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WhatsApp: arrivano gli “Amici più stretti” per lo Stato

WhatsApp – WhatsApp Amici più stretti

Gli “Amici più stretti” su WhatsApp sono la prossima funzione in arrivo per lo Stato, un sistema che permetterà di condividere aggiornamenti più personali con un gruppo selezionato di contatti, esattamente come già succede da anni su Instagram.

📌 Articolo in breve
WhatsApp sta preparando una lista predefinita di “Amici più stretti” per lo Stato, che permetterà di condividere contenuti più intimi solo con un gruppo ristretto di contatti selezionati, sul modello già collaudato da Instagram. La funzione arriva mentre WhatsApp introduce anche i nomi utente per avviare chat senza condividere il numero di telefono.

Indice

  1. Cosa sono gli Amici più stretti
  2. Come funzioneranno su WhatsApp
  3. Il modello Instagram: cosa aspettarsi
  4. Perché è una funzione utile per la privacy
  5. Le altre novità WhatsApp in arrivo
  6. Quando arriva la funzione
  7. Stato WhatsApp vs Storie Instagram: le differenze che restano
  8. Domande frequenti

Cosa sono gli Amici più stretti

Il concetto di “amici più stretti” non è una novità assoluta nel panorama social: Instagram lo ha introdotto anni fa proprio per lo Stato, permettendo agli utenti di creare una lista ristretta di contatti fidati a cui mostrare contenuti più personali, spesso più informali o meno filtrati rispetto a quelli condivisi con l’intero elenco contatti. WhatsApp sta ora lavorando a una funzione analoga, pensata specificamente per lo Stato dell’app, la sezione che permette di condividere foto, video e testi visibili per 24 ore.

L’idea di fondo è semplice: non tutti gli aggiornamenti che si vogliono condividere sono adatti a tutti i propri contatti. Un conto è condividere una foto di una serata con gli amici più stretti, un altro è farla vedere anche a colleghi di lavoro o conoscenti con cui si ha un rapporto più formale.

Come funzioneranno su WhatsApp

Secondo le prime indiscrezioni, il team di WhatsApp sta preparando una lista predefinita di Amici più stretti che funzionerà in modo simile a quanto già disponibile su Instagram: l’utente potrà selezionare manualmente i contatti da includere nella lista, e da quel momento potrà scegliere, al momento della pubblicazione di uno Stato, se renderlo visibile a tutti i propri contatti oppure solo a questo gruppo ristretto.

Non sono ancora chiari tutti i dettagli tecnici dell’implementazione, ad esempio se sarà possibile creare più liste personalizzate oltre a quella degli amici più stretti, ma la direzione generale della funzione sembra ricalcare fedelmente il modello già collaudato altrove nell’ecosistema Meta.

Un aspetto tecnico su cui gli sviluppatori stanno probabilmente lavorando riguarda l’integrazione con il resto delle impostazioni privacy di WhatsApp, che negli ultimi anni si sono fatte via via più granulari: dalla possibilità di nascondere l’ultimo accesso a specifici contatti, fino al controllo su chi può vedere la foto profilo o le informazioni personali. Gli Amici più stretti si inserirebbero quindi in un pannello impostazioni già piuttosto articolato, e la sfida per WhatsApp sarà probabilmente renderlo comprensibile anche per gli utenti meno esperti, che rappresentano ancora una fetta molto ampia della base utenti complessiva dell’app in Italia.

Il modello Instagram: cosa aspettarsi

Su Instagram, la funzione Amici più stretti è diventata negli anni uno strumento molto usato, soprattutto tra gli utenti più giovani, proprio per la sua capacità di ricreare la sensazione di condivisione più intima e meno “performativa” tipica dei primi social network, prima che questi diventassero spazi sempre più pubblici e curati. Chi vuole vedere come Meta sta evolvendo l’intero ecosistema delle proprie piattaforme, inclusi i nuovi modelli di abbonamento, può approfondire nella nostra guida su Instagram Plus, il piano a pagamento lanciato di recente da Meta.

Portare lo stesso concetto su WhatsApp ha senso strategico per Meta: l’azienda cerca da tempo di rendere le proprie app sempre più simili tra loro dal punto di vista delle funzionalità, in modo da rendere più fluido il passaggio degli utenti da una piattaforma all’altra a seconda del contesto d’uso.

Perché è una funzione utile per la privacy

Al di là dell’aspetto puramente social, la funzione Amici più stretti risponde anche a un’esigenza di controllo della privacy sempre più sentita dagli utenti. Poter decidere in modo granulare chi vede cosa, invece di dover scegliere tra “tutti i contatti” o “nessuno”, permette di gestire meglio i confini tra vita privata e vita professionale, un tema particolarmente rilevante su WhatsApp, dove spesso convivono nella stessa rubrica contatti di lavoro, familiari e amicizie strette.

Questa attenzione alla privacy si inserisce in un trend più ampio che WhatsApp sta seguendo negli ultimi mesi, culminato anche con l’introduzione dei nomi utente, che spieghiamo nel dettaglio nella nostra guida su come funziona il nome utente WhatsApp: anche in quel caso l’obiettivo dichiarato è dare più controllo agli utenti su quali informazioni personali condividere e con chi.

Le altre novità WhatsApp in arrivo

Gli Amici più stretti si aggiungono a un elenco già nutrito di funzionalità che WhatsApp ha introdotto o sta preparando nel corso del 2026, dai nomi utente per iniziare conversazioni senza condividere il numero di telefono, ai nuovi piani di abbonamento lanciati da Meta per l’intero ecosistema di app. Per un quadro complessivo di tutti i cambiamenti dell’anno, la nostra panoramica su tutte le novità WhatsApp 2026 resta il punto di riferimento più aggiornato.

Questo ritmo di aggiornamenti frequenti riflette la crescente pressione competitiva che WhatsApp subisce da altre app di messaggistica, che negli ultimi anni hanno introdotto funzionalità sempre più sofisticate per contendersi gli utenti più giovani, storicamente meno legati all’app di Meta rispetto alle generazioni precedenti.

Quando arriva la funzione

Al momento non è stata comunicata una data ufficiale di lancio per gli Amici più stretti su WhatsApp. Trattandosi di una funzione ancora in fase di sviluppo interno, è probabile che segua il consueto percorso di rilascio graduale tramite le versioni beta dell’app, prima su Android e iOS per un gruppo ristretto di utenti, poi in distribuzione più ampia nei mesi successivi.

Per restare aggiornati sulle novità confermate ufficialmente, il canale più affidabile resta il blog ufficiale di WhatsApp, dove Meta pubblica gli annunci relativi a nuove funzionalità man mano che vengono confermate e rilasciate.

Stato WhatsApp vs Storie Instagram: le differenze che restano

Anche con l’arrivo degli Amici più stretti, lo Stato di WhatsApp continuerà a differenziarsi dalle Storie di Instagram per alcuni aspetti strutturali. Su WhatsApp la visibilità dello Stato dipende dalla rubrica dei contatti salvati sul telefono, non da un sistema di follower pubblico come su Instagram: non esiste quindi un pubblico “esterno” che può scoprire i propri contenuti, a meno di condividere manualmente il proprio numero.

Questa differenza strutturale rende il concetto di Amici più stretti leggermente diverso nei due contesti: su Instagram serve a filtrare un pubblico potenzialmente molto ampio e in parte sconosciuto, mentre su WhatsApp filtra un elenco già di per sé più ristretto e composto da persone che hanno il proprio numero salvato. Resta comunque utile, perché anche all’interno della rubrica dei contatti WhatsApp convivono spesso persone con cui si ha un grado di confidenza molto diverso tra loro.

Domande frequenti

Gli Amici più stretti su WhatsApp funzioneranno come su Instagram?

Secondo le prime indiscrezioni sì, con una lista personalizzata di contatti a cui mostrare contenuti dello Stato non visibili al resto della rubrica.

Quando sarà disponibile questa funzione?

Non c’è ancora una data ufficiale di lancio. La funzione risulta ancora in fase di sviluppo interno da parte del team WhatsApp.

Servirà avere l’app aggiornata per usare gli Amici più stretti?

Come per ogni nuova funzionalità, sarà necessario aggiornare WhatsApp all’ultima versione disponibile una volta che la funzione verrà rilasciata ufficialmente.

Questa funzione sostituirà la privacy attuale dello Stato?

No, si aggiungerà alle opzioni di privacy già esistenti per lo Stato, offrendo un’ulteriore possibilità di condivisione selettiva oltre a quelle già disponibili.

Chi vedrà se sono stato inserito nella lista di qualcuno?

Su Instagram, il funzionamento attuale della lista Amici più stretti non notifica esplicitamente chi viene aggiunto, anche se un piccolo indicatore verde compare accanto al contenuto condiviso solo con quella lista. È probabile che WhatsApp adotti un meccanismo simile, ma i dettagli definitivi si conosceranno solo al momento del rilascio ufficiale.

iPhone 18: perché non supporterà tutte le funzioni AI di iOS 27

iPhone 18 – iPhone 18: funzioni AI iOS 27

iPhone 18 arriverà con più RAM rispetto alla generazione precedente, ma secondo le ultime indiscrezioni non basterà a garantire il supporto completo a tutte le funzioni AI di iOS 27, il nuovo sistema operativo che Apple porterà al debutto definitivo a settembre.

📌 Articolo in breve
iPhone 18 e 18e monteranno 9GB di RAM, ma Apple ha fissato a 12GB il requisito minimo per il supporto completo alle funzioni AI di iOS 27. Restano escluse la personalizzazione della voce di Siri e i miglioramenti nella precisione della dettatura. Solo iPhone 18 Pro, Pro Max, Ultra e alcuni modelli precedenti con più RAM avranno accesso completo.

Indice

  1. Cosa sappiamo su iPhone 18
  2. Il problema della RAM: 9GB contro 12GB richiesti
  3. Quali funzioni AI restano escluse
  4. Chi avrà accesso completo a iOS 27
  5. La nuova Siri e Apple Intelligence
  6. Quando escono iPhone 18 e iOS 27
  7. Come ha reagito il pubblico alla notizia
  8. La strategia di Apple sulla segmentazione hardware
  9. Domande frequenti

Cosa sappiamo su iPhone 18

Le indiscrezioni sui nuovi iPhone 18 e 18e si sono moltiplicate nelle ultime settimane, confermando in gran parte quanto emerso nei mesi precedenti nel nostro approfondimento sul mega-leak di iPhone 18 Pro. La novità più recente, però, non riguarda design o fotocamere, ma un limite tecnico che sta facendo discutere: la quantità di memoria RAM installata sui modelli base.

Chi possiede ancora un iPhone 17 e si sta chiedendo se vale la pena aspettare la nuova generazione può trovare spunti utili nella nostra guida su iPhone 17 nel 2026: conviene ancora comprarlo, che resta un riferimento valido anche alla luce di queste ultime novità su iOS 27.

Il problema della RAM: 9GB contro 12GB richiesti

Secondo le fonti più aggiornate, i nuovi iPhone 18 e 18e monteranno 9GB di memoria RAM, un aumento rispetto alla generazione precedente ma che si rivela insufficiente rispetto a un requisito fissato altrove da Apple stessa. Per il supporto completo a tutte le funzionalità di iOS 27 legate all’intelligenza artificiale, l’azienda ha infatti stabilito come soglia minima 12GB di RAM, tre in più rispetto a quanto avranno i modelli base della nuova generazione.

