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Come funziona il cashback: cos’è e come guadagnare soldi sulle spese

cashback – Come funziona il cashback cos'è e come guadagnare

Il cashback è un meccanismo di rimborso che restituisce una percentuale della spesa sotto forma di denaro contante o credito. In italiano significa letteralmente “contanti di ritorno”: spendi 100 euro, ti tornano indietro 5. Non è uno sconto immediato, ma un rimborso posticipato che si accumula nel tempo e può valere decine o centinaia di euro l’anno se usato sistematicamente.

📌 In breve
Il cashback funziona su tre canali principali: carte di credito/debito con cashback integrato, app dedicate come Satispay e Shopback, e programmi fedeltà di negozi e piattaforme online. Le percentuali variano dall’1% al 15%. Con un po’ di organizzazione si possono recuperare 100-300 euro l’anno semplicemente pagando come si fa normalmente.

Indice

  1. Come funziona il cashback
  2. I tipi di cashback disponibili in Italia
  3. Cashback con le carte di credito e debito
  4. Le app di cashback più usate in Italia
  5. Cashback sugli acquisti online
  6. Il Cashback di Stato: com’è andata
  7. Domande frequenti

Come funziona il cashback

Il meccanismo è semplice. Quando paghi con un metodo abilitato al cashback — una carta, un’app o attraverso un portale specifico — il sistema registra la transazione e accredita una percentuale dell’importo speso su un conto o wallet dedicato. Raggiunti certi importi minimi, il cashback viene trasferito sul conto corrente o può essere usato per nuovi acquisti.

La logica commerciale dietro al cashback è quella della fidelizzazione. Le banche lo usano per incentivare l’uso delle loro carte. I siti di e-commerce lo usano per spingere gli acquisti attraverso i loro portali. I negozi lo usano per far tornare i clienti. Chi paga è sempre chi ha interesse a farti spendere da lui: tu incassi una piccola percentuale senza fare nulla di diverso rispetto a quello che faresti comunque.

Il cashback non è tassabile in Italia se si tratta di uno sconto o rimborso su spese già sostenute. Fa eccezione il Cashback di Stato, che aveva regole fiscali proprie.

I tipi di cashback disponibili in Italia

In Italia esistono quattro canali principali attraverso cui si ottiene cashback, con meccanismi e percentuali molto diversi tra loro.

Il primo è il cashback bancario, integrato direttamente nella carta di credito o debito. Alcune banche e fintech — come Revolut, Bunq, N26 o alcune carte premium di banche tradizionali — restituiscono una percentuale su tutti gli acquisti effettuati con la carta, senza bisogno di fare nulla di speciale. Le percentuali variano dall’1% al 3% per le offerte standard, con picchi fino al 5-10% su categorie selezionate o nei periodi promozionali.

Il secondo canale sono le app di cashback come Satispay (con il programma “Vantaggi”), Shopback, Rewardo e simili. Funzionano attivando offerte specifiche di negozi partner e pagando attraverso l’app o il suo link affiliato. Le percentuali sono spesso più alte rispetto alle carte — dal 5% al 15% su specifici negozi — ma richiedono di attivare l’offerta prima di fare l’acquisto.

Il terzo sono i programmi fedeltà dei negozi online. Amazon, con il suo programma Prime, offre cashback sulle ricariche del borsellino digitale. Booking.com, Expedia e altre piattaforme di viaggi offrono credito sui prossimi acquisti. I supermercati online hanno programmi punti con valore monetario reale.

Il quarto, ormai storico, è stato il Cashback di Stato, il programma governativo del 2021. Non è più attivo nella forma originale, ma ha introdotto per la prima volta in Italia molti cittadini al concetto di rimborso sui pagamenti elettronici.

Cashback con le carte di credito e debito

Le carte con cashback integrato sono il modo più automatico di recuperare denaro sulle spese quotidiane: basta usare la carta come si farebbe normalmente. Le migliori offerte in circolazione nel 2026 per il mercato italiano includono carte fintech come Revolut Premium (1% su tutti gli acquisti, con limiti mensili) e Bunq (cashback variabile su categorie), ma anche alcune carte di credito tradizionali di banche italiane con programmi punti convertibili in cashback.

Attenzione ai costi. Le carte con cashback più generoso spesso hanno un canone mensile o annuale. Se una carta costa 10 euro al mese ma restituisce il 2% sulle spese, ha senso solo se si spende almeno 500 euro al mese con quella carta — altrimenti il canone erode completamente il beneficio. Il calcolo è semplice: dividere il canone annuo per la percentuale di cashback per sapere qual è la soglia di spesa minima necessaria per andare in pareggio.

Alcune carte di debito (bancomat) delle banche online offrono cashback limitato ma senza canone, il che le rende sempre convenienti anche per chi spende poco con carta. Sono il punto di partenza ideale per chi si avvicina al mondo del cashback per la prima volta.

Le app di cashback più usate in Italia

Satispay è il caso più diffuso in Italia. Il programma “Vantaggi” offre cashback fino al 50% nei negozi partner, che vanno dalla grande distribuzione ai ristoranti locali fino ai servizi online. Funziona attivando l’offerta nell’app prima di fare l’acquisto e pagando con Satispay: il rimborso arriva direttamente sul saldo entro 24-48 ore. Non tutte le offerte sono disponibili ovunque, ma nelle grandi città la copertura è buona.

Shopback è una piattaforma che aggrega cashback di centinaia di negozi online. Si accede al sito del negozio tramite il link di Shopback e il cashback viene accreditato automaticamente dopo che l’acquisto viene confermato. Le percentuali variano molto: per i grandi brand di moda si parla dell’1-3%, per alcune piattaforme di viaggi si arriva al 5-8%. I tempi di accredito sono più lunghi (30-90 giorni) perché il cashback viene validato solo dopo che il reso non viene effettuato.

Esistono anche app più piccole come Rewardo e i programmi cashback integrati nelle super-app bancarie. Vale la pena controllare se la propria banca ha un programma di questo tipo: molte banche italiane offrono cashback su categorie specifiche (carburante, supermercati, farmacia) che si attiva direttamente dall’app della banca.

Cashback sugli acquisti online

Gli acquisti online sono il terreno più fertile per il cashback. Quasi tutti i grandi e-commerce hanno programmi di affiliazione che possono essere sfruttati tramite portali di cashback. Prima di comprare qualcosa online, vale la pena fare una rapida ricerca su Shopback o simili per vedere se quel negozio è convenzionato e a quale percentuale.

Per i viaggi, il cashback è particolarmente interessante. Piattaforme come Booking.com offrono un programma “Genius” con sconti progressivi, ma ci sono anche portali di cashback che restituiscono dal 4% all’8% sulla prenotazione di hotel e voli. Su una settimana in hotel da 800 euro, anche solo il 5% di cashback equivale a 40 euro restituiti — non è nulla.

Amazon ha il suo meccanismo: ricaricando il borsellino Amazon con carta di debito si ottiene periodicamente un bonus del 2-3% sul ricaricato. Non è cashback in senso stretto, ma il risultato pratico è simile per chi compra spesso su Amazon. Per altri consigli su come risparmiare sugli acquisti online leggi anche la guida su come capire se il prezzo è davvero scontato.

Il Cashback di Stato: com’è andata

Tra dicembre 2020 e giugno 2021 il governo italiano ha attivato il programma “Cashback di Stato”: chi pagava almeno 50 transazioni nei sei mesi con metodi elettronici riceveva il 10% di rimborso sulle spese, fino a un massimo di 150 euro a semestre. In più, i 100.000 cittadini con il maggior numero di transazioni ricevevano un “Super Cashback” da 1.500 euro.

Il programma è stato sospeso nel luglio 2021 per ragioni di costo eccessivo per le casse pubbliche e per alcune distorsioni del meccanismo (in molti facevano micro-pagamenti ripetuti per scalare la classifica del Super Cashback). Non è stato rinnovato nelle sue forme originali, ma ha contribuito ad accelerare in modo significativo la diffusione dei pagamenti elettronici in Italia. Per approfondire le abitudini di risparmio e investimento, leggi la guida su come investire i primi 1000 euro.

Tra i sistemi di pagamento digitale in crescita c’è Meta Pay, il wallet di Facebook/Instagram che permette pagamenti tra utenti e acquisti direttamente nelle app Meta.

Domande frequenti

Quanti soldi si possono recuperare con il cashback?

Dipende molto da quante carte e app si usano e da quanto si spende. Con una singola carta all’1% su 1.500 euro di spese mensili si recuperano circa 180 euro l’anno. Usando in modo intelligente app come Satispay per le spese nei negozi partner, si può arrivare a 300-500 euro annui senza cambiare le proprie abitudini di acquisto.

Il cashback è tassabile?

In Italia il cashback ottenuto da carte, app o programmi fedeltà privati non è tassabile perché viene considerato uno sconto o rimborso su spese già effettuate, non un reddito. Il Cashback di Stato del 2021 aveva invece un regime fiscale proprio definito dalla legge istitutiva.

C’è differenza tra cashback e punti fedeltà?

Sì. I punti fedeltà hanno un valore variabile e spesso si possono usare solo in modi specifici (sconti in negozio, premi a catalogo). Il cashback è denaro vero — o credito equivalente al denaro — che puoi usare liberamente. In generale il cashback è più flessibile e più facile da valorizzare rispetto ai programmi punti tradizionali.

Si possono combinare più programmi cashback sulla stessa spesa?

In alcuni casi sì. Se paghi con una carta che ha cashback integrato tramite il link di Shopback su un negozio convenzionato, puoi ricevere il cashback sia dalla carta che dalla piattaforma. Non tutti i programmi lo permettono esplicitamente, ma nella pratica non ci sono meccanismi che lo impediscano tecnicamente per gli acquisti online.

Perché ci vengono i brividi: la spiegazione scientifica

brividi – Perché ci vengono i brividi la spiegazione scientifica

Perché ci vengono i brividi: quella sensazione di pelle d’oca che arriva guardando un film del terrore, ascoltando una canzone che ti prende allo stomaco o sentendo un improvviso colpo d’aria fredda. Non è un capriccio del corpo — è uno dei meccanismi più antichi che abbiamo, e il fatto che risponda sia al freddo che alle emozioni intense dice molto sulla nostra storia evolutiva.

📌 In breve
I brividi sono causati dalla contrazione involontaria dei muscoli erettori dei peli, controllata dal sistema nervoso autonomo. Compaiono sia in risposta al freddo (per trattenere il calore) che alle emozioni forti (paura, musica, brividi da film). La risposta emotiva ha radici evolutive nei nostri antenati pelosi. Circa il 55% delle persone prova brividi dalla musica — si chiama “frisson” e indica un’alta connettività cerebrale.

Indice

  1. Il meccanismo: cosa succede nella pelle
  2. I brividi da freddo
  3. I brividi da emozione
  4. Perché la musica dà i brividi
  5. I brividi di paura e pericolo
  6. Cosa succede nel cervello durante i brividi
  7. Domande frequenti

Il meccanismo: cosa succede nella pelle

Ogni pelo del tuo corpo è circondato da un piccolo fascio muscolare chiamato muscolo erettore del pelo. Quando il sistema nervoso autonomo — quella parte del sistema nervoso che lavora senza che tu lo decida consciamente — invia un segnale di allerta, questi muscoli si contraggono tutti insieme in pochi millisecondi. Il risultato visivo è la cosiddetta pelle d’oca, in italiano, o goosebumps in inglese: migliaia di piccoli rilievi che appaiono sulla pelle nel giro di un istante.

Il segnale nervoso che scatena questa risposta parte dall’ipotalamo, la struttura cerebrale che regola temperatura corporea, emozioni e reazioni di stress. L’ipotalamo comunica con il sistema nervoso simpatico tramite fibre nervose che raggiungono ogni follicolo pilifero del corpo. Quando arriva il segnale — sia per il freddo che per un’emozione intensa — la risposta è immediata e involontaria: non puoi impedire i brividi più di quanto non puoi impedire di sobbalzare se qualcuno ti spaventa di sorpresa.

I brividi da freddo

La versione più antica e meglio compresa dei brividi è quella termica. Quando la temperatura corporea scende sotto la soglia di comfort, il corpo attiva due meccanismi paralleli per recuperare calore: il tremore muscolare (quella vibrazione continua dei muscoli che produce calore attraverso l’attrito) e l’erezione dei peli.

Quest’ultimo meccanismo — l’erezione dei peli in risposta al freddo — è un retaggio diretto dei nostri antenati e dei mammiferi pelosi in generale. Quando un animale con folta pelliccia alza i peli, crea uno strato d’aria intrappolata tra i peli stessi che funziona da isolante termico, esattamente come funziona il piumino o il pile tecnico. Negli esseri umani, dopo milioni di anni di riduzione progressiva della peluria corporea, questo meccanismo ha perso quasi completamente la sua utilità pratica — ma il sistema nervoso non lo sa, e lo attiva comunque.

I brividi da emozione

La cosa affascinante dei brividi umani è che non si limitano alla risposta al freddo. Li proviamo guardando una scena commovente, ascoltando un discorso che ci colpisce, assistendo a un gesto eroico o sentendo una melodia che ci tocca da qualche parte che non sappiamo nominare. Questo tipo di brivido si chiama in inglese chills o frisson (dal francese, “fremito”), ed è quasi esclusivamente umano tra i mammiferi.

L’ipotesi evolutiva più accreditata è che i brividi emotivi siano un “dirottamento” del meccanismo di allerta del freddo. Le situazioni di forte emozione — pericolo, eccitazione, connessione sociale intensa — attivano le stesse vie nervose del freddo nel sistema nervoso autonomo, producendo la stessa risposta fisica. Nel contesto evolutivo dei nostri antenati, avere la pelle d’oca durante un momento di pericolo o di forte eccitazione sociale potrebbe aver avuto un valore segnaletico verso il gruppo: era un segnale visibile di intensità emotiva.

Perché la musica dà i brividi

Non tutti provano brividi dalla musica. Le ricerche suggeriscono che circa il 55% delle persone li sperimenta almeno occasionalmente, mentre il restante 45% non li prova mai, nemmeno con la musica che preferisce. Questa differenza individuale è una delle più studiate nel campo della psicologia della musica.

Le persone che provano brividi dalla musica mostrano in media una maggiore connettività tra le aree uditive della corteccia e quelle emotive, in particolare l’amigdala e il nucleus accumbens — la struttura cerebrale coinvolta nella risposta al piacere e alla ricompensa. In altre parole, nel loro cervello l’elaborazione del suono è più profondamente integrata con l’elaborazione emotiva rispetto alla media.

