In Italia, le estrazioni del lotto, 10elotto e superenalotto sono tra le lotterie più popolari del paese. Queste estrazioni sono organizzate dalla società Sisal, sotto la supervisione del Ministero dell’Economia e delle Finanze.
Il Lotto è un gioco basato sull’estrazione di 5 numeri da un totale di 90, che avviene ogni martedì, giovedì e sabato alle ore 20:00. Il costo di una singola giocata è di 1 euro, ma è possibile effettuare giocata multipla, selezionando fino a 10 numeri.
Cosa sono le ruote nel lotto?
Le ruote nel gioco del Lotto rappresentano le dieci città italiane nelle quali si svolgono le estrazioni: Bari, Cagliari, Firenze, Genova, Milano, Napoli, Palermo, Roma, Torino e Venezia. Ciascuna ruota corrisponde ad una di queste città ed è composta da 90 numeri.
Durante l’estrazione del Lotto, vengono estratti cinque numeri più un “numero Jolly” e un “numero SuperStar”. I primi cinque numeri estratti determinano la combinazione vincente del gioco del Lotto, mentre il “numero Jolly” può essere utilizzato per la vincita di premi di seconda categoria. Il “numero SuperStar”, introdotto in seguito, offre la possibilità di vincere premi aggiuntivi se si indovina il numero corrispondente.
Cosa rappresentano le città nel lotto?
Ogni città rappresentata da una ruota viene utilizzata per l’estrazione del Lotto in un giorno specifico della settimana. In questo modo, il gioco del Lotto garantisce un’equa distribuzione delle estrazioni su tutto il territorio nazionale.
Le città rappresentate dalle ruote del Lotto sono state scelte in base alla loro importanza storica, culturale ed economica e il loro utilizzo nel gioco del Lotto è stato introdotto nel 1939, con l’obiettivo di favorire la partecipazione dei giocatori in tutto il territorio nazionale e di garantire un maggior equilibrio nelle estrazioni.
Le probabilità di vincita del Lotto sono piuttosto basse, pari a circa 1 su 43.949 per indovinare tutti e 5 i numeri. Tuttavia, è possibile vincere anche indovinando solo 2, 3 o 4 numeri.
Il montepremi del Lotto è distribuito in base alla quantità di giocatori e alla quantità di vincitori. Se nessuno indovina tutti e 5 i numeri, il montepremi viene accumulato per la successiva estrazione.
Come funziona il 10eLotto
Il 10eLotto, invece, è una variante del Lotto che prevede l’estrazione di 20 numeri da un totale di 90. È possibile giocare da 1 a 10 numeri, e il costo della giocata varia a seconda della quantità di numeri scelti.
Le estrazioni del 10eLotto avvengono ogni 5 minuti, tutti i giorni, dalle ore 00:00 alle ore 24:00.
Le probabilità di vincita del 10eLotto sono maggiori rispetto al Lotto, ma dipendono dalla quantità di numeri giocati. Ad esempio, le probabilità di vincita per indovinare 10 numeri su 10 sono pari a 1 su 10.000.000, mentre le probabilità di vincita per indovinare 5 numeri su 10 sono pari a 1 su 325.
Anche per il 10eLotto, il montepremi è distribuito in base alla quantità di giocatori e alla quantità di vincitori.
Come funziona il SuperEnalotto
Il SuperEnalotto è una lotteria molto popolare in Italia, che prevede l’estrazione di 6 numeri da un totale di 90, più un numero Jolly e un numero SuperStar.
Le estrazioni del SuperEnalotto avvengono ogni martedì, giovedì e sabato alle ore 20:00. Il costo di una singola giocata è di 1,50 euro.
Le probabilità di vincita del SuperEnalotto sono estremamente basse, pari a circa 1 su 622.614.630 per indovinare tutti e 6 i numeri. Tuttavia, è possibile vincere anche indovinando solo 2, 3, 4 o 5 numeri, o indovinando il numero Jolly o il numero SuperStar.
Il montepremi del SuperEnalotto è accumulato per ogni estrazione in cui nessuno riesce a vincere il primo premio. Questo significa che il montepremi può accumularsi per settimane o mesi, fino a raggiungere cifre molto elevate. In passato, il montepremi del SuperEnalotto è arrivato a superare i 200 milioni di euro.
Come riscuotere la vincita?
Il montepremi del SuperEnalotto è distribuito in base alla quantità di giocatori e alla quantità di vincitori. Se nessuno indovina tutti e 6 i numeri, il montepremi viene accumulato per la successiva estrazione.
Quando si vince alla lotteria, la procedura per riscuotere la vincita può variare in base alla somma vinta. Per le vincite inferiori a 5.200 euro, il pagamento può essere effettuato presso il punto vendita in cui è stata effettuata la giocata, fino ad un massimo di 1.000 euro in contanti, mentre per le vincite superiori a 5.200 euro, invece, è necessario rivolgersi direttamente alle sedi Sisal, o a quella centrale di Sisal.
In generale, è importante ricordare che il gioco d’azzardo può comportare rischi e problemi di dipendenza. Per questo motivo, è importante giocare in modo responsabile e senza esagerare, utilizzando solo le somme che ci si può permettere di perdere.
La bioplastica, è un’alternativa alla plastica monouso. Sostituisce ad esempio cannucce, posate, piatti, bicchieri ecc.. Le Bioplastiche essendo plastica biodegradabile o compostabile risolve il problema inquinamento.
Man mano, che sempre più ricerche vengono alla luce sugli effetti dell’uso di troppa plastica, consumatori e produttori, allo stesso modo stanno cercando un’alternativa a questo materiale onnipresente. La plastica biodegradabile e la plastica compostabile, stanno emergendo come possibile alternativa alla plastica monouso.
Com’è fatta la bioplastica? Differenza tra plastica compostabile e plastica biodegradabile.
Storia della bioplastica
La prima bioplastica, fu scoperta nel 1926 da un ricercatore francese, Maurice Lemoigne. Dal suo lavoro con il batterio bacillus megaterium. L’importanza della scoperta di Lemoigne, è stata ignorata per molti decenni perché, all’epoca, il petrolio era economico e abbondante.
Nel 1970, la crisi petrolifera riportò l’interesse per la ricerca di alternative rinnovabili. Oggi, con la crescente consapevolezza ambientale, la ricerca sulle bioplastiche ha tutto per espandere il mercato.
Una delle materie prime per la produzione di questo tipo di plastica, è la canna da zucchero. Il Brasile gioca un ruolo importante in questo mercato, essendo il più grande produttore mondiale.
Bioplastica o Plastica biodegradabile?
Bioplastica: Plastica prodotta da fonti rinnovabili, come canna da zucchero, mais, patate e barbabietole.
Plastica Biodegradabile: quando si degrada genera acqua, CO 2 e biomassa.
Cos’è la bioplastica?
La bioplastica, si riferisce alla plastica prodotta da piante o altri materiali biologici anziché dal petrolio. Viene spesso definita plastica a base biologica.
Può essere costituità da acidi polilattici (PLA), presenti in piante come mais e canna da zucchero, o da poliidrossialcanoati (PHA) prodotti da microrganismi. Il PLA, è comunemente usato negli imballaggi alimentari. Il PHA, nei dispositivi medici come suture e cerotti cardiovascolari.
Poiché il PLA, proviene dalle stesse grandi strutture industriali che producono prodotti come l’etanolo, è la fonte più economica di bioplastica. Il PLA è il tipo più comune, viene utilizzato anche in bottiglie di plastica, posate e tessuti.
Le bioplastiche, o biopolimeri, non sono solo plastiche biodegradabili e compostabili realizzate con materiali naturali. Il nome bioplastica, si riferisce anche alle plastiche ottenute da fonti non rinnovabili. Come ad esempio il petrolio, differenti invece le plastiche ottenute da fonti rinnovabili, come le piante, che sono biodegradabili.
Consideriamo che tutta la plastica prodotta dall’umanità, esiste ancora e che ogni anno, circa un terzo della plastica prodotta, inquina direttamente: la terra, gli oceani ed entra nella catena alimentare. Le bioplastiche, soprattutto quelle biodegradabili, si sono rivelate un’alternativa per lo sviluppo dell’umanità.
Tipi di bioplastica
Bioplastica in polibutilentereftalato adipato (PBAT)
Il polibutilene adipato tereftalato, chiamato anche “poliburato”, è uno dei tipi di bioplastiche prodotte dal petrolio, ma che è biodegradabile e compostabile. Le sue proprietà, consentono al poliburato di sostituire il polietilene a bassa densità. Una plastica a base di petrolio biodegradabile.
La bioplastica in poliburato può essere utilizzata principalmente nella produzione di borse.
Bioplastica in polibutilenesuccinato (PBS).
Il polibutilenesuccinato (PBS), è un tipo di bioplastica che può essere al 100% a base biologica e biodegradabile in condizioni industriali. Questo tipo di bioplastica, viene normalmente utilizzato negli utensili. Questi devono essere in grado di sopportare temperature elevate (da 100ºC a 200ºC).
È una bioplastica cristallina e flessibile. L’acido succinico, la base biologica della produzione di PBS, è prodotto da fonti rinnovabili e aiuta a ridurre l’impronta di carbonio. I calcoli mostrano che le emissioni di gas serra (GHG), possono essere ridotte dal 50% all’80% rispetto alla plastica di origine fossile. L’acido succinico ha anche il vantaggio di catturare la CO2 .
Bioplastica con acido polilattico (PLA).
L’acido polilattico (PLA), è una bioplastica prodotta dai batteri. Nel processo, producono acido lattico attraverso il processo di fermentazione di verdure amidacee come barbabietole, mais e manioca (tra gli altri).
