non tutti i gestori idrici hanno ancora completato l’integrazione con il sistema automatico — in alcune zone potresti dover contattare direttamente il tuo gestore idrico per verificare se e come accedere al bonus.

Come funziona il meccanismo automatico

Dal 2021 il sistema funziona così: tu presenti la DSU (Dichiarazione Sostitutiva Unica) al CAF o patronato per ottenere o aggiornare l’ISEE. I dati vengono trasmessi all’INPS, che li carica nel SIUSS (Sistema Informativo Unitario dei Servizi Sociali). L’ARERA raccoglie queste informazioni e le trasmette ai fornitori di energia e gas, che attivano i bonus sulle bollette senza che tu debba fare altro.

Il processo non è immediato: dall’aggiornamento dell’ISEE all’attivazione del bonus in bolletta possono passare anche uno o due mesi. Quindi se hai rinnovato l’ISEE a gennaio, potresti vedere il bonus in bolletta per la prima volta a febbraio o marzo. Nel frattempo le bollette vengono pagate normalmente — non c’è un conguaglio retroattivo per i mesi in cui il bonus era già maturato ma non ancora applicato.

Attenzione alle scadenze dell’ISEE: il valore è valido per l’anno solare (scade il 31 dicembre). Se non rinnovi la DSU entro il 15 gennaio dell’anno successivo, il bonus viene sospeso e riattivato solo quando l’ISEE viene aggiornato. Tenere l’ISEE aggiornato è fondamentale per non perdere mesi di agevolazione.

Bonus per disagio fisico (invalidità)

Esiste una categoria separata di bonus per chi usa apparecchiature salvavita alimentate elettricamente a casa: respiratori, aspiratori di muco, concentratori di ossigeno, dializzatori e simili. In questo caso il bonus non dipende dall’ISEE ma dalla certificazione medica dell’uso delle apparecchiature.

Per accedere al bonus per disagio fisico bisogna fare domanda al proprio fornitore di energia elettrica, allegando la certificazione dell’ASL o del medico specialista che attesta il bisogno di alimentazione elettrica continuativa per ragioni mediche. Il bonus per disagio fisico è cumulabile con il bonus sociale per basso reddito se si rispettano anche i requisiti ISEE.

Cosa fare per ottenerli

Il passaggio fondamentale è uno solo: avere l’ISEE aggiornato. Se non hai mai presentato la DSU o se l’hai fatto anni fa, vai al CAF o patronato più vicino e chiedi di compilare la Dichiarazione Sostitutiva Unica. Il servizio è gratuito nei CAF sindacali. Porta con te: codice fiscale di tutti i componenti della famiglia, documenti di identità, dati del conto corrente e dei risparmi, documenti degli immobili di proprietà.

Dopo che l’ISEE è disponibile nel sistema, i bonus si attivano in automatico. Non devi contattare il tuo fornitore di energia, non devi compilare moduli aggiuntivi, non devi aspettare lettere. Controlla le bollette successive per verificare che il bonus sia stato applicato: cerca la voce “Bonus sociale” nell’estratto conto. Se dopo due mesi non vedi nulla, contatta il tuo fornitore di energia con il numero dell’ISEE e chiedi verifica.

Domande frequenti

Ho due bollette della luce separate (casa e box): ricevo il bonus su entrambe?

No. Il bonus si applica solo alla fornitura elettrica dell’abitazione di residenza, una sola per nucleo familiare. Il box o garage con contatore separato non rientra nel bonus.

Sono in affitto: ho diritto al bonus bollette?

Sì, se la bolletta è intestata a te e rispetti i requisiti ISEE. L’importante è che la fornitura sia intestata a un componente del nucleo familiare e si riferisca all’abitazione di residenza. Se le bollette sono intestate al proprietario e tu paghi a lui, non puoi accedere direttamente al bonus.

Sono studente fuorisede con ISEE basso: posso avere il bonus?

