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Microsoft Copilot: cos’è, come funziona e cosa sa fare

Microsoft Copilot: cos'è, come funziona e cosa sa fare – Microsoft Copilot: cos'è, come funziona e cosa sa fare

Microsoft Copilot è l’assistente AI di Microsoft, integrato in Windows, Office, Teams, Edge e decine di altri prodotti dell’ecosistema Microsoft. Se usi un PC con Windows 11, probabilmente hai già il pulsante di Copilot nella barra delle applicazioni senza averlo mai aperto. Se lavori con Word, Excel o PowerPoint in un contesto aziendale, è probabile che Copilot sia già disponibile nel tuo abbonamento Office 365. Capire cos’è e cosa sa fare può cambiare concretamente il modo in cui lavori ogni giorno.

📌 Articolo in breve
Microsoft Copilot è l’assistente AI basato su modelli OpenAI (GPT-4o) integrato in tutto l’ecosistema Microsoft. Esiste in due versioni principali: Copilot gratuito (disponibile su copilot.microsoft.com e in Windows) e Copilot for Microsoft 365 (abbonamento aziendale). Il primo è un chatbot generale; il secondo accede ai tuoi file, email e documenti aziendali per assistenza contestuale.

Indice

  1. Cos’è Microsoft Copilot e come è nato
  2. Le versioni di Copilot: gratuito vs 365
  3. Copilot su Windows 11
  4. Copilot in Word, Excel e PowerPoint
  5. Copilot in Teams e Outlook
  6. Copilot nel browser Edge
  7. Copilot vs ChatGPT vs Gemini
  8. Domande frequenti

Cos’è Microsoft Copilot e come è nato

Microsoft ha investito miliardi di dollari in OpenAI dal 2019, diventandone il principale partner commerciale. Non è un caso che i modelli alla base di Copilot siano gli stessi di ChatGPT — GPT-4o nella versione attuale. La differenza non sta nel modello sottostante, ma nell’integrazione: Copilot non è solo un chatbot isolato, ma un assistente che vive dentro i prodotti Microsoft e può accedere ai dati e ai documenti già presenti nell’ecosistema.

Il nome “Copilot” è stato scelto non a caso. L’idea è quella di un co-pilota — qualcuno che siede accanto a te mentre lavori, non che prende il controllo, ma che può intervenire quando glielo chiedi. In Word suggerisce come finire un paragrafo. In Excel spiega una formula o crea un grafico da una tabella di dati. In Teams trascrive e riassume riunioni che hai perso.

L’annuncio ufficiale è del marzo 2023, con il lancio di Copilot for Microsoft 365 per le grandi aziende. Nel corso del 2024 è diventato accessibile anche per le PMI e i privati attraverso vari piani, ed è stato integrato direttamente in Windows 11 come funzione di sistema.

Le versioni di Copilot: gratuito vs 365

Copilot gratuito è accessibile su copilot.microsoft.com, nell’app mobile e in Windows 11. Usa GPT-4o e ha accesso a internet per informazioni aggiornate. È fondamentalmente un ChatGPT con l’interfaccia Microsoft — la qualità è paragonabile, l’esperienza è leggermente diversa. Non richiede un account Microsoft per essere usato, anche se con l’account si ottiene la cronologia delle conversazioni e qualche funzione in più.

Copilot Pro costa 22 euro al mese per utente e aggiunge accesso prioritario ai modelli più recenti nelle ore di punta, integrazione con Office sul web (Word, Excel, PowerPoint online) e la possibilità di creare GPT personalizzati tramite Copilot Studio. È l’opzione per privati e freelance che usano Office 365 e vogliono l’AI integrata nei documenti.

Copilot for Microsoft 365 è la versione enterprise, disponibile con gli abbonamenti Business e Enterprise di Microsoft 365. Questa è la versione che cambia davvero il modo di lavorare: non solo accede a Word e Excel, ma ha accesso all’intera Graph API di Microsoft — cioè può cercare nelle email, nei file condivisi su SharePoint, nelle riunioni di Teams, nei calendari. Sa chi sei nell’organizzazione, con chi lavori, quali documenti hai prodotto di recente.

Copilot su Windows 11

In Windows 11, Copilot è accessibile dal pulsante nella barra delle applicazioni o con la scorciatoia da tastiera Win+C. Apre un pannello laterale con l’interfaccia di chat. Può rispondere a domande generali come qualsiasi chatbot, ma ha anche alcune capacità di interazione con il sistema operativo: può aprire le impostazioni, cambiare la modalità della schermata, attivare la modalità non disturbare, fare screenshot.

Con la funzione Recall (introdotta con i PC Copilot+), Windows acquisisce periodicamente screenshot di tutto quello che fai sul computer e usa AI per indicizzarlo e renderlo ricercabile. Puoi chiedere “dove ho visto quella email del cliente di marzo?” e Windows trova il momento esatto. È una funzione potente ma controversa per via delle implicazioni sulla privacy — viene salvata localmente e non inviata a Microsoft, ma il solo fatto di esistere ha sollevato molte discussioni.

Copilot in Word, Excel e PowerPoint

In Word, Copilot appare come un pannello laterale (o tramite il pulsante dedicato nella ribbon). Puoi chiedergli di scrivere una prima bozza partendo da un brief testuale, di riassumere un documento lungo, di riscrivere un paragrafo con tono più formale o più diretto, di trovare incoerenze nel testo. Non lavora come un editor tradizionale — non modifica il testo direttamente senza chiedere, ma propone modifiche che puoi accettare o rifiutare.

In Excel, Copilot è probabilmente l’integrazione più utile per chi non è esperto di formule. Puoi descrivere in italiano cosa vuoi fare — “calcola la variazione percentuale mese su mese per ogni riga” — e Copilot genera la formula corretta e la inserisce nel foglio. Può anche creare grafici da una selezione di dati, analizzare trend e rispondere a domande sui numeri presenti nel foglio.

In PowerPoint, può creare una presentazione da zero partendo da un documento Word o da un testo descrittivo. Il risultato non è mai direttamente presentabile — richiede revisione e personalizzazione grafica — ma come punto di partenza per strutturare i contenuti è molto più veloce del foglio bianco.

Copilot in Teams e Outlook

Le integrazioni in Teams e Outlook sono quelle che fanno la differenza negli ambienti di lavoro moderni, dove una parte significativa del tempo viene spesa in riunioni e nella gestione della posta.

In Teams, Copilot può trascrivere le riunioni in tempo reale, generare un riassunto dei punti principali discussi, elencare le decisioni prese e i task assegnati. Se sei arrivato tardi a una riunione puoi chiedere “cosa mi sono perso?” e Copilot ti risponde basandosi sulla trascrizione. Può rispondere a domande su argomenti discussi nella chat del team, cercando tra i messaggi storici del canale.

In Outlook, Copilot può riassumere thread email lunghi con decine di messaggi, generare bozze di risposta basate sul contesto della conversazione e sulla tua posizione nell’organizzazione, identificare le email che richiedono azione urgente tra centinaia di messaggi non letti.