Le bioplastiche PLA, possono essere utilizzate negli imballaggi alimentari, packaging cosmetico, buste da mercato in plastica, flaconi, penne, bicchieri, coperchi, posate, vasetti, bicchieri, vassoi, piatti, pellicole per la produzione di tubi, filamenti per stampa 3D, dispositivi medicali, non tessuti, tra gli altri.
Il PLA è biodegradabile, riciclabile meccanicamente e chimicamente, biocompatibile e bioriassorbibile. Rispetto alle tradizionali plastiche petrolifere, come il polistirene (PS) e il polietilene (PE), che impiegano dai 500 ai 1000 anni per degradarsi, il PLA guadagna a passi da gigante. Questo perché il suo degrado impiega dai sei mesi ai due anni per avvenire. E quando viene smaltito correttamente, si trasforma in una sostanza innocua, perché facilmente degradabile dall’acqua.
Svantaggi del PLA
Lo svantaggio, è che il PLA è una plastica di produzione costosa e il suo compostaggio avviene solo in condizioni ideali. Un altro problema, è che le normative americane e brasiliane consentono la miscelazione del PLA con altri tipi di plastica non biodegradabile. Pur migliorando le loro qualità in termini di utilizzo, questa danneggia l’ambiente.
Plastica PLA: opzione biodegradabile e compostabile
Ma non possiamo confonderlo con l’amido plastico, noto come amido termoplastico, perché nel processo di produzione del PLA, l’amido viene utilizzato semplicemente per arrivare all’acido lattico. A differenza della plastica a base di amido termoplastico, che ha l’amido come materia prima principale.
Di questi due tipi, il PLA è vantaggioso perché è più resistente e sembra più una plastica normale, oltre ad essere plastica biodegradabile al 100% (se si hanno le condizioni ideali).
Bioplastica ricavata dalle alghe
Nella produzione di biomassa di alghe per lo sviluppo della bioplastica, viene effettuata la creazione combinata di pesce (per il consumo) e alghe. I vantaggi di queste tipologie di bioplastiche, sono la loro possibilità di biodegradabilità, origine da fonte rinnovabile, basso costo di produzione e non concorrenza con i seminativi.
Bioplastica con guscio di gambero
I gusci di gamberi, che sono un importante prodotto di scarto nell’industria alimentare, vengono utilizzati per lo sviluppo di bioplastiche.
L’idea è quella di utilizzare questo tipo di bioplastica per la produzione di shopper e packaging alimentare.
Oltre ad essere una fonte rinnovabile, questo tipo di bioplastica è biodegradabile, riutilizza i rifiuti industriali e ha anche proprietà antimicrobiche, antibatteriche e biocompatibili, il che è un vantaggio per il confezionamento di alimenti e farmaci.
Bioplastica poliidrossialcanoato (PHA).
Le bioplastiche di poliidrossialcanoato (PHA) possono essere prodotte in diversi modi da specifici ceppi di batteri. Nel primo caso, i batteri sono esposti a un apporto limitato di nutrienti essenziali come ossigeno e azoto, che favoriscono la crescita di PHA – granuli di plastica – all’interno delle loro cellule come riserve di cibo ed energia.
Piante, petrolio e lotta per la sicurezza alimentare
Circa l’8% del petrolio mondiale viene utilizzato per produrre plastica e i sostenitori delle bioplastiche spesso propongono di ridurre questo uso come un grande vantaggio.
Questa argomentazione si basa sull’idea che se un oggetto di plastica non rilascia carbonio quando viene scartato, le bioplastiche aggiungeranno meno carbonio all’atmosfera quando si degradano, perché essenzialmente restituiscono il carbonio che le piante hanno assorbito durante la crescita (invece di rilasciare carbonio che era intrappolato sotto forma di petrolio greggio).
Il problema con le bioplastiche prodotte dai biocarburanti è che occupano terreni che potrebbero essere utilizzati per la produzione alimentare e non sono ancora biodegradabili.
La bioplastica è la soluzione?
Uno studio ha scoperto che le bioplastiche contengono tante sostanze chimiche tossiche quante sono le plastiche convenzionali. Come d’altronde le plastiche monouso.
La ricerca è stata condotta da scienziati dell’Università tedesca di Goethe ed è descritta come la più grande ricerca fino ad oggi sul contenuto chimico delle bioplastiche.
Il lavoro si è concentrato su 43 diversi tipi di bioplastiche, come bottiglie per bevande, tappi per vino e posate usa e getta, con il team che ha scoperto che la stragrande maggioranza di questi articoli conteneva migliaia di sostanze chimiche diverse.
Le bioplastiche contengono sostanze tossiche?
“L’ottanta per cento dei prodotti conteneva più di 1.000 sostanze chimiche diverse”, ha affermato Martin Wagner dell’Università norvegese di scienza e tecnologia e coautore dello studio. “Alcuni di loro arrivano fino a 20.000 sostanze chimiche”.
Si è scoperto che le bioplastiche a base di cellulosa e amido contengono la maggior parte delle sostanze chimiche e hanno anche innescato le reazioni tossiche più forti nei test di laboratorio in vitro, come confermato dai biologici e dalla spettrometria di massa. Nel complesso, i ricercatori hanno scoperto che le caratteristiche di queste bioplastiche sono alla pari con le plastiche ordinarie in termini di tossicità.
Come si decompongono le bioplastiche?
Inoltre, se finiscono nelle discariche, le bioplastiche si decompongono con la materia organica e altri tipi di rifiuti. La decomposizione della sostanza organica esistente nella massa dei rifiuti smaltiti nella discarica sanitaria produce una notevole quantità di percolato e biogas, ricco di metano (CH4) .
Il principale effetto negativo del metano sull’ambiente è il suo contributo allo squilibrio dell’effetto serra, contribuendo al riscaldamento globale. Se inalato in grandi quantità, il gas può anche causare soffocamento e perdita di coscienza, arresto cardiaco e, in casi estremi, danni al sistema nervoso centrale.
Il compostaggio genera molti vantaggi per l’ambiente e la salute pubblica, sia applicato in aree urbane che rurali. Il principale è che, nel processo di decomposizione, si verifica la formazione di acqua, percolato non tossico e biomassa (humus). Tuttavia, per essere efficace su larga scala è necessario un sistema adeguato.
La soluzione è attuare un consumo sostenibile
Pertanto, affinché una società si sviluppi sulla falsariga della sostenibilità, è necessario ripensare i consumi, soprattutto dovuti alla plastica monouso. Inoltre, è necessario aumentare il riutilizzo e il riciclaggio delle materie plastiche in modo che rimangano nell’ambiente per meno tempo. Queste azioni sono in linea con quanto predica l’economia circolare.
Per ridurre i rifiuti di plastica consumati, il primo passo è praticare un consumo consapevole, ovvero ripensare e ridurne il consumo. Hai mai pensato a quante plastiche superflue utilizziamo nella vita di tutti i giorni che potrebbero essere evitate?
Quando invece non è possibile evitare il consumo, la soluzione è optare per un consumo più sostenibile possibile e per il riutilizzo e/o il riciclaggio. Ma non tutto è riutilizzabile o riciclabile. In questo caso è importante smaltire correttamente.
L’8 marzo è una data molto importante per le donne di tutto il mondo. Si tratta della Festa della Donna, una giornata dedicata alla celebrazione dei diritti delle donne e alla lotta contro ogni forma di discriminazione di genere. In molti paesi, questa festa viene festeggiata regalando alle donne una mimosa, che è diventata il simbolo della Festa della Donna. Ma perché proprio l’8 marzo è stato scelto come data per questa celebrazione? E perché la mimosa è diventata il simbolo di questa festa? In questo articolo cercheremo di rispondere a queste domande, esplorando le origini e la storia della Festa della Donna e il significato della mimosa come simbolo di questa festa.
La mimosa è una pianta molto amata in tutto il mondo per la sua bellezza e il suo profumo intenso. La pianta appartiene alla famiglia delle Leguminose e il suo nome scientifico è Acacia dealbata. Il nome “mimosa” deriva dal greco antico “mimos“, che significa imitatore, a causa della sua capacità di imitare il movimento delle foglie quando viene toccata dal vento.
Storia della mimosa
La mimosa è originaria dell’Australia e della Tasmania, ma è stata introdotta in Europa nel XIX secolo. In Italia, la mimosa è diventata una pianta molto popolare negli anni ’40, quando è diventata il simbolo della Festa della Donna.
La Festa della Donna è una celebrazione internazionale che si tiene ogni anno l’8 marzo per commemorare la lotta delle donne per i loro diritti e per l’uguaglianza di genere. La mimosa è diventata il simbolo della festa a causa della sua fioritura invernale, che rappresenta la rinascita e la speranza per il futuro.
Le caratteristiche della mimosa
La mimosa è una pianta sempreverde che può raggiungere i 10 metri di altezza. Le sue foglie sono piccole e di un colore verde brillante, mentre i suoi fiori sono di un colore giallo dorato intenso. I fiori della mimosa hanno una forma sferica e sono molto profumati. La pianta fiorisce tra febbraio e marzo, proprio in tempo per la Festa della Donna.
La mimosa è una pianta molto resistente e facile da coltivare. Tuttavia, la sua fioritura è molto breve, dura solo alcune settimane, ma durante questo periodo, la pianta è una vera e propria meraviglia della natura.
Perché la mimosa rappresenta la festa della donna?
La mimosa è diventata il simbolo della Festa della Donna in Italia negli anni ’40, quando le donne italiane iniziarono a lottare per i loro diritti e per l’uguaglianza di genere. Durante la Seconda Guerra Mondiale, la mimosa era l’unica pianta disponibile in gran quantità, e veniva usata per decorare le strade e le case delle donne.