Dipende dalla tua situazione familiare. Se sei fiscalmente a carico dei genitori, il bonus si calcola sull’ISEE della famiglia d’origine, non il tuo personale. Se sei fiscalmente indipendente con un tuo nucleo ISEE, hai diritto al bonus se il tuo ISEE rispetta le soglie previste.

Se cambio fornitore di luce o gas perdo il bonus?

No. Il bonus è legato al contatore (POD per l’elettricità, PDR per il gas), non al fornitore. Quando cambi fornitore, il nuovo operatore riceve automaticamente l’informazione sull’applicazione del bonus e lo continua senza interruzioni. Questo vale anche per chi ha già il bonus e decide di cambiare per risparmiare ulteriormente sulla bolletta.

Quanto tempo ci vuole per ricevere il bonus dopo aver fatto l’ISEE?

Di solito tra 4 e 8 settimane dalla presentazione della DSU al CAF. Il processo automatico prevede che l’INPS trasmetta i dati all’ARERA e che l’ARERA li giri ai fornitori, il che richiede qualche settimana. Nei periodi di picco (inizio anno, quando molti rinnovano l’ISEE contemporaneamente) i tempi possono allungarsi.

730 precompilato 2026: scadenze, come inviarlo e cosa controllare

730 precompilato – 730 precompilato 2026

730 precompilato 2026: ogni anno milioni di italiani lo aprono, lo guardano e non sanno bene cosa fare. Accettarlo così com’è? Modificarlo? Mandarlo tramite CAF o da soli? E soprattutto: entro quando? Questa guida risponde a tutte queste domande con istruzioni pratiche, senza linguaggio da commercialista.

📌 Articolo in breve
Il 730 precompilato 2026 (relativo ai redditi 2025) è disponibile sul sito dell’Agenzia delle Entrate da aprile 2026. Puoi accettarlo senza modifiche, modificarlo o presentarlo tramite sostituto d’imposta, CAF o professionista. La scadenza per l’invio è il 30 settembre 2026. Se hai un rimborso, arriva in busta paga a luglio (se invii entro fine giugno) o tra agosto e settembre.
⚠️ Disclaimer: Le informazioni contenute in questo articolo hanno scopo puramente informativo. Non costituiscono consulenza fiscale o tributaria. Le normative fiscali cambiano frequentemente: verifica sempre i dati aggiornati sul sito dell’Agenzia delle Entrate o rivolgiti a un commercialista.

Indice

  1. Le scadenze 2026 da segnare subito
  2. Come accedere al 730 precompilato
  3. Cosa controllare prima di inviare
  4. Accettare il 730 senza modifiche: quando conviene
  5. Come modificare il 730 precompilato
  6. Come inviare il 730
  7. Rimborso o saldo a debito: cosa succede dopo
  8. 730 tramite CAF o commercialista: quando sceglierli
  9. Domande frequenti

Le scadenze 2026 da segnare subito

Il calendario del 730 precompilato 2026 è più rigido di quanto si pensi. L’Agenzia delle Entrate mette il modello a disposizione a partire dal 30 aprile. Da quel momento hai tempo fino al 30 settembre 2026 per inviarlo — che tu lo invii da solo, tramite CAF o tramite il sostituto d’imposta (il tuo datore di lavoro o l’ente pensionistico).

La data del 30 settembre non è solo burocratica: se aspetti troppo, il rimborso arriva tardi. Chi invia il 730 entro il 30 giugno riceve l’eventuale rimborso già in busta paga a luglio o nella pensione di agosto. Chi invia tra il 1 luglio e il 30 settembre aspetta di più — di solito tra settembre e ottobre. Il debito, invece, viene sempre trattenuto in automatico dalla busta paga di luglio (o in rate, se il debito supera una certa soglia).

Se hai un debito da 730 e hai paura di non riuscire a pagarlo tutto in una busta paga, puoi chiedere la rateizzazione: il debito viene spalmato in più mesi, con una piccola maggiorazione dello 0,33% al mese sulle rate successive alla prima.