Copilot nel browser Edge

Microsoft Edge integra Copilot nella barra laterale del browser. Puoi aprirlo con Ctrl+Shift+. e avere una conversazione contestuale su qualsiasi pagina stai visitando: chiedere di riassumere un articolo, fare domande sul contenuto, generare testi correlati. È comodo se usi Edge come browser principale, ma se usi Chrome o Firefox l’integrazione non è disponibile nativamente.

Copilot vs ChatGPT vs Gemini

Il modello sottostante di Copilot è lo stesso di ChatGPT (GPT-4o), quindi le capacità di base sono molto simili. La differenza reale è l’ecosistema. Copilot vince chiaramente se lavori intensivamente con Microsoft 365 — nessun altro strumento ha la stessa integrazione nativa con Word, Excel, Teams e Outlook. ChatGPT vince in flessibilità, nell’ecosistema di plugin e GPT personalizzati, e nei modelli di ragionamento avanzato come o3. ChatGPT è anche il riferimento per chi vuole un assistente AI generico senza necessità di integrazione con strumenti specifici.

Gemini ha un vantaggio simile a Copilot ma nell’ecosistema Google: se il tuo lavoro si svolge su Gmail, Drive e Google Docs, Gemini è più naturale. Se invece sei nel mondo Microsoft — e molte aziende italiane lo sono — Copilot for Microsoft 365 è una scelta difficile da battere per la produttività quotidiana.

Domande frequenti

Copilot è incluso in Office 365?

Dipende dall’abbonamento. Il Copilot di base (chatbot generale) è gratuito. Copilot for Microsoft 365 — quello integrato nei documenti e con accesso ai dati aziendali — richiede un piano Microsoft 365 Business o Enterprise con la licenza Copilot aggiuntiva, che costa circa 30 dollari per utente al mese sopra il costo base dell’abbonamento.

Copilot può accedere ai miei file senza che io glielo chieda?

No. Copilot accede ai tuoi dati solo quando sei tu a invocarlo e a dargli un contesto specifico. Non monitora passivamente i tuoi file o le tue email. Detto questo, nell’ambiente aziendale, i dati a cui Copilot può accedere sono quelli visibili all’utente tramite i permessi di Microsoft 365 — quindi se hai accesso a file condivisi del team, Copilot può cercare anche in quelli.

Copilot funziona in italiano?

Sì. Sia l’interfaccia che il modello gestiscono l’italiano. Puoi scrivere in italiano e ricevere risposte in italiano. Nelle integrazioni Office, le istruzioni in italiano funzionano correttamente su tutte le applicazioni.

Copilot registra le conversazioni?

Microsoft usa le conversazioni per migliorare il servizio, ma ha impegni contrattuali diversi per le versioni enterprise rispetto al consumer. Per Copilot for Microsoft 365 in ambito aziendale, Microsoft dichiara di non usare i dati dei clienti per addestrare i modelli senza consenso esplicito. Per la versione gratuita consumer, le condizioni sono meno restrittive — come per qualsiasi servizio gratuito.

Gemini AI: cos’è, come funziona e come usarlo

Gemini AI: cos'è, come funziona e come usarlo – Gemini AI: cos'è, come funziona e come usarlo

Gemini AI è l’assistente artificiale di Google, lanciato a fine 2023 e aggiornato in modo significativo nel corso del 2024 e del 2025. È il principale concorrente di ChatGPT sul mercato dei modelli linguistici di grandi dimensioni, e ha un vantaggio competitivo molto concreto: è integrato nell’ecosistema Google che miliardi di persone usano ogni giorno — Gmail, Documenti, Fogli, Google Search. Capire cos’è e come funziona Gemini è sempre più utile, anche per chi non si considera un appassionato di intelligenza artificiale.

📌 Articolo in breve
Gemini è la famiglia di modelli AI di Google, disponibile come assistente standalone su gemini.google.com e integrato in tutti i prodotti Google (Gmail, Drive, Search, Android). Esistono tre versioni principali: Gemini Flash (veloce e gratuito), Gemini Pro e Gemini Ultra (abbonamento Advanced). Nel 2025 è diventato il motore della ricerca AI Overview di Google e l’assistente di default su Android.

Indice

  1. Da Bard a Gemini: la storia
  2. I modelli Gemini: Flash, Pro e Ultra
  3. Come funziona tecnicamente
  4. Dove si usa: app, web e integrazioni Google
  5. Gemini Advanced: vale il costo?
  6. Gemini vs ChatGPT: le differenze pratiche
  7. Gemini su Android: come sostituisce Google Assistant
  8. Domande frequenti

Da Bard a Gemini: la storia

La storia di Gemini inizia con un lancio difficile. Nel febbraio 2023, Google presentò Bard — la sua risposta a ChatGPT — con una demo pubblica in cui il modello commise un errore fattuale evidente su una domanda astronomica. Il titolo di Alphabet (la holding di Google) perse circa 100 miliardi di dollari di capitalizzazione in un giorno. Fu un avvio traumatico per un progetto su cui Google aveva investito miliardi.

Nel dicembre 2023, Google presentò Gemini come la generazione successiva di modelli AI — non solo un aggiornamento di Bard, ma un’architettura completamente nuova, progettata fin dall’inizio per essere multimodale: testo, immagini, audio, video e codice tutto nello stesso sistema. A febbraio 2024, Bard venne definitivamente rinominato Gemini, e il nuovo modello iniziò a prendere il posto del vecchio assistente in tutti i prodotti Google.

Il momento di svolta è arrivato nel 2024-2025 con l’integrazione di Gemini nella ricerca Google: la funzione “AI Overview” (visibile in cima ai risultati di ricerca) usa Gemini per sintetizzare risposte dirette alle domande, cambiando radicalmente il modo in cui milioni di persone interagiscono con il motore di ricerca.

I modelli Gemini: Flash, Pro e Ultra

Come OpenAI con i suoi modelli, Google offre versioni di Gemini con caratteristiche diverse, ottimizzate per usi differenti.

Gemini Flash è il modello più veloce e leggero. È progettato per rispondere rapidamente a volumi elevati di richieste con un costo computazionale basso. È quello che si usa nella versione gratuita di Gemini e che alimenta molte delle integrazioni Google nei prodotti consumer. Non è il più capace, ma è velocissimo e sorprendentemente buono per la maggior parte delle attività quotidiane.

Gemini Pro è il modello di mezzo: più capace di Flash, usato per compiti che richiedono ragionamento più profondo. Nell’API per sviluppatori è la scelta principale per applicazioni che richiedono qualità senza i costi di Ultra.

Gemini Ultra (rinominato anche come Gemini 1.5 Ultra o nelle versioni recenti con nomi diversi) è il modello di punta, riservato all’abbonamento Gemini Advanced. Ha una finestra di contesto enorme — fino a un milione di token, equivalente a circa 700.000 parole — che permette di analizzare documenti molto lunghi, intere basi di codice o lunghe trascrizioni audio senza perdere il filo.