La mimosa rappresenta la forza e la determinazione delle donne, che lottano per il loro futuro e per i loro diritti. Inoltre, il suo fiore giallo dorato rappresenta il sole, la luce e la speranza per il futuro.
La mimosa in altre culture
La mimosa è diventata un simbolo internazionale della lotta per i diritti delle donne, ed è stata adottata anche in altre culture. In Francia, ad esempio, la mimosa è il simbolo del movimento femminista, mentre in Russia, il 8 marzo è una festa nazionale, chiamata “Giornata Internazionale della Donna”, in cui la mimosa è il fiore tradizionale.
La mimosa è una pianta facile da coltivare e molto resistente, che può essere utilizzata anche per altri scopi oltre alla decorazione. L’estratto di mimosa viene utilizzato in profumeria per la produzione di profumi e oli essenziali, mentre le foglie e i fiori vengono utilizzati in erboristeria per la produzione di rimedi naturali.
Cultura e letteratura
La mimosa ha anche una valenza simbolica nella cultura e nella letteratura. In alcune culture, la mimosa rappresenta la dolcezza, l’amicizia e l’amore, mentre in letteratura è stata spesso utilizzata come metafora per rappresentare la bellezza e la fragilità della vita.
La Festa della Donna, celebrata il 8 marzo di ogni anno, è una festività molto importante in tutto il mondo. Questa festività è stata creata per commemorare la lotta delle donne per i loro diritti e per l’uguaglianza di genere. In molti paesi, la mimosa è diventata il simbolo ufficiale di questa festività e viene offerta come omaggio alle donne in questo giorno speciale.
Ma chi ha scelto la mimosa come simbolo della Festa della Donna?
La scelta della mimosa come simbolo della Festa della Donna risale al 1946, quando un gruppo di donne italiane, guidate da Teresa Mattei, decisero di creare una festa per commemorare la lotta delle donne per i loro diritti.
Per scegliere il simbolo della Festa della Donna, le donne italiane vollero trovare un fiore che fosse in grado di rappresentare i valori della festa, come la solidarietà, la lotta per i diritti e l’uguaglianza di genere. La scelta cadde sulla mimosa perché era una pianta molto diffusa in Italia, con una fioritura invernale molto rigogliosa e colorata.
Inoltre, la mimosa è anche un simbolo della rinascita e della speranza per il futuro, poiché fiorisce durante la stagione invernale, quando tutto sembra morto e sepolto sotto la neve. La mimosa, quindi, rappresenta perfettamente i valori della Festa della Donna, e fu scelta come simbolo ufficiale della festività.
Da allora, la mimosa è diventata il simbolo ufficiale della Festa della Donna in molti paesi del mondo, tra cui l’Italia, la Francia, la Spagna, la Russia e molti altri. Ogni anno, migliaia di mazzi di mimose vengono venduti in questi paesi per essere offerti come omaggio alle donne in occasione della festività.
Perché la festa della donna si festeggia l’8 marzo
La prima teoria
l’8 marzo 1908 un gruppo di donne lavoratrici della Triangle Shirtwaist Company, una fabbrica tessile di New York, organizzò una manifestazione per protestare contro le terribili condizioni di lavoro cui erano sottoposte. Le donne chiedevano salari più alti, orari di lavoro più umani e condizioni di lavoro più sicure.
La manifestazione, organizzata dal sindacato dei lavoratori dell’industria tessile, coinvolse migliaia di donne e fu una delle prime proteste organizzate dalle donne lavoratrici negli Stati Uniti. Tuttavia, la manifestazione si trasformò in un evento tragico quando la polizia intervenne per disperdere la folla e furono uccise 123 persone, di cui la maggior parte erano donne.
Questa manifestazione fu un evento significativo nella storia del movimento operaio e femminista negli Stati Uniti, e ha contribuito a portare l’attenzione pubblica sulle condizioni di lavoro precarie delle donne nell’industria tessile e in altri settori.
L’anno successivo, nel 1909, si tenne a New York la prima Giornata Nazionale della Donna, organizzata dal Partito Socialista d’America per richiamare l’attenzione sulle questioni delle donne e per chiedere diritti come il voto, l’uguaglianza di genere e il miglioramento delle condizioni di lavoro delle donne.
In seguito, il movimento per i diritti delle donne negli Stati Uniti continua a crescere e ad espandersi, fino a quando, nel 1975, l’8 marzo è dichiarato dalla Commissione delle Nazioni Unite per i Diritti delle Donne come la Giornata Internazionale della Donna.
La seconda teoria
La seconda teoria vede l’8 marzo, come data della Festa della Donna per commemorare un evento storico che ha avuto luogo a San Pietroburgo nel 1917. In quell’anno, le donne russe si unirono in una manifestazione per chiedere pane e pace durante la Prima Guerra Mondiale. Questa manifestazione, che coinvolse migliaia di donne, fu un evento molto significativo nella storia del movimento femminista e della lotta per i diritti delle donne.
Secondo la teoria derivante da San Pietroburgo, l’8 marzo 1917 le donne russe scesero in strada per chiedere pane e pace durante la Prima Guerra Mondiale. La manifestazione, organizzata dalle donne operaie della fabbrica Putilov, fu un evento molto significativo nella storia del movimento femminista e della lotta per i diritti delle donne.
La manifestazione iniziò il 23 febbraio secondo il calendario giuliano (che corrisponde all’8 marzo secondo il calendario gregoriano) e durò diversi giorni. Le donne chiesero anche la fine della guerra e il ritorno dei loro mariti e figli dal fronte.
La manifestazione fu inizialmente pacifica, ma poi si trasformò in un evento molto violento, con scontri tra la polizia e i manifestanti. L’evento è considerato un importante punto di svolta nella storia della Russia, poiché contribuì alla caduta del governo zarista e alla nascita della Repubblica russa.
L’8 marzo divenne quindi la data ufficiale della Festa della Donna in molti paesi, tra cui la Russia e molti paesi dell’ex blocco sovietico. In questi paesi, l’8 marzo è ancora oggi una festa nazionale, durante la quale le donne sono celebrate e omaggiate.
Vediamo come funziona The Sandbox, la sua storia, come è cambiata la piattaforma fino ad oggi. L’auto proclamazione in metaverso The Sandbox. Analizziamo poi come entrare su the sandbox e soprattutto cosa fare all’interno. Come guadagnare o “giocare”, i land ovvero i terreni, il sistema monetario e come funziona il token sand o la crypto $sand per le transazioni.
The Sandbox – il gioco com’era in origine
The Sandbox è un gioco online nato nel 2012 dall’Azienda specializzata in creazione di giochi Pixowl. La grafica è intesa in pixel, unica caratteristica di design mantenuta fino ad oggi. Inizialmente the sandbox è disponibile per dispositivi mobile. Scaricabile e acquistabile dagli store apple o play store. Il gioco ai suoi albori, Come il suo nome lascia intendere, The Sandbox, si svolge in un “recinto di sabbia”. Il suo funzionamento si basa su leggi della fisica ed elementi che si trovano e mutano in natura.
Sono messi a disposizione circa 230 oggetti o elementi naturali. Il personaggio che si interpreta è un sorta di divinità alle prime armi, aspira quindi ad essere poi una Divinità un vera e propria. All’interno della nostra sandbox si può creare l’universo. Abbiamo a disposizione una moltitudine di elementi che esistono nella vita reale, quindi: acqua, terra, sabbia, vetro, ferro, gemme, alberi ecc. ecc. A questi si uniscono anche gli esseri viventi, sia umani che animali. Il tutto per arrivare a creare un nuovo mondo ripercorrendo i passi di quello reale.
Il gioco è diviso in missioni e livelli, sono circa 310 totali. Si passa dalla creazione della terra mescolando acqua e fango, alla creazione di circuiti elettrici, fino alla tecnologia del terzo millennio con robot e apparecchiature elettroniche.
Nel gioco non ci sono limiti all’immaginazione, ogni giocatore può creare o distruggere il suo mondo. Composto o meno da foreste, montagne, mari, case, e qualsiasi opzione possa venire in mente. A questi poi si aggiungeranno mestieri con attività da mandare avanti, progetti da inventare ecc.
Una volta completato il proprio mondo il gioco consente di mettere online le proprie creazioni, per condividerle o mostrarle ad altri giocatori.
Esistono dei video che sono ancora online che testimoniano e dimostrano come era il gioco nei suoi primi anni di nascita e come entrare su the sandbox ai tempi. Sono reperibili oltre che su diversi siti web, anche su Youtube, su uno dei primi canali della piattaforma stessa. The Sandbox prima versione.
Come funziona The Sandbox oggi
Nel 2018 il gioco è stato acquisito da un’altra società rivoluzionando il suo sistema quasi completamente. Il gioco viene inserito e pensato come blockchain dando quindi vita a un sistema di compravendita e usabilità a “pagamento” tramite crypto, certificandone la proprietà. Rimane immutata la sua mission principale di mondo parallelo. Inteso oggi come l’ormai famoso, metaverso. La differenza, rispetto a prima, è che l’universo The Sandbox, oggi è unico per tutti.
Diventa un metaverso a tutti gli effetti nel novembre del 2021. Entrando nel metaverso di The Sandbox, si può essere semplici utenti, ovvero acquistare proprietà, terreni, case, arredi particolari, automobili e migliaia di articoli e oggetti che fanno parte della quotidianità anche nella vita reale. Oppure si può essere creatori, o meglio designer di questi oggetti e venderli ad altri “giocatori”.