Come accedere al 730 precompilato

Il 730 precompilato si trova su agenziaentrate.gov.it, nella sezione “Dichiarazioni precompilate”. Per accedere serve una delle tre identità digitali accettate: SPID (il sistema più diffuso, ottieni l’accesso tramite app come IO, Intesa Sanpaolo ID, Poste ID), CIE (Carta d’Identità Elettronica, con il lettore NFC del telefono), oppure CNS (Carta Nazionale dei Servizi, necessita di un lettore di smart card).

Se non hai ancora lo SPID, attivarlo richiede circa 15-20 minuti con un documento d’identità valido e il codice fiscale. Il modo più rapido è attraverso l’app Posteid (Poste Italiane) o tramite la propria banca se ha l’accesso SPID integrato nell’app. Una volta dentro, nella pagina principale dell’area personale dell’Agenzia delle Entrate trovi il link diretto al 730 precompilato con l’indicazione dello stato: “disponibile”, “inviato” o “in lavorazione”.

Cosa controllare prima di inviare

L’Agenzia delle Entrate precompila il 730 usando i dati che riceve automaticamente da banche, datori di lavoro, medici, assicurazioni e altri soggetti obbligati a comunicarli. Il sistema funziona bene per i redditi da lavoro dipendente e le detrazioni automatiche, ma può sbagliare o mancare dati su situazioni particolari.

I punti da controllare con più attenzione sono le spese mediche: il precompilato include solo quelle pagate con carta di credito, bancomat o sistemi tracciabili. Le visite pagate in contanti non ci sono — devi aggiungerle manualmente. Lo stesso vale per le spese veterinarie, le spese funebri, i contributi previdenziali volontari e le erogazioni liberali (donazioni).

Controlla anche i dati degli immobili: se hai comprato o venduto casa nel 2025, o hai stipulato un contratto di affitto, il precompilato potrebbe non rispecchiare la situazione reale. Verifica che le pertinenze siano indicate correttamente e che l’IMU risulti pagata nei mesi di effettivo possesso.

Le detrazioni per familiari a carico meritano un’occhiata: se nel 2025 un figlio ha superato i limiti di reddito per essere considerato a carico, o se la situazione familiare è cambiata, il precompilato potrebbe non averla recepita in tempo.

Accettare il 730 senza modifiche: quando conviene

Se sei un dipendente con un solo datore di lavoro, senza immobili da dichiarare oltre la prima casa, senza spese mediche significative pagate in contanti e senza situazioni particolari, accettare il 730 precompilato senza modifiche è la scelta più semplice e spesso corretta. Il sistema ha ricevuto tutti i tuoi dati dal sostituto d’imposta e dalla CU (Certificazione Unica), e le detrazioni standard per spese tracciate sono già inserite.

Accettando senza modifiche hai anche un vantaggio pratico: l’Agenzia delle Entrate non ti può fare accertamenti sulle detrazioni precompilate che hai accettato senza toccarle. È una sorta di garanzia implicita: se quei dati erano sbagliati, la responsabilità rimane del soggetto che li ha comunicati, non tua. Se invece modifichi il 730, anche solo aggiungendo una spesa medica, torni nel regime ordinario e il controllo può riguardare l’intero modello.

Come modificare il 730 precompilato

Per aggiungere detrazioni mancanti o correggere errori, clicca su “Modifica” dopo aver aperto il 730 precompilato. Il sistema ti porta in una versione editabile del modello, dove puoi navigare tra le sezioni. Le modifiche più comuni riguardano: aggiunta di spese sanitarie (sezione Oneri detraibili), aggiunta di interessi passivi sul mutuo prima casa se non già presenti, correzione dei dati catastali degli immobili, aggiunta di spese per asilo nido o istruzione universitaria.