Come funziona tecnicamente

Gemini è un modello multimodale nativo: a differenza di GPT-4 che è stato progettato principalmente per il testo con capacità visive aggiunte successivamente, Gemini è stato costruito fin dall’inizio per elaborare simultaneamente testo, immagini, audio e video come input unificato.

Come tutti i grandi modelli linguistici, Gemini è stato addestrato su una quantità enorme di dati — testi da internet, libri, codice, dati scientifici — e ha imparato a predire il token successivo in una sequenza. Ma la sua architettura transformer è ottimizzata per gestire sequenze molto lunghe in modo efficiente, il che spiega la finestra di contesto da un milione di token che è uno dei suoi tratti distintivi.

Google ha anche sviluppato tecniche di ragionamento avanzato: Gemini Thinking (il corrispettivo del modello o1/o3 di OpenAI) è una versione che “pensa ad alta voce” prima di rispondere, migliorando notevolmente la qualità su problemi matematici e logici complessi. Per confronto con altri sistemi AI, puoi leggere l’articolo su Claude AI di Anthropic o su Grok AI di xAI.

Dove si usa: app, web e integrazioni Google

Gemini è accessibile in diversi modi, e questa capillarità è uno dei suoi punti di forza rispetto alla concorrenza.

L’accesso più diretto è tramite gemini.google.com, l’interfaccia web standalone. Funziona come ChatGPT: scrivi un messaggio, ricevi una risposta, puoi continuare la conversazione. Supporta l’upload di immagini, documenti PDF e file di testo. La versione gratuita usa Gemini Flash e dà accesso limitato a Pro.

Su Android, Gemini ha sostituito Google Assistant come assistente di default. Si attiva tenendo premuto il tasto home o dicendo “Hey Google”. Può leggere e interagire con lo schermo del telefono in tempo reale — se stai guardando una foto, puoi chiedere a Gemini di descriverla o cercare informazioni su ciò che vede.

Nelle app Google Workspace — Gmail, Documenti, Fogli, Presentazioni, Drive — Gemini è accessibile tramite il pulsante con la stella (o “Aiutami a scrivere”). In Gmail può riassumere thread lunghi, suggerire risposte, redigere email da pochi punti chiave. In Documenti, può generare testi, riepilogare contenuti, suggerire modifiche stilistiche. In Fogli, può analizzare dati e generare formule.

Gemini Advanced: vale il costo?

Gemini Advanced costa 21,99 euro al mese in Italia ed è incluso nell’abbonamento Google One AI Premium. Oltre all’accesso ai modelli più potenti, include 2 TB di spazio su Google Drive (rispetto ai 15 GB gratuiti) e le integrazioni avanzate in tutti i prodotti Workspace.

Per chi usa già Google Workspace intensivamente — Gmail per lavoro, Drive per collaborare su documenti, Meet per le videochiamate — il valore si sente. Poter riassumere automaticamente lunghi thread email, generare prime bozze di documenti o analizzare fogli di calcolo direttamente nell’ambiente in cui già lavori è una comodità concreta. Per chi usa Google solo saltuariamente, l’abbonamento avanzato è probabilmente eccessivo.

Il confronto diretto con ChatGPT Plus (20 euro al mese) è quasi inevitabile. ChatGPT ha un ecosistema di plugin e GPT personalizzati più maturo. Gemini ha l’integrazione nativa con Google — se lavori molto su Drive e Gmail, Gemini vince facilmente su quel fronte.

Gemini vs ChatGPT: le differenze pratiche

Le differenze tra Gemini e ChatGPT non riguardano tanto le capacità di base — entrambi sanno scrivere testi, rispondere a domande, analizzare immagini, generare codice — quanto l’ecosistema e i punti di forza specifici.

Gemini ha un accesso migliore alle informazioni in tempo reale. Essendo integrato con la ricerca Google, può attingere a notizie aggiornate e risultati web con più naturalezza. ChatGPT con navigazione web attiva è competitivo, ma Gemini lo fa con meno attrito.

ChatGPT ha generalmente un vantaggio nella generazione di testi creativi e nel ragionamento complesso, soprattutto con i modelli o3. I benchmark di valutazione indipendenti variano a seconda del compito, ma su scrittura creativa e ragionamento logico avanzato i modelli OpenAI restano spesso preferiti.

Su codice e programmazione, entrambi sono molto capaci. Gemini ha il vantaggio di integrarsi direttamente con Android Studio e altri strumenti Google per gli sviluppatori.

Gemini su Android: come sostituisce Google Assistant

Su Android, Gemini è diventato l’assistente principale dalla versione 14 del sistema operativo. La differenza rispetto al vecchio Google Assistant è sostanziale: Assistant era basato su comandi — “Imposta timer”, “Chiama Marco”, “Naviga verso casa” — e funzionava bene per azioni predefinite. Gemini capisce linguaggio naturale molto più complesso e può ragionare su richieste articolate.

La funzione più interessante è Gemini con lo schermo: tenendo premuto il tasto home con un’app aperta, Gemini “vede” lo schermo e puoi fargli domande su quello che sta visualizzando. Se stai guardando un ristorante su Maps, puoi chiedere “Che tipo di cucina serve?” senza digitare nulla. Se stai leggendo un articolo, puoi chiedere “Riassumimi questo”.

Per le azioni di sistema classiche — timer, sveglie, chiamate, messaggi — Gemini le gestisce ancora attraverso le stesse API di Android, quindi la compatibilità con le funzioni base dell’Assistant è mantenuta.

Domande frequenti

Gemini è gratuito?

Sì, la versione base è gratuita su gemini.google.com e nell’app Android. Usa Gemini Flash, che è veloce e capace per la maggior parte degli usi quotidiani. Gemini Advanced, con i modelli più potenti e le integrazioni Workspace complete, richiede l’abbonamento Google One AI Premium a 21,99 euro al mese.

Gemini parla italiano?

Sì, gestisce l’italiano molto bene. A differenza di alcuni modelli addestrati prevalentemente in inglese, Gemini ha ricevuto training multilingua significativo e produce output in italiano di buona qualità, sia per testi formali che colloquiali.

Gemini può sbagliare?

Come tutti i modelli linguistici di grandi dimensioni, Gemini può produrre informazioni errate con la stessa sicurezza di quelle corrette — il fenomeno delle “allucinazioni”. Su fatti specifici, numeri, citazioni o informazioni molto recenti, verifica sempre su fonti primarie. Gemini stesso lo ricorda spesso nelle risposte che riguardano argomenti sensibili.

I dati delle conversazioni con Gemini vengono usati da Google?

Nelle impostazioni di default, Google può usare le conversazioni per migliorare i modelli. Puoi disattivare questa opzione da myaccount.google.com → Dati e privacy → Attività web e app → Attività di Gemini. Se usi Workspace aziendale con un account Google for Business, i termini sono diversi e generalmente più restrittivi sulla condivisione dei dati.

Per usarlo al meglio nel lavoro quotidiano, leggi anche come usare Gemini in Gmail e Google Docs.