La musica che più comunemente scatena brividi ha alcune caratteristiche ricorrenti: improvvise entrate di nuovi strumenti o voci, transizioni inaspettate di tono, ritardandi seguiti da accelerazioni, o semplicemente un momento di silenzio prima di un attacco potente. Il cervello interpreta questi momenti come “violazioni delle aspettative” — qualcosa di inatteso che spezza il pattern — e risponde con una scarica di dopamina. È la stessa molecola del piacere che si libera mangiando qualcosa di buono o ricevendo una notizia positiva.

I brividi di paura e pericolo

I brividi da paura sono la versione più visceralmente riconoscibile: quella sensazione che parte dalla nuca e scende lungo la schiena quando si sente un rumore strano di notte, o quando si guarda una scena di tensione in un film horror. È la risposta “freezing” del sistema nervoso simpatico, la stessa che fa stare fermi e in allerta a molti animali di fronte a un predatore.

In questo contesto, la pelle d’oca ha due possibili funzioni evolutive residue. La prima è quella di far sembrare l’animale (o il primate) più grande e minaccioso attraverso il pelo eretto — un meccanismo ancora chiaramente visibile nei gatti e nei cani. La seconda è quella di preparare il corpo all’azione: la scarica adrenalinica che accompagna i brividi di paura accelera il battito cardiaco, dilata le pupille e aumenta il flusso sanguigno ai muscoli. Il corpo si prepara a combattere o fuggire. Per capire meglio come il cervello gestisce emozioni e risposte automatiche, leggi anche l’articolo su come funziona il cervello umano.

Cosa succede nel cervello durante i brividi

Gli studi di neuroimaging hanno mostrato che durante i brividi emotivi si attivano contemporaneamente diverse aree cerebrali: l’amigdala (risposta emotiva), il nucleus accumbens (sistema della ricompensa), la corteccia prefrontale (elaborazione cognitiva) e il cervelletto (controllo motorio). È un’attivazione distribuita e coordinata che coinvolge quasi tutto il cervello in pochi istanti.

Una ricerca dell’Università di Harvard ha trovato che le persone che provano brividi dalla musica hanno più fibre nervose che collegano la corteccia uditiva alla corteccia prefrontale. Questo suggerisce che la capacità di provare brividi emotivi dalla musica non è solo una questione di sensibilità o personalità, ma ha basi anatomiche reali nel modo in cui il cervello è costruito. È un po’ come dire che alcune persone hanno letteralmente un cervello diverso nel modo in cui processa la musica — non meglio o peggio, semplicemente diversamente connesso.

Domande frequenti

È normale non provare mai brividi dalla musica?

Assolutamente sì. Circa il 45% delle persone non prova brividi dalla musica, e questo non indica nessuna mancanza di sensibilità o intelligenza emotiva. Significa semplicemente che le connessioni neurali tra area uditiva e sistema limbico sono organizzate diversamente. Chi non prova brividi musicali può comunque provare intense emozioni musicali, solo espresse in modo diverso.

I brividi da freddo e quelli da emozione sono la stessa cosa?

A livello del meccanismo periferico — la contrazione dei muscoli erettori dei peli — sì, sono identici. Cambiano il percorso nervoso di attivazione e le strutture cerebrali coinvolte: il freddo attiva prevalentemente l’ipotalamo termoregolatore, le emozioni attivano il sistema limbico e le strutture della ricompensa.

Perché i brividi partono spesso dalla nuca o dalla schiena?

Le aree dove i brividi si avvertono più intensamente — nuca, schiena, braccia — sono quelle con la maggiore densità di follicoli piliferi e muscoli erettori dei peli, e quelle più innervate dal sistema nervoso simpatico. La nuca in particolare è una zona evolutivamente sensibile agli stimoli di pericolo, da quando i nostri antenati dovevano monitorare le minacce alle spalle.

I brividi hanno sempre una causa emotiva o fisica precisa?

Non sempre. In alcuni casi i brividi compaiono in risposta a ricordi vividi, a odori che evocano qualcosa di forte, o persino a scene lette in un libro. Il cervello non distingue molto bene tra un’esperienza reale e una immaginata con sufficiente intensità: se il sistema limbico si attiva abbastanza, la risposta fisica segue.

Cosa vedere a Roma in 3 giorni: itinerario completo

Roma Colosseo – Cosa vedere a Roma itinerario completo

Cosa vedere a Roma è una domanda che sembra semplice ma non lo è affatto. La capitale italiana ha così tanta storia stratificata in ogni angolo che scegliere dove andare e in quanto tempo può diventare un’impresa. Questa guida ti porta attraverso tre giorni a Roma nel modo più sensato possibile: senza code infinite, senza saltare i posti che valgono davvero la pena, e con qualche posto meno conosciuto che ti farà innamorare della città.

📌 Articolo in breve
In tre giorni a Roma puoi vedere Colosseo e Foro Romano, i Musei Vaticani e la Cappella Sistina, Trastevere, Piazza Navona, il Pantheon, la Fontana di Trevi e Villa Borghese. Prenota sempre online in anticipo per Colosseo e Vaticano — le code senza prenotazione possono rubarti mezza giornata. Il miglior periodo per visitarla è aprile-maggio e settembre-ottobre.

Indice

  1. Quando andare a Roma
  2. Primo giorno: il cuore antico
  3. Secondo giorno: Vaticano e Trastevere
  4. Terzo giorno: il barocco e i giardini
  5. Consigli pratici e prenotazioni
  6. Dove mangiare: evitare le trappole turistiche
  7. Come muoversi in città
  8. Domande frequenti

Quando andare a Roma

Roma accoglie visitatori tutto l’anno, ma ci sono momenti decisamente migliori di altri. La primavera — aprile e maggio — è il periodo d’oro: temperature tra i 15 e i 22 gradi, le piazze coperte di glicine e wisteria, la città viva ma non ancora assediata dall’estate. Settembre e ottobre offrono condizioni simili, con il vantaggio delle ferie finite e meno turisti. La luce autunnale su Roma è qualcosa che vale da sola il viaggio.

L’estate è il periodo peggiore per un turista non abituato: luglio e agosto portano caldo soffocante (38-40 gradi sono frequenti), folle enormi ai siti principali e molti romani in vacanza, il che significa servizi ridotti e ristoranti di quartiere chiusi. Se vai d’estate, alzati prestissimo — le 7-8 del mattino al Colosseo o al Pantheon sono un’esperienza completamente diversa rispetto alle 11. L’inverno è tranquillo e i siti sono deserti, ma il rischio pioggia è alto e alcune zone della città perdono un po’ di vita.

Primo giorno: il cuore antico

Inizia dalla parte più antica della città, quella che ti fa capire fisicamente quanti secoli di storia sono sovrapposti qui. La mattina è per il Colosseo e il Foro Romano. Arriva entro le 8:30, appena aperto: la luce mattutina sul Colosseo è spettacolare e la folla è ancora gestibile. La prenotazione online è obbligatoria — compra i biglietti sul sito ufficiale dei Parchi Archaeologici di Roma almeno una settimana prima, soprattutto in primavera. Il biglietto include anche il Foro Romano e il Palatino, e puoi usarlo nell’arco della giornata.

Dedica almeno un’ora al Colosseo e un’altra al Foro Romano. Il Foro è forse la parte più sottovalutata: camminare tra le rovine del centro politico dell’Impero Romano, immaginare le basiliche, i templi e gli archi di trionfo com’erano, è un’esperienza che nessun museo riesce a replicare. Come abbiamo raccontato nell’articolo su le invenzioni dei romani, molto di quello che vediamo intorno a noi ha radici in questa civiltà — e il Foro è il posto migliore per toccarlo con mano.

Nel pomeriggio, cammina verso il Circo Massimo e poi su verso l’Aventino. Qui c’è uno dei trucchi più belli di Roma: il buco della serratura del Priorato dei Cavalieri di Malta. Sembra una cosa da niente, ma attraverso quella piccola apertura nella porta verde si vede il Giardino dei Cavalieri di Malta con in fondo, perfettamente centrata, la cupola di San Pietro. È una prospettiva pianificata da Piranesi nel ‘700 ed è gratis. Il Giardino degli Aranci sull’Aventino, nelle vicinanze, ha una delle viste più belle di Roma e praticamente nessuno ci va.

Finisci il pomeriggio a Testaccio, il quartiere più romano di Roma. Niente attrazioni turistiche, solo vita vera: il vecchio mattatoio trasformato in spazio culturale, il Mercato di Testaccio con i fornitori locali, le trattorie dove si mangia come una volta. Lontano un chilometro dai turisti, prezzi dimezzati rispetto al centro.

Secondo giorno: Vaticano e Trastevere

Il Vaticano è imprescindibile ma richiede organizzazione. I Musei Vaticani con la Cappella Sistina sono tra i musei più visitati al mondo — circa 7 milioni di visitatori l’anno — e senza prenotazione le code possono superare le due ore. Prenota sul sito ufficiale dei Musei Vaticani e scegli l’ingresso delle 8:00, il primo disponibile. Arriva cinque minuti prima: i corridoi della Galleria delle Carte Geografiche e della Galleria degli Arazzi sono quasi deserti a quell’ora, e puoi percorrerli con calma prima che arrivino i gruppi guidati.

La Cappella Sistina è il momento clou, ovviamente. I capolavori di Michelangelo — il Giudizio Universale sulla parete d’altare, la Creazione di Adamo sul soffitto — sono qualcosa che non smette mai di impressionare. Contate almeno 15-20 minuti per guardarla senza fretta, poi uscite dalla porta laterale che porta direttamente nella Basilica di San Pietro, evitando il re-ingresso dalla piazza. Visita alla Basilica, salita alla cupola se le gambe reggono (la vista su Roma vale lo sforzo), poi un caffè in Borgo Pio.

Il pomeriggio è per Trastevere. Attraversa il Tevere — a piedi dal Vaticano sono circa 20 minuti — e immergiti nel quartiere più caratteristico della città. Le stradine acciottolate, il suono delle fontane, i panni stesi tra i palazzi color ocra: Trastevere è quello che la maggior parte dei turisti cerca a Roma e trova invece in pochi posti. La Basilica di Santa Maria in Trastevere, con i suoi mosaici del XII secolo, è una delle chiese più belle della città — e l’ingresso è gratuito. Al tramonto siediti ai tavolini fuori da uno dei bar storici della piazza principale e guarda la gente passare.

Terzo giorno: il barocco e i giardini

Il terzo giorno è per il cuore barocco della città. Inizia dalla Fontana di Trevi, che è meglio visitare prima delle 8 del mattino o dopo le 21 di sera: di giorno è circondata da una folla così compatta che l’esperienza diventa frustrante. Di notte è illuminata e il rumore dell’acqua copre quello della città. La moneta si lancia con la mano destra passandola sopra la spalla sinistra — tradizione rispettata dal 1954 grazie al film “Tre soldi nella fontana”.

Da lì a piedi si arriva alla Galleria Borghese in circa 25 minuti. Il museo è tecnicamente straordinario: le sculture di Bernini — Apollo e Dafne, il Ratto di Proserpina, Enea e Anchise — sono tra le cose più belle che l’umanità abbia mai prodotto in marmo. Ma soprattutto la Galleria Borghese ha un sistema di prenotazione obbligatoria a ingressi scaglionati: massimo 360 persone alla volta, ogni due ore. Non c’è ressa, non c’è confusione. Prenota online con almeno una settimana di anticipo. È quasi impossibile entrarci senza prenotazione.

Il pomeriggio è per le piazze. Piazza Navona, costruita sullo stadio di Domiziano, con la Fontana dei Quattro Fiumi di Bernini al centro: puoi leggere la nostra storia dettagliata nella guida a Piazza Navona. Il Pantheon, a cinque minuti a piedi, richiede ora un biglietto d’ingresso (5 euro), ma ne vale ogni centesimo: la cupola con il suo occhio aperto verso il cielo non cessa mai di sorprendere, ed è il monumento romano meglio conservato dell’antichità. Finisci con un gelato in Campo de’ Fiori e una passeggiata serale verso il Ghetto Ebraico, uno dei quartieri più antichi e affascinanti della città.

Consigli pratici e prenotazioni

Prenota Colosseo, Musei Vaticani e Galleria Borghese appena sai le date del tuo viaggio. Questi tre si esauriscono con settimane di anticipo nei periodi di alta stagione. Tutti gli altri — Pantheon, chiese, musei minori — si gestiscono on the go senza problemi. Porta scarpe comode senza eccezione: Roma si visita a piedi, su sampietrini scomodi, e in tre giorni fai facilmente 20-25 km al giorno.

La Roma Pass (acquistabile online o alle biglietterie) dà accesso gratuito o ridotto a diversi musei e trasporto pubblico illimitato. Conviene se prevedi di usare molto la metro e l’autobus. Tuttavia, per la maggior parte dei turisti che visitano principalmente le grandi attrazioni, fare i conti singolarmente risulta spesso più conveniente.

Dove mangiare: evitare le trappole turistiche

La regola d’oro a Roma è questa: se il menu ha le foto dei piatti e c’è un uomo fuori dalla porta che ti invita ad entrare, girati e vai altrove. I migliori posti di Roma non si pubblicizzano, si trovano. I quartieri dove mangiare bene senza spendere una fortuna sono Testaccio, Pigneto, Prati (non vicino al Vaticano ma nel vero quartiere) e l’Ostiense.

La cucina romana ha alcuni piatti che non trovi altrettanto bene altrove: carbonara (solo pancetta o guanciale, pecorino, uova e pepe — niente panna), cacio e pepe, amatriciana, coda alla vaccinara, supplì (non arancini, quello è siciliano). Un buon indicatore di autenticità è la presenza di queste preparazioni nel menu, senza varianti creative o ingredienti esotici. I prezzi di un pasto completo in una trattoria autentica fuori dai circuiti turistici si aggirano tra i 20 e i 30 euro a persona.

Come muoversi in città

Roma centrale si gira benissimo a piedi. I grandi siti — Colosseo, Foro Romano, Circo Massimo, Campidoglio, Pantheon, Piazza Navona, Campo de’ Fiori, Fontana di Trevi — sono tutti entro un raggio di 2-3 km. Il Vaticano dista circa 3 km dal centro storico. La metropolitana ha solo due linee principali (A e B) e non copre bene il centro storico, ma la linea A è utile per spostarsi tra la stazione Termini e il Vaticano (fermata Ottaviano) o per arrivare a Villa Borghese (fermata Spagna). Gli autobus coprono tutta la città ma sono lenti nel traffico. I monopattini elettrici in sharing sono ovunque e comodi per spostamenti di media distanza.