Proprio questo sta aprendo uno scenario che può sembrare assurdo. I prezzi di acquisto di terreni, isole, palazzi e quant’altro, avendo un certificato di proprietà e quindi rivendibili, hanno dei prezzi che sfiorano e a volte superano quelli che vediamo in realtà.
Come entrare su The Sandbox
Per poter entrare su The Sandbox è necessario creare un account direttamente dal sito web. Prima di fare ciò è necessario collegare un wallet. Nel caso di Sandbox bisogna avere un wallet su Metamask. Una volta creato il wallet, qualora non se ne possegga già uno, in fase di creazione dell’account la piattaforma chiederà di effettuare il collegamento tra il wallet e l’account che andiamo a creare. Questo consentirà di poter acquistare o vendere, ricevere o regalare gli oggetti sul “gioco”. Fatto questo, la fase successiva è la creazione del proprio avatar o personaggio di gioco.
Cosa si fa dentro il metaverso The Sandbox
Dopo aver creato il personaggio le attività che si possono svolgere all’interno della piattaforma sono molteplici e bisogna categorizzarle. Al momento il gioco è in fase di evoluzione, rinominato in questa fase: alpha. Per poter “giocare” sono presenti delle attività e delle esperienze di gioco messe in atto dagli sviluppatori. Gli aggiornamenti sono rilasciati per stagioni. Una volta completate le varie esperienze, per farne di nuove è necessario attendere l’aggiornamento alla cosiddetta nuova “season”.
Altre attività da svolgere al di fuori dalle meccaniche di azione di gioco sono: acquistare dei terreni, chiamati: Land. La piattaforma infatti, ha mette a disposizione un numero limitato di land o “terreni”, questi come nella vita reale, possono essere acquistati e venduti, in base alla dimensione. Al posto degli ettari di terra della vita reale, parleremo di pixel tridimensionali. I Land Sandbox sono molto richiesti anche e soprattutto tra i personaggi dello spettacolo
I Land, essendo concepiti come “nft” e quindi con certificato di proprietà, possono essere acquistati sia all’interno della piattaforma nella sezione apposita, che su piattaforme di exchange esterne che ne consentono la compravendita.
Altre attività da svolgere oltre ai land possono essere, creare o acquistare oggetti chiamati asset. Le transazioni di questi, avvengono sempre nell’apposita sezione della piattaforma, o tramite “mercati convenzionati”, ad esempio OpenSea. Tra gli asset troviamo, case, automobili, ville, arredi, abbigliamento, ecc. ecc..
Inoltre si possono creare delle dinamiche interne sotto forma di esperienza utente. Creare quindi dei giochi attraverso lo strumento Game Maker, messo a disposizione da The Sandbox. Creare giochi ed esperienze utente, grazie al software disponibile non necessita di doti di programmazione ma piuttosto di creatività ed ingegno. Anche quest’ultimi possono essere venduti e acquistati sia all’interno della piattaforma che tramite mercati esterni.
Per poter svolgere tutte queste attività, viene utilizzata la moneta creata da The Sandbox, chiamata Sand.
La moneta di The Sandbox – Crypto Sand
La piattaforma ha un suo sistema monetario. Per poter acquistare o vendere oggetti o altri elementi, lo si fa tramite la moneta o meglio la crypto: $SAND. Questa crypto, come tutte le altre, non ha un valore fisso. $SAND varia in base al mercato con la legge dell’offerta e della domanda.
Per ottenere i token sand o crypto $Sand, da investire o scambiare nelle piattaforme di exchange che lo consentono, ci sono diversi modi. Il più economico nonché gratuito, è all’interno di The SandBox. Il “gioco” infatti permette, svolgendo diverse attività che variano dalla promozione tramite referral a missioni di gioco, di guadagnare token SAND.
In alternativa i Token SAND o crypto $SAND sono acquistabili sulle piattaforme più famose di Exchange o di trading. Anche per i token Sand (crypto $SAND) è applicata una commissione, ad oggi circa il 5% su ogni operazione che viene effettuata. Discorso diverso invece per le transazione dovute all’interno delle dinamiche di gioco intese nel “metaverso” The Sandbox.
Quali sono le migliori alternative ai combustibili fossili?
L’impatto ambientale dei combustibili fossili
L’inquinamento e il riscaldamento globale sono due dei maggiori problemi che affrontiamo in termini ambientali e planetari. Uno dei modi che si sta mettendo in pratica per trovare una soluzione, è la sostituzione dei combustibili fossili con combustibili alternativi, più sostenibili in termini di produzione e soprattutto, meno inquinanti.
Auto, aerei, case, sono molte le destinazioni d’uso per questi nuovi carburanti alternativi. Non tutti sono ugualmente vantaggiosi o servono per le stesse cose, ma sicuramente di alcuni di essi già se n’è sentito parlare, come: il biodiesel, l’idrogeno o l’etanolo. Per capirne di più sui carburanti del futuro, perché si sta pensando di cambiare il veicolo o l’impianto di riscaldamento, in questo articolo spiegheremo le caratteristiche principali di ciascuno di essi.
Cosa sono i combustibili alternativi?
I combustibili alternativi sono quelli che dovrebbero sostituire quelli attuali, al fine di ottenere prestazioni uguali o superiori, ma senza gli aspetti negativi in termini di inquinamento e sostenibilità.
In generale, un combustibile alternativo viene solitamente considerato quando non proviene da fonti fossili, non inquina l’aria, non contribuisce al riscaldamento globale e la sua produzione e consumo è molto più sostenibile per l’economia e l’ambiente.
Quali sono i combustibili alternativi?
Idrogeno
Iniziamo con l’elemento più abbondante nell’universo, l’idrogeno. Sebbene i veicoli che si muovono grazie a questo gas siano stati testati a lungo, specialmente nel trasporto pubblico in alcune città, non ha ancora fatto il salto necessario per prevalere.
Il principale vantaggio dell’idrogeno come combustibile alternativo è che non genera alcun tipo di inquinamento o spreco. L’abbondanza di idrogeno è anche un altro vantaggio per chi scommette su questo carburante e naturalmente, la facilità di rifornimento, molto simile a quella tradizionale della benzina o del gasolio, che permette di completare la carica completa in pochi minuti.
Ci sono anche degli svantaggi associati all’idrogeno come combustibile. Il principale svantaggio nell’utilizzo dell’idrogeno, è che ci sono pochi punti di ricarica, si contano sulle dita della mano, anche se i buoni propositi ci permettono di confidare che presto questo numero aumenterà. Inoltre, al momento, i veicoli a idrogeno sono molto costosi e ci sono alcuni dubbi sullo stoccaggio delle batterie che utilizzano i loro motori.
Etanolo
Un altro ottimo candidato per diventare il carburante del futuro è l’etanolo. Per chi non sapesse cosa sia l’etanolo, è un combustibile ottenuto dalla fermentazione di zuccheri ottenuti da prodotti come canna da zucchero, barbabietole e mais.
La cosa migliore dell’etanolo è che è molto più rispettoso dell’ambiente rispetto ai combustibili a base di petrolio. Lo svantaggio è che non è così efficiente e sono necessarie quantità maggiori per ottenere le stesse prestazioni.
Biodiesel
Il biodiesel è un carburante alternativo che si ottiene da grassi vegetali o animali . Se i motori dei veicoli vengono adattati, potrebbero utilizzare questo tipo di carburante per funzionare, sia allo stato puro che miscelato con il diesel tradizionale.
Tra i grandi vantaggi del biodiesel c’è che il suo utilizzo è completamente sicuro. Inoltre, la sua combustione non emette tanti componenti inquinanti come il diesel. L’aspetto negativo nell’utilizzo del biodiesel è che non esistono sistemi di produzione e distribuzione che consentano un consumo di massa da parte degli utenti.
GPL (Gas di petrolio liquefatto)
Conosciuto anche come propano, questo gas è uno dei più utilizzati come carburante alternativo per i veicoli. Molti mezzi pubblici nelle città italiane, infatti, utilizzano questo gas per la mobilità urbana, inoltre ci sono sempre più stazioni di ricarica adibite al rifornimento.
Per gli utenti, il vantaggio diretto è che è molto più economico del diesel e della benzina. Inoltre è anche meno inquinante, quindi il suo utilizzo è consigliato anche a questo proposito. Il lato sfavorevole del propano, è che per produrlo si crea anche il metano, un gas che incide negativamente per il riscaldamento globale.
Elettricità
Elettricità rinnovabile ed auto elettriche.
Alcune auto non hanno bisogno di carburante liquido. I veicoli elettrici plug-in funzionano senza batterie. Naturalmente, queste batterie devono essere caricate utilizzando l’elettricità. Se tale elettricità proviene da energia solare o eolica, non si crea inquinamento atmosferico durante la generazione dell’elettricità o durante il suo utilizzo per alimentare il veicolo.
Ci sono alcuni veicoli elettrici disponibili ora e molti altri modelli di veicoli elettrici plug-in probabilmente diventeranno disponibili nel prossimo futuro.
Veicoli a celle di combustibile
Un veicolo a celle a combustibile (FCV) o veicolo elettrico a celle a combustibile (FCEV) è un veicolo elettrico che utilizza una cella a combustibile. In alcuni casi la cella a combustibile, viene utilizzata in combinazione con una piccola batteria o un condensatore, per alimentare il suo motore elettrico di bordo.
Le celle a combustibile nei veicoli generano elettricità generalmente utilizzando l’ossigeno dell’aria e l’ idrogeno compresso. La maggior parte dei veicoli a celle a combustibile sono classificati come veicoli a emissioni zero che emettono solo vapore acqueo e calore.