VPN sullo smartphone: serve davvero? Guida pratica 2026

VPN sicurezza smartphone – VPN sullo smartphone

VPN sullo smartphone: se ne parla molto, ma pochi sanno davvero cosa fa e se vale la pena usarla. La risposta breve è: dipende. Non è lo scudo magico che certi annunci pubblicitari vogliono far credere, ma in alcune situazioni specifiche è uno strumento concreto e utile. In questo articolo vediamo esattamente cosa fa una VPN sul telefono, quando ha senso attivarla e quando invece è solo un’app che occupa spazio.

📌 Articolo in breve
Una VPN sullo smartphone cripta il traffico di rete e nasconde il tuo indirizzo IP. È utile su reti Wi-Fi pubbliche non sicure, per aggirare restrizioni geografiche e per una maggiore privacy dalla sorveglianza dell’ISP. Non protegge dai malware, non rende anonimi al 100% e può rallentare la connessione. Esistono buone VPN gratuite (Proton VPN) e a pagamento (Mullvad, NordVPN).

Indice

  1. Cosa fa una VPN sullo smartphone
  2. Quando ha senso usarla davvero
  3. Quando non serve (o non basta)
  4. Come si installa su Android e iPhone
  5. Quale VPN scegliere: gratuita o a pagamento
  6. Quanto consuma batteria e dati
  7. Domande frequenti

Cosa fa una VPN sullo smartphone

VPN sta per Virtual Private Network, rete privata virtuale. Quando la attivi sul telefono, tutto il traffico di rete — le app che usi, i siti che visiti, i messaggi che invii — passa attraverso un server intermedio gestito dal provider VPN. Questo ha due effetti principali: il traffico viene crittografato (nessuno può leggerlo in transito) e il tuo indirizzo IP viene sostituito con quello del server VPN (i siti e i servizi vedono la posizione del server, non la tua).

Per capire la differenza con e senza VPN, pensa a una lettera spedita per posta. Senza VPN, la lettera è in una busta trasparente: il postino può vedere cosa c’è scritto e sa perfettamente da dove viene e dove va. Con la VPN, la lettera è in una busta opaca che passa prima da un ufficio postale intermedio: il destinatario finale sa solo che la lettera è partita da quell’ufficio, non da casa tua.

Per una spiegazione più approfondita del funzionamento tecnico, c’è un articolo completo sulle VPN che copre protocolli, tipi di cifratura e funzionamento a livello di rete. Qui ci concentriamo sull’uso pratico sullo smartphone.

Quando ha senso usarla davvero

Il caso d’uso più solido è il Wi-Fi pubblico. Quando ti connetti alla rete dell’aeroporto, del bar, dell’hotel o del centro commerciale, sei su una rete condivisa con decine o centinaia di sconosciuti. Chiunque abbia le competenze tecniche può potenzialmente intercettare il traffico non crittografato su quella rete. Con una VPN attiva, anche se qualcuno intercettasse i pacchetti di dati, vedrebbe solo dati cifrati inutilizzabili. Per chi viaggia spesso o lavora in mobilità, è un’abitudine che vale la pena adottare.

Il secondo caso d’uso legittimo è la privacy dall’ISP — il tuo gestore telefonico o provider internet. Senza VPN, il tuo ISP vede esattamente quali siti visiti, quando, per quanto tempo. Questa informazione può essere usata per profilazione commerciale o, in alcuni Paesi, condivisa con autorità governative su richiesta. Con una VPN, l’ISP vede solo che sei connesso al server VPN: non sa cosa ci fai.

Il terzo caso è l’accesso a contenuti geo-bloccati. Alcune piattaforme di streaming mostrano cataloghi diversi in Paesi diversi. Con una VPN puoi apparire connesso da un altro Paese e accedere a contenuti non disponibili in Italia. Tecnicamente funziona, anche se molte piattaforme hanno sistemi per rilevare e bloccare le connessioni VPN note.

Quando non serve (o non basta)

Una VPN non ti rende anonimo. Se sei loggato su Google, Facebook o qualsiasi altro account, quei servizi ti identificano indipendentemente dal tuo indirizzo IP. La VPN nasconde il tuo IP, ma non la tua identità digitale. Se il tuo obiettivo è la privacy totale, hai bisogno di molto di più: browser diverso, niente account, niente cookie — la VPN da sola non basta.

Non protegge dai malware e phishing. Se scarichi un’app infetta o clicchi su un link di phishing, la VPN non fa nulla per fermare l’attacco. Protezione da malware e protezione della rete sono due cose completamente diverse. Alcune VPN includono funzioni di blocco dei tracker e dei siti malevoli come funzionalità aggiuntiva, ma non sostituiscono un comportamento digitale attento.

Non ti protegge dal tracciamento delle app. Le app che hai installato raccolgono dati attraverso i permessi che hai concesso — posizione GPS, contatti, abitudini di utilizzo. Questa raccolta avviene indipendentemente dalla VPN, che gestisce solo il traffico di rete. Per questo tipo di protezione, bisogna agire sui permessi delle app e sulle impostazioni di privacy del sistema operativo.

Come si installa su Android e iPhone

L’installazione è identica a quella di qualsiasi altra app: cerchi il nome del provider VPN su Google Play o App Store, scarichi l’app ufficiale, crei un account (o accedi se ne hai già uno) e segui la procedura guidata. Al primo avvio, il telefono chiederà il permesso di aggiungere una configurazione VPN — devi accettare, è necessario al funzionamento.

Su Android, puoi anche configurare manualmente una VPN senza app di terze parti, attraverso Impostazioni → Rete → VPN. È utile per connessioni VPN aziendali o per protocol come WireGuard, ma per uso consumer l’app del provider è più semplice e gestisce automaticamente i dettagli tecnici.

Su iPhone, alcune VPN usano un profilo di configurazione invece dell’app: ti viene chiesto di installare un profilo in Impostazioni → Generali → VPN e gestione dispositivi. È una procedura normale, ma vale la pena farlo solo con provider affidabili, perché un profilo VPN ha accesso a tutto il traffico di rete del dispositivo.

Una funzione utile da attivare su entrambe le piattaforme è il kill switch: se la connessione VPN cade improvvisamente, il kill switch blocca tutto il traffico di rete finché la VPN non si riconnette, evitando che il traffico “scappi” non protetto senza che te ne accorga.

Quale VPN scegliere: gratuita o a pagamento

Le VPN gratuite vanno scelte con molta attenzione. Gestire una rete di server in tutto il mondo ha un costo significativo, e se il servizio è gratuito bisogna chiedersi come si sostiene economicamente. Molti provider VPN gratuiti raccolgono e vendono i dati degli utenti — esattamente il contrario di quello che vorresti da una VPN.

Proton VPN è l’eccezione: ha una versione gratuita genuinamente rispettosa della privacy, con server in tre Paesi (USA, Olanda, Giappone), senza limiti di traffico e con una politica no-log verificata. La società è svizzera, con una lunga storia di prodotti focalizzati sulla privacy (hanno anche ProtonMail). È la scelta consigliata per chi vuole iniziare senza spendere.