Se stai pianificando altri itinerari nel Nord Italia, la guida su cosa vedere a Mantova in un giorno offre un itinerario completo per una delle città più belle della Lombardia.

Domande frequenti

Quanto tempo ci vuole per visitare Roma?

Tre giorni sono il minimo per vedere i siti principali con calma. Con una settimana puoi esplorare anche i quartieri periferici (EUR, Ostia Antica, i Castelli Romani) e avere il ritmo giusto per assaporare davvero la città senza correre da un monumento all’altro.

Quanto costa visitare Roma?

Il Colosseo con Foro Romano e Palatino costa 18 euro. I Musei Vaticani 20 euro. La Galleria Borghese 15 euro. Il Pantheon 5 euro. Moltissime chiese e piazze — tra cui Piazza Navona, Fontana di Trevi (solo guardarla è gratis), il Trastevere — non costano nulla. Con 60-70 euro di ingressi e un budget di 30-40 euro al giorno per il cibo, un soggiorno di tre giorni è accessibile.

È pericoloso girare di sera a Roma?

Roma di sera è vivace e sicura nelle zone centrali e turistiche. Come in ogni grande città, occorre attenzione ai borseggiatori nelle zone molto affollate (stazione Termini, autobus affollati, fila al Colosseo) e nei pressi delle principali attrazioni. Trastevere e il centro storico di notte sono animati e frequentati, non ci sono zone particolarmente rischiose per un turista normale.

Qual è il periodo meno affollato per visitare Roma?

Gennaio e febbraio sono i mesi con meno turisti, ma anche con più probabilità di pioggia e giornate grigie. Novembre è un buon compromesso: folla ridotta, temperature ancora accettabili (10-15 gradi), e la città ha una luce bellissima nelle giornate terse. Evita assolutamente il Ferragosto se vuoi trovare i ristoranti locali aperti.

Come funziona lo SPID: cos’è, come si attiva e dove si usa

spid – Come funziona lo SPID attivazione e dove si usa

SPID — Sistema Pubblico di Identità Digitale — è la chiave d’accesso ai servizi online della Pubblica Amministrazione italiana. Con un unico nome utente e password puoi accedere a INPS, Agenzia delle Entrate, fascicolo sanitario, portale del tuo Comune e centinaia di altri servizi senza dover creare credenziali diverse per ogni sito. Se non ce l’hai ancora nel 2026, stai perdendo tempo ogni volta che hai bisogno di fare qualcosa con lo Stato.

📌 Articolo in breve
SPID è gratuito (i provider base non fanno pagare) e si attiva in pochi minuti con un documento d’identità e il codice fiscale. Esistono tre livelli di sicurezza, ma per quasi tutti i servizi basta il livello 1 o 2. I principali provider sono Poste Italiane, Aruba, TIM e Infocert. Una volta attivato, funziona su tutti i siti della PA e su molti privati convenzionati.

Indice

  1. Cos’è lo SPID e a cosa serve
  2. I tre livelli di SPID
  3. I provider accreditati
  4. Come attivare lo SPID
  5. Dove si usa lo SPID
  6. SPID vs CIE: qual è meglio?
  7. Problemi comuni e soluzioni
  8. Domande frequenti

Cos’è lo SPID e a cosa serve

Prima del 2016, ogni ente pubblico italiano aveva il suo sistema di accesso: password diverse per l’INPS, credenziali diverse per l’Agenzia delle Entrate, ancora altre per il Comune. Un caos che costava tempo e portava la gente agli sportelli fisici per operazioni che si potevano fare online. Lo SPID nasce per risolvere questo problema: un’identità digitale unica, riconosciuta da tutti gli enti pubblici e da un numero crescente di privati.

In termini tecnici, SPID è un sistema di autenticazione federata: i tuoi dati di identità sono verificati e custoditi da un “gestore dell’identità digitale” (chiamato Identity Provider, o IdP) accreditato dall’AGID, l’Agenzia per l’Italia Digitale che supervisiona il sistema. Quando accedi a un servizio con SPID, il sito chiede conferma al tuo provider che tu sia chi dici di essere. Il sito non vede mai la tua password — la vede solo il provider.

Oggi lo SPID è usato da oltre 36 milioni di italiani e dà accesso a più di 16.000 servizi. Dall’INPS per vedere la propria posizione previdenziale e fare domanda di sussidi, all’Agenzia delle Entrate per la dichiarazione precompilata e il cassetto fiscale, al portale del fascicolo sanitario per vedere referti ed esami, fino al 730 precompilato. Senza SPID (o CIE) molte di queste operazioni richiedono ancora di presentarsi di persona.

I tre livelli di SPID

Lo SPID prevede tre livelli di sicurezza crescente, pensati per adattarsi alla sensibilità dei servizi cui si vuole accedere. Il livello 1 è il più semplice: accedi solo con nome utente e password. È sufficiente per servizi a basso rischio, come consultare informazioni pubbliche o scaricare moduli. Pochissimi servizi reali si accontentano del livello 1.

Il livello 2 aggiunge un secondo fattore di autenticazione (2FA): dopo aver inserito username e password, ricevi un codice temporaneo via SMS o tramite un’app sul telefono, oppure usi un’app di autenticazione dedicata del provider. È il livello usato per la stragrande maggioranza dei servizi: INPS, Agenzia delle Entrate, prenotazioni sanitarie, bonus statali. È quello che userai nel 99% dei casi. Il livello 3 è il più sicuro e richiede un dispositivo fisico come una smart card o un token hardware. È riservato a servizi ad altissima sensibilità e praticamente mai richiesto al cittadino comune.

I provider accreditati

In Italia ci sono otto provider SPID accreditati. I più usati sono Poste Italiane (PosteID), Aruba ID, TIM id e Infocert ID. La scelta del provider non incide molto sull’esperienza d’uso: lo SPID funziona allo stesso modo su tutti i siti indipendentemente da quale provider hai scelto. La differenza sta nella procedura di attivazione e in eventuali servizi aggiuntivi a pagamento.

PosteID di Poste Italiane è il più diffuso, grazie alla capillarità degli uffici postali dove si può fare il riconoscimento di persona. Aruba offre attivazione completamente online, comoda per chi non vuole uscire di casa. TIM id è conveniente per chi è già cliente TIM. Infocert ha una lunga esperienza nel settore e propone soluzioni sia per privati che per aziende. Tutti i provider base offrono lo SPID base gratuitamente — nessuno può farti pagare per avere le credenziali SPID standard.

Alcuni provider offrono versioni “premium” a pagamento con servizi aggiuntivi come firma digitale inclusa, notifiche SMS avanzate o supporto prioritario. Per l’uso quotidiano della PA, la versione gratuita è più che sufficiente.

Come attivare lo SPID

L’attivazione richiede una carta d’identità o passaporto validi, il codice fiscale, un numero di telefono cellulare e un indirizzo email. Il punto cruciale è il riconoscimento dell’identità: il provider deve verificare che tu sia veramente la persona che stai registrando. Le modalità di riconoscimento variano da provider a provider.

Il riconoscimento di persona presso uno sportello fisico (uffici postali, tabaccai convenzionati, banche partner) è il metodo più tradizionale. Porti il documento, l’operatore verifica, e lo SPID viene attivato. L’alternativa più moderna è il riconoscimento via webcam, dove un operatore del provider ti vede in videochiamata e verifica il documento in tempo reale. Alcune piattaforme usano il riconoscimento tramite CIE (Carta d’Identità Elettronica) con NFC: avvicini la carta al telefono, l’app legge il chip e completa il riconoscimento in automatico. Quest’ultimo è probabilmente il metodo più rapido se hai già la CIE e uno smartphone con NFC.

Dopo il riconoscimento, il processo di creazione delle credenziali è semplice: scegli username e password seguendo i requisiti di sicurezza del provider, configuri il secondo fattore di autenticazione (solitamente un’app sul telefono), e sei pronto. L’intera procedura online con riconoscimento via CIE può richiedere meno di 15 minuti.

Dove si usa lo SPID

I servizi pubblici principali accessibili con SPID coprono praticamente tutto il rapporto tra cittadino e Stato. Sul sito INPS puoi controllare i contributi versati, fare domanda per la Naspi, consultare le prestazioni, simulare la pensione futura. Sul portale dell’Agenzia delle Entrate accedi alla dichiarazione 730 precompilata, al cassetto fiscale, alla fattura elettronica se hai una partita IVA. Sul Fascicolo Sanitario Elettronico trovi referti, ricette, esenzioni e la storia clinica.

Altri servizi importanti: il portale NoiPA per i dipendenti pubblici, il sito del Ministero dell’Istruzione per pratiche scolastiche e universitarie, il portale ANPR per i certificati anagrafici digitali (non serve più andare al Comune per la maggior parte dei certificati), e il portale pagopa.gov.it per i pagamenti alla PA. Molti Comuni hanno i loro portali accessibili con SPID per tributi locali come l’IMU, per prenotare appuntamenti agli sportelli, per richiedere autorizzazioni e permessi.

Anche sul versante privato lo SPID si sta espandendo. Alcune banche, piattaforme assicurative e utilities lo accettano come metodo di accesso e identificazione, eliminando la necessità di caricare documenti manualmente. Per approfondire la sicurezza online, leggi anche la nostra guida su come funziona una VPN — uno strumento complementare per proteggere la propria identità digitale.

SPID vs CIE: qual è meglio?

Dal 2021 anche la Carta d’Identità Elettronica (CIE) permette di accedere ai servizi digitali della PA. I due sistemi sono alternativi e complementari: se hai entrambi, puoi scegliere quale usare per accedere a ciascun servizio (quando entrambi sono supportati). Se ne hai solo uno, funziona comunque per la grande maggioranza dei servizi.

La CIE ha il vantaggio di essere già in possesso di quasi tutti i cittadini maggiorenni (viene rilasciata dal Comune) e non richiede attivazione separata: basta abilitarla per l’accesso ai servizi tramite l’app CieID. Lo svantaggio è che l’autenticazione tramite NFC richiede uno smartphone compatibile e un PIN che molti si dimenticano. Lo SPID è più immediato da usare su computer, ma richiede un’attivazione separata.

Il governo sta progressivamente unificando i due sistemi sotto un’unica piattaforma IT-Wallet, ma nel 2026 coesistono ancora separatamente. Per chi non ha ancora né l’uno né l’altro, lo SPID rimane la scelta più pratica grazie alla facilità d’uso su qualsiasi dispositivo.

Problemi comuni e soluzioni

Il problema più frequente è la perdita delle credenziali o del telefono registrato come secondo fattore. In questi casi bisogna contattare il proprio provider per il recupero: la procedura varia, ma in genere richiede di dimostrare la propria identità attraverso un documento. Non è un processo immediato, quindi è buona norma tenere aggiornati i dati di recupero sul portale del provider.

Un altro problema comune è lo SPID bloccato per troppi tentativi di accesso sbagliati. La soluzione è aspettare il tempo di sblocco automatico (di solito 30-60 minuti) o contattare il supporto del provider. Se cambi numero di telefono, aggiorna subito il secondo fattore sul portale del provider prima che il vecchio numero smetta di funzionare: ritrovarsi con SPID bloccato perché il numero SMS non è più attivo è uno scenario molto comune e fastidioso da risolvere.

Domande frequenti

Lo SPID costa qualcosa?

No, l’attivazione dello SPID base è gratuita per tutti i provider accreditati. La legge italiana vieta di far pagare per le credenziali SPID standard. Esistono servizi premium opzionali a pagamento (come la firma digitale remota abbinata), ma sono completamente facoltativi.

Posso avere SPID con due provider diversi?

Sì, è possibile e anche consigliato come backup. Lo SPID rilasciato da provider diversi è indipendente: se perdi le credenziali di uno, hai ancora l’altro come accesso di emergenza. I dati anagrafici sono gli stessi, ma le credenziali (username e password) sono diverse per ciascun provider.

Lo SPID ha una scadenza?

Lo SPID in sé non ha scadenza, ma se non lo usi per un periodo prolungato (di solito 24 mesi), il provider può disattivarlo per inattività. Alcuni provider richiedono anche di rinnovare periodicamente la verifica del documento d’identità. Riceverai comunque un avviso prima della disattivazione.

Posso usare lo SPID anche dall’estero?

Sì, lo SPID funziona da qualsiasi paese del mondo, purché tu abbia accesso a internet e al dispositivo registrato come secondo fattore. È particolarmente utile per gli italiani residenti all’estero che devono accedere ai servizi della PA italiana da remoto.

Lo SPID è sicuro?

Il sistema SPID ha un livello di sicurezza elevato, comparabile o superiore ai sistemi bancari online. Il punto debole, come in tutti i sistemi digitali, è l’utente: usare password deboli, non avere il secondo fattore attivo o cadere in truffe di phishing sono i rischi principali. Attivare sempre il livello 2 (doppio fattore) è fondamentale. Come spieghiamo nella guida su come funziona il dark web, le credenziali rubate vengono spesso vendute online — per questo usare una password unica e forte per lo SPID è essenziale.

IMU 2026: cos’è, chi la paga e come si calcola

imu – IMU 2026 cos'è chi la paga e come si calcola

IMU — Imposta Municipale Propria — è una di quelle tasse che molti italiani pagano ogni anno senza capire del tutto come funziona. Chi deve versarla, chi ne è esente, come si calcola l’importo e quando scadono le rate: sono domande che tornano puntualmente ogni giugno e dicembre. Questa guida risponde a tutte, con i dati aggiornati al 2026.

📌 Articolo in breve
L’IMU si paga sugli immobili diversi dall’abitazione principale. La prima rata scade il 16 giugno, il saldo il 16 dicembre. Il calcolo parte dalla rendita catastale, si moltiplica per un coefficiente e poi per l’aliquota fissata dal Comune. Chi abita nella propria casa di proprietà (abitazione principale non di lusso) è esente. I proprietari di seconde case, negozi, terreni e capannoni pagano.

Indice

  1. Cos’è l’IMU e chi la paga
  2. Chi è esente dall’IMU
  3. Come si calcola l’IMU
  4. Aliquote IMU 2026
  5. Scadenze e come si paga
  6. Casi particolari: affitti, coniugi separati, immobili rurali
  7. Riduzioni e agevolazioni
  8. Domande frequenti

Cos’è l’IMU e chi la paga

L’IMU è un’imposta patrimoniale locale che si applica agli immobili. Introdotta nel 2012 come sostituta dell’ICI (Imposta Comunale sugli Immobili), è gestita dai Comuni italiani che, entro certi limiti stabiliti dalla legge nazionale, possono fissare le proprie aliquote. Il gettito va quasi interamente al Comune dove si trova l’immobile, con una quota riservata allo Stato sugli immobili produttivi.