È una situazione che ricorda da vicino quanto già successo con Apple Intelligence al debutto, quando alcuni modelli precedenti erano rimasti esclusi dalle funzioni più avanzate proprio per limiti hardware. La differenza, questa volta, è che il limite riguarda anche un modello appena lanciato, non solo dispositivi datati, un dettaglio che rende la notizia più delicata dal punto di vista commerciale per Apple.

Quali funzioni AI restano escluse

Le funzionalità che rimarranno fuori dalla portata di iPhone 18 e 18e per limiti di RAM riguardano in particolare due aspetti di Siri: la personalizzazione dell’espressività e del ritmo vocale dell’assistente, che permette di adattare il tono della voce alle preferenze dell’utente, e i miglioramenti nella precisione della dettatura vocale, pensati per ridurre sensibilmente gli errori di trascrizione durante l’uso quotidiano.

Non si tratta delle funzioni più pubblicizzate di iOS 27, ma sono comunque elementi che incidono sull’esperienza d’uso quotidiana per chi utilizza spesso i comandi vocali o la dettatura per scrivere messaggi ed email, un uso sempre più diffuso specialmente tra chi lavora molto da smartphone.

Chi avrà accesso completo a iOS 27

Per un supporto completo a tutta la suite di funzionalità AI, sarà necessario possedere un iPhone 18 Pro, un iPhone 18 Pro Max, il nuovo iPhone Ultra, oppure, e questo è forse il dettaglio più interessante, alcuni modelli di generazione precedente come iPhone 17 Pro, iPhone 17 Pro Max o iPhone Air, che montano già una quantità di RAM sufficiente a soddisfare il requisito dei 12GB.

Questo significa, paradossalmente, che chi ha acquistato un iPhone 17 Pro nell’ultimo anno potrebbe trovarsi con accesso a funzioni AI più complete rispetto a chi comprerà un iPhone 18 base di nuova generazione, un elemento che complica non poco le scelte di acquisto per chi sta valutando l’aggiornamento in vista dell’autunno.

La nuova Siri e Apple Intelligence

In iOS 27, Siri cambia anche visivamente: l’assistente vocale ora appare come una pillola luminosa a forma di sfera che si espande direttamente dalla Dynamic Island, un redesign pensato per rendere più evidente quando l’assistente è attivo e in ascolto. Il motore che alimenta Siri resta Apple Intelligence, con l’obiettivo dichiarato di renderla più utile e contestuale che nelle versioni precedenti.

Su questo fronte, va ricordato che Apple ha scelto una strada diversa rispetto ad altri produttori, integrando anche componenti esterni: la nostra copertura sulla nuova Siri basata su Gemini e chip Nvidia Blackwell racconta come parte dell’infrastruttura che alimenta le funzioni AI più avanzate di Apple si appoggi a tecnologie sviluppate da Google, una collaborazione che fino a pochi anni fa sarebbe sembrata improbabile tra due concorrenti diretti.

Quando escono iPhone 18 e iOS 27

Il debutto pubblico degli aggiornamenti software è previsto entro la fine di luglio in versione beta avanzata, con iOS 27 che arriverà in versione definitiva e stabile a settembre, in concomitanza con il lancio dei nuovi iPhone. È il calendario ormai consolidato di Apple, che da anni fa coincidere il rilascio della nuova generazione di smartphone con quello del sistema operativo che li accompagna.

Per chi vuole seguire gli aggiornamenti ufficiali sulle funzionalità di iOS 27 man mano che vengono confermate, la fonte più affidabile resta la pagina ufficiale di Apple dedicata a iOS.

Come ha reagito il pubblico alla notizia

La notizia della limitazione hardware ha generato reazioni contrastanti tra gli utenti che seguono da vicino l’universo Apple. Da una parte c’è chi fa notare come questo tipo di segmentazione tra modelli base e modelli Pro non sia una novità assoluta: già in passato alcune funzioni di Apple Intelligence erano rimaste escluse dai modelli più economici della gamma. Dall’altra, cresce la frustrazione di chi si aspettava che, con l’importanza sempre maggiore data all’intelligenza artificiale nella comunicazione di Apple, anche i modelli base ricevessero finalmente parità di trattamento sul fronte hardware.

Il punto controverso, più che l’esclusione in sé, è la percezione di un “downgrade” rispetto a quanto già disponibile su alcuni modelli della generazione precedente: sapere che un iPhone 17 Pro dell’anno scorso può offrire più funzionalità AI di un iPhone 18 base appena uscito è il tipo di dettaglio che i recensori e gli utenti più attenti non lasciano passare inosservato, e che probabilmente influenzerà le scelte di acquisto di chi valuta l’aggiornamento solo per le funzioni AI.

La strategia di Apple sulla segmentazione hardware

Guardando al quadro più ampio, questa scelta si inserisce in una strategia commerciale che Apple utilizza da tempo per differenziare la gamma Pro da quella base, spingendo gli utenti più esigenti verso i modelli con margini più alti. Storicamente questa segmentazione ha riguardato soprattutto fotocamere, display e autonomia, mentre ora si estende in modo sempre più marcato anche alle funzionalità software legate all’intelligenza artificiale, un ambito che fino a poco tempo fa era considerato più uniforme tra i vari modelli di una stessa generazione.

Per i prossimi anni è ragionevole aspettarsi che questo tipo di segmentazione diventi la norma piuttosto che l’eccezione, con requisiti minimi di RAM e potenza di calcolo che cresceranno di pari passo con la complessità delle funzioni AI offerte dal sistema operativo, spingendo sempre di più chi vuole l’esperienza completa verso i modelli Pro o Ultra della gamma.

Domande frequenti

iPhone 18 base supporterà l’intelligenza artificiale di iOS 27?

Supporterà la maggior parte delle funzioni, ma non due specifiche funzionalità di Siri legate a personalizzazione vocale e dettatura avanzata, che richiedono 12GB di RAM contro i 9GB montati sui modelli base.

Conviene comprare iPhone 17 Pro invece di aspettare iPhone 18 base?

Se l’obiettivo è avere accesso completo a tutte le funzioni AI di iOS 27, un iPhone 17 Pro con RAM sufficiente potrebbe offrire più funzionalità rispetto a un iPhone 18 base di nuova generazione.

Quando esce iOS 27 in versione definitiva?

La versione stabile e definitiva è attesa a settembre 2026, in concomitanza con il lancio dei nuovi iPhone.

Perché Apple non ha messo più RAM su iPhone 18 base?

Non sono state fornite motivazioni ufficiali dettagliate da Apple; le indiscrezioni indicano scelte di contenimento costi sui modelli non Pro, una strategia già vista in generazioni precedenti.

Google AI Plus: il prezzo scende a 4,99€, cosa include

Google AI Plus – Google AI Plus

Google AI Plus costa ora meno che in passato: il prezzo dell’abbonamento è sceso da 7,99 a 4,99 euro al mese, mentre le funzionalità incluse sono aumentate, un doppio movimento che rende questo piano decisamente più competitivo nel confronto con gli abbonamenti AI della concorrenza.

📌 Articolo in breve
Google AI Plus scende da 7,99€ a 4,99€ al mese (49,99€ l’anno) e include accesso a Gemini 3.1 Pro, 400GB di spazio cloud condiviso (Gmail, Drive, Foto) e funzioni AI avanzate in Workspace. Restano superiori i piani AI Pro (21,99€) e AI Ultra (da 99,99€) per un uso professionale intensivo.

Indice

  1. Cosa cambia con il nuovo prezzo
  2. Cosa include Google AI Plus
  3. Google AI Plus vs Pro vs Ultra
  4. Come si posiziona rispetto a ChatGPT
  5. Per chi conviene davvero
  6. Come attivare l’abbonamento
  7. Le funzioni AI in Gmail, Docs e Fogli nel dettaglio
  8. Domande frequenti

Cosa cambia con il nuovo prezzo

Fino a poco tempo fa, Google AI Plus costava 7,99 euro al mese, posizionandosi come piano intermedio tra la versione gratuita di Gemini e gli abbonamenti superiori pensati per un uso più intensivo. Con il taglio a 4,99 euro al mese, o 49,99 euro con l’abbonamento annuale (equivalenti a circa 4,17 euro al mese), Google ha abbassato sensibilmente la soglia di accesso alle funzionalità AI avanzate del proprio ecosistema.

La mossa arriva in un momento di forte competizione tra i grandi player dell’intelligenza artificiale generativa, con OpenAI, Anthropic e Google che si contendono gli stessi utenti offrendo funzionalità sempre più sovrapponibili a prezzi che si muovono, appunto, verso il basso invece che verso l’alto.

Cosa include Google AI Plus

Il piano AI Plus dà accesso al nuovo modello Gemini 3.1 Pro, di cui abbiamo parlato nel dettaglio nel nostro approfondimento su Gemini 3.1 Pro, con limiti di utilizzo più ampi rispetto alla versione gratuita. Include inoltre funzioni AI integrate direttamente in Gmail, Google Docs e Fogli, utili per riassumere email lunghe, generare bozze di documenti o creare formule complesse nei fogli di calcolo senza doverle scrivere manualmente.

Un altro elemento rilevante, spesso sottovalutato rispetto alle funzioni AI vere e proprie, è lo spazio di archiviazione: con il piano AI Plus lo storage condiviso tra Gmail, Google Drive e Google Foto sale a 400GB, il doppio rispetto ai 200GB precedenti. Per chi usa attivamente questi servizi, questo aumento da solo può giustificare il costo dell’abbonamento indipendentemente dall’uso delle funzioni AI.

Google AI Plus vs Pro vs Ultra

Google struttura la propria offerta AI su tre livelli principali. AI Plus, a 4,99 euro al mese, è pensato per un uso personale regolare ma non intensivo. AI Pro, a 21,99 euro al mese, alza sensibilmente i limiti di utilizzo e aggiunge funzionalità pensate per un uso professionale più frequente. AI Ultra, disponibile in due fasce da 99,99 e 219,99 euro al mese, è rivolto a un uso professionale intensivo, con accesso prioritario alle novità e ai limiti di utilizzo più alti in assoluto.

Per la maggior parte degli utenti privati che vogliono semplicemente avere accesso al miglior modello disponibile per un uso quotidiano, senza le esigenze di un professionista che lavora ore al giorno con l’AI, il piano AI Plus rappresenta oggi il punto di equilibrio più ragionevole tra costo e funzionalità.

Come si posiziona rispetto a ChatGPT

Il confronto più naturale è con i piani a pagamento di ChatGPT, che abbiamo analizzato nel dettaglio nella nostra guida su quanto costa ChatGPT nel 2026. Il piano Plus di OpenAI si attesta sui 20 dollari al mese, un prezzo sensibilmente più alto rispetto ai 4,99 euro del nuovo Google AI Plus, anche se i due prodotti non sono perfettamente sovrapponibili in termini di funzionalità incluse e integrazione con altri servizi.