Tra i provider a pagamento, Mullvad (circa 5 euro al mese) è forse il più orientato alla privacy: non richiede email per registrarsi, accetta pagamenti in contanti, ha una politica no-log verificata da audit indipendenti. NordVPN e ExpressVPN sono più conosciuti grazie a campagne marketing aggressive, ma sono opzioni valide — controlla sempre se hanno audit di terze parti pubblicati prima di sottoscrivere.

Quanto consuma batteria e dati

Una VPN attiva consuma più batteria del normale, perché il dispositivo deve cifrare e decifrare costantemente il traffico. Il consumo aggiuntivo dipende dal protocollo usato: WireGuard è il più efficiente tra i moderni e su connessioni buone l’impatto è quasi impercettibile. OpenVPN è più pesante. I provider seri usano WireGuard per impostazione predefinita sulle app mobile.

Sul consumo dati, la VPN aggiunge un overhead di circa il 5-15% rispetto al traffico normale, per via dei header di cifratura. Non è un problema su connessioni illimitate, ma può fare la differenza se hai un piano dati mobile limitato e usi la VPN tutto il giorno.

Un approccio pratico è non tenerla sempre attiva, ma attivarla selettivamente: sempre su Wi-Fi pubblico sconosciuto, mai a casa sulla propria rete fissa. Molte app VPN hanno la funzione di “VPN automatica sulle reti non fidate” che fa esattamente questo senza doverci pensare ogni volta.

Connessione e sicurezza

La VPN è particolarmente utile sulle reti Wi-Fi pubbliche. Se vuoi capire perché alcune reti casalinghe “prendono male” e come migliorare la copertura, la guida su come funziona il Wi-Fi e perché prende male in casa spiega le cause e le soluzioni pratiche.

Domande frequenti

Usare una VPN è legale in Italia?

Sì, è perfettamente legale. La VPN è uno strumento di sicurezza usato da aziende, professionisti e privati in tutto il mondo. Non è legale, invece, usarla per commettere attività illecite — la legalità o meno delle azioni dipende dalle azioni stesse, non dallo strumento usato.

La VPN nasconde la posizione GPS?

No. La VPN cambia l’indirizzo IP, non la posizione GPS del dispositivo. Se un’app ha il permesso di accedere alla posizione GPS, la vede indipendentemente dalla VPN. Per nascondere la posizione fisica, bisogna revocare i permessi di localizzazione alle app o usare strumenti specifici di spoofing GPS.

Conviene tenere la VPN sempre attiva?

Per la maggior parte delle persone, no. Tenerla sempre attiva rallenta leggermente la connessione, consuma più batteria e per alcune app può creare problemi (servizi bancari o streaming che bloccano i server VPN noti). L’approccio più sensato è attivarla quando serve: reti pubbliche, accesso a contenuti geo-bloccati, situazioni in cui la privacy è importante.

Una VPN protegge su WhatsApp e Telegram?

WhatsApp e Telegram usano già cifratura end-to-end per i messaggi — il contenuto delle tue conversazioni è già protetto indipendentemente dalla VPN. La VPN aggiunge un livello ulteriore nascondendo il fatto che stai usando questi servizi al tuo ISP, ma non cambia la protezione del contenuto dei messaggi.

Come cancellare i dati personali dalle app: guida GDPR

privacy dati personali – Come cancellare i dati personali dalle app

Come cancellare i dati personali dalle app è qualcosa che quasi nessuno sa fare, eppure è un diritto garantito dal GDPR — il Regolamento Europeo sulla Protezione dei Dati — che vale per tutti i servizi digitali usati in Italia. Social network, app di shopping, piattaforme di streaming, servizi email: ognuno di questi ha raccolta dati su di te nel corso degli anni. Hai il diritto di sapere cosa c’è, di chiederlo, e di fartelo cancellare.

📌 Articolo in breve
Il GDPR ti dà il diritto di richiedere la cancellazione dei tuoi dati personali a qualsiasi azienda che li elabora (diritto all’oblio). La procedura varia da piattaforma a piattaforma: alcune hanno sezioni apposite nelle impostazioni, altre richiedono una richiesta formale via email. Per i servizi più usati — Instagram, Google, Facebook, TikTok, Amazon — esistono percorsi specifici descritti in questo articolo.

Indice

  1. I tuoi diritti: GDPR e diritto all’oblio
  2. Cosa puoi cancellare e cosa no
  3. Cancellare i dati da Google
  4. Cancellare i dati da Facebook e Instagram
  5. Cancellare i dati da TikTok
  6. Cancellare i dati da Amazon
  7. Come fare richiesta alle altre app
  8. Account dimenticati: come trovarli e chiuderli
  9. Domande frequenti

I tuoi diritti: GDPR e diritto all’oblio

Dal 2018, il Regolamento Generale sulla Protezione dei Dati (GDPR) garantisce a tutti i cittadini europei una serie di diritti concreti sui propri dati personali. Il più importante per questo articolo è l’articolo 17: il diritto alla cancellazione, noto anche come “diritto all’oblio”. Significa che puoi chiedere a qualsiasi azienda che elabora i tuoi dati di cancellarli, e l’azienda deve farlo entro 30 giorni, salvo eccezioni specifiche previste dalla legge.

Non è necessario giustificare la richiesta. Non devi spiegare perché vuoi che i tuoi dati vengano cancellati. Puoi semplicemente richiederlo. Se l’azienda si rifiuta senza un motivo legittimo, puoi fare reclamo al Garante per la Protezione dei Dati Personali (garante.it), che in Italia è l’autorità di supervisione.

Hai anche il diritto di accesso (art. 15 GDPR): puoi chiedere a qualsiasi azienda esattamente quali dati ha su di te, come li usa, con chi li condivide, per quanto tempo li conserva. Molte grandi piattaforme hanno strumenti integrati per scaricare una copia di tutti i tuoi dati — e la dimensione del file può sorprendere.

Per gestire bene la tua privacy digitale, leggi anche come proteggere la privacy sul telefono e come configurare i permessi delle app per limitare la raccolta alla fonte.

Cosa puoi cancellare e cosa no

Il diritto alla cancellazione non è assoluto. Le aziende possono rifiutarsi di cancellare i tuoi dati se ne hanno bisogno per adempiere a obblighi legali (per esempio, i dati fiscali delle transazioni devono essere conservati per legge per un certo numero di anni), per difendersi in controversie legali, o se i dati sono necessari per l’esecuzione di un contratto attivo.

In pratica, per i servizi consumer come social network e app, quasi tutto è cancellabile. Cosa puoi aspettarti di ottenere: profilo e dati dell’account, cronologia delle attività, messaggi e post, dati di localizzazione storici, dati pubblicitari e di profilazione. Cosa potrebbe restare: dati necessari per la fatturazione di acquisti già effettuati, backup tecnici nei sistemi di archiviazione distribuita (che vengono eliminati nei cicli di pulizia successivi), dati aggregati e anonimizzati che non contengono più informazioni identificabili.

Cancellare i dati da Google

Google è probabilmente la piattaforma che ha più dati su di te, considerando che quasi tutti usiamo Gmail, Google Maps, la ricerca Google, YouTube e magari Android. Il punto di partenza è myaccount.google.com — il pannello di controllo centrale del tuo account Google.