Pagano l’IMU i proprietari di immobili (o i titolari di altri diritti reali come usufrutto, uso, abitazione, enfiteusi, superficie) su tutti gli immobili che possiedono tranne l’abitazione principale non di lusso. Questo significa che se hai una sola casa dove vivi, non paghi. Se hai una seconda casa, un garage non pertinenziale, un negozio, un ufficio, un capannone, un terreno agricolo o edificabile, paghi l’IMU su di essi.

Dal 2020, con la riforma che ha unificato IMU e TASI, l’imposta è stata semplificata. La TASI — che era la tassa sui servizi indivisibili — è stata assorbita nell’IMU, e oggi esiste un’unica imposta sugli immobili. Le aliquote massime che i Comuni possono applicare sono state rimodulate di conseguenza.

Chi è esente dall’IMU

L’esenzione più importante riguarda l’abitazione principale. Per abitazione principale si intende l’immobile in cui il proprietario (o il nucleo familiare) ha sia la residenza anagrafica sia la dimora abituale. Attenzione: devono esserci entrambe le condizioni. Se sei residente in una casa ma di fatto vivi altrove, tecnicamente non hai diritto all’esenzione, anche se in pratica questi controlli sono rari.

Dal 2024 la situazione per le coppie con residenze diverse è cambiata. La norma oggi prevede che per ogni nucleo familiare solo un immobile possa beneficiare dell’esenzione abitazione principale, anche se i coniugi risiedono in Comuni diversi. Questa modifica ha eliminato il “doppio beneficio” che alcune famiglie sfruttavano in passato iscrivendo i due coniugi in Comuni differenti per esentare entrambi gli immobili.

Sono esenti anche le pertinenze dell’abitazione principale, ma solo una per categoria catastale: una cantina (C/2), un garage (C/6) e una tettoia (C/7). Se hai due box auto, uno è esente e uno paga. Sono esenti gli immobili di cooperative edilizie a proprietà indivisa adibiti ad abitazione principale dei soci, gli alloggi sociali, le abitazioni degli anziani o disabili ricoverati in istituti di cura (a determinate condizioni), le abitazioni assegnate dagli IACP e gli immobili degli enti non commerciali usati per finalità istituzionali.

Come si calcola l’IMU

Il calcolo dell’IMU si articola in tre passaggi. Prima si trova la rendita catastale dell’immobile, indicata nella visura catastale (reperibile gratuitamente sul sito dell’Agenzia delle Entrate con le credenziali SPID o CIE). Poi si rivaluta quella rendita del 5% — una maggiorazione fissa prevista dalla legge. Infine si moltiplica per il coefficiente moltiplicatore della categoria catastale dell’immobile.

I coefficienti moltiplicatori principali sono: 160 per le abitazioni (categoria A, escluso A/10), 140 per i fabbricati rurali e le costruzioni nelle categorie C/2, C/6 e C/7 (cantine e garage), 80 per gli uffici (A/10 e D/5), 65 per i negozi e locali commerciali (C/1), 55 per i capannoni industriali e commerciali (categoria D, escluso D/5). Il risultato di questi calcoli è la base imponibile. Applicando l’aliquota deliberata dal Comune si ottiene l’IMU annua dovuta.

Esempio concreto: un appartamento con rendita catastale di 500 euro. Rivalutazione del 5%: 500 × 1,05 = 525 euro. Moltiplicazione per il coefficiente abitazioni: 525 × 160 = 84.000 euro di base imponibile. Con un’aliquota del 10,6 per mille (0,0106): 84.000 × 0,0106 = 890,40 euro di IMU annua. La prima rata a giugno è pari al 50% dell’imposta calcolata con le aliquote dell’anno precedente: 445,20 euro. Il saldo a dicembre si calcola con le aliquote definitive del 2026.

Aliquote IMU 2026

La legge nazionale fissa un’aliquota di base e un massimale entro cui i Comuni possono muoversi. Per le abitazioni diverse dalla principale, l’aliquota di base è del 8,6 per mille (0,86%), con possibilità per i Comuni di aumentarla fino al 10,6 per mille o ridurla fino a zero. Per gli immobili produttivi (categorie D), l’aliquota di base è del 7,6 per mille, con una quota dello 0,76 per mille riservata allo Stato che i Comuni non possono toccare.

Le aliquote effettive variano moltissimo da Comune a Comune. Per sapere l’aliquota esatta del tuo Comune, puoi consultare il portale del Ministero dell’Economia e delle Finanze (MEF) oppure il sito del Comune stesso. Alcuni grandi Comuni applicano l’aliquota massima sulle seconde case, altri la tengono più bassa per incentivare la locazione. Verificare l’aliquota aggiornata prima di calcolare l’imposta è essenziale, perché un errore porta a versamenti sbagliati che il Comune può contestare.

Scadenze e come si paga

L’IMU si paga in due rate. La prima scade il 16 giugno ed è pari al 50% dell’imposta calcolata in base alle aliquote dell’anno precedente. Il saldo scade il 16 dicembre e si calcola applicando le aliquote definitive dell’anno in corso, sottraendo quanto già versato a giugno. Se le aliquote non cambiano, le due rate sono sostanzialmente uguali.

Il pagamento avviene tramite modello F24, compilabile online attraverso i siti delle banche, il portale dell’Agenzia delle Entrate o alcuni servizi di intermediazione. I codici tributo da usare sono specifici per ogni tipologia di immobile e per la distinzione tra quota comunale e quota statale. Gli uffici postali e alcuni Comuni offrono il pagamento diretto con bollettino precompilato. Dal 2024 è disponibile anche il servizio “IMU precompilata” per alcune categorie di contribuenti, che semplifica ulteriormente il pagamento.

Chi non paga entro le scadenze incorre in sanzioni. Con il ravvedimento operoso — strumento che permette di regolarizzare autonomamente i pagamenti tardivi — le sanzioni sono ridotte. Entro 14 giorni dalla scadenza la sanzione è dell’1%. Entro 30 giorni è del 1,5%. Entro 90 giorni è del 1,67%. Oltre i 90 giorni la sanzione sale al 3,75%. Gli interessi di mora si aggiungono e si calcolano al tasso legale vigente. Come per il 730, è sempre meglio regolarizzare spontaneamente che aspettare un avviso di accertamento.

Casi particolari: affitti, coniugi separati, immobili rurali

Chi affitta un immobile a canone concordato (ex legge 431/98) ha diritto a una riduzione dell’IMU del 25%: paga il 75% dell’imposta ordinaria. È un’agevolazione pensata per incentivare i proprietari a locare a prezzi calmierati. Gli immobili affittati a canone libero non hanno riduzioni, ma il proprietario paga comunque l’IMU perché non ci abita come abitazione principale.

Per i coniugi separati o divorziati, le regole sono cambiate di recente. Dopo la sentenza della Corte Costituzionale del 2022 e le successive modifiche normative, il genitore assegnatario della casa familiare (che non ne è necessariamente proprietario) può beneficiare dell’esenzione abitazione principale. Il genitore non assegnatario che ha la proprietà ma non ci abita paga invece l’IMU come seconda casa.

I terreni agricoli godono di esenzione IMU se condotti direttamente dai coltivatori diretti e dagli imprenditori agricoli professionali iscritti alla previdenza agricola. I fabbricati rurali strumentali all’attività agricola (stalle, magazzini, ricoveri attrezzi) pagano una quota ridotta. I terreni edificabili pagano invece l’IMU sulla base del valore venale (di mercato), non della rendita catastale, che spesso è molto più alta — motivo per cui i proprietari di terreni edificabili rientrano tra i contribuenti IMU con importi più significativi.

Riduzioni e agevolazioni

Oltre al canone concordato, esistono altre riduzioni previste dalla legge o facoltative per i Comuni. Gli immobili inagibili o inabitabili — purché lo stato sia comprovato da perizia tecnica — hanno diritto a una riduzione del 50% della base imponibile. Lo stesso vale per gli immobili di interesse storico o artistico sottoposti a vincolo.

I Comuni, a propria discrezione, possono introdurre ulteriori agevolazioni: esenzione o aliquota ridotta per anziani residenti all’estero su un immobile in Italia, per immobili dati in comodato gratuito a figli o genitori (riduzione del 50% se rispettate le condizioni), per immobili locati come abitazione principale dall’inquilino in determinate categorie reddituali. Queste agevolazioni facoltative variano da Comune a Comune e richiedono spesso una domanda esplicita, non vengono applicate automaticamente. Verificale sempre sul sito del tuo Comune prima di pagare, potresti avere diritto a riduzioni che non hai mai richiesto. Per una gestione complessiva della fiscalità immobiliare, è utile leggere anche il nostro articolo su come funziona il bollo auto, un altro tributo locale spesso incompreso.

Agevolazioni correlate all’IMU

Chi affitta gli immobili a lungo termine può beneficiare di una riduzione del 25% sull’IMU scegliendo il contratto a canone concordato — una scelta che si lega direttamente all’opzione della cedolare secca al 10%. Chi invece ristruttura la prima casa può contare sul bonus ristrutturazione 2026 al 50%, che non interferisce con l’IMU ma migliora il valore catastale e quindi potenzialmente quello fiscale dell’immobile.

Domande frequenti

Se ho una casa al mare usata solo d’estate, pago l’IMU?

Sì, senza eccezioni. Una casa al mare, in montagna o in campagna che non è la tua abitazione principale paga l’IMU come seconda casa, anche se ci vai solo due settimane l’anno. L’unico modo per non pagarla è che quella diventi la tua abitazione principale con residenza anagrafica.

I box e i garage pagano l’IMU?

Dipende. Un box pertinenziale dell’abitazione principale (uno per categoria) è esente insieme all’abitazione principale. Un box in eccesso rispetto alla pertinenza, o un box pertinenziale di una seconda casa, paga l’IMU come immobile autonomo.

Cosa succede se calcolo male l’IMU e pago meno del dovuto?

Il Comune può accertare la differenza entro 5 anni dalla scadenza del pagamento. Se il calcolo errato è involontario, puoi usare il ravvedimento operoso per pagare la differenza con sanzioni ridotte prima di ricevere un accertamento. Dopo l’accertamento, le sanzioni ordinarie sono del 30%.

Posso detrarre l’IMU dalla dichiarazione dei redditi?

L’IMU sulle abitazioni non è deducibile dall’IRPEF. L’IMU sugli immobili strumentali all’attività d’impresa o professionale è invece deducibile al 50% ai fini IRES e IRPEF. Per i lavoratori autonomi con un ufficio di proprietà, è quindi importante tenerla in contabilità.

Chi paga l’IMU in caso di usufrutto?

Il soggetto passivo IMU è l’usufruttuario, non il nudo proprietario. Chi ha l’usufrutto sull’immobile ne ha il godimento e paga l’imposta. Il nudo proprietario non deve nulla finché dura l’usufrutto. Alla morte dell’usufruttuario l’immobile torna in piena proprietà all’erede e la situazione cambia.

Pressione alta: valori normali, cause e cosa fare

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Pressione alta — tecnicamente ipertensione arteriosa — è una condizione che in Italia colpisce circa 15 milioni di adulti, ma almeno un terzo di loro non lo sa. Si chiama il “killer silenzioso” proprio perché nella maggior parte dei casi non dà sintomi evidenti, eppure lavora nel tempo danneggiando cuore, arterie, reni e cervello. Capire cosa significa avere la pressione alta, quali sono i valori normali e cosa fare è importante tanto quanto qualsiasi altra informazione sulla salute.

📌 Articolo in breve
La pressione arteriosa normale è sotto 120/80 mmHg. Si parla di ipertensione quando i valori superano stabilmente 130/80 mmHg. Le cause principali sono genetica, sovrappeso, sedentarietà, troppo sale e stress cronico. Si gestisce con cambiamenti nello stile di vita e, se necessario, con farmaci prescritti dal medico. Non automedicarsi mai.

Indice

  1. Valori normali della pressione arteriosa
  2. Cosa significa pressione sistolica e diastolica
  3. Le cause principali della pressione alta
  4. Sintomi: quando la pressione alta si fa sentire
  5. Quali rischi comporta nel tempo
  6. Cosa fare se hai la pressione alta
  7. Alimentazione e stile di vita
  8. Come misurare la pressione correttamente
  9. Domande frequenti

Valori normali della pressione arteriosa

La pressione arteriosa si misura in millimetri di mercurio (mmHg) e si esprime con due numeri. Secondo le linee guida europee di cardiologia, aggiornate nel 2023, i valori di riferimento sono abbastanza precisi. Una pressione ottimale è inferiore a 120/80 mmHg. Si considera normale fino a 129/84 mmHg. Quando il primo numero supera stabilmente 130 o il secondo 80, si entra in zona ipertensione di primo grado.

L’ipertensione si suddivide in gradi in base alla gravità. Il primo grado va da 130-139 mmHg (sistolica) o 80-89 mmHg (diastolica). Il secondo grado parte da 140/90 mmHg. Il terzo grado, quello più grave, supera i 180/110 mmHg e richiede attenzione medica immediata. Al contrario, una pressione inferiore a 90/60 mmHg è pressione bassa — che porta i suoi problemi diversi ma altrettanto reali.

Questi valori sono una guida, non una sentenza. La pressione cambia nel corso della giornata — è più alta al mattino dopo il risveglio, si abbassa durante il riposo, sale durante lo sforzo fisico o lo stress. Una singola misurazione alta non significa ipertensione. La diagnosi richiede misurazioni ripetute nel tempo, preferibilmente in contesti diversi.

Cosa significa pressione sistolica e diastolica

Il primo numero — la sistolica — misura la pressione nelle arterie nel momento in cui il cuore si contrae e pompa il sangue. È il picco di pressione nel sistema circolatorio. Il secondo numero — la diastolica — misura la pressione quando il cuore è a riposo tra un battito e l’altro. È il livello “minimo” su cui le arterie lavorano costantemente.

Entrambi i valori sono importanti, ma in modo diverso a seconda dell’età. Nei giovani adulti, l’ipertensione diastolica (il secondo numero elevato) è spesso il segnale più preoccupante. Negli anziani sopra i 65 anni, invece, è l’ipertensione sistolica isolata — primo numero alto con secondo nella norma — la forma più comune e rischiosa. Questo è uno dei motivi per cui il medico di famiglia guarda entrambi i numeri insieme, non uno solo.