Il vantaggio competitivo di Google in questa fascia di prezzo è evidente, ma vale la pena ricordare che la scelta tra i due ecosistemi dipende spesso più dall’integrazione con gli strumenti che già si usano quotidianamente (Gmail e Workspace da una parte, altri servizi dall’altra) che dal solo confronto tra prezzo e capacità del modello sottostante.

Per chi conviene davvero

Google AI Plus conviene in modo particolare a chi già usa attivamente Gmail, Drive e Fogli per lavoro o studio, e che quindi trae doppio beneficio sia dalle funzioni AI integrate sia dall’aumento dello spazio di archiviazione. Conviene meno a chi cerca esclusivamente il modello AI più potente in assoluto per compiti molto specialistici, un profilo per cui i piani superiori, o anche prodotti concorrenti specifici, potrebbero offrire un rapporto costo-prestazioni più adatto.

Per chi invece si affaccia per la prima volta a un abbonamento AI a pagamento, senza aver mai provato prima le funzionalità premium, il prezzo ridotto rende Google AI Plus un punto di ingresso a basso rischio per capire se l’investimento mensile si traduce in un reale risparmio di tempo nel proprio lavoro quotidiano.

Come attivare l’abbonamento

L’attivazione avviene direttamente dall’app Gemini o dalle impostazioni dell’account Google, selezionando il piano AI Plus tra le opzioni disponibili. Il pagamento può essere mensile o annuale, con lo sconto implicito già scontato nel prezzo annuale rispetto a dodici rate mensili separate. È possibile disdire in qualsiasi momento dalle impostazioni di fatturazione dell’account Google, mantenendo i benefici fino alla fine del periodo già pagato.

Per verificare i dettagli aggiornati sui piani disponibili nel proprio paese, conviene sempre controllare la pagina ufficiale di Google One AI Premium, dove Google pubblica il confronto completo tra i piani disponibili.

Le funzioni AI in Gmail, Docs e Fogli nel dettaglio

Vale la pena entrare più nel dettaglio su cosa significa concretamente avere l’AI integrata in Workspace, perché è la parte dell’abbonamento che molti utenti sottovalutano rispetto al semplice accesso al chatbot. In Gmail, le funzioni AI permettono di riassumere thread di email lunghi in pochi secondi, generare bozze di risposta basate sul contesto della conversazione e organizzare automaticamente la posta in arrivo per priorità.

In Google Docs, l’AI può aiutare a scrivere una prima bozza di un documento partendo da poche indicazioni, riscrivere paragrafi in tono diverso, o riassumere documenti lunghi caricati da altri collaboratori. In Fogli, probabilmente l’applicazione dove il salvataggio di tempo è più tangibile, l’AI può generare formule complesse partendo da una descrizione in linguaggio naturale, evitando di dover cercare la sintassi corretta ogni volta o consultare la documentazione tecnica.

Per chi lavora quotidianamente dentro l’ecosistema Google, questi strumenti spesso pesano più del semplice accesso a un modello di chat generico, perché si inseriscono direttamente nel flusso di lavoro esistente senza richiedere di copiare e incollare contenuti tra applicazioni diverse.

Anche Google Foto beneficia dell’aumento dello spazio incluso nel piano: chi accumula anni di scatti e video dallo smartphone sa quanto velocemente si riempie lo storage gratuito standard, fermo da tempo a 15GB condivisi su tutti i servizi Google. Passare a 400GB con lo stesso abbonamento che include anche le funzioni AI rende il pacchetto complessivo più conveniente rispetto all’acquisto separato di solo spazio cloud aggiuntivo, un’opzione che in passato molti utenti sceglievano indipendentemente dalle funzioni intelligenza artificiale.

Domande frequenti

Google AI Plus include Gemini 3.1 Pro?

Sì, il piano AI Plus dà accesso al nuovo modello Gemini 3.1 Pro con limiti di utilizzo più ampi rispetto alla versione gratuita.

Quanto spazio di archiviazione include il piano AI Plus?

400GB condivisi tra Gmail, Google Drive e Google Foto, il doppio rispetto ai 200GB precedenti al taglio di prezzo.

Conviene di più Google AI Plus o ChatGPT Plus?

Dipende dall’ecosistema che già usi. Google AI Plus costa meno e si integra con Gmail e Workspace, mentre ChatGPT Plus può offrire vantaggi diversi a seconda del tipo di utilizzo previsto.

Posso disdire Google AI Plus in qualsiasi momento?

Sì, la disdetta è possibile in ogni momento dalle impostazioni di fatturazione dell’account Google, mantenendo i benefici fino alla scadenza del periodo già pagato.

Il piano AI Plus è disponibile per gli account aziendali Workspace?

Google mantiene una struttura di prezzi differenziata tra account personali e account aziendali Workspace, questi ultimi gestiti tramite piani dedicati con licenze centralizzate. Il piano AI Plus descritto in questo articolo si riferisce agli account Google personali.

Gemini 3.1 Pro: il nuovo modello Google che supera GPT-5.5

Gemini AI – Gemini 3.1 Pro

Gemini 3.1 Pro è il nuovo modello di punta di Google, e secondo i primi benchmark pubblicati ha già superato GPT-5.5 su diversi test di ragionamento e coding, portando allo stesso tempo il contesto gestibile fino a un milione di token.

📌 Articolo in breve
Gemini 3.1 Pro migliora Gemini 2.5 Pro su ragionamento, coding e comprensione di documenti lunghi grazie alla finestra di contesto da 1 milione di token. È integrato in Search, Workspace, negli strumenti creativi di Google e negli agenti personali. Nel frattempo Google ha anche abbassato i prezzi degli abbonamenti AI Plus.

Indice

  1. Cos’è Gemini 3.1 Pro
  2. Le novità rispetto a Gemini 2.5 Pro
  3. Un milione di token: cosa significa in pratica
  4. Gemini 3.1 Pro vs GPT-5.5
  5. Dove trovarlo e come usarlo
  6. Prezzi e piani disponibili in Italia
  7. Come cambia il lavoro con un modello di questo livello
  8. Il ruolo degli agenti personali
  9. Domande frequenti

Cos’è Gemini 3.1 Pro

Gemini 3.1 Pro è l’ultima evoluzione della famiglia di modelli linguistici di Google, pensata per gestire compiti complessi che vanno dal ragionamento su problemi articolati alla generazione e correzione di codice, fino all’analisi di documenti molto lunghi. Si inserisce nella strategia di Google di integrare l’intelligenza artificiale in modo sempre più profondo nei propri prodotti, da Search a Workspace, rendendo il modello disponibile non solo come chatbot standalone ma come motore diffuso in decine di servizi che milioni di persone usano ogni giorno.

Chi già conosce Gemini 2.5 Pro, che abbiamo raccontato nella nostra guida completa a Gemini 2.5 Pro, troverà un’interfaccia familiare ma con capacità di ragionamento sensibilmente più avanzate sotto il cofano.

Le novità rispetto a Gemini 2.5 Pro

Il salto principale rispetto alla generazione precedente riguarda la qualità del ragionamento su problemi multi-step, quelli in cui il modello deve scomporre una richiesta complessa in passaggi logici intermedi prima di arrivare alla risposta finale. Sui benchmark di coding, Gemini 3.1 Pro mostra miglioramenti concreti nella capacità di scrivere codice funzionante al primo tentativo e di individuare bug in codice esistente, un’area in cui la generazione precedente mostrava ancora margini di errore non trascurabili.

Anche la comprensione di documenti lunghi e complessi, come contratti, paper scientifici o intere codebase, beneficia di un salto qualitativo, grazie sia al miglioramento del ragionamento sia all’espansione della finestra di contesto.

Un milione di token: cosa significa in pratica

Il contesto di un milione di token è probabilmente la caratteristica tecnica più impattante per l’uso quotidiano. In termini pratici, un milione di token corrisponde grosso modo a diverse centinaia di migliaia di parole, l’equivalente di diversi libri interi o di una codebase di medie dimensioni caricata per intero in un’unica conversazione.

Questo significa che si può chiedere al modello di analizzare un intero progetto software, un lungo report aziendale o una raccolta di documenti legali senza doverli spezzare in più parti, un’operazione che con contesti più limitati costringeva spesso a perdere il filo logico tra un frammento e l’altro. Per chi lavora con grandi quantità di testo, questa capacità cambia concretamente il modo in cui l’AI può essere usata come strumento di lavoro quotidiano.

Gemini 3.1 Pro vs GPT-5.5

Il confronto diretto con GPT-5.5, il modello di punta di OpenAI reso disponibile ad aprile 2026 per gli abbonati Plus, Pro, Business ed Enterprise, è quello che ha attirato più attenzione nelle ultime settimane. Sui benchmark di ragionamento e coding pubblicati finora, Gemini 3.1 Pro risulta in vantaggio, un risultato che ribalta la narrazione degli ultimi mesi, in cui OpenAI veniva generalmente considerata in testa su questi specifici terreni di confronto.

Va detto, come sempre in questi casi, che i benchmark misurano condizioni specifiche e non sempre riflettono perfettamente l’esperienza d’uso quotidiana, che dipende molto dal tipo di compito, dallo stile di prompt e dalle preferenze personali. Chi vuole farsi un’idea più completa del posizionamento di ciascun modello può leggere il nostro confronto tra ChatGPT, Claude, Gemini e Perplexity, oppure il confronto più mirato tra ChatGPT e Gemini.

Dove trovarlo e come usarlo

Gemini 3.1 Pro è già integrato in Google Search per le ricerche più complesse, in Workspace per Gmail, Docs e Fogli, negli strumenti creativi di Google e nella nuova generazione di agenti personali che Google sta progressivamente rilasciando. Per l’uso diretto come assistente conversazionale, il modello è accessibile tramite l’app Gemini, disponibile sia su web sia su smartphone Android e iOS.

L’accesso alle funzionalità più avanzate, come il contesto esteso a un milione di token per conversazioni particolarmente lunghe, è generalmente riservato ai piani a pagamento, mentre la versione gratuita offre un assaggio delle capacità del modello con limiti più stringenti su lunghezza delle conversazioni e numero di richieste giornaliere.

Prezzi e piani disponibili in Italia

Insieme al lancio del nuovo modello, Google ha rivisto anche la struttura dei prezzi dei propri abbonamenti AI in Italia. Google AI Plus è stato ridotto da 7,99 euro a 4,99 euro al mese, con il piano annuale disponibile a 49,99 euro, rendendolo più accessibile per chi vuole provare le funzionalità avanzate senza il costo dei piani superiori. Il piano AI Pro resta a 21,99 euro al mese, mentre AI Ultra si posiziona su due fasce, 99,99 e 219,99 euro al mese, pensate per un uso professionale intensivo.

Tra i vantaggi inclusi nei piani a pagamento c’è anche l’aumento dello spazio di archiviazione, passato da 200GB a 400GB condivisi tra Gmail, Drive e Google Foto, un dettaglio che pesa parecchio nella scelta per chi usa già l’ecosistema Google per lavoro o uso personale.