Ogni modifica richiede documenti di supporto: conservali tutti per almeno cinque anni, perché l’Agenzia delle Entrate potrebbe chiederti di documentare le detrazioni inserite. Se hai dubbi su cosa inserire o come compilare una sezione specifica, questo è il momento in cui un CAF o un commercialista vale i soldi che chiede: meglio pagare 50 euro di assistenza che perdere una detrazione da 500 o incorrere in una sanzione.

Come inviare il 730

Una volta verificato o modificato il modello, clicca su “Invia”. Il sistema mostra un riepilogo finale con il saldo (rimborso o debito) e ti chiede di confermare. Dopo la conferma, ricevi una ricevuta via email e il modello risulta “inviato” nell’area personale. Non devi stampare niente, non devi spedire niente per posta: tutto resta digitale.

Se invii il 730 direttamente (senza CAF), il sostituto d’imposta riceve automaticamente i dati e gestisce il conguaglio in busta paga. Se invece invii tramite CAF o commercialista, loro si occupano della trasmissione telematica e ti danno copia del 730 inviato con il numero di protocollo — conservala.

Rimborso o saldo a debito: cosa succede dopo

Se il 730 dà un rimborso, l’importo viene erogato direttamente in busta paga dal datore di lavoro (o nella pensione dall’INPS), di solito a luglio per chi invia entro fine giugno. Se non hai un sostituto d’imposta (sei disoccupato, hai cambiato lavoro a fine anno, ecc.), il rimborso viene erogato direttamente dall’Agenzia delle Entrate tramite bonifico sul conto indicato.

Se il 730 dà un saldo a debito, il datore di lavoro trattiene l’importo dalla busta paga di luglio. Se il debito supera una certa soglia, viene rateizzato automaticamente su più mesi (luglio, agosto, settembre) con una maggiorazione mensile dello 0,33%. Non devi fare niente: è tutto automatico.

730 tramite CAF o commercialista: quando sceglierli

Il CAF (Centro di Assistenza Fiscale) è la soluzione giusta se hai una situazione più complessa: redditi da più fonti nello stesso anno, cambio di lavoro a metà anno con due CU diverse, redditi da affitti brevi, familiari a carico con situazioni particolari, o semplicemente se non hai dimestichezza con i portali online. I CAF di sindacati (CGIL, CISL, UIL) e patronati offrono il servizio spesso gratuitamente o a prezzi molto bassi per i propri iscritti.

Il commercialista conviene quando hai situazioni davvero complesse: partita IVA (in quel caso il 730 standard non si può usare), redditi esteri, operazioni straordinarie societarie, o se vuoi un controllo professionale completo. Il costo parte da circa 80-150 euro per una dichiarazione standard, ma la tranquillità che ti dà in certi casi vale la spesa.

Domande frequenti

Chi non può usare il 730 precompilato?

Il 730 è riservato a lavoratori dipendenti e pensionati. Chi ha partita IVA deve usare il Modello Redditi PF. Anche chi ha redditi da attività di impresa, redditi esteri non tassati alla fonte, o proventi da operazioni straordinarie non può usare il 730 e deve presentare il Modello Redditi.

Ho sbagliato qualcosa nel 730 già inviato: cosa faccio?

Puoi presentare un 730 rettificativo entro il 30 settembre 2026. Se ti accorgi dell’errore dopo quella data, devi presentare il Modello Redditi entro il 25 ottobre 2026. In caso di errori che comportano un maggior debito, conviene correggere prima che l’Agenzia te lo segnali, perché il ravvedimento operoso riduce le sanzioni.

Cosa succede se non presento il 730 entro il 30 settembre?

Se sei un dipendente con un solo datore di lavoro e redditi solo da lavoro, potresti non avere l’obbligo di presentare il 730 (il tuo datore di lavoro trattiene già le tasse). Ma se hai detrazioni da recuperare (spese mediche, interessi sul mutuo, ecc.), non presentarlo significa rinunciare al rimborso. La scadenza tardiva dopo il 30 settembre prevede sanzioni, calcolabili con il ravvedimento operoso.