L’idrogeno derivato dall’acqua può essere utilizzato nei veicoli a celle a combustibile. Quando l’elettricità generata dal vento o dal sole viene utilizzata per dividere l’acqua, non viene emesso alcun inquinamento né durante la sua produzione né durante l’uso dell’idrogeno in un veicolo a celle a combustibile.
I veicoli alimentati a idrogeno non emettono praticamente idrocarburi, particolato, anidride carbonica o monossido di carbonio. Sono visti come un’opzione particolarmente interessante per ridurre le emissioni di gas serra. Questi veicoli sono ancora in fase di ricerca e non sono generalmente disponibili.
Altri combustibili alternativi per il futuro
I combustibili alternativi elencati in questo articolo sono i più importanti e con maggiori probabilità di diventare i combustibili alternativi del futuro. Questo non significa che siano gli unici e che non ce ne siano altri che possano prendere il loro posto o avere un loro ruolo più importante in pochi anni.
Tra questi, possiamo citare il metanolo, il gas naturale o l’ energia elettrica, che è già ampiamente utilizzata in molti veicoli e sarà probabilmente la fonte di energia più utilizzata in futuro.
Quando si parla di combustibili, non si possono escludere cambiamenti e nuovi modi di generare energia che cambieranno completamente il nostro modo di vivere e, allo stesso tempo, proteggeranno l’ambiente.
Tra i sarcofagi dei faraoni e le collezioni del Museo Savoia voluto da re Carlo Felice Savoia, l’oggi conosciuto Museo Egizio di Torino, offre tra i reperti più famosi e conosciuti al mondo.
Il più importante Museo Egizio al Mondo dopo quello del Cairo
Il museo delle Antichità Egizie di Torino nasce nel 1824 per volontà del Re Carlo Felice di Savoia. Una passione, quella di Casa Savoia, che ha vita già nel 1628 con il Duca Carlo Emanuele Primo che, tra i suoi acquisti, vantava la Mensa Isiaca (una lastra in bronzo che raffigura Iside e altri deii).
Il primo reperto di Casa Savoia
La Mensa Isiaca suscitò particolare interesse, motivo per il quale furono inviati in Egitto degli studiosi. Tra questi Vitaliano Donati (Professore Universitario e appassionato di egittologia). Quest’ultimo ritrovò, e portò in Italia, una vasta mole di reperti. Tra i più conosciuti una statua di Ramses Secondo in granito rosa.
La raccolta di più collezioni da vita al Museo Egizio
Dunque, in aggiunta alla collezione di casa Savoia, Re Carlo Felice compra inoltre, dal Console di Francia Bernardino Drovetti, circa 6000 reperti (5628), acquisiti durante l’occupazione in Egitto, tra cui: Sarcofagi, statue, manufatti, papiri e documenti, monili ecc. Secondo gli storici la cifra per l’intera collezione fu di 400mila Lire.
Dalla raccolta di queste due immense collezioni nasce quindi il primo Museo Egizio con sede al palazzo chiamato Collegio dei Nobili, dove furono raccolte le collezioni del Re Carlo Felice.
Apertura del Museo Egizio di Torino
La sua prima apertura al pubblico fu nel 1832. Ad oggi, comunque, non tutti i reperti all’interno del museo sono in esposizione al pubblico.
Ritrovamenti e reperti fuori dall’Egitto
Sebbene, fino a pochi decenni fa era pratica comune per tutti i reperti scovati, acquisirne proprietà ed esportarli, soprattutto in paesi occupati da altre nazioni (come il caso della Francia con l’Egitto in era Napoleonica) si è posto fine a tutto ciò. Ad oggi, infatti, tutti i ritrovamenti non possono essere portati fuori dall’Egitto se non per mostre, scambi momentanei tra musei o tour, dei singoli reperti.
I reperti più importanti del Museo Egizio di Torino
Il libro dei Morti o Papiro di Luefankh
Il Libro dei Morti di Luefankh è un esteso testo funebre con alternate delle rappresentazioni. Un papiro dell’era Tolemaica (300 A.C) il cui nome è stato scelto e assegnato, dall’archeologo tedesco Richard Lepsius. Lo studioso, grazie all’ottima conservazione del papiro, ha raggruppato e tradotto l’intero papiro. Suddividendolo in capitoli e paragrafi, ne è famoso il capitolo 125. In questo capitolo viene riportato come Luefankh, con una dichiarazione sulla purezza d’anima, sia degno e meritevole di accedere al mondo dell’aldilà.
Tela di Lino di Gebelein
Un’opera frammentaria, che raffigura barche sul fiume Nilo e non solo. Scoperta dall’italiano Giulio Farina nel 1930. Le figure rappresentate si pensi siano attente alla caccia di ippopotami. Inoltre era puramente ornamentale, sicuramente con significato per la persona cui era destinata. Si stima sia del 3500 A.C. circa, o comunque dell’era Predinastica.
La Mummia di Gebelein
Anche chiamata la Mummia Predinastica data dalla stima dei suoi anni. Molti studi sono stati svolti attorno a questa Mummia, soprannominata dagli studiosi Fred. Ritrovata nel deserto, nel quale la sabbia e il caldo, hanno svolto un ruolo importante nella conservazione, si pensa siano stati eseguiti lavori di mummificazione ancora in evoluzione da parte degli egiziani. Infatti, precede di molti secoli l’era in cui vennero utilizzati i sarcofagi. Nel museo di Torino è stata riprodotto il luogo di ritrovamento. La mummia si trova in posizione fetale in una teca con tutto il corredo funerario ritrovato.
La tomba di Gebelein o tomba degli ignoti
Una scoperta fantastica, poiché il sito ritrovato è risultato inviolato e intatto. Al suo interno, sono state rilevate 3 stanzenelle quali erano presenti, mummie con sarcofagi e corredi al completo. Questo però non è bastato a dare un nome a coloro che “riposavano” al suo interno. La particolarità dei ritrovamenti, risulta, nel modo in cui sono state trattate. Il volto ridipinto sulle bende che coprono il viso, anziché ricostruito in maschera. Gli arti bendati in maniera insolita, ovvero a parte, rispetto al resto del corpo.
La cappella dell’artista Maia e della moglie Tamit
Risalente all’era di Tutankhamon, nel villaggio riscoperto Deir el-Medina, vicino all’oggi conosciuta Luxor, un ritrovamento che dimostra l’evoluzione degli egiziani nelle opere funerarie. Qui anche le pareti, sono state dipinte e ornate con scene rappresentati il rito funerario della coppia ritrovata. Nei dipinti vengono anche riportate le persone che vi parteciparono, come ad esempio i figli. L’intera cappella con le pitture è stata rimossa dal sito per essere ricostruita all’interno del Museo.
La tomba di Kha e Merit
Come per la cappella di Maia e Tamit riscoperta a Deir el-Medina, anche la tomba di Kha e Merit è stata ritrovata nello stesso luogo. Kha era l’architetto al servizio del Faraone Amenhotep Terzo. Anche questo sito è stato ritrovato illeso e non deturpato. All’interno erano presenti sarcofagi con dettagli d’orati. Quello dell’uomo era composto da tre sarcofagi, uno dentro l’altro, tipo matrioska. Inoltre, scrigni, rappresentazioni in statuette, ornamenti e contenitori d’argilla contenenti cibo dell’epoca. Il sito, interamente riportato al Museo Egizio di Torino (ex Museo Savoia) è datato a circa 3500 anni fa.
Ostrakon della ballerina
Anche questo reperto, è stato ritrovato nel famoso sito a Deir el-Medina. Raffigura movimenti danzanti di una giovane ballerina. Ostrakon o Ostraka dal greco conchiglia, erano le basi che fungevano da tela per i dipinti degli artisti egiziani. Un frammento in pietra calcarea del 1500 circa a.c. delle dimensioni minute, è un pezzo prezioso del repertorio del museo di Torino. Sia perché rappresenta movenze degli usi e costumi dell’epoca, sia perché ci fa capire quanto fossero creativi gli artisti dell’epoca.
Ellesyia e il suo Tempio rupestre
Vicino ad Abu Simbel, famoso sito in cui diverse opere e Templi sono dedicati al faraone Ramses Secondo e sua moglie Nefertari, è stato ritrovato il tempio di Ellesya. La sua costruzione è stata decisa da Thutmose Terzo (Faraone del 1400 circa a.c.). Questo tempio è stato più volte ridipinto e ristrutturato dalle diverse culture che si sono susseguite nei tempi. Dapprima nell’era e nel credo del Faraone Akhenaten, dopodiché dal faraone Ramses Secondo e infine dall’epoca Cristiana. Nel 1960 circa, l’Unesco decide di rimuovere i vari siti e templi a causa dell’avanzamento delle acqua del lago Nasser. Tra i partecipanti ai lavori, molti archeologi italiani, motivo per il quale l’Italia, nello specifico il museo di Torino, ricevette in dono il tempio di Ellesya.
Questi, ma molti altri ritrovamenti e opere risalenti all’era Egizia sono in esposizione al Museo Egizio di Torino (Ex Museo Savoia). Da non perdere sono anche, la Galleria dei Re, quella dei Sarcofagi e ancora il famoso papiro erotico, la Statua di Uahka (governatore di circa 2000 anni fa), la Tomba di Ini (anch’egli governatore e guardasigilli del regno). La tomba di Ifi e Neferu, e molto, molto altro.
Per visitare il museo, e acquistare i biglietti, è possibile farlo prenotando anche una visita guidata presso il sito ufficiale del Museo di Torino.