Come cambia il lavoro con un modello di questo livello

Per chi usa l’AI nel lavoro quotidiano, il salto tra generazioni di modelli non si misura solo nei benchmark astratti ma in compiti concreti che prima richiedevano più passaggi manuali. Un professionista che deve analizzare un contratto di decine di pagine, un consulente che confronta bilanci di più esercizi, uno sviluppatore che deve capire come funziona una codebase ereditata da un collega: sono tutti scenari in cui un contesto ampio e un ragionamento più affidabile riducono drasticamente il tempo necessario per arrivare a una risposta utilizzabile.

C’è anche un cambiamento meno visibile ma altrettanto rilevante: la maggiore affidabilità nel ragionamento multi-step riduce il rischio di quelle che nel settore vengono chiamate “allucinazioni”, cioè risposte plausibili ma fattualmente sbagliate. Non si tratta di un problema completamente risolto, nessun modello attuale può dirlo con certezza, ma i miglioramenti su questo fronte sono uno dei motivi per cui aziende e professionisti stanno progressivamente affidando all’AI compiti sempre più delicati, dalla revisione di documenti legali all’analisi di dati finanziari.

Il ruolo degli agenti personali

Gemini 3.1 Pro fa da motore anche per la nuova generazione di agenti personali che Google sta integrando nei propri servizi. A differenza di un chatbot tradizionale, che risponde a una domanda e si ferma, un agente può eseguire sequenze di azioni autonome, penso a prenotare un appuntamento, organizzare un viaggio confrontando più opzioni, o gestire task che richiedono più passaggi coordinati tra diversi servizi Google.

È un’evoluzione che richiede proprio le capacità di ragionamento e di gestione del contesto che caratterizzano questa nuova generazione di modelli: un agente che deve pianificare una sequenza di azioni ha bisogno di “ricordare” molte più informazioni lungo il percorso rispetto a un semplice scambio di domanda e risposta.

Domande frequenti

Gemini 3.1 Pro è disponibile gratuitamente?

Sì, esiste una versione gratuita con funzionalità di base, mentre le capacità avanzate come il contesto esteso richiedono un abbonamento a pagamento.

Gemini 3.1 Pro è davvero migliore di GPT-5.5?

Sui benchmark pubblicati di ragionamento e coding, Gemini 3.1 Pro mostra risultati superiori, ma la scelta migliore dipende comunque dal tipo di utilizzo specifico e dalle preferenze personali.

Quanto costa Google AI Plus dopo la riduzione di prezzo?

Il piano Google AI Plus costa ora 4,99 euro al mese, oppure 49,99 euro con l’abbonamento annuale, rispetto ai 7,99 euro mensili precedenti.

Cosa significa avere un contesto di un milione di token?

Significa poter caricare e far analizzare al modello grandi quantità di testo, equivalenti a centinaia di migliaia di parole, in un’unica conversazione senza doverle spezzare in più parti.

Vaccino antinfluenzale 2026-2027: soglia abbassata a 60 anni, cosa cambia

vaccino – Vaccino antinfluenzale 2026-2027

Il vaccino antinfluenzale 2026-2027 arriva con una novità che riguarda milioni di italiani: la soglia di età per la raccomandazione dei vaccini potenziati, prima riservata quasi esclusivamente agli over 65, scende a 60 anni.

📌 Articolo in breve
La nuova circolare del Ministero della Salute abbassa a 60 anni la soglia per i vaccini antinfluenzali potenziati, punta a rafforzare la rete territoriale tra medici di famiglia, farmacie e Dipartimenti di Prevenzione, e recepisce le raccomandazioni OMS sui ceppi da usare nella stagione 2026-2027. Confermati anche i trivalenti classici per la popolazione generale.
⚠️ Disclaimer: Le informazioni contenute in questo articolo hanno scopo puramente informativo e divulgativo. Non sostituiscono in nessun caso il parere del medico o di altri professionisti sanitari. In presenza di sintomi o dubbi sulla propria salute, consulta sempre il tuo medico di base o uno specialista.

Indice

  1. La novità principale: soglia a 60 anni
  2. Perché la soglia si è abbassata
  3. Chi deve vaccinarsi secondo il Ministero
  4. I ceppi raccomandati per il 2026-2027
  5. Dove e quando fare il vaccino
  6. Co-somministrazione con il vaccino Covid
  7. Vaccino standard e vaccino potenziato: le differenze
  8. Domande frequenti

La novità principale: soglia a 60 anni

Fino alla scorsa stagione, i vaccini antinfluenzali cosiddetti “potenziati”, formulati con adiuvanti o ad alto dosaggio per garantire una risposta immunitaria più efficace nelle persone con sistema immunitario meno reattivo, erano raccomandati attivamente soprattutto dai 65 anni in su. La nuova circolare del Ministero della Salute per la stagione 2026-2027 abbassa questa soglia a 60 anni, ampliando in modo significativo la platea di chi può accedere a queste formulazioni con raccomandazione attiva del sistema sanitario.

Non si tratta di un dettaglio marginale: parliamo di milioni di persone in più che, pur non essendo ancora nella fascia “anziana” tradizionale, vengono ora considerate a rischio sufficientemente elevato da giustificare una protezione rinforzata rispetto al vaccino trivalente standard.

Perché la soglia si è abbassata

La decisione nasce dall’analisi dei dati epidemiologici raccolti nelle stagioni influenzali precedenti, che hanno mostrato un aumento delle complicanze anche nella fascia 60-64 anni, storicamente considerata a rischio intermedio. L’invecchiamento del sistema immunitario, il cosiddetto immunosenescenza, non segue un confine netto ai 65 anni: già a partire dai 60 la risposta ai vaccini standard tende a essere meno efficace, soprattutto in presenza di patologie croniche come ipertensione o problemi cardiovascolari, argomenti che abbiamo approfondito nella nostra guida sulla pressione alta.

Il Ministero, allineandosi a un orientamento già adottato da altri paesi europei, ha quindi scelto di anticipare la protezione rinforzata invece di aspettare il compimento dei 65 anni, riducendo la finestra di maggiore vulnerabilità.

Chi deve vaccinarsi secondo il Ministero

La circolare conferma e in parte amplia la platea storica delle categorie a rischio per cui la vaccinazione è raccomandata attivamente e gratuita: over 60 (con priorità per i vaccini potenziati), donne in gravidanza, personale sanitario e sociosanitario, ospiti delle strutture per lungodegenti, e persone con patologie croniche indipendentemente dall’età, comprese quelle legate al metabolismo o ai livelli di colesterolo, un fattore di rischio che spieghiamo nella guida su come abbassare il colesterolo.

Per la popolazione generale sotto i 60 anni e senza patologie di rischio, il vaccino resta comunque disponibile, generalmente a pagamento salvo diverse indicazioni regionali, con il trivalente classico raccomandato dall’OMS per la stagione.

I ceppi raccomandati per il 2026-2027

La circolare recepisce le indicazioni formulate dall’Organizzazione Mondiale della Sanità il 27 febbraio 2026 per l’emisfero settentrionale, confermando l’utilizzo dei vaccini trivalenti. Per i vaccini prodotti in uova embrionate di pollo, i ceppi raccomandati sono A/Missouri/11/2025 (H1N1)pdm09-like, A/Darwin/1454/2025 (H3N2)-like e B/Tokyo/EIS13-175/2025-like del lignaggio Victoria.

Questi aggiornamenti annuali sono il motivo per cui il vaccino antinfluenzale va rifatto ogni stagione: i ceppi circolanti del virus mutano costantemente, e la composizione del vaccino viene ricalibrata anno per anno sulla base della sorveglianza epidemiologica globale coordinata dall’OMS.

Dove e quando fare il vaccino

Il Ministero invita le Regioni a rafforzare la rete territoriale per aumentare le coperture vaccinali, puntando su un modello organizzativo che coinvolge Dipartimenti di Prevenzione, medici di famiglia, pediatri, strutture sanitarie e sociosanitarie e, novità sempre più consolidata, anche le farmacie di comunità. Chi rientra nelle categorie raccomandate può quindi prenotare direttamente dal proprio medico curante oppure, in molte Regioni, presentarsi in farmacia per la somministrazione.

La campagna vaccinale antinfluenzale si concentra tradizionalmente tra ottobre e dicembre, in vista del picco stagionale del virus che in Italia si registra solitamente tra gennaio e febbraio. Vaccinarsi in anticipo, prima della circolazione intensa del virus, resta la strategia più efficace per garantire una copertura adeguata nel periodo di maggior rischio.

Per chi rientra nella fascia over 60, la prevenzione influenzale si inserisce spesso in un discorso più ampio di attenzione alla salute che include anche il monitoraggio della densità ossea, un tema che affrontiamo nella nostra guida sull’osteoporosi: complicanze respiratorie gravi e periodi di immobilità forzata legati all’influenza possono infatti avere un impatto indiretto anche su questo fronte, soprattutto nelle persone già fragili.

Co-somministrazione con il vaccino Covid

Una conferma importante della circolare riguarda la possibilità di co-somministrazione con il vaccino anti-Covid aggiornato, attivo per la stagione autunno-inverno con la formulazione adattata alle varianti più recenti. Per chi rientra in entrambe le categorie di raccomandazione, è possibile ricevere i due vaccini nella stessa seduta, riducendo il numero di accessi alle strutture sanitarie e semplificando l’organizzazione della campagna vaccinale nel suo complesso.

Per informazioni ufficiali e aggiornate sul calendario vaccinale e sulle raccomandazioni specifiche per la propria fascia di età, il riferimento resta il portale del Ministero della Salute.

Vaccino standard e vaccino potenziato: le differenze

Non tutti i vaccini antinfluenzali sono uguali, e capire la differenza aiuta a capire perché il Ministero ha deciso di anticipare la raccomandazione. Il vaccino trivalente standard contiene gli antigeni dei ceppi circolanti indicati dall’OMS, ma nelle persone con sistema immunitario meno reattivo, condizione tipica dell’invecchiamento, la risposta anticorpale che genera può essere più debole e meno duratura nel tempo.

I vaccini potenziati intervengono proprio su questo limite, in due modi diversi a seconda della formulazione: aggiungendo un adiuvante, una sostanza che stimola una risposta immunitaria più forte a parità di antigene, oppure aumentando direttamente il dosaggio di antigene contenuto nella dose. Entrambe le strategie hanno mostrato, negli studi clinici e nella sorveglianza post-marketing degli ultimi anni, una maggiore efficacia nel ridurre ricoveri e complicanze gravi nella popolazione più anziana, il motivo per cui vengono ora raccomandati attivamente a partire dai 60 anni invece che dai 65.

Per chi ha meno di 60 anni ma convive con patologie croniche, come problemi cardiovascolari o respiratori, la scelta tra formulazione standard e potenziata va comunque discussa con il proprio medico, perché il criterio anagrafico da solo non esaurisce la valutazione del rischio individuale.

Va anche chiarito un dubbio comune: nessuna delle due formulazioni, standard o potenziata, contiene il virus vivo dell’influenza. Non è quindi possibile “prendere l’influenza dal vaccino”, un timore diffuso ma privo di fondamento scientifico. Eventuali sintomi lievi nei giorni successivi alla somministrazione, come dolore al braccio o leggero affaticamento, sono reazioni normali del sistema immunitario che si sta attivando, non un’infezione in corso.

Domande frequenti

A che età conviene fare il vaccino potenziato invece di quello standard?