Le cause principali della pressione alta

Nel 90-95% dei casi l’ipertensione è “essenziale” o “primaria”: non ha una causa identificabile singola, ma deriva dalla combinazione di più fattori che si sommano nel tempo. La genetica gioca un ruolo rilevante — se entrambi i genitori sono ipertesi, il rischio di sviluppare ipertensione è circa il doppio rispetto alla media. Ma la genetica non è un destino: le abitudini di vita pesano almeno quanto il DNA.

Il sovrappeso e l’obesità sono tra i fattori modificabili più importanti. Ogni 10 kg in più, la pressione sistolica aumenta mediamente di 2-3 mmHg. Il consumo eccessivo di sale è un altro grande responsabile: l’italiano medio consuma circa 10 grammi di sale al giorno, il doppio di quanto raccomandato dall’OMS. Il sodio trattiene i liquidi nel sangue, aumentando il volume circolante e quindi la pressione sulle pareti arteriose.

La sedentarietà, il fumo, il consumo eccessivo di alcol e lo stress cronico completano il quadro. Quest’ultimo merita un approfondimento: lo stress acuto fa salire temporaneamente la pressione (è una risposta normale del sistema nervoso), ma lo stress cronico e sostenuto mantiene attivato per troppo tempo il sistema nervoso simpatico, contribuendo all’ipertensione strutturale nel tempo. Non è un’impressione soggettiva: è un meccanismo fisiologico documentato. Come abbiamo spiegato nell’articolo su come funziona il cervello umano, il legame tra sistema nervoso e pressione arteriosa è molto più diretto di quanto si pensi.

Il restante 5-10% dei casi è invece ipertensione “secondaria”: ha una causa identificabile, come una malattia renale, un disturbo ormonale (iperaldosteronismo, sindrome di Cushing, ipertiroidismo) o l’uso prolungato di certi farmaci come i cortisonici, alcune pillole anticoncezionali o i farmaci antinfiammatori non steroidei (FANS) usati troppo a lungo.

Sintomi: quando la pressione alta si fa sentire

L’ipertensione è definita “silenziosa” perché nella stragrande maggioranza dei casi non provoca sintomi per anni o decenni. Le persone scoprono di averla per caso, durante una visita medica di routine o un controllo per altro motivo. Questo è il motivo per cui misurare la pressione regolarmente — almeno una volta l’anno dopo i 40 anni — è una delle azioni preventive più semplici e utili che esistano.

Quando la pressione è molto alta (sopra 160-180 mmHg), possono comparire mal di testa intenso alla nuca (soprattutto al mattino), visione offuscata, ronzii alle orecchie, palpitazioni, sensazione di stanchezza insolita. Questi sintomi non sono specifici dell’ipertensione — molte altre condizioni li causano — ma in presenza di valori molto elevati sono un segnale da non ignorare.

La crisi ipertensiva — pressione sistolica superiore a 180 mmHg — è un’emergenza medica vera e propria, soprattutto se accompagnata da dolore toracico, difficoltà respiratoria, confusione o visione doppia. In questi casi va chiamato immediatamente il 118.

Quali rischi comporta nel tempo

L’ipertensione non curata è uno dei principali fattori di rischio cardiovascolare. Le arterie sottoposte a pressione costantemente elevata si danneggiano nel tempo: la parete si inspessisce, perde elasticità e diventa più soggetta all’accumulo di placche aterosclerotiche. Il risultato, nel lungo periodo, può essere un infarto del miocardio o un ictus cerebrale. Il colesterolo alto è un fattore che spesso accompagna l’ipertensione, amplificando il danno alle arterie: se vuoi approfondire, leggi la guida su come abbassare il colesterolo.

I reni sono un altro organo particolarmente vulnerabile. Filtrano il sangue a pressione e un carico prolungato eccessivo danneggia i glomeruli, le strutture microscopiche che fanno il lavoro di filtrazione. L’insufficienza renale cronica e l’ipertensione si alimentano l’una l’altra in un circolo vizioso: i reni danneggiati regolano peggio la pressione, che a sua volta danneggia ulteriormente i reni.

Il sonno è un altro aspetto correlato: l’apnea notturna, una condizione in cui la respirazione si interrompe brevemente durante il sonno, è strettamente legata all’ipertensione ed è molto più comune di quanto si pensi. Trattarla migliora significativamente il controllo della pressione.

Cosa fare se hai la pressione alta

La prima cosa è non farsi prendere dal panico e non cercare soluzioni fai-da-te. Se misuri valori elevati ripetutamente, la strada giusta è parlarne con il medico di medicina generale, che valuterà se è necessario un approfondimento cardiologico e se i cambiamenti nello stile di vita sono sufficienti oppure è necessaria una terapia farmacologica.

Non automedicarsi mai con farmaci antiipertensivi trovati online o consigliati da amici. I farmaci per la pressione sono molti e diversi — ACE-inibitori, sartani, betabloccanti, calcioantagonisti, diuretici — e la scelta del giusto farmaco o combinazione di farmaci dipende dal profilo clinico individuale, dalle comorbilità e da altri fattori che solo il medico può valutare.

Le linee guida attuali indicano che per l’ipertensione di primo grado in persone giovani senza altri fattori di rischio, un periodo di 3-6 mesi di modifiche allo stile di vita prima di iniziare i farmaci è ragionevole. Per chi ha già avuto un evento cardiovascolare o ha diabete, la terapia farmacologica si inizia prima.

Alimentazione e stile di vita

La dieta DASH (Dietary Approaches to Stop Hypertension) è lo schema alimentare con più evidenze scientifiche per la riduzione della pressione. In sostanza: più frutta, verdura, legumi, cereali integrali, pesce e latticini magri; meno sale, carni rosse, cibi processati e zuccheri. Ridurre il sodio da 10 a 5-6 grammi al giorno può abbassare la sistolica di 4-5 mmHg — un effetto paragonabile a quello di un farmaco a bassa dose.

L’attività fisica aerobica regolare — camminata veloce, nuoto, ciclismo, almeno 150 minuti a settimana — abbassa la pressione sistolica mediamente di 5-8 mmHg nelle persone ipertese. Non serve diventare atleti: anche 30 minuti di camminata al giorno fanno una differenza misurabile. Il peso corporeo è un altro leva importante: perdere anche solo il 5-10% del peso iniziale ha effetti significativi sui valori pressori.

Ridurre l’alcol (non più di un bicchiere di vino al giorno per le donne, due per gli uomini), smettere di fumare e trovare strategie efficaci per gestire lo stress cronico completano il quadro. La meditazione, lo yoga e le tecniche di respirazione hanno dimostrato effetti modesti ma reali sulla pressione in diversi studi clinici.

Come misurare la pressione correttamente

Misurare male la pressione dà risultati inaffidabili che portano a diagnosi sbagliate. Ecco come farlo bene. Prima di misurare, non fumare, non bere caffè e non fare attività fisica intensa nelle 30 minuti precedenti. Siediti e rimani fermo per almeno 5 minuti. Il bracciale dello sfigmomanometro deve essere alla stessa altezza del cuore — sul braccio sinistro, che è tradizionalmente usato per la misura. Non parlare durante la misurazione.

Misura due volte a distanza di 1-2 minuti e prendi la media. Se i valori delle due braccia sono molto diversi (più di 10-15 mmHg di differenza sistolica), segnalalo al medico: in alcuni casi può indicare una patologia arteriosa. I misuratori da polso sono meno affidabili di quelli da braccio, soprattutto negli anziani e nelle persone obese. L’Istituto Superiore di Sanità raccomanda misuratori validati clinicamente, riconoscibili dalla certificazione specifica riportata sulla confezione.

Domande frequenti

La pressione alta si può guarire definitivamente?

L’ipertensione essenziale (quella primaria) non ha una cura definitiva nel senso tradizionale del termine, ma si gestisce in modo molto efficace. Con le giuste modifiche allo stile di vita, molte persone raggiungono valori normali senza farmaci. Chi usa farmaci, spesso deve prenderli a lungo termine, ma questo non impedisce una vita normale.

Posso smettere di prendere i farmaci se la pressione torna normale?

Non da soli, mai. La pressione torna normale perché i farmaci funzionano. Sospenderli senza consultare il medico porta quasi sempre al ritorno dei valori elevati. Se la pressione è stabile da tempo e hai migliorato lo stile di vita, il medico può valutare una riduzione graduale della terapia, ma la decisione è sua.

Lo stress può causare ipertensione permanente?

Lo stress acuto fa salire temporaneamente la pressione, ma torna normale quando lo stress passa. Lo stress cronico prolungato nel tempo, invece, può contribuire a un innalzamento stabile dei valori pressori. La relazione è però complessa e dipende da molti fattori individuali.

A che età bisogna iniziare a misurare la pressione?

L’ISS raccomanda di misurarla almeno una volta dopo i 18 anni, poi ogni 2 anni se i valori sono normali. Dopo i 40 anni, una volta l’anno è la frequenza minima raccomandata, anche in assenza di sintomi. Se ci sono familiari ipertesi o altri fattori di rischio, prima è meglio.

La pressione alta può causare mal di testa?

Questa è una credenza molto diffusa ma parzialmente errata. L’ipertensione cronica di solito non causa mal di testa. I mal di testa compaiono principalmente nelle crisi ipertensive acute, quando la pressione sale rapidamente a valori molto elevati. Attribuire qualsiasi mal di testa all’ipertensione è un errore frequente.

Prestito personale: come funziona, costi e quando richiederlo

Prestito personale: come funziona, costi e quando richiederlo – Prestito personale: come funziona, costi e quando richiederlo

Prestito personale è uno degli strumenti di credito più usati in Italia, eppure pochissimi lo capiscono davvero prima di firmarlo. Tasso fisso o variabile, TAN e TAEG, durata del piano, penali di estinzione anticipata: sono tutti elementi che incidono concretamente su quanto paghi alla fine. Questa guida ti spiega come funziona, quanto costa davvero e quando ha senso richiederlo.

📌 Articolo in breve
Un prestito personale è un finanziamento non finalizzato: ricevi una somma di denaro e la restituisci a rate mensili con gli interessi. Non devi giustificare come spendi i soldi. Il costo reale si misura con il TAEG, non con il TAN. Le banche online offrono spesso condizioni migliori di quelle tradizionali. Prima di firmare, confronta almeno tre preventivi.

Indice

  1. Cos’è un prestito personale
  2. TAN e TAEG: la differenza che conta
  3. Come funziona la richiesta
  4. Requisiti e documenti necessari
  5. Quanto costa davvero
  6. Quando conviene richiederlo
  7. Le alternative al prestito personale
  8. Come scegliere quello giusto
  9. Domande frequenti

Cos’è un prestito personale

Un prestito personale è un contratto di credito al consumo con cui una banca o una finanziaria ti eroga una somma di denaro, che tu restituisci in rate mensili per un periodo prestabilito. Si chiama “personale” perché non è vincolato all’acquisto di un bene specifico: puoi usare quei soldi come vuoi, senza dover giustificare la spesa al creditore.

Questo lo distingue dal credito finalizzato, dove il finanziamento è legato a un acquisto preciso — un’auto, un elettrodomestico, un viaggio. Con il prestito personale ricevi i soldi direttamente sul conto, poi sei tu a decidere come allocarli. C’è chi lo usa per ristrutturare casa, chi per pagare le spese mediche, chi per consolidare altri debiti preesistenti.

In Italia, secondo i dati della Banca d’Italia, i prestiti personali rappresentano una quota significativa del credito al consumo delle famiglie. Gli importi più richiesti oscillano tra 5.000 e 20.000 euro, con durate che vanno da 24 a 84 mesi. Il mercato si è molto ampliato negli ultimi anni grazie alle banche digitali e alle fintech, che hanno abbassato le soglie d’accesso e accelerato i tempi di erogazione.

TAN e TAEG: la differenza che conta

Quando guardi un’offerta di prestito, ti troverai davanti due percentuali: TAN e TAEG. Capire la differenza tra le due è fondamentale per confrontare le offerte in modo corretto.

Il TAN (Tasso Annuo Nominale) è il tasso d’interesse puro applicato al capitale prestato. Rappresenta il costo degli interessi ma non include tutti gli altri costi accessori del finanziamento. Il TAEG (Tasso Annuo Effettivo Globale), invece, include tutto: interessi, spese di istruttoria, spese di gestione del conto, assicurazioni eventualmente obbligatorie, e ogni altro costo fisso o variabile che devi sostenere. È il numero che riflette il costo reale del prestito.

Facciamo un esempio concreto. Un prestito di 10.000 euro con TAN al 6% e durata 48 mesi genera una rata di circa 235 euro al mese e un costo degli interessi di circa 1.260 euro. Ma se il TAEG è all’8,5% (perché ci sono spese di istruttoria da 200 euro e un’assicurazione mensile da 5 euro), il costo totale effettivo è più alto. Confrontare solo il TAN senza guardare il TAEG è uno degli errori più comuni che portano a scegliere un prestito apparentemente conveniente che in realtà non lo è.

Come funziona la richiesta

La procedura per richiedere un prestito personale è diventata molto più semplice rispetto al passato. Con le banche tradizionali ci si reca in filiale, si compila una domanda, si consegnano i documenti e si aspetta la valutazione — un processo che può richiedere da pochi giorni a due settimane. Con le banche online e le fintech, tutto avviene via app o sito web, con risposte che in alcuni casi arrivano in pochi minuti e l’erogazione entro 24-48 ore.

Dopo aver inviato la domanda, la banca o la finanziaria effettua una valutazione del merito creditizio. Consulta la Centrale Rischi della Banca d’Italia e le banche dati private come CRIF per verificare il tuo storico creditizio: se hai avuto ritardi nei pagamenti o insolvenze in passato, potrebbero chiederti garanzie aggiuntive o rifiutare la richiesta. Se invece sei un “primo accesso” al credito — cioè non hai mai avuto finanziamenti — alcune banche possono essere più caute proprio perché non hanno dati su di te.

Una volta approvato il prestito, firmi il contratto (oggi spesso con firma elettronica) e i soldi arrivano sul tuo conto corrente. Da quel momento partono le rate mensili, di solito addebitate con RID bancario alla stessa data ogni mese.