Il 730 precompilato include già le spese mediche della farmacia?

Sì, ma solo quelle pagate con strumenti tracciabili (carta, bancomat, app di pagamento). Le spese pagate in contanti — anche in farmacia — non risultano nel precompilato e devi aggiungerle manualmente. Le ricevute del Servizio Sanitario Nazionale e le fatture dei medici private vengono invece comunicate direttamente dall’SSN e dai professionisti sanitari.

Per non perdere nessuna spesa detraibile, leggi anche la nostra guida alle detrazioni fiscali 730 2026.

Bonus condizionatore 2026: esiste davvero e quali detrazioni puoi usare

bonus condizionatore – Bonus condizionatore 2026

Bonus condizionatore 2026: la domanda che si fa quasi ogni estate. La risposta breve è che non esiste un bonus dedicato esclusivamente ai condizionatori, ma esistono diverse detrazioni fiscali che permettono di recuperare dal 36% al 50% della spesa, a seconda del tipo di intervento. Questa guida spiega quali agevolazioni si applicano, a chi spettano e come richiederle senza sbagliare.

📌 Articolo in breve
Nel 2026 non esiste un “bonus condizionatore” specifico, ma chi installa un condizionatore inverter ad alta efficienza può accedere a tre agevolazioni: l’Ecobonus al 36% per sostituzione di impianti di riscaldamento/raffrescamento con pompe di calore, il Bonus Ristrutturazione al 36% per interventi su immobili residenziali, e il Conto Termico 2.0 gestito dal GSE per famiglie a basso reddito. Le percentuali sono state ridotte rispetto agli anni precedenti con la legge di bilancio 2025.
⚠️ Disclaimer: Le informazioni contenute in questo articolo hanno scopo puramente informativo. Non costituiscono consulenza fiscale o tributaria. Le normative fiscali cambiano frequentemente: verifica sempre i dati aggiornati sul sito dell’Agenzia delle Entrate o rivolgiti a un commercialista.

Indice

  1. Cosa esiste davvero nel 2026
  2. Ecobonus 36%: per pompe di calore e climatizzatori efficienti
  3. Bonus Ristrutturazione 36%: per interventi su abitazioni
  4. Conto Termico 2.0: per redditi bassi
  5. Quali condizionatori danno diritto alle detrazioni
  6. Come richiedere le detrazioni
  7. Documenti necessari
  8. Domande frequenti

Cosa esiste davvero nel 2026

Ogni estate rimbalza sui social la notizia di un fantomatico “bonus condizionatore” da 1.000 o 2.000 euro. Non esiste. Non è mai esistito come misura autonoma. Quello che esiste sono detrazioni fiscali — cioè sconti sull’IRPEF — che si applicano a una serie di interventi edilizi e di efficientamento energetico, tra cui l’installazione di certi tipi di climatizzatori. La differenza è sostanziale: una detrazione ti restituisce una percentuale della spesa nell’arco di dieci anni sotto forma di minor tasse da pagare, non come un assegno immediato.

Con la legge di bilancio 2025 le percentuali di detrazione per la maggior parte degli interventi sono scese rispetto agli anni precedenti. L’Ecobonus, che era al 65% per alcune tipologie, è tornato al 36% per la prima casa e al 36% per le seconde case (era 36% prima del Superbonus, poi era salito, ora è tornato ai valori storici). Il Bonus Ristrutturazione è sceso al 36% per quasi tutti i casi (era 50% fino al 2024).

Ecobonus 36%: per pompe di calore e climatizzatori efficienti

L’Ecobonus si applica agli interventi di riqualificazione energetica degli edifici esistenti. Per i condizionatori, riguarda in modo specifico la sostituzione di impianti di riscaldamento e raffrescamento con pompe di calore ad alta efficienza. Il punto chiave è “sostituzione”: se stai installando un condizionatore ex novo in una stanza che non ne ha mai avuto uno, non rientri nell’Ecobonus. Se invece stai sostituendo un vecchio impianto (anche solo di riscaldamento) con una pompa di calore inverter, puoi accedere alla detrazione.