Nel 71 d.C. l’imperatore Vespasiano (Tito Flavio Vespasiano
Cesare Vespasiano Augusto) ne decide la costruzione e inizia i lavori, viene completato e inaugurato dal figlio Tito (Tito Flavio Vespasiano) nell’80 d.C.. Dall’81 in poi il secondo figlio Domiziano (Tito Flavio Domiziano) completò definitivamente la struttura dedicandola ai soli giochi Gladatori (munera) e alle caccia di animali selvatici (ventationes).
Perchè si chiama Colosseo?
Il nome vero del Colosseo è Anphitheatrum Flavlum” (Anfiteatro Flavio), perché gli imperatori che gli diedero vita appartenevano alla dinastia Flavia.
Nel medioevo prende il nome di Colosseo. Esistono varie ipotesi che ne spiegano la scelta del nome:
La presenza nelle vicinanze della statua di bronzo di Nerone, il Colosso.
Il Tempio di Iside sorgeva un tempo sullo stesso colle chiamato Collis Isei. (Colle Oppio)
Leggenda sul tempio pagano in cui si adoravano i demoni. I sacerdoti ripetevano agli adepti: Colis Eum? (Adori Lui?)
Cosa succedeva all’interno del Colosseo?
Venationes: Lotte tra animali esotici o tra condannati a morte e animali feroci. Silvae: Scenari e ricostruzioni di alberi al fine di replicare boschi e foreste. Naumachia: Giochi acquatici e combattimenti navali. (Spettacolo in cui l’arena veniva riempita d’acqua) Celebrazioni: Repliche di conquiste utilizzando schiavi gladiatori come attori, ma anche manifestazioni pubbliche e punizioni con pene capitali per disertori e fuorilegge. Combattimenti: Tipici combattimenti tra gladiatori.
Perchè al Colosseo manca un pezzo?
Si presume che dalla struttura originale ad oggi il Colosseo mostri solo 1/3. La sua forma attuale è dovuta al terremoto del 1349 che ne fece crollare la parte mancante. Inoltre negli anni si scoprì che diventò quasi una cava da cui estrassero i marmi esterni che lo ricoprivano e diverse parti interne. Questi materiali sono stati ritrovati in edifici civili come Palazzo della Cancelleria, di Palazzo Farnese, dei Palazzi Senatorio e dei Conservatori sul Campidoglio e nel 1634 di Palazzo Barberini e furono utilizzati anche per la Basilica di San Pietro.
La fine dei discendenti di Augusto e la nuova era dei Flavi
Il fondatore dell’Impero Romano Augusto da il via alla prima Dinastia. Alla morte di Nerone, ultimo discendete del fondatore lascia il trono vacante. Questo ha dato via alla guerra civile, perché tutti volevano ambire a diventare Imperatore di Roma. Nel giro di 1 solo anno si susseguono 4 imperatori. Tra questi emerge Tito Flavio Vespasiano.
La dinastia dei Flavi
Tito Flavio Vespasiano, da vita alla seconda dinastia dell’Impero Romano: i Flavi. Il periodo complessivo del suo dominio, e dei suoi due figli Tito e Domiziano, dura circa 30 anni. Il nuovo Imperatore di Roma nasce a Falacrine, un piccolo villaggio situato nei pressi dell’odierna Rieti. La sua ascesa al trono avviene all’età di 60 anni. Un carattere semplice, rassicurante ha trascorso gran parte della sua vita al servizio dell’Impero. Generale abile, sotto il controllo di Nerone, pone fine alla famosa rivolta in Giudea.
La rinascita di Roma dopo Nerone
Proprio grazie alle conquiste di Vespasiano a Gerusalemme, il nuovo imperatore riesce a risolvere il dissesto finanziario in cui trova l’impero concluso di Nerone. Per farsi ben volere dal popolo, Vespasiano, deve superare in tutto il suo predecessore. Con il bottino del Tempio di Gerusalemme, il nuovo Imperatore mette in atto una serie di operazione, tra tutte, la costruzione del Colosseo.
Missione personale, di Vespasiano, per quanto quasi impossibile, è stata di far dimenticare quanto più possibile Nerone al popolo di Roma.
La sua strategia, parte proprio dalla residenza di Nerone. Prende proprietà, della Domus Area, che aveva al suo interno un enorme lago artificiale. Vespasiano, prosciuga per intero il lago, per costruire il Colosseo, l’intendo è multiplo. Far dimenticare Nerone eliminando la sua residenza, farsi ben volere dal popolo per l’opera dedita agli spettacoli e diventare immortale grazie a un monumento che ancora oggi non ha eguali.
Il Colosseo
Un anfiteatro mai visto prima, niente a che vedere con quelli solitamente in legno, presenti fino a quel momento a Roma. Dimensioni mastodontiche, alto circa 50 metri e lungo circa 190, poteva contenere tra i 50mila e i 70mila spettatori. La facciata, realizzata in blocchi di travertino bianco candido. Divisa in 4 piani, nelle famose arcate del 2 e del 3 piano erano poste 160 statue. L’ultimo piano invece, aveva delle finestre quadrate alle quali erano apposte degli scudi di bronzo d’orato. Il gioiello nel cuore di Roma prende vita.
Come hanno costruito il Colosseo – La ruota Calcatoria
I tempi di costruzione del Colosseo sono stati di soli 10 anni. Una tempistica molto breve per l’epoca. Per la sua realizzare furono impiegate circa 50mila persone, quasi quante ne poteva contenere al suo interno, quando c’erano 3/4 dei suoi spettatori al completo. Tra questi, ovviamente, architetti, fabbri, muratori, ingegneri e una grande nonché immensa quantità di manovali. Per lo più schiavi e prigionieri di guerra, impiegati nei lavori più duri, come quelli dentro le cave per il travertino, che serviva per ricoprire l’intero monumento insieme ai marmi. I blocchi di travertino venivano posti su imbarcazioni lungo il fiume Aniene, successivamente poi sul fiume Tevere, per poi arrivare a destinazione.
Come venivano innalzati i blocchi in pietra o in marmo per la costruzione del Colosseo fino a un’altezza di 50 metri?
La risposta a questo quesito è: la ruota calcatoria. La sua messa in opera avveniva per mezzo degli uomini che salivano all’interno. (Esempio identico alla ruota per criceti). Gli uomini facendo girare questa grande ruota, mettevano in moto questa sorta di gru che tramite corde e carrucole innalzava gli enormi blocchi fino alle altezze desiderate. Se ne ha prova di tutto ciò, grazie a una raffigurazione molto dettagliata sulla tomba ritrovata degli Ateri. Una famiglia importante e prestigiosa di costruttori del 1 secolo d.c.. La raffigurazione riporta, proprio la ruota calcatoria, in funzione durante la costruzione del Colosseo. In questa raffigurazione sono riportati 5 uomini che camminano all’interno della ruota facendola girare.
L’inaugurazione del Colosseo
Come detto in precedenza, Tito Flavio Vespasiano non vedrà mai la vita del Colosseo poiché muore il 23 giugno del 79 d.C. Suo figlio maggiore Tito, sale al trono e diventa Imperatore a lavori quasi ultimati. Vicino alla sua inaugurazione, nell’autunno di quell’anno avviene l’eruzione del Vesuvio che distrugge Pompei e la costa vesuviana. Inoltre un vasto incendio assale Roma, che ne distrugge gran parte, risparmia però, caso fortuito, proprio il Colosseo. Nel giugno dell’80 d.C. il Colosseo, con un’evento memorabile, è finalmente inaugurato. Spettacoli che durarono ininterrotti per circa 100 giorni. Gladiatori proveniente da tutto l’impero ne presero parte, dando vita a uno spettacolo mai visto. Si stima che morirono circa 5000 animali della specie più disparata per l’inaugurazione.
Il vegetarismo è un modo di vivere che generalmente esclude il consumo di carne, e talvolta altri prodotti animali, dalla propria dieta. In questo articolo vediamo le differenza vegani e vegetariani ma anche diverse informazioni sui vantaggi di essere vegetariani, così come sui tipi di vegetariani.
Esistono diverse ragioni per cui le persone scelgono di diventare vegetariane. Alcune di queste ragioni includono:
Migliorare la propria salute mangiando più verdure e meno carne
Motivi di tipo etico o religioso
Inquinamento ambientale e quindi ridurre il proprio contributo o impronta di carbonio
Una scelta razionale
In generale, il vegetarismo è considerato una scelta alimentare più sostenibile e salutare rispetto alla dieta occidentale tradizionale, che è ricca di carne e di grassi saturi. Tuttavia, è importante seguire una dieta equilibrata e variata per assicurarsi di ricevere tutti i nutrienti di cui il nostro corpo ha bisogno.
Di base è una scelta alimentare che sta diventando sempre più popolare perché offre molti benefici per la salute e per l’ambiente. Ci sono diverse sottocategorie di vegetarianismo e ciascuno di essi esclude alcuni alimenti di origine animale.
Qual è la differenza tra un vegetariano e un vegano?
La principale differenza tra vegani e vegetariani sta nel loro approccio alla dieta. I vegetariani escludono la carne e il pesce dalla loro alimentazione, ma possono consumare prodotti derivati da animali, come latticini e uova. Al contrario, i vegani escludono completamente ogni forma di alimento di origine animale dalla loro dieta, non solo carne e pesce, ma anche latticini, uova, miele e qualsiasi altro prodotto o cibo derivante da animali.
Quindi i vegani non mangiano affatto prodotti di origine animale ma consumano solo fonti vegetali di proteine e altri nutrienti. Mangiano quindi di base più verdure dei vegetariani per ottenere abbastanza proteine e altri nutrienti per la loro dieta.
Perché diventare vegani o vegetariani?