Requisiti e documenti necessari

I requisiti base sono abbastanza standardizzati nel settore. Devi essere maggiorenne, residente in Italia, avere un reddito dimostrabile e non avere segnalazioni negative nelle banche dati creditizie. Il reddito può provenire da un lavoro dipendente, da una partita IVA, da una pensione o da altre fonti documentabili.

I documenti richiesti di solito sono: documento d’identità valido, codice fiscale, ultima busta paga o CUD per i lavoratori dipendenti, dichiarazione dei redditi o estratto conto bancario degli ultimi 3-6 mesi per i lavoratori autonomi. Alcune banche richiedono anche le ultime bollette o il contratto di affitto/mutuo per valutare il carico di spese fisso mensile.

Un parametro importante è il debt-to-income ratio, cioè il rapporto tra le rate mensili totali che stai già pagando (mutuo, altri prestiti) e il tuo reddito netto. In genere le banche preferiscono che l’impegno mensile totale non superi il 30-35% del reddito. Se sei già vicino a quella soglia, ottenere un nuovo prestito diventa più difficile.

Quanto costa davvero

Per capire quanto costa un prestito personale, il modo più chiaro è guardare il “costo totale del credito”, cioè la differenza tra quanto restituisci complessivamente e quanto hai ricevuto. Su un prestito di 10.000 euro a 48 mesi con TAEG al 7%, restituirai circa 11.450 euro: il costo del credito è 1.450 euro.

I tassi medi di mercato in Italia per i prestiti personali si collocano, nel 2026, tra il 7% e il 12% di TAEG per importi standard tra 5.000 e 30.000 euro. Le banche tradizionali tendono a stare nella fascia alta, le banche online e le fintech in quella bassa. Per importi molto piccoli (sotto i 3.000 euro) i tassi salgono significativamente, anche al 15-20%, perché i costi fissi di istruttoria pesano di più.

L’estinzione anticipata — cioè restituire il prestito prima della scadenza — è sempre possibile per legge, e la penale massima applicabile è dell’1% del capitale residuo (0,5% se mancano meno di 12 mesi alla scadenza). Molte banche online la offrono senza penale alcuna. Se hai improvvisamente liquidità disponibile, estinguere anticipatamente un prestito a tasso elevato è quasi sempre conveniente.

Quando conviene richiederlo

Un prestito personale conviene quando hai una spesa necessaria e imprevista che non puoi coprire con i risparmi, e quando hai la certezza di poter sostenere la rata mensile senza mettere a rischio l’equilibrio del tuo bilancio familiare. Spese mediche urgenti, riparazioni straordinarie della casa, spese per la formazione professionale: sono tutte voci dove il prestito può essere uno strumento sensato.

Conviene anche per il consolidamento del debito: se hai più piccoli prestiti o carte di credito revolving con tassi alti, unificarli in un unico prestito personale a tasso più basso riduce la rata mensile totale e ti fa risparmiare sugli interessi. È una strategia usata da chi si ritrova con troppi impegni finanziari frammentati.

Non conviene invece per spese voluttuarie che puoi rimandare o per investimenti rischiosi. Indebitarsi per comprare criptovalute o strumenti finanziari speculativi è una delle scelte peggiori che si possano fare. Così come usare un prestito personale per pagare le vacanze quando la propria situazione finanziaria è già tesa — è il modo più veloce per creare un circolo vizioso di debiti. Se hai bisogno di una guida per gestire meglio i tuoi risparmi, leggi il nostro articolo su come funziona un conto corrente e su come ottimizzarlo.

Le alternative al prestito personale

Prima di richiedere un prestito personale, vale la pena considerare alcune alternative. La cessione del quinto è un’opzione riservata a lavoratori dipendenti e pensionati: la rata viene trattenuta direttamente dallo stipendio o dalla pensione (fino a un quinto, appunto) e la banca ha una garanzia molto forte, per cui spesso offre tassi più bassi e accetta anche chi ha avuto problemi di credito in passato.

Il fido bancario, se già disponibile sul tuo conto, può coprire esigenze di breve periodo a un costo inferiore rispetto a un prestito formale. Il prestito tra privati (social lending o P2P lending) attraverso piattaforme come Younited Credit permette in alcuni casi di ottenere tassi competitivi. Infine, se sei proprietario di casa, una linea di credito garantita dall’immobile offre tassi molto bassi, ma espone la proprietà a rischio in caso di insolvenza.

Come scegliere quello giusto

Il consiglio più importante è comparare almeno tre offerte diverse prima di decidere. Usa i siti di comparazione online oppure rivolgiti a un mediatore creditizio, che può accedere a offerte non pubblicizzate. Guarda sempre il TAEG totale, non solo il TAN, e calcola il costo complessivo del credito nella simulazione finale.

Verifica le condizioni di estinzione anticipata, la presenza o assenza di assicurazioni obbligatorie (spesso queste polizze sono facoltative anche se vengono presentate come incluse), e leggi con attenzione le clausole in caso di morosità. Un ritardo nel pagamento di una rata non è una tragedia se gestito tempestivamente con la banca, ma ignorarlo porta a segnalazioni in CRIF che restano per anni e compromettono la capacità di ottenere credito in futuro.

Domande frequenti

Posso ottenere un prestito personale con una busta paga a tempo determinato?

Sì, molte banche lo concedono anche con contratto a tempo determinato, ma le condizioni potrebbero essere meno favorevoli. Alcune richiedono che la durata del contratto di lavoro copra almeno parte del periodo di rimborso, o chiedono garanzie aggiuntive come un co-intestatario.

Quanto tempo ci vuole per ricevere i soldi?

Con le banche digitali e le fintech, l’erogazione può avvenire in 24-48 ore dall’approvazione. Con le banche tradizionali i tempi sono più lunghi: da 5 a 15 giorni lavorativi in media, tra valutazione della pratica e istruttoria.

Un prestito personale incide sul mutuo?

Sì, in modo indiretto. Se hai già un prestito in corso, il debt-to-income ratio è più alto, il che può rendere più difficile ottenere un mutuo o ridurre l’importo che la banca ti concede. In genere è consigliabile estinguere i prestiti esistenti prima di richiedere un mutuo, se possibile.

Cosa succede se non riesco a pagare una rata?

La banca di solito applica interessi di mora sulle rate scadute e, dopo un certo numero di mancati pagamenti (in genere 2-3 rate consecutive), può segnalarti come “cattivo pagatore” nelle banche dati creditizie. Dopo 7-9 rate non pagate può avviare azioni legali di recupero. Se prevedi difficoltà, contatta subito la banca per trovare un accordo: molte offrono la possibilità di sospendere temporaneamente le rate.

Posso richiedere un prestito personale se sono già segnalato in CRIF?

Dipende dal tipo di segnalazione. Se si tratta di ritardi lievi già sanati, alcune banche concedono comunque il prestito. Se la segnalazione è per insolvenza grave o è recente, le banche tradizionali quasi certamente rifiuteranno. Le finanziarie specializzate in “crediti deteriorati” concedono prestiti anche in questi casi, ma con tassi molto più alti.

Assicurazione vita: cos’è, come funziona e quando conviene

assicurazione vita – Assicurazione vita cos'è e quando conviene

Assicurazione vita è una delle polizze più diffuse al mondo, eppure in Italia resta uno degli strumenti finanziari meno capiti. La maggior parte delle persone la sottoscrive senza sapere esattamente cosa copre, quando conviene davvero e — soprattutto — quando è solo un costo inutile. In questa guida trovi tutto quello che serve per capirla davvero.

📌 Articolo in breve
L’assicurazione vita è un contratto con cui una compagnia si impegna a pagare un capitale ai tuoi beneficiari se muori (o a te stesso se sopravvivi fino a una certa data). Esistono tre tipi principali: caso morte, caso vita e mista. Conviene soprattutto se hai un mutuo, persone a carico o vuoi integrare la pensione.

Indice

  1. Cos’è l’assicurazione vita
  2. I tre tipi principali
  3. Come funziona nel concreto
  4. Quanto costa una polizza vita
  5. Quando conviene davvero
  6. Quando non conviene
  7. Aspetti fiscali: detrazioni e tasse
  8. Come scegliere la polizza giusta
  9. Domande frequenti

Cos’è l’assicurazione vita

Nel senso più semplice, l’assicurazione vita è un contratto tra te e una compagnia assicurativa. Tu paghi dei premi periodici (mensili o annuali), la compagnia si impegna a pagare una somma stabilita — chiamata capitale assicurato — se si verifica un determinato evento: la tua morte, il raggiungimento di una certa età, o entrambi.

In Italia il settore è regolato dall’IVASS, l’Istituto per la Vigilanza sulle Assicurazioni, che stabilisce i requisiti minimi che ogni polizza deve rispettare. A differenza dell’assicurazione auto — obbligatoria per legge — quella vita è sempre volontaria. Nessuno te la può imporre, ma in certi momenti della vita ignorarla è un errore che può costare caro alle persone che ami.

La logica di fondo è la stessa di qualsiasi assicurazione: trasferisci un rischio a qualcun altro pagando un prezzo. In questo caso il rischio è quello della morte prematura o, al contrario, di vivere più a lungo delle tue risorse finanziarie.

I tre tipi principali

Quando si parla di assicurazione vita si fa in realtà riferimento a tre prodotti molto diversi tra loro, accomunati solo dal fatto che la vita umana è l’elemento centrale del contratto.

La polizza caso morte, chiamata anche “Temporanea Caso Morte” o TCM, è la più semplice. Paghi un premio per un periodo definito — diciamo 20 anni — e se muori in quel lasso di tempo la compagnia paga il capitale ai tuoi beneficiari. Se arrivi vivo alla scadenza, non ricevi nulla. Sembra un pessimo affare, ma in realtà è esattamente come funziona l’RC auto: paghi ogni anno, se non hai incidenti non recuperi nulla e va bene così. Il punto è la protezione, non il risparmio.

La polizza caso vita funziona al contrario: la compagnia ti paga se sei ancora vivo alla scadenza del contratto. È un prodotto che assomiglia più a un investimento che a un’assicurazione vera e propria, e viene usato soprattutto per costruire un capitale nel tempo o integrare la pensione. Se muori prima della scadenza, il beneficiario riceve in genere i premi versati oppure un capitale ridotto, a seconda del contratto.

La polizza mista combina le due cose: paga il capitale sia in caso di morte durante il periodo contrattuale, sia se sei vivo alla scadenza. È la tipologia più diffusa in Italia, ma anche quella con costi più alti. La banca o il consulente che te la propone guadagna commissioni più elevate su questo tipo di prodotto, quindi è bene essere consapevoli prima di firmare.

Come funziona nel concreto

Quando sottoscrivi una polizza vita, la prima cosa che fai è scegliere il capitale assicurato — cioè la somma che vuoi venga pagata — e la durata del contratto. Su questa base la compagnia calcola il premio, che dipende da età, sesso, condizioni di salute, abitudini (se fumi paghi di più) e professione (un operaio in un cantiere paga più di un impiegato in ufficio).

Prima di emettere la polizza, la compagnia ti chiede di compilare un questionario sanitario e, sopra certe soglie di capitale, può richiedere una visita medica. Questo processo si chiama sottoscrizione e serve a valutare il rischio. Se dichiari il falso — per esempio nascondi una malattia preesistente — la compagnia può rifiutarsi di pagare alla morte.

I beneficiari, cioè le persone che ricevono il capitale, li designi tu nel contratto. Puoi indicare il coniuge, i figli, un genitore, o anche un’associazione benefica. Puoi cambiarli in qualsiasi momento durante la vita del contratto. Un dettaglio importante: il capitale vita non entra nell’asse ereditario, quindi non è soggetto alle imposte di successione e non può essere rivendicato dai creditori del defunto. È uno degli strumenti di pianificazione patrimoniale più efficaci che esistano.

Quanto costa una polizza vita

Il costo varia moltissimo in base al tipo di polizza e al profilo dell’assicurato. Per dare qualche numero concreto: un uomo di 35 anni non fumatore che vuole una copertura caso morte di 200.000 euro per 20 anni può trovare polizze TCM a partire da circa 15-25 euro al mese. Una cifra accessibile per la maggior parte delle famiglie.

Le polizze miste o caso vita costano molto di più, perché incorporano una componente di risparmio. In questo caso i premi possono arrivare a 100-300 euro al mese per capitali simili. Bisogna però stare attenti ai costi di gestione annui, alle commissioni di ingresso e alle penali di riscatto anticipato, che possono erodere significativamente il rendimento reale. Prima di sottoscrivere, chiedi sempre il KID (Key Information Document), un documento standardizzato che mostra i costi reali del prodotto.

Le polizze unit-linked — un sottotipo di polizza vita — investono i premi in fondi comuni d’investimento. I rendimenti potenziali sono più alti ma così anche i rischi: il capitale non è garantito. Chi sceglie questi prodotti dovrebbe avere già esperienza con gli investimenti finanziari.

Quando conviene davvero

L’assicurazione vita caso morte conviene in situazioni specifiche e ben definite. La prima, e più importante, è quando hai persone economicamente dipendenti da te: figli piccoli, un coniuge che non lavora, genitori anziani che sostieni. Se dovessi mancare improvvisamente, il capitale assicurato garantisce loro la continuità economica per affrontare gli anni successivi.

La seconda situazione è il mutuo casa. Molte banche lo richiedono come condizione per concedere il finanziamento, ma anche quando non è obbligatoria, una polizza vita a copertura del debito residuo è una scelta sensata. Se muori con un mutuo ancora in piedi, il capitale della polizza estingue il debito e la famiglia non si trova a dover vendere la casa.

Conviene anche per chi ha un’attività in proprio o è socio in una piccola impresa. La scomparsa improvvisa di un titolare o di un socio chiave può mettere in crisi l’azienda: la polizza vita serve a coprire quel rischio e a garantire la continuità dell’attività.

Quando non conviene

Se sei single, non hai figli e non hai debiti rilevanti, una polizza caso morte ha ben poca utilità pratica. Non c’è nessuno che dipende dal tuo reddito e nessun debito che potrebbe gravare su altri. In questo caso quei soldi sono spesi meglio altrove — per esempio in un fondo pensione o in un piano d’accumulo in ETF come quelli che abbiamo analizzato in questa guida agli ETF.

Le polizze miste e caso vita spesso non convengono come investimento puro. I costi di gestione, le commissioni e la rigidità del contratto le rendono generalmente meno efficienti rispetto a un piano d’accumulo in fondi indicizzati. Prima di sottoscriverle, confronta sempre il rendimento atteso con quello di strumenti alternativi a parità di rischio.