Da qui puoi accedere a “Dati e privacy” per trovare tutte le opzioni di gestione. La sezione “La tua attività di Google” mostra la cronologia delle ricerche, dei video YouTube guardati, dei posti visitati con Maps. Puoi cancellarla tutta, in un range di date specifico, o impostare la cancellazione automatica dopo 3, 18 o 36 mesi.

Per scaricare tutti i tuoi dati, usa Google Takeout (takeout.google.com): puoi esportare tutto — email, foto, documenti, contatti, dati di Maps — in un archivio ZIP. È utile se vuoi capire esattamente cosa Google sa di te, o se vuoi migrare a un altro servizio.

Per cancellare l’account Google completamente, vai in myaccount.google.com → Dati e privacy → Elimina il tuo account Google. È un’azione irreversibile: perdi accesso a Gmail, a tutti i file su Google Drive, agli acquisti sul Play Store. Prima di farlo, esegui il backup con Google Takeout.

Cancellare i dati da Facebook e Instagram

Meta, la società madre di Facebook e Instagram, offre strumenti per la gestione dei dati accessibili dal menu delle impostazioni di entrambe le piattaforme.

Su Facebook, vai in Impostazioni → La tua attività su Facebook → Le tue informazioni su Facebook. Qui trovi “Scarica le tue informazioni” per esportare tutto e “Gestisci le tue attività” per eliminare post, commenti e like in blocco. Per le “Attività fuori da Facebook” — i dati che Facebook raccoglie dai siti web e app di terze parti che visitati — puoi pulire questa cronologia da Impostazioni → La tua attività su Facebook → Attività fuori da Facebook.

La cancellazione dell’account Facebook è in Impostazioni → La tua identità su Facebook → Proprietà e controllo dell’account → Disattivazione e cancellazione. Meta dà 30 giorni per ripensarci prima di eseguire la cancellazione definitiva. Durante questi 30 giorni, il tuo account è disattivato ma non ancora cancellato.

Su Instagram, vai in Impostazioni → Account → Scarica i tuoi dati per esportare tutto. Per cancellare l’account, il percorso è nelle impostazioni → Account → Elimina account. Anche qui c’è un periodo di grazia di 30 giorni.

Cancellare i dati da TikTok

TikTok è stata al centro di molte polemiche sulla privacy per via dei dati raccolti e per i legami con la Cina della casa madre ByteDance. Le opzioni di gestione dei dati si trovano nel profilo → Impostazioni e privacy → Privacy → Richiesta dati.

Da qui puoi richiedere un download di tutti i tuoi dati (attività, video guardati, ricerche, messaggi). TikTok prepara il file entro qualche giorno e ti avvisa. Per cancellare l’account vai in Impostazioni → Gestisci account → Elimina account. TikTok mantiene i dati per 30 giorni dopo la richiesta di cancellazione, poi li elimina in modo permanente.

Vale la pena notare che TikTok raccoglie una quantità di dati comportamentali molto ampia — quanto a lungo guardi ogni video, cosa ti fa fermare, come scorra il feed. Questi dati vengono usati per alimentare l’algoritmo e, secondo alcune indagini, per profilazione molto dettagliata. Per capire come funziona questo tipo di raccolta dati, puoi leggere un approfondimento nell’articolo su app e privacy del telefono.

Cancellare i dati da Amazon

Amazon raccoglie la cronologia degli acquisti, le ricerche sui prodotti, le recensioni, i dati di Alexa se hai un dispositivo Echo, le abitudini di streaming su Prime Video. Il pannello di gestione è su amazon.it/privacy, accessibile dopo aver effettuato l’accesso.

Per la cronologia delle ricerche su Amazon, vai in Account → Cronologia di navigazione → Disattiva e svuota la cronologia. Per i dati di Alexa, l’app Amazon Alexa ha una sezione “Privacy” dove puoi vedere, riesaminare e cancellare tutte le registrazioni vocali salvate. È possibile anche impostare la cancellazione automatica dopo 3 o 18 mesi.

Per una richiesta formale di cancellazione di tutti i dati, Amazon ha un form dedicato raggiungibile dalla pagina della privacy policy. Tieni presente che Amazon è tenuta per legge a conservare i dati degli acquisti per fini fiscali, quindi la cronologia degli ordini non viene cancellata completamente.

Come fare richiesta alle altre app

Per le app che non hanno un pannello self-service per la cancellazione dei dati, il GDPR ti garantisce comunque il diritto di fare richiesta via email o modulo. Il destinatario corretto è il Data Protection Officer (DPO) dell’azienda, oppure l’indirizzo email privacy indicato nella privacy policy dell’app.

Una richiesta tipo potrebbe essere: “In qualità di interessato ai sensi dell’art. 17 del Regolamento UE 2016/679 (GDPR), richiedo la cancellazione di tutti i dati personali che mi riguardano trattati dalla vostra organizzazione, inclusi [specifica: account, cronologia, dati comportamentali, ecc.]. Allego copia del documento di identità per conferma.” Non è obbligatorio allegare il documento di identità, ma può accelerare la procedura.

L’azienda ha 30 giorni per rispondere. Se non lo fa, o se risponde negativamente senza motivazione valida, puoi presentare reclamo al Garante Privacy su garante.it.

Account dimenticati: come trovarli e chiuderli

Nel corso degli anni, molti di noi hanno creato account su servizi poi dimenticati — forum, app di dating, piattaforme di e-commerce, siti di news, vecchi social network. Questi account continuano a esistere, spesso con dati vecchi o sensibili, e possono essere vulnerabili se il servizio subisce un data breach.

Un modo pratico per trovare gli account dimenticati è cercare nella propria email le parole “benvenuto”, “conferma registrazione” o “verifica account” — sono le email che arrivano quando ci si iscrive a un servizio. Torna indietro di anni: troverai servizi che avevi dimenticato completamente.

Puoi anche usare haveibeenpwned.com (sito di sicurezza affidabile) per verificare se il tuo indirizzo email è apparso in data breach noti. Se la tua email è in un breach, significa che quel servizio è stato violato e i tuoi dati potrebbero essere in circolazione su forum hacker.

Per ogni account trovato: cambia la password se non lo hai fatto da anni, poi cancella l’account. Se il servizio non ha un’opzione di cancellazione, usa la email della privacy policy per richiedere la cancellazione manuale ai sensi del GDPR.

Domande frequenti

Posso richiedere la cancellazione dei dati anche se sono ancora cliente del servizio?

Sì, ma con limitazioni. Se sei ancora abbonato a un servizio attivo, l’azienda può rifiutare la cancellazione dei dati necessari all’esecuzione del contratto finché il contratto è attivo. Puoi però richiedere la cancellazione dei dati non necessari al servizio (per esempio, i dati di profilazione pubblicitaria) anche mantenendo l’account.

Quanto tempo ci vuole perché i dati vengano davvero cancellati?