La scelta di questo stile di vita, che sia vegetariano o vegano può essere dettato da diverse motivazioni. Oltre la differenza tra vegani e vegetariani di tipo alimentare, ne esistono diverse. Tra queste ci sono quelle di carattere etico, ovvero il rispetto verso gli animali. Di tipo religioso, in cui è vietato il consumo di carni animali o di uno specifico tipo. Per motivi di salute, seguire quindi una dieta che esclude determinati alimenti di origine animale.
Vantaggi di diventare vegani: salute, ambiente e responsabilità sociale
In realtà ci sono molti vantaggi nel diventare vegani, o meglio vegetariani per una dieta meno drastica. La salute è uno dei motivi principali per cui le persone scelgono questo stile di vita. I vegani hanno meno probabilità di contrarre malattie cardiache, ipertensione e diabete perché non mangiano carne, uova o latticini che contengono grassi animali e colesterolo.
L’impatto ambientale
Il veganismo può anche aiutare l’ambiente riducendo le emissioni di CO2 derivanti dall’allevamento del bestiame, riducendo l’inquinamento idrico e la deforestazione dovuta al pascolo del bestiame e alla produzione di mangimi, nonché contribuendo a preservare la biodiversità e l’aumento delle emissioni di gas serra e di conseguenza anche un’accelerazione del cambiamento climatico.
Diventare vegani è una scelta che va oltre l’alimentazione e riguarda anche la scelta di non utilizzare prodotti derivati dagli animali. Infatti, i vegani si astengono dal consumo o utilizzo di qualsiasi prodotto che derivi da un animale, come la lana, la pelle, la seta e il cuoio. Questo significa che i vegani non indossano abbigliamento o accessori in pelle, evitano di acquistare cosmetici o prodotti per la cura personale che sono stati testati sugli animali e non utilizzano prodotti per la pulizia della casa che contengono ingredienti di origine animale.
Conclusione: il motivo per cui ci confondiamo
Per ricapitolare, la confusione tra vegano e vegetariano può essere attribuita alla mancanza di comprensione del significato preciso delle parole. Entrambi i termini si riferiscono a stili alimentari che escludono la carne, ma c’è una differenza significativa tra vegani e vegetariani. Il veganismo è una filosofia alimentare che mira a escludere non solo la carne, ma anche tutti i prodotti di origine animale, come latte, uova e miele, e talvolta anche prodotti che sono stati testati sugli animali o che contengono ingredienti di origine animale. Il vegetarianismo, d’altra parte, esclude solo la carne, ma include ancora prodotti di origine animale come latte, uova e miele.
Curiosità: Come seguire una dieta vegana quando sei in viaggio all’estero
Se sei vegano, potresti avere difficoltà a mangiare cibo che sia soddisfacente e salutare. Tuttavia, ci sono alcune cose che puoi fare per assicurarti che la tua dieta vegana non venga interrotta quando viaggi all’estero.
1) Scopri le restrizioni dietetiche del paese e osservale.
2) Pianifica in anticipo preparando alcuni dei tuoi snack vegani preferiti come il mix di tracce o le barrette proteiche.
3) Impara i nomi di alcuni piatti a base vegetale nella lingua locale in modo da poterli chiedere nei ristoranti o nei negozi di alimentari.
4) Porta con te degli spuntini di emergenza durante il viaggio nel caso in cui non ci sia nulla da mangiare dove alloggi o visiti.
Discrepanze: gli attivisti vegani e i loro controsensi o incoerenze
Gli attivisti vegani lottano per la promozione di uno stile di vita che esclude l’utilizzo di qualsiasi prodotto o servizio derivante dagli animali e cercano di sensibilizzare le persone sugli effetti negativi della produzione e del consumo di carne e prodotti animali sugli animali, sull’ambiente e sulla salute umana. Tuttavia, a volte ci sono discrepanze tra le loro azioni e i loro ideali, come ad esempio l’utilizzo di abbigliamento di moda o l’inquinamento causato dal trasporto di alimenti di cui fanno un grande consumo.
Le incoerenze dei “fanatici”
Ad esempio, l’avocado è diventato un alimento molto popolare, ma spesso non si considera l’impatto ambientale del trasporto di questo frutto su lunghe distanze per mezzo di aerei. Questi consumano grandi quantità di carburante e contribuiscono all’inquinamento atmosferico. Non da meno anche l’abbigliamento, che spesso è stato prodotto in modo non sostenibile e utilizzando materiali che non sono stati ottenuti in modo etico.
Queste discrepanze dimostrano che, anche se alcuni attivisti vegani hanno una forte passione per i loro ideali, a volte è difficile conciliare questi ideali con la realtà della vita quotidiana. Tuttavia, è importante che coloro che seguono una dieta vegana si impegnino a fare scelte consapevoli e a considerare l’impatto ambientale delle loro azioni prima di sentenziare su quelle degli altri. Questo può includere scelte come acquistare cibo locale e di stagione, evitare il trasporto aereo per il cibo e scegliere abbigliamento e accessori etici e sostenibili.
In India, nel sud dello stato dell’Andhra Pradesh, c’è un piccolo villaggio dal nome singolare: Lepakshi. A portarne la sua fama è il tempio di lepakshi o tempio di Veerabhadra.
Leggenda narra, di preciso nel poema indiano Ramayana, che un grande volatile (Jatayu), sconfitto da un personaggio dal nome Ravana cadde nel luogo in cui prese vita il villaggio. Lord Rama (altro personaggio del poema) vedendo l’accaduto esclamò: Le Pakshi! (Rise Bird ovvero alzati uccello).
Da qui il villaggio prese il nome di Lepakshi. Possiamo trovare tre diversi santuari. Tra questi il tempio di Veerabhadraanche detto il tempio di Lepakshi.
Per capirne a pieno i vari significati è ovviamente indispensabile leggere e conoscere la storia e le sue leggende.
Il tempio di lepakshi o tempio dei giganti e la storia
Fu costruito nel 1583 Nayaka e Veeranna, due fratelli della stirpe Virupanna. Durante il regno del Re Achutaraya, i due occupavano posizioni di spicco. Il tempio fu dedicato alla divinità Veerabhadra, sarebbe la versione feroce del Dio indù Shiva.
Notorietà del Tempio indiano: i 3 misteri irrisolti
Rispetto agli altri tempi, seppur di bellezza eguale, non sono altrettanto avvolti dal mistero come il Tempio di Lepakshi. Sono in realtà 4 i misteri irrisolti di questo sito, seppur 3 potrebbero avere una spiegazione logica.
Il Primo è un grande toro scolpito in un’unica pietra di granito vicino al tempio indiano. Tale opera viene avvolta dai punti di domanda per dimensioni e precisione.
Crediti: Mouthshut
Le domande principali sono, come è stato scolpito questo grande masso e soprattuto chi e come?
Il dilemma nasce dalla perfezione dell’opera e delle linee e incisioni che lo compongono, che difficilmente si pensa possa essere opera artigianale.
Le ipotesi e le leggende sono le più disparate. Si parte dall’idea che sia stato scolpito da giganti a spiegazioni più realistiche e concrete.
Crediti: Wikipedia
Il Secondo è un piede inciso nella pietra dalle grandi dimensioni.
Anche qui leggenda vuole che la stazza dell’opera date le sue misure sia opera del calco di un gigante. Seconda spiegazione, dovuta invece alla Dea Sita. Considerata la forma più rappresentativa della femminilità, la particolarità di questa opera si dice sia che al suo interno, è presente dell’acqua che pur asciugandola, torna continuamente. Da queste molteplici ipotesi ne deriva il nome: Il tempio dei giganti.
Crediti: templeofsouthernindia
La terza domanda o mistero è: perché il tempio indiano è incompiuto?
Anche cui la storia narra, che uno dei due fratelli fosse cieco, e durante la costruzione (nello specifico di una sala in particolare, chiamata sala dei matrimoni) riacquista la vista. La popolazione accusa il Re di offrire denari destinati al tempio, alle cure del costruttore. Per scongiurare le accuse, ordinò ed eseguì personalmente l’accecamento. Le linee rossastre sul muro, si dice siano appunto i segni della punizione compiuta.
Photographer: Mahesh Telkar
La famosa colonna sospesa in aria
L’ultimo mistero ma non per importanza è questa volta non una leggenda ma un dato di fatto. La struttura è composta da tre aree o sale principali al cui interno sono presenti 70 colonne (se indicano 69). Un particolare, rende unica una colonna che è sospesa in aria.
Numerosi ingegneri e architetti non si spiegano l’arcano. Tra questi, un ingegnere britannico tentò di capire come fosse possibile. Durante i test però l’ingegnere rischio di spostare la colonna, evidenziando diversi tremolii sulla struttura, onde evitare crolli sospese gli esperimenti. Ad oggi quindi non c’è una spiegazione scientifica di come la colonna possa essere staccata dal suolo da tutto questo tempo senza crollare.
La curiosità verso questa colonna, nonostante ce ne siano un centinaio in tutto il tempio, ha aumentato il numero di visitatori al tempio di Lepakshi.
Crediti: lifeandtrenz
Ne nascono da qui altre leggende. Ad esempio, è diventata pratica comune, passare sotto la colonna un velo, un lenzuolo, o un ramoscello in segno di buon augurio. La colonna è diventata quindi anche meta di pellegrinaggio dei locali per essere benedetti dalla fortuna.