Secondo la nuova circolare, la raccomandazione attiva per i vaccini potenziati parte dai 60 anni, ma la decisione finale va sempre discussa con il proprio medico curante in base al quadro di salute individuale.

Il vaccino antinfluenzale è gratuito per tutti?

È gratuito per le categorie a rischio indicate dal Ministero: over 60, donne in gravidanza, persone con patologie croniche, personale sanitario e altre categorie specifiche. Per la popolazione generale può essere a pagamento, con variazioni tra Regioni.

Posso fare vaccino antinfluenzale e anti-Covid insieme?

Sì, la circolare conferma la possibilità di co-somministrazione nella stessa seduta per chi rientra nelle categorie raccomandate per entrambi i vaccini.

Perché il vaccino antinfluenzale cambia ogni anno?

Perché i ceppi del virus dell’influenza mutano costantemente. Ogni anno l’OMS analizza la circolazione globale del virus e indica quali ceppi includere nella formulazione della stagione successiva.

Chi ha tra 60 e 64 anni ma sta bene deve comunque vaccinarsi?

La raccomandazione attiva del Ministero copre ora anche questa fascia di età, indipendentemente dalla presenza di patologie conclamate, proprio perché i dati epidemiologici mostrano un rischio più alto del previsto anche in assenza di condizioni croniche evidenti. Resta comunque una scelta da valutare con il proprio medico.

Le farmacie possono somministrare il vaccino antinfluenzale?

Sì, in un numero crescente di Regioni le farmacie di comunità sono coinvolte nella campagna vaccinale, in linea con il modello organizzativo indicato dalla circolare ministeriale per aumentare le coperture.

Autovelox 2026: il nuovo decreto, il 71% fuorilegge e il registro nazionale

autovelox 2026 – Autovelox 2026: il nuovo decreto

Il nuovo decreto autovelox 2026 ha acceso i riflettori su un problema che in pochi immaginavano di queste dimensioni: secondo i dati diffusi dal Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti, il 71% dei dispositivi installati in Italia risultava fuorilegge sul fronte dell’omologazione prima dell’entrata in vigore delle nuove regole.

Aggiornamento luglio 2026: il decreto sugli autovelox è entrato ufficialmente in vigore dal 12 luglio 2026 con le regole tecniche definitive: un dispositivo per essere omologato deve garantire almeno il 90% di tasso di rilevamento dei veicoli, il 95% di corretta associazione velocità-veicolo e il 95% di precisione nel riconoscimento targhe, con uno scarto massimo di 3 km/h (o 3%) rispetto alla velocità reale. È inoltre obbligatoria una taratura periodica annuale: chi non la supera va spento. L\’esito della procedura di regolarizzazione: circa 3.150 dispositivi restano attivi in tutta Italia, mentre circa 850 sono stati fermati in attesa di completare la documentazione di omologazione. Il decreto non cancella le multe già notificate prima del 12 luglio: restano validi i termini ordinari di ricorso (30 giorni al giudice di pace, 60 al prefetto).
📌 Articolo in breve
Il decreto del 9 giugno 2026 introduce regole più severe su omologazione, taratura e distanze degli autovelox, oltre a un registro nazionale pubblico consultabile sul portale del MIT. Gli enti hanno 60 giorni per mettersi in regola con procedura semplificata. Multe raddoppiate per cellulare alla guida e per chi supera i limiti di oltre 60 km/h.

Indice

  1. Cosa prevede il nuovo decreto
  2. Perché il 71% degli autovelox era fuorilegge
  3. Il nuovo registro nazionale
  4. I 60 giorni per mettersi in regola
  5. Multe raddoppiate: cellulare e alta velocità
  6. Come si è arrivati a questo punto
  7. Le multe già emesse: rimborso o ricorso?
  8. Cosa cambia per chi guida
  9. Domande frequenti

Cosa prevede il nuovo decreto

Il nuovo impianto normativo nasce dalla combinazione di due provvedimenti: il decreto dell’11 aprile 2024, che regola la pianificazione delle postazioni di controllo, e il più recente decreto del 9 giugno 2026, che interviene direttamente su omologazione, taratura e distanze minime di installazione. È quest’ultimo a aver acceso il dibattito pubblico, perché per la prima volta mette nero su bianco quanti dispositivi in Italia non rispettavano gli standard tecnici richiesti.

Il decreto interviene anche sulle aree urbane, introducendo restrizioni per gli autovelox installati su strade con limite sotto i 50 km/h, un contesto in cui l’uso di questi dispositivi era spesso contestato perché percepito più come strumento di cassa che di sicurezza stradale.

Perché il 71% degli autovelox era fuorilegge

Il dato del 71% ha fatto scalpore, ma va contestualizzato: non significa che sette autovelox su dieci fossero tarati male o segnalassero velocità sbagliate. Significa che la documentazione di omologazione, spesso risalente a normative precedenti o mai aggiornata formalmente, non era in regola con i nuovi standard richiesti dal Ministero. Molti enti locali avevano installato dispositivi anni fa seguendo le procedure allora vigenti, senza però aggiornare la documentazione tecnica nel tempo.

Questo vuoto burocratico ha alimentato per anni un contenzioso enorme: automobilisti che facevano ricorso contro le multe proprio sollevando dubbi sull’omologazione del dispositivo che li aveva sanzionati, spesso con esito favorevole nei tribunali. Il nuovo decreto nasce anche per chiudere questa falla, imponendo una procedura chiara e verificabile.

Il nuovo registro nazionale

Una delle novità più significative, e più utile in concreto per chi guida, è la pubblicazione per la prima volta di una lista ufficiale e nazionale degli autovelox attivi sul territorio italiano. Il registro è accessibile e aggiornato sul portale del Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti, e permette in teoria a chiunque di verificare se un determinato dispositivo che lo ha multato risultava correttamente omologato al momento dell’infrazione.

Si tratta di un cambio di passo importante in termini di trasparenza: fino a oggi ottenere questa informazione richiedeva spesso un accesso agli atti formale, con tempi lunghi e non sempre risposte chiare da parte degli enti locali. Con il registro pubblico, la verifica diventa immediata e alla portata di tutti.

I 60 giorni per mettersi in regola

Per evitare uno stop improvviso di migliaia di dispositivi su tutto il territorio nazionale, con conseguenze pratiche enormi sulla sicurezza stradale, il decreto prevede una procedura semplificata per gli enti e i produttori già in possesso della documentazione tecnica necessaria. Questi soggetti possono inviare i documenti integrativi al Ministero, che entro 60 giorni dovrà esprimersi e dare il via libera formale all’omologazione.

Questo significa che nel breve periodo molti autovelox oggi tecnicamente irregolari potrebbero regolarizzarsi rapidamente, senza necessità di sostituzione fisica del dispositivo. Per gli enti che invece non riusciranno a completare la procedura nei tempi previsti, il rischio concreto è la disattivazione temporanea del dispositivo fino a nuova omologazione.

Multe raddoppiate: cellulare e alta velocità

Il decreto autovelox si inserisce in un contesto normativo più ampio che ha inasprito anche le sanzioni per due comportamenti considerati particolarmente pericolosi. Le multe raddoppiano per chi viene sorpreso a usare il cellulare alla guida, un’infrazione che negli ultimi anni è stata identificata come una delle principali cause di incidenti gravi, soprattutto tra i conducenti più giovani.

Raddoppiano anche le sanzioni per chi supera i limiti di velocità di oltre 60 km/h, una soglia che il legislatore considera indicativa di una condotta di guida particolarmente rischiosa, ben oltre la semplice distrazione o il piccolo eccesso di velocità. Chi si trova già a dover contestare una sanzione di questo tipo può approfondire termini e strategie nella nostra guida su come fare ricorso contro una multa da autovelox.

Come si è arrivati a questo punto

Il problema dell’omologazione degli autovelox non nasce nel 2026: è una questione che si trascina da oltre un decennio, con centinaia di sentenze contrastanti tra tribunali diversi. Alcuni giudici di pace hanno annullato migliaia di multe ritenendo insufficiente la sola “approvazione” del dispositivo, distinta tecnicamente dalla vera “omologazione” prevista dal Codice della Strada. Altri tribunali, al contrario, hanno respinto i ricorsi basati su questo cavillo, generando una situazione di incertezza diffusa sia per gli automobilisti sia per gli enti locali che gestiscono i dispositivi.

Questa disomogeneità giurisprudenziale è probabilmente la ragione principale che ha spinto il Ministero a intervenire con un provvedimento organico, capace di fissare regole uniformi su tutto il territorio nazionale invece di lasciare la questione alla giurisprudenza locale, spesso imprevedibile e diversa da provincia a provincia.

Va detto che l’introduzione del registro nazionale non elimina del tutto il contenzioso, ma lo rende sicuramente più gestibile: avere un elenco pubblico e verificabile riduce drasticamente i tempi e i costi necessari per capire se una determinata multa può essere effettivamente contestata con buone probabilità di successo.

Le multe già emesse: niente rimborso automatico, ma si può fare ricorso

Un punto che genera molta confusione riguarda la sorte delle multe elevate prima del 12 luglio 2026: il decreto non ha effetto retroattivo. Le sanzioni per infrazioni commesse prima di quella data non vengono né cancellate né automaticamente regolarizzate, e chi ha già pagato non può chiedere il rimborso solo perché il dispositivo che lo ha multato oggi risulta tra quelli fermati o in attesa di omologazione.

Il discorso cambia per le multe ancora nei termini per il ricorso o già oggetto di causa pendente: chi riceve una contestazione va verificata caso per caso, controllando la data di rilevazione, il modello del dispositivo, il provvedimento originale di approvazione e lventuale inserimento nell\Allegato B come prototipo, oltre alla data da cui l\amministrazione sostiene che il dispositivo sia omologato. Se al momento della violazione l\apparecchio risultava solo approvato — con l\omologazione arrivata solo dopo, per effetto del decreto entrato in vigore il 12 luglio — può esserci un fondato motivo di opposizione. Non è un caso isolato: alcuni Comuni hanno già dovuto stanziare risorse per rimborsare somme dell\ordine di decine di migliaia di euro ad automobilisti che hanno vinto ricorsi contro multe elevate con dispositivi rivelatisi non regolari.

Cosa cambia per chi guida

Per l’automobilista comune, la conseguenza più pratica del nuovo decreto è la possibilità di verificare in autonomia, tramite il registro nazionale, se un autovelox che lo ha multato era correttamente omologato al momento del rilevamento. Questo strumento rafforza sensibilmente la posizione di chi decide di fare ricorso, perché elimina buona parte dell’incertezza che prima richiedeva tempi e costi legali non indifferenti.

Allo stesso tempo, chi accumula infrazioni gravi deve fare i conti con un sistema sanzionatorio complessivamente più severo, che si somma alle regole sulla decurtazione punti spiegate nella nostra guida sulla patente a punti 2026. Per un quadro generale di tutte le novità normative dell’anno, resta utile anche la nostra panoramica sul nuovo Codice della Strada 2026.