La risposta formale deve arrivare entro 30 giorni. Ma i dati possono persistere nei backup tecnici per settimane o mesi prima di essere eliminati definitivamente dai sistemi di archiviazione distribuita. Le piattaforme di solito specificano questo nelle loro policy. Non è una violazione del GDPR: è una conseguenza tecnica normale dei sistemi di backup.

La cancellazione dell’account equivale alla cancellazione dei dati?

Non sempre. Molti servizi “anonimizzano” i dati invece di cancellarli: rimuovono le informazioni identificabili ma mantengono i dati comportamentali aggregati. Se vuoi la cancellazione completa, specificalo esplicitamente nella richiesta, citando l’art. 17 GDPR. Alcune piattaforme hanno anche periodi di disattivazione prima della cancellazione definitiva — durante questo periodo i dati sono ancora presenti.

Cosa succede ai dati condivisi con altri su un social network?

I messaggi inviati ad altri utenti, i post in cui sei stato taggato, le foto caricate da altri in cui appari — queste informazioni non vengono cancellate solo perché hai cancellato il tuo account. Sono dati associati agli account di altri utenti. Puoi richiedere la rimozione del tuo profilo da queste interazioni, ma il processo è più complesso e i risultati dipendono dalle policy della piattaforma.

Per proteggerti anche da altre minacce, leggi la nostra guida ai migliori antivirus gratis 2026.

Permessi app Android e iOS: quali accettare e quali rifiutare

permessi app – Permessi app Android e iOS

Permessi app Android e iOS: ogni volta che installi un’app sul tuo telefono, ti viene chiesto di concedere accesso a qualcosa — posizione, fotocamera, microfono, contatti. La maggior parte delle persone tocca “Consenti” senza leggere, un po’ per pigrizia, un po’ perché “altrimenti l’app non funziona”. In realtà, capire cosa stai concedendo e quando rifiutare è uno dei gesti più concreti che puoi fare per proteggere i tuoi dati personali.

📌 Articolo in breve
I permessi delle app determinano a quali risorse del tuo telefono ogni applicazione può accedere: posizione, microfono, fotocamera, contatti, calendario, storage. Alcuni sono necessari al funzionamento dell’app, altri vengono richiesti per scopi pubblicitari o di profilazione. Su Android e iOS esistono strumenti per revisionarli e revocarli singolarmente. La regola base: se un’app non ha bisogno di un permesso per fare ciò per cui è stata installata, non glielo dare.

Indice

  1. Cosa sono i permessi e perché esistono
  2. I tipi di permesso: quali sono i più sensibili
  3. Come gestire i permessi su Android
  4. Come gestire i permessi su iPhone e iPad
  5. Quali permessi accettare e quali rifiutare
  6. Permessi delle app più comuni: cosa è normale
  7. Novità recenti: tracking, posizione precisa e altro
  8. Domande frequenti

Cosa sono i permessi e perché esistono

I permessi sono il meccanismo con cui il sistema operativo del tuo telefono controlla cosa possono fare le app. Prima che Android introducesse questo sistema nella versione 6 (2015), le app potevano accedere a quasi tutto al momento dell’installazione. Oggi, sia Android che iOS usano un modello in cui l’accesso alle risorse sensibili deve essere esplicitamente concesso dall’utente, ogni categoria per volta.

L’idea di base è buona: tu sai cosa stai concedendo, puoi decidere caso per caso, puoi revocare in qualsiasi momento. In pratica, funziona solo se si capisce cosa si sta autorizzando. E non sempre è immediato.

Un’app di torcia che chiede accesso ai contatti non ne ha nessun bisogno legittimo. Un’app di pagamento che chiede accesso al microfono potrebbe essere sospetta. Un social network che chiede la posizione “sempre” vuole costruire un profilo dettagliato dei tuoi spostamenti, non solo mostrarti post rilevanti. Il tema è strettamente connesso a quello delle app che accedono al microfono senza un motivo ovvio.

I tipi di permesso: quali sono i più sensibili

Non tutti i permessi hanno lo stesso impatto sulla privacy. Alcuni sono quasi innocui, altri aprono porte significative.

La posizione è il permesso più delicato. Con accesso alla posizione, un’app sa dove sei fisicamente — con precisione variabile da qualche decina di metri (via rete Wi-Fi/cell) a pochi metri (GPS). Le app che la usano “sempre” possono costruire una mappa dettagliata di tutte le tue abitudini: dove dormi, dove lavori, dove vai nel weekend, con quale frequenza, a che ora.

Il microfono è quasi altrettanto sensibile. Un’app con accesso permanente al microfono può, tecnicamente, registrare qualsiasi cosa dici in sua presenza. Le app legittime usano il microfono solo quando sei attivamente in una chiamata, stai dettando testo o usi una funzione di riconoscimento vocale. Se un’app di shopping chiede il microfono, non c’è motivo tecnico valido.

La fotocamera è richiesta legittimamente da molte app — scanner di documenti, videochiamate, codici QR. Ma un’app di podcast non ha nessun bisogno della fotocamera. La logica da applicare è sempre: questa funzione specifica richiede davvero questo accesso?

I contatti danno a un’app l’accesso all’intera rubrica — nomi, numeri, email, a volte indirizzi. Molte app di messaggistica lo richiedono per trovare gli amici già iscritti: è un uso legittimo. Ma app di giochi, meteo o utility raramente ne hanno bisogno.

Lo storage (o accesso ai file) permette a un’app di leggere e scrivere file sul telefono. È necessario per app di gestione file, editor di foto, app di backup. È più discutibile per app di gioco o social network. Su Android, le versioni recenti hanno introdotto accesso più granulare: puoi concedere accesso solo a foto, solo a video, o a tutti i file.

Come gestire i permessi su Android

Su Android, il percorso principale è Impostazioni → Privacy → Gestione permessi. Da qui puoi vedere, per ogni categoria di permesso, quali app vi hanno accesso e con quale livello. Cliccando su una categoria — per esempio “Microfono” — vedi l’elenco completo delle app che lo possono usare, suddivise tra quelle con accesso “Sempre”, “Solo durante l’utilizzo” e “Mai”.

Puoi anche fare il percorso inverso: Impostazioni → App → [nome app] → Permessi, per vedere tutti i permessi concessi a una specifica app e modificarli singolarmente. Questo è utile quando vuoi revisionare un’app specifica che ti ha insospettito.

Da Android 12, c’è la Privacy Dashboard: Impostazioni → Privacy → Dashboard privacy. Mostra una timeline delle ultime 24 ore con tutti gli accessi a posizione, microfono e fotocamera, con orario preciso e app responsabile. Se vedi che un’app ha usato il microfono alle due di notte mentre dormivi, è un dato concreto su cui agire.

Un’altra funzione utile, introdotta con Android 12, sono i indicatori di accesso: un pallino verde nell’angolo in alto a destra dello schermo appare ogni volta che un’app usa attivamente il microfono o la fotocamera. Se lo vedi apparire senza che tu stia usando nessuna funzione di registrazione, c’è qualcosa che lavora in background.