La detrazione è del 36% della spesa sostenuta, su un massimale di 30.000 euro per unità immobiliare (quindi fino a 10.800 euro di detrazione), da recuperare in 10 anni in quote annuali uguali. Per un condizionatore dual split da 5.000 euro installazione inclusa, la detrazione sarebbe di 1.800 euro recuperati in 10 anni, cioè 180 euro all’anno in meno di IRPEF. Non è l’eldorado, ma è meglio di niente.

Condizione fondamentale: il pagamento deve avvenire tramite bonifico parlante — un bonifico bancario con la causale specifica che riporta la norma di riferimento (art. 1 L. 296/2006), il codice fiscale del beneficiario e il codice fiscale o P.IVA dell’impresa che effettua i lavori. La banca trattiene una ritenuta d’acconto sull’importo, e senza il bonifico parlante la detrazione decade.

Bonus Ristrutturazione 36%: per interventi su abitazioni

Il Bonus Ristrutturazione (tecnicamente: detrazione IRPEF per interventi di recupero del patrimonio edilizio) è più flessibile dell’Ecobonus. Si applica a una gamma più ampia di interventi, inclusa l’installazione di impianti di climatizzazione anche senza che ci sia una sostituzione di un impianto precedente — purché l’intervento sia parte di una ristrutturazione più ampia o sia documentato come manutenzione straordinaria.

La percentuale nel 2026 è del 36% (era 50% fino al 2024 per la prima casa, poi ridotta). Il massimale di spesa è 48.000 euro per unità immobiliare, quindi una detrazione massima di 17.280 euro. Anche qui si recupera in 10 anni. Il pagamento deve avvenire con bonifico parlante specifico per le ristrutturazioni (con la causale che cita il D.P.R. 917/86, art. 16-bis).

A differenza dell’Ecobonus, il Bonus Ristrutturazione si applica solo agli immobili residenziali (abitazioni e relative pertinenze), non a negozi, uffici o capannoni. Non serve l’asseverazione energetica — basta la fattura e il bonifico corretto.

Conto Termico 2.0: per redditi bassi

Il Conto Termico 2.0 è un incentivo diverso dalle detrazioni IRPEF: non è uno sconto sulle tasse, ma un contributo in conto capitale erogato direttamente dal GSE (Gestore dei Servizi Energetici). È riservato alle famiglie con ISEE basso (sotto determinate soglie), ai piccoli Comuni e ad alcuni enti pubblici.

Per le abitazioni private, il Conto Termico copre la sostituzione di impianti di climatizzazione invernale con pompe di calore. Il contributo arriva direttamente sul conto corrente, di solito entro 60 giorni dall’accettazione della domanda, e copre una percentuale della spesa che varia in base al tipo di intervento e alla zona climatica. Non è cumulabile con l’Ecobonus sullo stesso intervento.

La domanda si presenta online sul portale del GSE dopo aver completato i lavori. Serve la documentazione tecnica dell’installazione, la fattura e il contratto con l’installatore. Il GSE verifica i documenti e, se tutto è in ordine, eroga il contributo. Il processo è gratuito e non richiede intermediari abilitati.

Quali condizionatori danno diritto alle detrazioni

Non tutti i condizionatori danno accesso alle detrazioni. Per l’Ecobonus, le pompe di calore devono avere prestazioni certificate secondo normative europee (COP e EER elevati) e devono essere installate da professionisti abilitati con rilascio di attestazione energetica. I condizionatori solo freddo — cioè che non riscaldano — non rientrano nell’Ecobonus perché non sostituiscono un impianto di riscaldamento.