Un aspetto pratico da tenere presente: la verifica sul registro nazionale va fatta incrociando data, luogo e codice identificativo del dispositivo riportati sul verbale di contestazione. Senza questi dati precisi diventa difficile risalire con certezza allo specifico autovelox che ha rilevato l’infrazione, quindi conviene sempre conservare con cura la documentazione ricevuta e, in caso di dubbi, farsi assistere da chi si occupa professionalmente di ricorsi stradali prima di presentare opposizione.

Per la lista aggiornata dei dispositivi omologati e per consultare direttamente il registro nazionale, il riferimento ufficiale resta il portale del Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti.

Domande frequenti

Come faccio a sapere se l’autovelox che mi ha multato era omologato?

Puoi consultare il nuovo registro nazionale pubblicato sul portale del Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti, che elenca i dispositivi attivi e il loro stato di omologazione.

Se un autovelox non era omologato, la multa è nulla?

Non automaticamente, ma la mancata omologazione è uno dei motivi di ricorso più solidi e spesso accolti dai giudici di pace. Ogni caso va valutato singolarmente sulla base della documentazione disponibile.

Da quando sono attive le nuove regole?

Le nuove regole sono entrate in vigore con il decreto del 9 giugno 2026, ma è prevista una fase di transizione di 60 giorni per permettere agli enti di adeguare i dispositivi già installati.

È vero che le multe per il cellulare alla guida sono raddoppiate?

Sì, insieme alle sanzioni per chi supera i limiti di velocità di oltre 60 km/h, nell’ambito dell’inasprimento generale delle norme sulla sicurezza stradale.

Gli autovelox spariranno durante i 60 giorni di regolarizzazione?

Non necessariamente tutti insieme: gli enti che hanno già la documentazione tecnica possono seguire una procedura semplificata e restare operativi durante l’istruttoria. Il rischio di disattivazione riguarda soprattutto i dispositivi privi di qualsiasi documentazione aggiornabile in tempi brevi.

Il registro nazionale copre anche i dispositivi mobili degli autovelox portatili?

Il registro è pensato per coprire l’insieme dei dispositivi attivi sul territorio, comprese le postazioni mobili gestite dalle forze dell’ordine, anche se la piena implementazione su tutte le categorie di dispositivi potrebbe richiedere ulteriori aggiornamenti nei prossimi mesi.

Bonus auto elettrica 2026: perché non c’è il click day (e cosa resta)

bonus auto elettrica 2026 – Bonus auto elettrica 2026: perché non c'è il click day

Il bonus auto elettrica 2026 è diventato uno dei temi più cercati dell’estate, ma non per il motivo che ci si aspetterebbe: a luglio inoltrato non c’è ancora traccia del classico click day, e per molti aspiranti acquirenti la domanda è passata da “quando parte” a “esiste ancora?”.

📌 Articolo in breve
Il programma PNRR dedicato alle auto elettriche ha esaurito i fondi nell’ottobre 2025 e per il 2026 non è previsto un nuovo click day generalizzato. Resta attivo solo un contributo residuo vincolato a ISEE basso e rottamazione. Il governo ha spostato la strategia dal sostegno diretto agli acquisti al rinnovo tecnologico del parco auto esistente.
⚠️ Disclaimer: Le informazioni contenute in questo articolo hanno scopo puramente informativo e divulgativo. Non costituiscono consulenza finanziaria o di investimento personalizzata. Prima di prendere decisioni di acquisto verifica sempre i requisiti aggiornati sul sito ufficiale del Ministero o rivolgiti a un professionista abilitato.

Indice

  1. La situazione reale a luglio 2026
  2. Perché il programma PNRR è finito
  3. Cosa resta oggi degli incentivi
  4. Chi può ancora accedere al contributo residuo
  5. La nuova strategia del governo
  6. Cosa fare se vuoi comprare un’elettrica ora
  7. Come funzionavano i vecchi click day
  8. Domande frequenti

La situazione reale a luglio 2026

Negli ultimi mesi si sono susseguite voci su un possibile nuovo click day per gli incentivi alle auto elettriche, alimentate da titoli di giornale che promettevano sconti fino a 11.000 euro. La realtà, verificata sui canali ufficiali, è diversa: a luglio 2026 non è previsto alcun click day per bonus auto elettriche aperto a tutti i cittadini. Chi ha aspettato pazientemente un nuovo bando generalizzato, come quelli visti negli anni passati, rischia di aspettare ancora a lungo, perché il quadro normativo attuale non lo prevede.

Questo non significa che il tema sia chiuso per sempre, ma che il modello di incentivo “a pioggia” per chiunque voglia acquistare un’elettrica non è più la strada scelta dall’esecutivo per il 2026.

Nel frattempo la confusione online alimenta un piccolo circolo vizioso: articoli e post social continuano a rilanciare la parola “click day” ogni volta che circola una voce non confermata, generando picchi di ricerca puntualmente delusi. Prima di fidarsi di un annuncio, la regola più semplice resta controllare direttamente il portale ministeriale dedicato, evitando di basarsi su titoli acchiappa-clic privi di fonte ufficiale.

Perché il programma PNRR è finito

Il programma gestito dal MASE (Ministero dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica) nell’ambito del PNRR, dedicato specificamente ai veicoli a zero emissioni di CO2, ha esaurito i fondi disponibili nell’ottobre 2025. Le richieste erano state altissime fin dai primi giorni di apertura, con oltre 55.000 voucher assegnati in tempi rapidissimi. Da allora non è stato rifinanziato un nuovo bando equivalente, e nel corso del 2026 non si è mai riaperta una finestra paragonabile a quella dell’anno precedente.

Va anche precisato un altro aspetto poco chiaro nella narrazione comune: per il 2026 non sono previste nemmeno le agevolazioni classiche per le auto termiche o ibride che avevano accompagnato gli anni precedenti. Non è quindi solo l’elettrico ad aver perso il sostegno diretto, ma l’intero impianto di incentivi generalizzati all’acquisto.

Cosa resta oggi degli incentivi

Non tutto è sparito. Esiste ancora un contributo residuo dedicato esclusivamente alle auto 100% elettriche, ma con paletti molto più stretti rispetto al passato. Per accedervi serve un ISEE familiare inferiore a 30.000 euro e la contestuale rottamazione di un veicolo vecchio. È, di fatto, una misura pensata per chi ha già un’auto datata e un reddito medio-basso, non un incentivo generalista aperto a chiunque voglia cambiare auto.

Chi possiede già un veicolo elettrico o sta valutando l’acquisto senza rientrare in questi requisiti stringenti deve quindi fare i conti senza contare su sconti statali diretti, e valutare l’operazione solo sulla base del risparmio in carburante ed manutenzione nel medio periodo, un calcolo che abbiamo affrontato nel dettaglio nel nostro confronto tra auto elettrica e auto a benzina.

Chi può ancora accedere al contributo residuo

Per chi rientra nei requisiti ISEE, la procedura ricalca in parte quella degli anni passati: domanda tramite piattaforma dedicata, documentazione sulla rottamazione del veicolo precedente e attesa dei tempi tecnici di erogazione. La platea però è molto più ristretta, e i fondi stanziati per questa misura residuale sono limitati, quindi le richieste vengono soddisfatte fino a esaurimento budget, non su base di merito o di ordine di importanza.

Chi ha già affrontato in passato le richieste di ecobonus generalista sa che i tempi tra apertura del bando ed esaurimento fondi possono essere molto rapidi: vale la pena monitorare periodicamente il portale ufficiale se si rientra nei requisiti ISEE, piuttosto che aspettare un annuncio generico sui social o sui giornali.

La nuova strategia del governo

Dietro la scelta di non riproporre un click day generalizzato c’è un cambio di approccio dichiarato dall’esecutivo. L’obiettivo non è più stimolare direttamente le vendite di auto nuove tramite sconto immediato, ma puntare su benefici ambientali più rapidi e diffusi agendo sul rinnovo tecnologico del parco auto esistente e sul sostegno all’industria nel suo complesso, piuttosto che sussidiare il singolo acquisto.

In pratica, significa che nei prossimi mesi è più probabile vedere misure indirette, penso a interventi su fiscalità aziendale, flotte, infrastrutture di ricarica, piuttosto che un nuovo bando con sconto diretto al consumatore privato. Chi segue il tema per un acquisto personale dovrebbe quindi abbassare le aspettative su un ritorno del “vecchio” ecobonus nella sua forma classica.

Cosa fare se vuoi comprare un’elettrica ora

Senza incentivi statali diretti, la convenienza di un’auto elettrica va valutata su basi diverse. Primo: il costo dell’energia per la ricarica domestica, che può abbattere sensibilmente la spesa rispetto al pieno di benzina, soprattutto se si installa una wallbox invece di affidarsi alla presa domestica standard, un confronto che spieghiamo passo passo nella nostra guida su wallbox vs presa domestica. Secondo: gli incentivi locali, che restano attivi in molte Regioni e Comuni anche in assenza del bando nazionale, spesso sotto forma di esenzione bollo o accesso gratuito alle ZTL. Terzo: le promozioni dirette delle case automobilistiche, che in un mercato senza sconto statale tendono ad alzare gli sconti di listino per restare competitive.

Per un quadro aggiornato sui bandi nazionali attivi, la fonte ufficiale da consultare resta il portale del Ministero dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica, che pubblica gli aggiornamenti sui fondi PNRR e sulle eventuali nuove misure.

Come funzionavano i vecchi click day (e perché non torneranno uguali)

Per capire la delusione di molti automobilisti bisogna ricordare come funzionavano i bandi degli anni passati. Il meccanismo del click day prevedeva l’apertura di una piattaforma dedicata a un orario preciso, con fondi limitati assegnati in ordine di arrivo delle domande. Bastavano poche ore, a volte pochi minuti nelle categorie più richieste, perché il budget si esaurisse completamente, lasciando fuori la stragrande maggioranza di chi si era organizzato per presentare la richiesta.

Questo sistema, per quanto criticato per la sua natura quasi casuale (chi aveva una connessione più veloce o più fortuna vinceva, non necessariamente chi ne aveva più bisogno), garantiva comunque uno sconto immediato e visibile sul prezzo di listino, fino a 11.000 euro nelle combinazioni più favorevoli tra rottamazione e fascia di reddito. È proprio questo elemento, lo sconto diretto e immediato, che il nuovo approccio del governo ha abbandonato, sostituendolo con misure più mirate ma anche più restrittive.

Chi ha partecipato ai bandi passati senza successo, o chi semplicemente non era pronto quando si è aperta la finestra, oggi si trova quindi davanti a un sistema strutturalmente diverso: niente più corsa contro il tempo, ma nemmeno la possibilità di accedere a uno sconto importante se non si rientra nei rigidi paletti ISEE.

Domande frequenti

C’è un nuovo click day per le auto elettriche nel 2026?

No, a luglio 2026 non è previsto alcun click day generalizzato. Il programma PNRR ha esaurito i fondi nell’ottobre 2025 e non è stato rifinanziato con un bando equivalente.

Esiste ancora qualche incentivo per l’auto elettrica?

Sì, ma solo un contributo residuo vincolato a ISEE inferiore a 30.000 euro e alla rottamazione di un veicolo vecchio: non è più una misura aperta a chiunque.

Anche le auto ibride e a benzina hanno perso gli incentivi?

Sì, per il 2026 non sono previste le classiche agevolazioni statali generalizzate né per le auto termiche né per le ibride.