Attenzione poi alle polizze vita abbinate ai prestiti al consumo. Le banche e le finanziarie le propongono spesso come prodotto aggiuntivo al credito, a volte presentandole come quasi obbligatorie. In molti casi i premi sono sproporzionati rispetto alla copertura offerta. Hai sempre il diritto di rifiutarle o di scegliere una polizza equivalente sul mercato libero a condizioni migliori.

Aspetti fiscali: detrazioni e tasse

Le polizze vita godono di un trattamento fiscale favorevole. I premi versati per polizze caso morte danno diritto a una detrazione IRPEF del 19% su un importo massimo di 530 euro l’anno — non è una cifra enorme, ma è un risparmio reale di circa 100 euro l’anno.

Il capitale percepito dai beneficiari in caso di morte non è soggetto all’imposta di successione e, come anticipato, non entra nell’asse ereditario. È uno dei pochi strumenti finanziari che offre questa protezione completa. Per le polizze caso vita e miste, i rendimenti maturati sono soggetti a una tassazione agevolata del 26% (identica agli altri strumenti finanziari) ma solo sulla componente finanziaria, non sull’intera somma.

Un ulteriore vantaggio è l’impignorabilità e l’insequestrabilità del capitale: i creditori non possono toccare la somma destinata ai beneficiari. Chi ha un’attività in proprio e teme rischi patrimoniali lega spesso le polizze vita proprio a questa caratteristica.

Come scegliere la polizza giusta

Il primo passo è capire perché ti serve una polizza vita. Se vuoi proteggere la famiglia in caso di morte prematura, la TCM è la scelta più efficiente e meno costosa. Se vuoi costruire un capitale a lungo termine, valuta strumenti più flessibili prima di optare per una polizza vita.

Confronta sempre più preventivi. I premi per lo stesso capitale e la stessa durata possono variare del 30-50% tra una compagnia e l’altra. Siti di comparazione come Facile.it o Segugio.it permettono di avere in pochi minuti una panoramica del mercato. Prima di firmare, leggi con attenzione le esclusioni: la maggior parte delle polizze esclude il suicidio nei primi due anni, le attività sportive estreme e alcune malattie preesistenti non dichiarate.

Infine, aggiorna periodicamente i beneficiari. È una cosa che molti dimenticano: una polizza sottoscritta prima di avere figli con la compagnia come beneficiario default, o con un ex coniuge ancora indicato, crea problemi seri. Controlla ogni pochi anni che tutto sia ancora in ordine.

Domande frequenti

L’assicurazione vita è obbligatoria in Italia?

No, è sempre volontaria. In alcuni casi la banca può richiederla come condizione per concedere un mutuo, ma hai sempre il diritto di scegliere il fornitore sul mercato libero, non sei obbligato ad acquistare quella proposta dalla banca stessa.

Cosa succede se smetto di pagare i premi?

Dipende dal contratto e dal tipo di polizza. Per le TCM, la copertura si interrompe generalmente dopo un periodo di grazia (di solito 30 giorni). Per le polizze con componente di risparmio, il contratto può essere ridotto o riscattato parzialmente, ma spesso con penali significative nei primi anni.

I beneficiari devono pagare tasse sul capitale ricevuto?

No. Il capitale vita percepito in caso di morte dell’assicurato è esente dall’imposta di successione e non deve essere dichiarato ai fini IRPEF. È uno dei vantaggi fiscali più concreti di questo strumento.

Posso avere più polizze vita contemporaneamente?

Sì, a differenza di alcune assicurazioni danni, quelle vita non hanno il principio indennitario: puoi stipulare più polizze con compagnie diverse e tutte pagheranno alla morte. Non c’è un massimale complessivo.

Qual è l’età massima per sottoscrivere una polizza vita?

Varia da compagnia a compagnia, ma in genere le polizze TCM si possono sottoscrivere fino a 65-70 anni. Oltre quella soglia i premi diventano molto alti. Le polizze caso vita non hanno di solito limiti di età per la sottoscrizione, ma la durata del contratto è limitata.

DeepSeek: cos’è e come ha spaventato la Silicon Valley

ChatGPT – Come funziona ChatGPT

DeepSeek è il modello di intelligenza artificiale cinese che a gennaio 2025 ha fatto tremare la Silicon Valley: in pochi giorni ha cancellato oltre 500 miliardi di dollari di capitalizzazione di mercato dalle aziende tech americane, ha mandato in crisi le azioni Nvidia e ha costretto OpenAI, Google e Anthropic a rivedere le proprie strategie. Non era la solita notizia tech: era un terremoto.

📌 In breve
DeepSeek è un’azienda cinese che ha sviluppato modelli AI di livello paragonabile a GPT-4 spendendo una frazione del costo di OpenAI. Il modello DeepSeek R1, rilasciato open source a gennaio 2025, ha ottenuto risultati eccellenti nei benchmark di ragionamento matematico e programmazione. La sua efficienza ha dimostrato che non servono miliardi di dollari e migliaia di chip Nvidia per creare AI di punta, ridisegnando le aspettative sull’intera industria.

Indice

  1. Cos’è DeepSeek e chi l’ha creato
  2. Perché ha spaventato la Silicon Valley
  3. Come funziona DeepSeek R1
  4. Il crollo di Nvidia e le conseguenze finanziarie
  5. DeepSeek vs ChatGPT: come si confrontano
  6. Le preoccupazioni sulla sicurezza e la censura
  7. Domande frequenti

Cos’è DeepSeek e chi l’ha creato

DeepSeek è un’azienda di intelligenza artificiale fondata nel 2023 a Hangzhou, in Cina, da Liang Wenfeng — anche fondatore del fondo speculativo High-Flyer Capital Management. Nasce come laboratorio di ricerca AI con una missione apparentemente semplice: costruire modelli linguistici di frontiera con risorse limitate. Il contesto è cruciale: le sanzioni americane sull’esportazione di chip avanzati in Cina avevano tagliato l’accesso alle GPU Nvidia H100, le più potenti disponibili per l’addestramento dei modelli AI.

Invece di fermarsi, DeepSeek ha sviluppato architetture innovative per fare di più con meno. Il risultato è stato una serie di modelli — DeepSeek-V2, DeepSeek-V3 e infine DeepSeek-R1 — che hanno raggiunto prestazioni competitive con i modelli americani di punta a una frazione del costo dichiarato. Quando DeepSeek ha rilasciato R1 come open source il 20 gennaio 2025, pubblicando contemporaneamente un paper tecnico dettagliato, la reazione del settore è stata immediata e violenta.

Perché ha spaventato la Silicon Valley

Il punto non era solo che DeepSeek funzionasse bene. Era quanto poco fosse costato costruirlo. DeepSeek ha dichiarato di aver addestrato il suo modello V3 con circa 6 milioni di dollari di compute, usando cluster di chip H800 (una versione ridotta dell’H100 esportabile in Cina). Per confronto, OpenAI ha speso miliardi per addestrare GPT-4, e Meta centinaia di milioni per Llama 3. Se i numeri dichiarati da DeepSeek erano accurati — e molti esperti ritengono che lo siano almeno in linea di massima — significava che tutto il settore stava costruendo sull’assunzione sbagliata che l’AI di frontiera richiedesse investimenti astronomici e accesso illimitato ai chip più potenti.

Questa assunzione era il fondamento dell’intera tesi di investimento di Nvidia. Se non servono decine di migliaia di H100 per addestrare modelli di qualità, la domanda futura di GPU potrebbe essere molto inferiore a quanto previsto. In un solo giorno, il 27 gennaio 2025, le azioni Nvidia sono crollate del 17%, cancellando circa 600 miliardi di dollari di capitalizzazione — il calo in un singolo giorno più grande della storia del mercato azionario americano per una singola azienda.

Ma l’impatto non si è limitato a Nvidia. Sono scese anche le azioni di Oracle, Microsoft, ASML e di tutti i fornitori dell’ecosistema AI americano. Il messaggio implicito era destabilizzante: la Cina, nonostante le sanzioni, aveva trovato il modo di competere nell’AI con risorse che il mercato aveva giudicato insufficienti.

Come funziona DeepSeek R1

DeepSeek R1 è un modello specializzato nel ragionamento, quello che in gergo tecnico si chiama “reasoning model”. A differenza dei modelli standard che generano risposte in modo diretto, R1 “pensa ad alta voce”: prima di dare una risposta, produce una catena di ragionamento — una serie di passaggi intermedi — che lo porta alla conclusione finale. Questa tecnica si chiama chain-of-thought e permette di risolvere problemi complessi di matematica, logica e programmazione in modo molto più accurato.

L’innovazione tecnica principale di DeepSeek riguarda l’architettura del modello e il processo di addestramento. DeepSeek ha usato una variante di tecniche di apprendimento per rinforzo (reinforcement learning) per insegnare al modello a ragionare, riducendo significativamente la quantità di dati etichettati da esseri umani normalmente necessari. Ha anche adottato un’architettura a Mixture of Experts (MoE) più efficiente: invece di attivare tutti i parametri del modello per ogni token, solo un sottoinsieme di “esperti” viene attivato a seconda del compito, riducendo il costo computazionale dell’inferenza.

Nei benchmark standard di matematica e coding — come AIME (problemi olimpici di matematica) e Codeforces — DeepSeek R1 ha ottenuto punteggi comparabili o superiori a OpenAI o1, il modello di ragionamento di punta di OpenAI al momento del rilascio.

Il crollo di Nvidia e le conseguenze finanziarie

Il lunedì nero del 27 gennaio 2025 è già entrato nella storia dei mercati finanziari. Prima dell’apertura dei mercati americani, DeepSeek aveva già scalato le classifiche dell’App Store, superando ChatGPT come app più scaricata negli Stati Uniti. Il segnale era chiaro: un modello cinese, economico da addestrare e disponibile gratuitamente, stava conquistando gli utenti americani.

Il calo di Nvidia è stato il più visibile, ma non il solo. L’intera tesi dell'”AI trade” — la scommessa che la corsa all’AI avrebbe alimentato una domanda insaziabile di infrastruttura hardware — veniva messa in discussione. Se un modello competitivo si poteva addestrare con una frazione delle risorse, forse la costruzione di mega-data-center da decine di miliardi di dollari era eccessiva. Microsoft, che aveva annunciato pochi giorni prima un piano di investimenti da 80 miliardi in infrastrutture AI, ha visto anche le sue azioni sotto pressione.

Le settimane successive hanno parzialmente recuperato le perdite, e molti analisti hanno ridimensionato l’impatto immediato: i chip Nvidia rimangono essenziali, e l’efficienza di DeepSeek potrebbe addirittura aumentare la domanda complessiva di compute attraverso l’effetto Jevons (se qualcosa diventa più economico, se ne usa di più). Ma il segnale strategico era indelebile.

DeepSeek vs ChatGPT: come si confrontano

Nella pratica quotidiana, DeepSeek R1 e ChatGPT-4o si comportano in modo diverso in base al tipo di compito. DeepSeek eccelle nei problemi di ragionamento strutturato — matematica, logica, codice — dove la sua capacità di mostrare il processo di pensiero lo rende trasparente e verificabile. ChatGPT è generalmente più fluido nelle conversazioni naturali, nella creatività e nella gestione di compiti sfumati che richiedono contesto culturale o senso comune.

In termini di accessibilità, DeepSeek ha un vantaggio di costo significativo. L’API di DeepSeek costa una frazione di quella di OpenAI — nell’ordine di 10-20 volte meno per token elaborato — rendendolo attraente per sviluppatori e aziende che costruiscono applicazioni AI. Il modello è anche scaricabile e usabile localmente (open weights), il che lo rende interessante per chi ha esigenze di privacy o vuole personalizzarlo.

Per un confronto con altri modelli AI disponibili in Italia, leggi anche la guida su Claude AI: cos’è e come funziona.

Le preoccupazioni sulla sicurezza e la censura

DeepSeek non è privo di controversie. Essendo sviluppato in Cina e soggetto alla legislazione cinese, il modello applica filtri di censura su determinati argomenti politicamente sensibili: domande su Tiananmen, Taiwan, Tibet o sulla leadership politica cinese ricevono risposte evasive o vengono rifiutate. Questo è in linea con la normativa cinese sull’AI, che impone ai modelli di rispettare i “valori socialisti fondamentali”.

Dal punto di vista della sicurezza informatica, diversi ricercatori hanno sollevato preoccupazioni riguardo alla raccolta dei dati degli utenti. L’app mobile di DeepSeek invia alcuni dati a server in Cina, un aspetto che ha portato diversi governi — tra cui l’Italia, l’Australia e alcuni paesi dell’UE — ad avviare indagini regolatorie o a vietare l’app sui dispositivi governativi. Il Garante Privacy italiano ha avviato un procedimento formale nei confronti di DeepSeek già nelle settimane successive al lancio.

Per uso personale tramite il sito web o l’API, queste preoccupazioni dipendono molto dal tipo di dati che si condivide. Per usi aziendali o con dati sensibili, la cautela è giustificata fino a quando il quadro regolatorio non sarà più chiaro.

Domande frequenti

DeepSeek è gratuito?

Il modello base è disponibile gratuitamente tramite il sito deepseek.com e l’app mobile. L’API ha un costo molto competitivo rispetto ai competitor americani. La versione open source (DeepSeek-R1 e V3) può essere scaricata e usata senza costi su hardware proprio.

È sicuro usare DeepSeek per dati personali o aziendali?

Con cautela. Come per qualsiasi servizio AI basato su cloud, i dati inseriti nelle conversazioni vengono elaborati sui server dell’azienda. Nel caso di DeepSeek, questi server si trovano in Cina e sono soggetti alla legislazione cinese. Per dati sensibili, personali o aziendali riservati, è prudente usare la versione self-hosted open source invece del servizio cloud.

DeepSeek ha davvero spaventato OpenAI?

Sì, nel senso che ha accelerato decisioni già in discussione. OpenAI ha risposto nei giorni successivi annunciando miglioramenti ai propri modelli e riducendo i prezzi dell’API. Sam Altman ha definito DeepSeek “impressionante” e ha ammesso che la competizione cinese è reale. L’effetto principale è stato un’accelerazione dell’intera industria verso modelli più efficienti.

DeepSeek continuerà a essere rilevante nel 2026?

DeepSeek ha rilasciato aggiornamenti continuativi dei suoi modelli e rimane uno dei laboratori AI più attivi al mondo. La sua importanza strategica va oltre i singoli benchmark: ha dimostrato che la competizione globale nell’AI è più aperta di quanto si credesse, e che l’efficienza computazionale è diventata la nuova frontiera della ricerca.