Per il Bonus Ristrutturazione le regole sono più permissive: anche un condizionatore dual split (caldo e freddo) installato come parte di lavori di manutenzione straordinaria può rientrare, a patto che sia installato da un’impresa con P.IVA e che il pagamento avvenga con bonifico parlante. L’installazione “a nero” da parte di un privato non dà diritto a nulla.

In pratica, se stai valutando un acquisto, scegli un climatizzatore inverter di classe A++ o superiore, con funzione pompa di calore (quindi sia riscaldamento che raffrescamento). Questa tipologia massimizza le chance di rientrare in almeno una delle agevolazioni disponibili e ha anche consumi energetici molto più bassi rispetto ai vecchi modelli.

Come richiedere le detrazioni

Le detrazioni Ecobonus e Bonus Ristrutturazione non si “richiedono” in senso stretto — si usufruisce di esse nella dichiarazione dei redditi (730 o Modello Redditi). Dopo aver sostenuto la spesa e pagato con bonifico parlante, conservi tutta la documentazione e la inserisci nel 730 dell’anno successivo. Il commercialista o il CAF ti guideranno nella compilazione dei quadri dedicati alle detrazioni edilizie.

Una cosa importante: dal 2024 non è più possibile cedere il credito o richiedere lo sconto in fattura per la maggior parte di questi interventi (eccezione per il Superbonus, che però non riguarda i condizionatori standard). Quindi la detrazione va necessariamente usata in dichiarazione dei redditi. Se non hai abbastanza IRPEF da detrarre in un anno, la parte non utilizzata si perde — non è rimborsabile.

Documenti necessari

Per poter usufruire delle detrazioni, conserva sempre: la fattura dell’impresa installatrice con descrizione dettagliata dei lavori e materiali, la ricevuta del bonifico parlante (con la causale corretta), la scheda tecnica del condizionatore installato (con classe energetica e caratteristiche tecniche), e per l’Ecobonus anche l’asseverazione del tecnico e la scheda informativa da inviare all’ENEA entro 90 giorni dalla fine lavori.

L’invio all’ENEA per l’Ecobonus è obbligatorio: si fa online sul sito enea.it nella sezione dedicata ai lavori di risparmio energetico. Se dimentichi di inviare la scheda ENEA nei tempi previsti, perdi il diritto all’Ecobonus. Per il Bonus Ristrutturazione l’invio all’ENEA non è sempre obbligatorio (dipende dal tipo di intervento), ma conserva comunque tutta la documentazione per almeno 10 anni.

Domande frequenti

Posso avere la detrazione per un condizionatore portatile?

No. I condizionatori portatili non rientrano in nessuna delle detrazioni disponibili perché non sono impianti fissi e non richiedono installazione professionale. Le detrazioni si applicano solo a impianti fissi installati da imprese con P.IVA.

Vale la pena chiedere le detrazioni per un condizionatore che costa 800 euro?

Dipende dalla tua situazione fiscale. Il 36% di 800 euro sono 288 euro, spalmati in 10 anni: 28,80 euro all’anno in meno di IRPEF. Se paghi già poche tasse o sei in regime forfettario, la detrazione potrebbe non avere impatto pratico. Per importi bassi, spesso non vale la complessità burocratica. Conviene di più su installazioni da 3.000 euro in su.

Posso usare il Bonus Ristrutturazione per il condizionatore se sono in affitto?

Sì, ma solo se sei titolare del contratto di affitto e con il consenso del proprietario. La detrazione spetta a chi sostiene la spesa, non necessariamente al proprietario dell’immobile. Devi però avere la fattura intestata a te e pagare con il tuo bonifico parlante.

Il condizionatore installato in un negozio ha diritto a detrazioni?

Non al Bonus Ristrutturazione (riservato agli immobili residenziali). Per gli immobili strumentali d’impresa, l’installazione di impianti di climatizzazione è comunque deducibile come costo d’esercizio — ma non come detrazione IRPEF. Rivolgiti a un commercialista per la corretta contabilizzazione.