Conviene comprare un’auto elettrica senza incentivi statali?

Dipende dal chilometraggio annuo e dalla possibilità di ricaricare a casa a costi contenuti. Senza sconto all’acquisto, il vantaggio si sposta tutto sul risparmio nell’uso quotidiano.

Da dove si può controllare se il bando riapre?

Il canale ufficiale è il portale dedicato del Ministero dell’Ambiente, dove vengono pubblicati gli aggiornamenti su fondi residui ed eventuali nuove misure. Diffida di siti terzi o pagine social che annunciano click day non confermati dalle fonti istituzionali.

Perché la RC auto costa di più nel 2026: le nuove tasse spiegate

RC auto 2026 – Perché la RC auto costa di più nel 2026

La RC auto costa di più nel 2026 e non è solo una sensazione: dietro l’aumento dei premi ci sono due novità fiscali entrate in vigore quest’anno che pesano direttamente sulla bolletta assicurativa di milioni di automobilisti italiani.

📌 Articolo in breve
Dal 2026 l’aliquota Irap applicata alle compagnie assicurative è salita di 2 punti percentuali, mentre l’imposta sulle garanzie accessorie (infortuni conducente, assistenza stradale) è passata dal 2,5% al 12,5% per i contratti stipulati o rinnovati dal 1° gennaio. Il risultato: premio medio nazionale oltre i 600 euro, con punte molto più alte al Sud.
⚠️ Disclaimer: Le informazioni contenute in questo articolo hanno scopo puramente informativo e divulgativo. Non costituiscono consulenza finanziaria, fiscale o di investimento personalizzata. Prima di prendere decisioni finanziarie consulta un consulente finanziario indipendente o un professionista abilitato.

Indice

  1. Cosa cambia davvero nel 2026
  2. L’aumento dell’Irap sulle compagnie
  3. La stangata sulle garanzie accessorie
  4. Prima e dopo: cosa cambia sulle garanzie accessorie
  5. Quanto costa oggi la RC auto in Italia
  6. Chi paga di più (e perché)
  7. Come limitare i danni sul rinnovo
  8. Domande frequenti

Cosa cambia davvero nel 2026

Chiunque abbia rinnovato la propria polizza negli ultimi mesi se ne sarà accorto: a parità di classe di merito e di veicolo, il preventivo è più salato rispetto al 2025. Non è un caso isolato né una strategia commerciale della singola compagnia. La causa è normativa e riguarda l’intero mercato assicurativo italiano, che si è visto imporre due strette fiscali quasi in contemporanea.

La prima riguarda l’Irap, l’imposta regionale sulle attività produttive che le compagnie versano sui propri utili. La seconda, più silenziosa ma più pesante per il portafoglio dell’automobilista, riguarda l’imposta applicata alle garanzie accessorie che quasi tutti aggiungono alla polizza base senza pensarci troppo.

L’aumento dell’Irap sulle compagnie

Dal 2026 l’aliquota Irap applicata alle compagnie assicurative è aumentata di 2 punti percentuali. Sulla carta è un tributo che grava sulle aziende, non sui clienti. Nella pratica, come succede quasi sempre quando si alza la tassazione su un settore regolamentato e a bassa elasticità della domanda, il costo viene trasferito a valle sui premi. Le compagnie non possono permettersi di assorbire un aumento di imposta di questa entità senza intaccare i margini, quindi lo scaricano gradualmente sui rinnovi.

Il meccanismo non è immediato: non troverai una voce “Irap” scritta nero su bianco nel tuo preventivo. L’aumento si distribuisce nel calcolo generale del premio, insieme ad altri fattori come il costo dei sinistri e l’inflazione dei ricambi auto.

La stangata sulle garanzie accessorie

Qui la novità è molto più diretta e misurabile. L’imposta sulle garanzie accessorie, in particolare sulla copertura infortuni del conducente e sull’assistenza stradale, è passata dal 2,5% al 12,5% per tutti i contratti stipulati o rinnovati a partire dal 1° gennaio 2026. Parliamo di un balzo di 10 punti percentuali su prodotti che la maggior parte degli automobilisti sottoscrive quasi in automatico al momento del rinnovo, senza calcolare quanto pesano davvero sul totale.

Facciamo un esempio concreto: se prima pagavi 50 euro l’anno per l’infortuni conducente, con 1,25 euro di imposta inclusa, oggi su quella stessa garanzia l’imposta sale a 6,25 euro. Non è una cifra enorme presa da sola, ma moltiplicata per milioni di polizze diventa un flusso fiscale rilevante, ed è comunque un aumento diretto che si somma a tutto il resto.

Quanto costa oggi la RC auto in Italia

I dati raccolti dai comparatori nella prima metà del 2026 fotografano una situazione già tesa. Il premio medio nazionale ha superato i 600 euro, con la tariffa media pura di rischio oltre i 420 euro. Il divario territoriale resta enorme: tra le province più economiche e quelle più costose, come Napoli, la differenza sfiora il doppio.

Per i guidatori più giovani la situazione è ancora più pesante. Secondo i preventivi raccolti a giugno 2026, un diciottenne o diciannovenne paga in media tra 1.200 e 1.500 euro l’anno, mentre nella fascia 21-24 anni si scende, ma non di molto, tra 900 e 1.200 euro. Sono cifre che, unite all’aumento delle imposte sulle accessorie, rendono la prima polizza uno degli ostacoli economici più concreti per chi si mette al volante da poco.

Prima e dopo: cosa cambia sulle garanzie accessorie

Per capire davvero l’impatto delle nuove aliquote conviene guardare i numeri fianco a fianco. Prendiamo tre garanzie accessorie tipiche e confrontiamo quanto pesava l’imposta prima del 2026 e quanto pesa oggi.

Garanzia accessoria Costo netto annuo Imposta fino al 2025 (2,5%) Imposta dal 2026 (12,5%)
Infortuni conducente 50 € 1,25 € 6,25 €
Assistenza stradale 35 € 0,88 € 4,38 €
Tutela legale 40 € 1,00 € 5,00 €

Come si vede, l’aumento assoluto per singola garanzia resta contenuto, poche decine di euro l’anno. Il punto è che si somma alle altre voci di aumento, Irap compresa, e per chi ha tre o quattro garanzie accessorie attive il totale può facilmente arrivare a 20-30 euro in più solo per la componente fiscale, prima ancora di considerare l’aumento del premio base.

Chi paga di più (e perché)

L’aumento non colpisce tutti allo stesso modo. Oltre 500.000 automobilisti che nel 2025 hanno denunciato un sinistro con colpa si trovano oggi con un premio ancora più alto, perché la loro posizione tariffaria è peggiorata proprio nel momento sbagliato, quello in cui il mercato nel suo complesso sta già salendo. A questo si aggiunge un fattore strutturale che pesa da anni: il costo medio dei sinistri continua a crescere anche se il numero di incidenti diminuisce, perché le auto moderne montano sensori, centraline e sistemi di assistenza alla guida costosissimi da riparare.

Le regioni con maggiore frequenza di sinistri o di frodi, come Liguria, Marche e Sardegna, registrano gli incrementi più marcati. Al contrario, in Calabria, Basilicata e Friuli-Venezia Giulia la situazione resta relativamente più favorevole, almeno rispetto al trend nazionale.

Come limitare i danni sul rinnovo

Non si può cancellare l’effetto delle nuove imposte, ma si può ridurne l’impatto con qualche accortezza pratica. La prima cosa da fare al rinnovo è chiedersi seriamente se tutte le garanzie accessorie servono davvero, oppure se alcune (penso all’assistenza stradale, spesso già inclusa in altre polizze o servizi) possono essere tolte senza rimpianti, visto che ora costano cinque volte di più in tasse.

La seconda leva resta il confronto tra compagnie: le differenze di prezzo a parità di copertura possono superare il 30% anche nella stessa città. Vale la pena rivedere ogni anno il preventivo invece di rinnovare automaticamente con la stessa compagnia, magari usando una checklist come quella spiegata nella nostra guida al confronto dei preventivi RC auto. Se invece vuoi semplicemente capire cosa stai pagando e perché, può essere utile ripartire dalle basi con la nostra guida su cosa copre davvero la RC auto obbligatoria.

Per approfondire il quadro normativo e i dettagli tecnici sulle nuove aliquote, la fonte più affidabile resta il sito ufficiale dell’Agenzia delle Entrate, che pubblica periodicamente le circolari con le aliquote aggiornate applicabili ai premi assicurativi.

Domande frequenti

Perché la mia RC auto è aumentata così tanto quest’anno?

Perché nel 2026 si sono sommati due fattori: l’aumento di 2 punti dell’Irap sulle compagnie assicurative, che si scarica indirettamente sui premi, e il balzo dell’imposta sulle garanzie accessorie dal 2,5% al 12,5%, che incide in modo diretto e misurabile sul costo di coperture come infortuni conducente e assistenza stradale.

Posso evitare l’aumento dell’imposta sulle garanzie accessorie?

Solo rinunciando alle garanzie accessorie stesse. La RC auto obbligatoria non è toccata da questa specifica imposta, che riguarda esclusivamente le coperture facoltative aggiunte alla polizza base.

Conviene ancora avere l’assistenza stradale in polizza?

Dipende dal tuo profilo di rischio e da cosa hai già incluso in altri servizi (carta di credito, abbonamenti, garanzia auto). Con l’imposta salita al 12,5% vale la pena fare due conti prima di rinnovarla automaticamente.

Tutte le compagnie hanno applicato gli aumenti allo stesso modo?

No, l’impatto varia da compagnia a compagnia e da provincia a provincia. Per questo confrontare più preventivi al momento del rinnovo resta la strategia più efficace per contenere la spesa.

Wallbox vs presa domestica: come ricaricare l’auto elettrica a casa

wallbox – Wallbox vs presa domestica: come ricaricare l'auto elettrica a casa

Wallbox o presa domestica è la scelta che si trovano ad affrontare tutti i nuovi proprietari di un’auto elettrica al momento di organizzare la ricarica a casa. Sembra una decisione secondaria rispetto all’acquisto dell’auto stessa, ma influisce parecchio sui tempi di ricarica quotidiani e, in alcuni casi, anche sulla sicurezza dell’impianto elettrico domestico.

📌 Articolo in breve
Una presa domestica standard ricarica a circa 2,3 kW, impiegando 10-15 ore per una ricarica completa. Una wallbox dedicata arriva fino a 22 kW, riducendo i tempi a 2-4 ore per la maggior parte delle auto elettriche. La wallbox richiede un investimento iniziale maggiore ma offre sicurezza, velocità e funzioni di gestione della potenza assenti nella presa domestica.

Indice

  1. Come funziona la ricarica con presa domestica
  2. Come funziona la ricarica con wallbox
  3. Tempi di ricarica a confronto
  4. La questione sicurezza
  5. Costi a confronto
  6. Quale scegliere in base alle proprie esigenze
  7. Domande frequenti

Come funziona la ricarica con presa domestica

La ricarica tramite presa domestica standard, utilizzando il cavo in dotazione con la maggior parte delle auto elettriche, sfrutta la normale presa elettrica di casa, generalmente limitata a una potenza di circa 2,3 kW per non sovraccaricare l’impianto. È la soluzione più semplice e immediata, che non richiede alcuna installazione dedicata, ma comporta tempi di ricarica molto lunghi, adatti principalmente a chi percorre pochi chilometri al giorno e può lasciare l’auto collegata per molte ore consecutive, tipicamente durante la notte.