Come funziona il 730: guida completa alla dichiarazione dei redditi

Il modello 730 è la dichiarazione dei redditi che ogni anno milioni di lavoratori dipendenti e pensionati italiani devono presentare al fisco. È uno dei documenti più temuti, eppure — una volta capito come funziona — non è complicato come sembra. In questa guida trovi tutto quello che ti serve sapere sul 730: chi deve presentarlo, cosa si può scaricare, le scadenze del 2026 e come evitare gli errori più comuni.

📌 Articolo in breve
Il modello 730 è la dichiarazione dei redditi per lavoratori dipendenti e pensionati. Si presenta ogni anno entro il 30 settembre tramite CAF, commercialista o direttamente online sul sito dell’Agenzia delle Entrate con il 730 precompilato. Permette di recuperare spese mediche, interessi sul mutuo, spese per figli e molto altro. Il rimborso (o la trattenuta) arriva direttamente in busta paga.

Indice

  1. Cos’è il modello 730 e a cosa serve
  2. Chi deve presentare il 730
  3. Cosa si può detrarre con il 730
  4. Il 730 precompilato: come funziona
  5. Come si presenta il 730
  6. Scadenze 730 2026
  7. Come arriva il rimborso (o come si paga)
  8. Cosa succede se non si presenta il 730
  9. Domande frequenti

Cos’è il modello 730 e a cosa serve

Il modello 730 è il modulo fiscale attraverso cui i lavoratori dipendenti e i pensionati comunicano all’Agenzia delle Entrate tutti i redditi percepiti nell’anno precedente. Non è semplicemente un obbligo burocratico: è anche lo strumento con cui si recuperano le spese sostenute durante l’anno, dai medicinali agli occhiali, dagli interessi sul mutuo alle rette scolastiche dei figli.

In pratica funziona così: durante l’anno il datore di lavoro trattiene le tasse direttamente dallo stipendio (la famosa ritenuta alla fonte). Il problema è che quelle trattenute non tengono conto di molte spese personali che per legge danno diritto a uno sconto fiscale. Con il 730, si “chiude il conto” con il fisco: se hai pagato troppe tasse, ricevi un rimborso; se ne hai pagate troppo poche, paghi la differenza.

Il nome “730” deriva semplicemente dal numero del modulo ministeriale. Esiste dal 1986 ed è pensato per semplificare la vita a chi ha redditi da lavoro dipendente, evitando di dover usare il modello Redditi PF (l’ex Unico), più complesso e pensato principalmente per autonomi e partite IVA.

Chi deve presentare il 730

Devono presentare il modello 730 tutti coloro che nell’anno precedente hanno percepito uno o più dei seguenti redditi:

  • Redditi da lavoro dipendente (contratto a tempo determinato o indeterminato)
  • Redditi da pensione
  • Redditi assimilati al lavoro dipendente: collaborazioni coordinate e continuative (co.co.co.), contratti a progetto, borse di studio, assegni di ricerca
  • Redditi da terreni o fabbricati (case in affitto, seconde case, ecc.)
  • Redditi di capitale (dividendi, interessi, ecc.)
  • Alcuni redditi diversi (plusvalenze, redditi occasionali)

Non devono invece presentare il 730 coloro che nell’anno precedente:

  • Non hanno conseguito alcun reddito
  • Hanno avuto solo redditi esenti (come alcune pensioni di invalidità) o soggetti a ritenuta a titolo d’imposta
  • Devono presentare il modello Redditi PF perché hanno partita IVA o redditi più complessi

C’è però un caso che crea spesso confusione: i lavoratori con un solo datore di lavoro per tutto l’anno e nessuna detrazione da portare non sono tecnicamente obbligati a presentare il 730, perché il datore ha già effettuato il conguaglio fiscale. Ma se hanno spese da detrarre — e quasi tutti ce l’hanno — conviene presentarlo comunque per recuperare quei soldi.

Cosa si può detrarre con il 730

Questa è la parte più importante, quella che trasforma il 730 da obbligo a opportunità. Le detrazioni e deduzioni più comuni riguardano:

Spese sanitarie

Tutte le spese mediche sostenute nell’anno per te e i tuoi familiari a carico danno diritto a una detrazione del 19% sull’importo che supera 129,11 euro. Rientrano le visite specialistiche, gli esami del sangue, i medicinali con scontrino parlante (quello che riporta il codice fiscale), le protesi, le spese dentistiche. Attento: i medicinali comprati senza codice fiscale sullo scontrino non sono detraibili.

Interessi sul mutuo prima casa

Se hai un mutuo per l’acquisto della prima casa, puoi detrarre il 19% degli interessi passivi fino a un massimo di 4.000 euro l’anno. Significa uno sconto fiscale massimo di 760 euro. Gli interessi da portare in detrazione li trovi nel riepilogo annuale che ti manda la banca.

Spese per figli

I figli a carico danno diritto a una serie di detrazioni: spese scolastiche (libri, mense, gite, rette scolastiche fino a un certo limite), asili nido, attività sportive, istruzione universitaria. Per ciascun figlio a carico spetta anche una detrazione base che decresce all’aumentare del reddito.

Spese per la casa

Ristrutturazioni edilizie (detrazione del 50% fino a 96.000 euro, spalmata in 10 anni), interventi per il risparmio energetico (ecobonus), acquisto di mobili ed elettrodomestici in abbinamento a una ristrutturazione (bonus mobili al 50% fino a 5.000 euro).

Previdenza complementare

I versamenti ai fondi pensione integrativi sono deducibili fino a 5.164,57 euro l’anno. Questa è una delle agevolazioni fiscali più vantaggiose disponibili, perché abbassa direttamente il reddito imponibile su cui si calcola l’IRPEF. Un argomento strettamente legato a come funziona la pensione in Italia, che vale la pena approfondire.

Donazioni e spese funebri

Le erogazioni liberali a onlus, enti del terzo settore, partiti politici, istituzioni religiose danno diritto a detrazioni o deduzioni. Le spese funebri sono detraibili al 19% fino a 1.550 euro per decesso.

Premi assicurativi

I premi per assicurazioni sulla vita e contro gli infortuni (contratti stipulati entro il 2000) o per polizze sul rischio di morte, invalidità permanente e non autosufficienza danno diritto a una detrazione del 19% fino a certi limiti.

Il 730 precompilato: come funziona

Dal 2015 l’Agenzia delle Entrate mette a disposizione ogni anno, di solito a partire dal 30 aprile, il 730 precompilato: un modello già parzialmente compilato con le informazioni che il fisco ha ricevuto da banche, ospedali, assicurazioni, farmacie e datori di lavoro.

Per accedervi basta andare sul sito dell’Agenzia delle Entrate e autenticarsi con SPID, CIE o CNS. Il sistema mostra il modello con i dati già inseriti: redditi da lavoro, interessi sul mutuo comunicati dalla banca, spese sanitarie tracciate dal Sistema Tessera Sanitaria, contributi previdenziali.

A questo punto hai due opzioni:

  • Accettare il precompilato così com’è: se i dati sono corretti e non hai altre spese da aggiungere, puoi inviarlo direttamente. In questo caso, se c’è un rimborso, non rischi controlli documentali sulle spese già inserite dal fisco.
  • Modificare il precompilato: aggiungi le spese che mancano (magari hai scontrini di farmacia che non sono stati caricati, o spese scolastiche non censite). In questo caso il fisco può chiederti i documenti giustificativi, ma hai comunque diritto a tutte le detrazioni.

Attenzione: il precompilato non include tutto automaticamente. Spese pagate in contanti, rimborsi assicurativi, redditi da affitto in nero (ovviamente da non dichiarare) o qualsiasi spesa non tracciata elettronicamente non compare. Sta a te integrarla.

Come si presenta il 730

Ci sono tre strade per presentare il 730:

1. Direttamente online (730 precompilato)

Accedi al portale dell’Agenzia delle Entrate, controlla il precompilato, modifica se necessario e invia. È gratuito e sempre più usato. Serve SPID o CIE.

2. Tramite CAF

I Centri di Assistenza Fiscale (CAF) sono sportelli gestiti da sindacati, associazioni di categoria e altri enti autorizzati. Porti tutti i documenti (CU, scontrini, ricevute, rogito del mutuo, ecc.), il consulente compila e invia per te. Di solito costa tra i 30 e i 70 euro, ma per i soci di certi sindacati o associazioni è gratuito o scontato. Il vantaggio: il CAF si assume la responsabilità degli errori commessi nella compilazione.

3. Tramite commercialista o consulente fiscale

La soluzione più completa e costosa, indicata per chi ha una situazione reddituale più articolata. Il commercialista segue tutto e ti avvisa se ci sono anomalie o opportunità che potresti perdere.

In tutti i casi, i documenti da raccogliere prima di sederti a compilare (o da portare al CAF) sono:

  • La Certificazione Unica (CU): il documento che il datore di lavoro o l’INPS ti consegna entro marzo, con il riepilogo di stipendio/pensione e ritenute dell’anno precedente
  • Scontrini parlanti di farmaci e ricevute di visite mediche
  • Estratto conto del mutuo con gli interessi passivi
  • Ricevute di bonifici per ristrutturazioni o lavori in casa
  • Ricevute di pagamento per asilo nido, scuola, università
  • Attestati di versamento a fondi pensione

Scadenze 730 2026

Le scadenze per la dichiarazione relativa all’anno d’imposta 2025 (presentata nel 2026) sono:

  • 30 aprile 2026: disponibilità del 730 precompilato sul sito Agenzia delle Entrate
  • 30 settembre 2026: scadenza per presentare il 730 (sia precompilato che tramite CAF o commercialista)

Presentare il 730 entro luglio ha un vantaggio pratico: l’eventuale rimborso arriva già nella busta paga di agosto. Chi presenta a settembre riceve il rimborso con qualche mese di ritardo, di solito a novembre o dicembre.

Come arriva il rimborso (o come si paga)

Uno dei vantaggi del 730 rispetto al modello Redditi PF è che il conguaglio avviene direttamente in busta paga, senza dover fare bonifici o F24.

  • Se hai diritto a un rimborso: l’importo viene accreditato direttamente nella busta paga dal datore di lavoro (o dall’INPS se sei pensionato), di solito a luglio o agosto se hai presentato entro maggio-giugno.
  • Se devi pagare: la somma viene trattenuta a rate dalla busta paga, di solito a partire da luglio, spalmata su più mensilità per non pesare troppo in una volta sola.

Chi non ha un sostituto d’imposta (ad esempio chi ha perso il lavoro durante l’anno) può comunque presentare il 730 tramite CAF o precompilato, ma il rimborso arriverà direttamente dall’Agenzia delle Entrate tramite accredito bancario.

Vale la pena ricordare che il 730 non riguarda solo le imposte sul reddito da lavoro. Se hai affittato casa a qualcuno, devi dichiarare quei redditi. Se non hai optato per la cedolare secca, si sommano agli altri redditi e si tassano con le aliquote IRPEF ordinarie. Capire come funziona l’ISEE, ad esempio, aiuta anche a orientarsi su quali redditi rientrano nella dichiarazione e quali no: qui trovi una guida completa sull’ISEE.

Cosa succede se non si presenta il 730

Se sei obbligato a presentare il 730 e non lo fai, le conseguenze dipendono dalla situazione:

  • Omessa dichiarazione: sanzione dal 120% al 240% delle imposte dovute, con un minimo di 250 euro. Se non ci sono imposte da pagare, la sanzione va da 250 a 1.000 euro.
  • Dichiarazione tardiva: se presenti entro 90 giorni dalla scadenza, la sanzione è fissa a 25 euro (salvo regolarizzazione spontanea con ravvedimento operoso).

Se invece non eri obbligato a presentarlo (perché non hai detrazioni da far valere e il tuo datore di lavoro ha già fatto il conguaglio), non rischi nulla. Ma stai lasciando dei soldi sul tavolo che il fisco non ti restituirà d’ufficio.

Un aspetto spesso sottovalutato: anche chi ha avuto più datori di lavoro nello stesso anno è sempre obbligato a presentare il 730, perché ognuno ha applicato le detrazioni come se fosse l’unico datore, e il conguaglio finale tocca farlo al contribuente.

Prima di fare la dichiarazione: verifica questi documenti

Per compilare correttamente il 730 serve avere a portata di mano alcuni documenti chiave. La busta paga contiene i dati del reddito da lavoro dipendente e le trattenute già versate. Per gli immobili, va verificata la situazione IMU 2026 — le detrazioni per la prima casa dipendono dal corretto adempimento IMU. L’accesso ai servizi dell’Agenzia delle Entrate richiede le credenziali SPID, senza cui non puoi accedere al 730 precompilato online.

Domande frequenti

Posso presentare il 730 da solo senza andare al CAF?

Sì. Il 730 precompilato sul sito dell’Agenzia delle Entrate è accessibile a tutti con SPID o CIE. Se la tua situazione è semplice (un solo datore, poche spese), puoi farlo in autonomia in meno di 30 minuti.

Cosa succede se sbaglio a compilare il 730?

Puoi presentare un 730 rettificativo entro il 25 ottobre. Se l’errore lo ha fatto il CAF, è lui a dover pagare le sanzioni per le sue inesattezze.

Il 730 vale anche per chi ha lavorato part-time o con contratto stagionale?

Sì, purché abbia ricevuto una Certificazione Unica dal datore di lavoro. Anche chi ha lavorato solo pochi mesi nell’anno può (e spesso deve) presentarlo.

Posso portare in detrazione le spese dei miei genitori?

Solo se i tuoi genitori sono fiscalmente a tuo carico, cioè se il loro reddito annuo non supera i 2.840,51 euro lordi (4.000 euro per i figli under 24). In quel caso puoi detrarre le loro spese mediche sul tuo 730.

Devo conservare i documenti anche dopo aver presentato il 730?

Sì. Conserva ricevute, scontrini e documenti giustificativi per almeno 5 anni dalla data di presentazione. L’Agenzia delle Entrate può chiederli in caso di controllo.

Cosa è cambiato nel 730 del 2026 rispetto agli anni precedenti?

Dal 2026 il precompilato include più dati precaricati rispetto al passato, tra cui alcune spese veterinarie e scolastiche. Inoltre è stata semplificata la procedura per chi ha più CU da più datori di lavoro. Le aliquote IRPEF restano quelle della riforma fiscale del 2024: 23% fino a 28.000 euro, 35% da 28.001 a 50.000, 43% oltre i 50.000.