Il serpente a difesa del Tempio
Come tutte le opere presenti nel villaggio, un’altra monolitica scultura è il serpente a 7 teste. Il serpente è posizionato nel centro del sito in un cortile, oltre che essere di presidio a protezione del tempio protegge un Linga posto sotto le sue sette teste. (Il Linga o Lingam è un oggetto sacro nella credenza induista che rappresenta la divinità Siva. Molte tesi e spiegazioni circondano la forma di quest’oggetto di culto, alla quale non è data una singola spiegazione, anche qui molte leggende circondano i suoi vari significati e poteri). Anche questa un’opera mastodontica, scolpita in un unico masso di pietra con un’altezza di circa 7 metri. Presenta in oltre un’estesa crepa alla base
La leggenda del serpente
Come molte delle opere nel villaggio, nel credo e nella cultura del posto, anche il serpente a 7 teste ha una sua spiegazione e leggenda. La leggenda vuole che, a dare vita a quest’opera siano stati due fratelli. Quello che ne fa un mistero sono due fattori.
Il primo riguarda le tempistiche. Si narra che i due ragazzi abbiamo completato l’opera in un solo giorno. Nell’attesa di essere chiamati a pranzo dalla loro madre si sono “dilettati” (se così si può dire) a scolpire questo masso enorme posizionato poco distante dalla loro abitazione. Troviamo adesso il secondo mistero. Questo si riferisce all’enorme crepa che è presente alla base della pietra scolpita. La storia vuole che la madre, quando finì di preparare il pranzo andò a chiamare i due fratelli. Nel momento in cui vide l’opera mastodontica creata in così poco tempo e così stupefacente, il suo stupore fu tanto da generare la crepa sulla base della pietra scolpita dai figli.
Curiosità e informazioni per il viaggio al tempio
Il villaggio di Lepakshi e il suo tempio sono diventati una metà turistica. I suoi misteri hanno attratto una curiosità a livello mondiale. Per questo motivo arrivarci non è troppo complicato. Esistono infatti dei percorsi e viaggi programmati per raggiungere il sito.
Per arrivare al villaggio di Lepakshi si parte dalla capitale Bengaluru. Parliamo dello stato indiano Karnataka posizionato a meridione del continente. Da qui infatti, partono i viaggi guidati. La distanza tra la capitale e il villaggio è di circa 140km. Ci si arriva tramite l’autostrada NH7:Bangalore, Hyderabad quest’ultima capoluogo. Gli orari di accesso invece sono dalle 6 del mattino fino alle 18.
Dimensioni bottiglie di vino. Perché le bottiglie di vino sono da 75 cl?
Domanda insolita a cui però non tutti sanno rispondere. Una constatazione, le dimensioni delle bottiglie di vino, ma anche del bicchiere di vino, che probabilmente si da per scontata. Ma vediamo anche, i galloni imperiali e perché le bottiglie sono da 750 ml. In questo caso le risposte sono più di una, o meglio, sono formalizzate diverse teorie che possono essere considerate tutte vere.
1° Teoria: Gli inglesi e l’unità di misura in galloni imperiali
Partendo dalla considerazione che quando diventò di uso comune conservare il vino utilizzando il vetro, ne conseguiva anche capire la modalità più sicura per importarlo o esportarlo. Qui subentrano le dimensioni delle bottiglie di vino. L’Inghilterra misurava il volume in Galloni Imperiali, fu quindi deciso, per rispettare la quantità richiesta per unità di misura di dividere le casse inviate in 12 bottiglie così che si arrivasse alla quantità richiesta inglese.
Le unità di misura sono così riportate per i galloni imperiali: 1 gallone imperiale = 4,5 litri.
12 bottiglie da 75cl = 9 litri circa (2 galloni esatti)
Da notare come anche oggi in Inghilterra, a differenza degli altri stati che utilizzano il gallone come unità di misura, richiedono casse da 12 bottiglie anziché da 6 bottiglie da 750 ml.
2° Teoria: Gli antichi vetrai e la soffiatura del vetro.
Questa tesi trova spiegazione nel 18esimo secolo, quando le bottiglievenivano soffiate dagli antichi vetrai. Ne conseguiva quindi che la dimensione della bottiglia fosse tutta riservata alla capacità polmonare o di soffio dell’artigiano. Le dimensioni che si riuscivano a raggiungere erano intorno ai 750 ml, motivo per il quale i produttori di vino si adattarono alle abilità dei vetrai che riuscivano a soffiare una bottiglia con questa capacità massima.
3° Teoria: Il maggior consumatore detta legge: Le Osterie
Le esigenze delle osterie, erano di preservare il prodotto acquistato aprendo solo le bottiglie di vinoche effettivamente venivano consumate. Siccome la vendita in osteria avveniva al bicchiere, si stimò che poiché 1 bicchiere misura 125 ml e il limite di vendita per persona fosse 6 bicchieri la l’unità di misura perfetta fosse 75 cl. Si ottiene quindi la misura completa di bottiglie da 750 ml.
Effettivamente considerando le somme 125 ml x 6 è uguale a 750ml ovvero 1 bottiglia di vino.
In questo modo la richiesta delle osterie di preservare il vino è stata accontentata, potendo permettere di calcolare quante bottiglie aprire in base alla domanda dei clienti.
4° Teoria: Una questione Internazionale
Siamo nel 1975 quando con un atto ufficiale la Direttiva Europea Dir.75/106 si decretò che il vino potesse essere venduto solo in determinate quantità. (250ml – 375ml – 500ml – 750ml – 1 litro – 1,5 litri) Fu decisione dei produttori per necessità di mercato stabilire che il formato di utilizzo più comune sarebbe stato quello da 750ml come giusta via di mezzo.
La verità
Tra tutte le teorie che abbiamo visto, come detto all’inizio, difficilmente si può stabilire quale sia vera
e quale sia falsa. Probabilmente tutte, con gli anni, hanno contribuito a trovare una dimensione
standard alla classica bottiglia di vino che conosciamo e compriamo anche oggi.
Altre curiosità oltre alle dimensioni delle bottiglie di vino: i bicchieri
Così come per le bottiglie di vino, anche i bicchieri hanno una loro storia sulle dimensioni. In questo caso non regolamentata ovviamente da Direttive Europee o Extraeuropee ma semplicemente da usi e variazioni della società.
Oltre alle dimensioni bottiglie di vino, le dimensioni del bicchiere, in questo caso, quello in cui si beve il vino è cambiato nel tempo. Secondo diversi studi siamo passati da 66ml a circa mezzo litro. Motivo per il quale si presume che i consumi di vino sono aumentati negli anni.
Nel 1700 infatti, un bicchiere di vino misurava circa 66ml. Ovviamente oggi rispetto a prima, subentrano molte caratteristiche e dinamiche nel riempire un bicchiere di vino. Anzitutto ad oggi il bicchiere misura come detto in precedenza 125ml in alcuni casi 250ml. Tutto dipende dalla tipologia di vino, se necessita di decantazione o meno, e inoltre ad oggi non viene mai riempito fino all’orlo come un tempo.
Benché le misurazioni variano spesso, in base al tipo di vino, al bicchiere e al luogo in cui lo si beve, la misura standard è bene o male ovunque di 125ml. Motivo che abbiamo visto e spiegato prima: una bottiglia che misura 750 ml ottiene perfetta divisione in 6 bicchieri da 125ml. Oltre alle dimensioni cambiano alle volte anche le forme ne è un esempio la sciampagnotta.
Il brindisi
Azione comune, che tutti abbiamo fatto e continuiamo a fare. Ma perché quando si brinda si sbattono i bicchieri? E soprattutto, lo si fa con tutti i presenti al tavolo.
Come ogni modo di fare, anche il brindisi ha le sue mille teorie e altrettante leggende. Vediamo di queste qualcuna interessante.
Si presume che questa abitudine di battere i bicchieri, parta da 2000 anni fa. Quando nell’antica Roma si faceva un brindisi, i calici, ai tempi non di vetro, venivano battuti con quelli dei presenti per far si che il vino di ogni bicchiere si mischiasse con l’altro a causa dell’urto. Questo era indispensabile per scongiurare eventuali avvelenamenti. Quindi contaminare il vino di tutti i presenti era una forma di garanzia e di fiducia.
Altre teorie, si basano su elementi più semplici. Ad esempio, il rumore dei bicchieri che si scontrano, da senso di unione, fratellanza. Oppure ancora tesi sostengono che il rumore soddisfi e aumenti i sensi prima di bere.
Alcuni di questi significati, risultano che comunemente li diamo anche oggi, come brindare a un evento passato, a una occasione speciale o comunque avvenimenti importanti. Negli anni tutto si è trasformato in un gesto quotidiano, meccanico e scontato che si fa, prima di bere.
Perché si dice “alla salute” oppure “cin cin”?
Come nel caso del brindisi anche qui le teorie sono molteplici. Escludendo il fatto se siano o meno approvati dall’attuale o dal passato galateo. Esclamare “alla salute“, si crede derivi questa volta non dai romani ma dai greci. Con lo stesso motivo però, esclamavano a un ospite, bevendo per primi “alla salute” per garantire a tutti che il vino offerto non contenesse veleni.
Altro termine utilizzato nell’antica Roma era “Prosit“. Alle volte utilizzato anche oggi. Che ha come significato generico, ti sia di giovamento. Analogia comunque del classico “Salute“.
Cin Cin invece, ha una storia più articolata. Arriva dalla Cina, ch’ing ch’ing. Il significato grammaticale è prego, prego. Gli inglesi durante gli anni Vittoriani, causa i numerosi viaggi da e per la Cina, dai porti commerciali hanno importato in tutta Europa questo suono, Chin Chin, poi modificato negli anni e nei vari paesi Europei, fino a noi in Italia con “Cin Cin“. Anche l’inglese e americano “cheers” utilizzato oggi si presume abbia la stessa derivazione.