Come funziona la ricarica con wallbox

La wallbox è un dispositivo dedicato installato a parete, collegato direttamente al quadro elettrico di casa tramite un cavo dimensionato per potenze più elevate rispetto a una presa standard. Le wallbox domestiche più diffuse offrono potenze comprese tra 3,7 e 22 kW, anche se quest’ultimo valore richiede una fornitura elettrica trifase raramente presente nelle abitazioni residenziali italiane, dove la potenza disponibile più comune resta quella monofase, che limita la ricarica pratica a un massimo di 7,4 kW circa.

Tempi di ricarica a confronto

Per un’auto elettrica con batteria da 50 kWh, una capacità comune per molti modelli di fascia media, la ricarica completa tramite presa domestica standard da 2,3 kW richiede generalmente tra le 20 e le 22 ore, un tempo che nella pratica corrisponde quasi a una ricarica continua giorno e notte. La stessa ricarica tramite wallbox da 7,4 kW si riduce invece a circa 7 ore, un tempo perfettamente compatibile con una singola notte di ricarica, permettendo di trovare l’auto sempre pronta al mattino anche partendo da una batteria quasi scarica.

La questione sicurezza

Un aspetto spesso sottovalutato riguarda la sicurezza: le prese domestiche standard non sono progettate per erogare corrente in modo continuativo per molte ore consecutive, come richiesto dalla ricarica di un’auto elettrica. Un utilizzo prolungato e ripetuto nel tempo può causare surriscaldamento della presa e dell’impianto elettrico circostante, con un rischio di guasti o, in casi estremi, di incendio. Le wallbox, al contrario, sono progettate specificamente per la ricarica dei veicoli elettrici, con protezioni dedicate contro sovracorrenti, dispersioni verso terra e surriscaldamento, offrendo un livello di sicurezza sensibilmente superiore per un utilizzo quotidiano e prolungato.

Costi a confronto

Utilizzare la presa domestica esistente non comporta, nell’immediato, alcun costo di installazione aggiuntivo, un vantaggio evidente per chi vuole verificare l’esperienza di guida elettrica prima di investire in un’infrastruttura dedicata. L’installazione di una wallbox comporta invece un investimento iniziale che, tra dispositivo e manodopera, si colloca generalmente tra gli 800 e i 1.600 euro, un costo che può essere in parte recuperato tramite il bonus colonnine domestiche dove ancora applicabile, oppure tramite le detrazioni fiscali ordinarie per la ristrutturazione dell’impianto elettrico domestico.

Quale scegliere in base alle proprie esigenze

Per chi percorre pochi chilometri al giorno, ha un’auto ibrida plug-in con batteria di piccola capacità, o usa l’auto elettrica solo occasionalmente, la presa domestica può rappresentare una soluzione temporanea accettabile, purché si eviti un utilizzo troppo intensivo e prolungato nel tempo. Per chi invece usa l’auto elettrica quotidianamente, percorre chilometraggi medio-alti, o ha una batteria di grande capacità che richiederebbe tempi eccessivamente lunghi con la sola presa domestica, la wallbox rappresenta un investimento che si ripaga rapidamente in termini di comodità, sicurezza e tempi di ricarica.

Domande frequenti

Posso danneggiare l’impianto elettrico di casa usando solo la presa domestica?

Un utilizzo occasionale e limitato nel tempo comporta rischi contenuti, ma un uso quotidiano e prolungato può sovraccaricare la presa e l’impianto circostante, aumentando il rischio di guasti o surriscaldamento.

Serve un elettricista per installare una wallbox?

Sì, l’installazione di una wallbox va sempre affidata a un elettricista qualificato, che verifica anche la compatibilità e la sicurezza dell’impianto elettrico esistente prima del collegamento.

La wallbox funziona con qualsiasi auto elettrica?

La maggior parte delle wallbox in commercio è compatibile con lo standard di ricarica utilizzato dalla generalità delle auto elettriche vendute in Europa, ma è comunque consigliabile verificare la compatibilità specifica del proprio modello prima dell’acquisto.

Per approfondire, leggi anche la nostra guida sulla colonnina di ricarica domestica e sull’auto elettrica vs benzina.

Colonnina di ricarica domestica: costi, bonus e come installarla

colonnina ricarica domestica – Colonnina di ricarica domestica: costi, bonus e come installarla

La colonnina di ricarica domestica è diventata quasi un accessorio indispensabile per chi possiede un’auto elettrica o ibrida plug-in, perché ricaricare comodamente a casa, magari di notte quando l’energia costa meno, evita le code alle colonnine pubbliche e riduce sensibilmente il costo per chilometro percorso. Installarla comporta però alcune scelte tecniche e, in alcuni casi, la possibilità di recuperare parte della spesa grazie a contributi ancora attivi.

📌 Articolo in breve
Il bonus colonnine domestiche eroga un contributo a fondo perduto dell’80% delle spese, fino a un massimo di 1.500 euro per privati e 8.000 euro per interventi condominiali. Lo sportello per le nuove domande è chiuso dal maggio 2025, ma il contributo è retroattivo su spese già sostenute. Una wallbox domestica costa mediamente tra 500 e 1.500 euro, installazione inclusa.

Indice

  1. Perché conviene installarla
  2. I tipi di colonnina domestica
  3. Quanto costa installarla
  4. Il bonus colonnine domestiche
  5. Serve adeguare l’impianto elettrico di casa?
  6. Installarla in condominio
  7. Domande frequenti

Perché conviene installarla

Ricaricare l’auto elettrica a casa tramite una colonnina domestica, invece di affidarsi esclusivamente alle colonnine pubbliche, offre due vantaggi concreti: un costo per kWh generalmente più basso, perché si paga la tariffa della propria utenza domestica invece delle tariffe più alte applicate dagli operatori di ricarica pubblica, e la comodità di trovare l’auto sempre carica al mattino, senza dover pianificare soste dedicate alla ricarica durante la giornata. Chi ha anche un impianto fotovoltaico può inoltre programmare la ricarica nelle ore di massima produzione solare, riducendo ulteriormente il costo per chilometro percorso.

I tipi di colonnina domestica

La soluzione più semplice ed economica è la presa domestica potenziata, che permette una ricarica lenta, generalmente non superiore ai 2,3 kW di potenza, adatta a chi percorre pochi chilometri al giorno e può lasciare l’auto in carica per molte ore, tipicamente durante la notte. La wallbox, la vera colonnina domestica dedicata, offre invece potenze di ricarica superiori, generalmente comprese tra 3,7 e 22 kW, riducendo sensibilmente i tempi di ricarica e risultando la scelta più diffusa per chi usa l’auto elettrica quotidianamente e ha bisogno di ricaricare in tempi più rapidi.

Quanto costa installarla

Una wallbox domestica di fascia media, con potenza intorno ai 7,4 kW adatta alla maggior parte delle utenze domestiche italiane, costa generalmente tra i 500 e i 900 euro per il solo dispositivo. A questo va aggiunto il costo di installazione, che comprende il collegamento all’impianto elettrico e l’eventuale posa di un nuovo cavo dedicato dal quadro elettrico al punto di ricarica, con un costo complessivo che si aggira tipicamente tra i 300 e i 700 euro aggiuntivi, a seconda della distanza e della complessità dell’intervento. Il costo totale, dispositivo più installazione, si colloca quindi generalmente tra gli 800 e i 1.600 euro per un’installazione domestica standard.

Il bonus colonnine domestiche

Il bonus colonnine domestiche, prorogato fino al 2030 con un decreto dedicato alla filiera automotive, prevede un contributo a fondo perduto pari all’80% delle spese sostenute per l’acquisto e l’installazione dell’infrastruttura di ricarica. Il tetto massimo del contributo è fissato a 1.500 euro per le persone fisiche e sale a 8.000 euro per gli interventi realizzati sulle parti comuni condominiali. A differenza di altre agevolazioni fiscali che si recuperano in dieci anni tramite detrazione IRPEF, questo bonus funziona come un vero e proprio rimborso diretto: si sostiene per intero la spesa e successivamente si riceve il bonifico del rimborso spettante.

Va segnalato che lo sportello per la presentazione delle nuove domande si è chiuso il 27 maggio 2025, ma il meccanismo resta comunque retroattivo sulle spese sostenute in una determinata finestra temporale: chi installa oggi una colonnina domestica non perde automaticamente il diritto al rimborso, ma è opportuno verificare con attenzione i requisiti temporali aggiornati direttamente sul portale del MIMIT prima di procedere.

Serve adeguare l’impianto elettrico di casa?

Nella maggior parte delle abitazioni italiane con un contatore da 3 kW, l’installazione di una wallbox ad alta potenza richiede una valutazione preventiva della potenza disponibile: caricare l’auto insieme all’uso contemporaneo di altri elettrodomestici energivori, come forno o lavatrice, può far scattare il distacco automatico del contatore se non gestito correttamente. Molte wallbox moderne integrano un sistema di gestione della potenza, chiamato load management, che riduce automaticamente la potenza di ricarica quando altri elettrodomestici sono in funzione, evitando il superamento della soglia contrattuale senza dover necessariamente richiedere un aumento di potenza al proprio fornitore di energia.

Installarla in condominio

Chi vive in condominio e vuole installare una colonnina di ricarica nel proprio posto auto ha diritto, secondo la normativa vigente, a farlo a proprie spese anche senza l’autorizzazione unanime dell’assemblea condominiale, salvo motivate ragioni tecniche che rendano l’intervento impossibile o pregiudizievole per la sicurezza dell’edificio. È comunque necessario comunicare formalmente l’intervento all’amministratore prima di procedere, e per gli interventi sulle parti comuni, come il potenziamento del contatore condominiale per più punti di ricarica, il bonus colonnine domestiche prevede il contributo maggiorato fino a 8.000 euro descritto in precedenza.

Domande frequenti

Posso ricaricare l’auto elettrica con una presa normale di casa?

È tecnicamente possibile con un cavo adatto, ma la ricarica risulta molto lenta e non è consigliabile per un uso quotidiano prolungato, sia per i tempi molto lunghi sia per motivi di sicurezza legati al carico continuativo su una presa non progettata per quello scopo.

Il bonus colonnine domestiche è ancora richiedibile oggi?

Lo sportello per le nuove domande si è chiuso il 27 maggio 2025, ma il contributo mantiene un meccanismo retroattivo su spese sostenute in determinati periodi. Verifica sempre lo stato aggiornato sul portale del MIMIT prima di installare.

Quanto tempo serve per ricaricare completamente l’auto con una wallbox?

Dipende dalla potenza della wallbox e dalla capacità della batteria dell’auto, ma con una wallbox da 7,4 kW una ricarica completa richiede generalmente tra le 6 e le 10 ore per la maggior parte delle auto elettriche in commercio.

Per approfondire, leggi anche la nostra guida sulla wallbox vs presa domestica e sull’auto elettrica vs benzina.