Come gestire i permessi su iPhone e iPad

Su iOS, vai in Impostazioni → Privacy e sicurezza. La struttura è simile ad Android: trovi ogni categoria di permesso elencata, e cliccando vedi quali app vi accedono. Puoi modificare il livello di accesso per ogni app direttamente da qui.

Per la posizione, iOS offre quattro opzioni: “Mai”, “Chiedi la prossima volta”, “Mentre usi l’app” e “Sempre”. Apple ha anche aggiunto un’opzione ulteriore molto utile: “Posizione approssimativa”. Invece di condividere la tua posizione precisa (con GPS, a pochi metri), puoi condividere solo una posizione approssimativa (nell’area di qualche chilometro). Per app meteo, notizie locali o servizi di food delivery, è spesso sufficiente — e molto meno invasiva.

Da iOS 14.5, Apple ha introdotto l’App Tracking Transparency: ogni app che vuole tracciarti tra app diverse (per mostrarti pubblicità mirata) deve chiedere esplicitamente il permesso con un messaggio come “Vuoi permettere a [app] di tracciarti?”. Scegliere “Chiedi all’app di non tracciarmi” non blocca tutta la pubblicità, ma impedisce che il tuo comportamento venga condiviso con reti pubblicitarie terze.

Come su Android, puoi fare anche il percorso inverso per app singola: Impostazioni → [scendi fino all’app] → vedrai tutti i permessi concessi con la possibilità di modificarli.

Quali permessi accettare e quali rifiutare

La regola base è quella del minimo necessario: concedi solo ciò che è strettamente indispensabile alla funzione per cui hai installato l’app. Se non capisci perché un’app ha bisogno di un certo permesso, non concederlo. Nella maggior parte dei casi, puoi negarlo e l’app funzionerà comunque, magari senza una funzione accessoria che non usi.

La posizione “sempre” va concessa con molta parsimonia. Le categorie di app che ne hanno una reale necessità sono poche: app di navigazione come Google Maps o Waze (anche se “solo durante l’utilizzo” è spesso sufficiente), app di fitness che tracciano percorsi in tempo reale, app di sicurezza personale che devono segnalare la posizione in emergenza. Per tutto il resto, “solo durante l’utilizzo” è più che sufficiente.

Il microfono va concesso ad app di messaggistica vocale, assistenti vocali, app di dettatura, app per videochiamate. Non va concesso a social network, app di e-commerce, giochi, app meteo o qualsiasi utilità che non usi esplicitamente per registrare audio.

I contatti possono essere concessi ad app di messaggistica e telefonata (WhatsApp, Telegram, app nativa) perché ne hanno bisogno per mostrare chi è già iscritto. Non servono a shopping, giochi, news o utility.

Permessi delle app più comuni: cosa è normale

WhatsApp e Telegram: richiedono microfono (chiamate vocali), fotocamera (foto/video), contatti (trovare amici), storage (file condivisi), posizione (condivisione posizione manuale). Tutto normale. La posizione “sempre” non serve — concedi solo “durante l’utilizzo”.

Instagram e TikTok: fotocamera e microfono sono necessari per registrare contenuti. La posizione è usata per tag geografici e contenuti locali — “durante l’utilizzo” è sufficiente. I contatti non sono necessari. L’accesso allo storage serve per caricare foto/video dalla galleria. Entrambe le app hanno fama di essere aggressive nella raccolta dati: revoca tutto ciò che non usi attivamente.

Google Maps e Apple Maps: la posizione è il permesso fondamentale. “Sempre” è utile se vuoi che Google Maps notifichi informazioni su traffico o ti ricordi dove hai parcheggiato. “Solo durante l’utilizzo” funziona per la navigazione normale. Nessuna delle due ha bisogno di microfono, contatti o fotocamera per la funzione base.

App bancarie e di pagamento: di solito chiedono fotocamera (per scansionare documenti o codici QR per i pagamenti), eventuale biometria. Non dovrebbero chiedere accesso ai contatti, al microfono o alla posizione per il funzionamento normale. Alcune app di pagamento peer-to-peer (come Satispay) usano i contatti per trovare altri utenti — è una scelta dell’app, non una necessità tecnica.

Novità recenti: tracking, posizione precisa e altro

Sia Android che iOS continuano ad aggiungere controlli più granulari sulla privacy. Su iOS, oltre all’App Tracking Transparency, Apple ha aggiunto la possibilità di concedere accesso a foto selezionate invece che all’intera galleria: quando un’app chiede accesso alle foto, puoi scegliere di mostrarne solo alcune, invece di aprire l’intera libreria.

Su Android, da Android 13, è possibile concedere accesso solo a foto e video invece di tutti i file. Da Android 14, le app devono gestire permessi di posizione in modo ancora più esplicito, con maggiori informazioni su come i dati vengono usati.

Entrambe le piattaforme inviano periodicamente notifiche che ricordano quali app hanno usato certi permessi nell’ultimo periodo, chiedendo se vuoi mantenerli o revocarli. Queste notifiche sono utili — non ignorarle. Sono un modo per rimettere in mano tua decisioni che magari hai preso distrattamente mesi fa.

Se vuoi una protezione più completa, leggi la guida su come proteggere la privacy sul telefono che copre anche le impostazioni di sistema, la navigazione sicura e la protezione dell’account principale.

Domande frequenti

Se revoco un permesso, l’app smette di funzionare?

Dipende da quale permesso. Se revochi l’accesso alla fotocamera a un’app di fotoritocco, non potrai più scattare foto dall’interno dell’app — ma puoi sempre scattare con l’app fotocamera nativa e importare l’immagine. Se revochi la posizione a Google Maps, non funzionerà per la navigazione. La regola è: prova a revocare, se l’app smette di fare la cosa per cui la usi davvero, riconcedi. Se smette solo di fare cose che non ti servivano, il permesso era superfluo.

Le app gratis sfruttano i permessi per fare soldi?

Spesso sì. Le app gratuite finanziate dalla pubblicità usano i dati di posizione, le abitudini di utilizzo e altri dati per costruire profili pubblicitari. Non è necessariamente illegale — è nella privacy policy che hai accettato — ma è bene essere consapevoli del meccanismo. La posizione è particolarmente preziosa per gli inserzionisti: sapere dove sei fisicamente permette pubblicità geograficamente mirata e analisi comportamentali molto precise.

Posso sapere se un’app ha condiviso i miei dati con terze parti?

Non direttamente, dal telefono. Puoi leggere la privacy policy dell’app (spesso lunga e tecnica) o cercare la scheda dell’app sullo store — sia App Store che Google Play richiedono ora alle app di dichiarare quali dati raccolgono e con chi li condividono. Su iOS, nella scheda di ogni app c’è una sezione “Privacy dell’app” che elenca i dati raccolti in modo sintetico.

Conviene tenere tutte le app con i permessi revocati?

Non è necessario essere così drastici. L’obiettivo è revocare i permessi che non sono necessari alla funzione principale dell’app, non bloccare tutto. Un approccio ragionevole: revisiona i permessi ogni tre-sei mesi, concentrandoti su posizione, microfono e fotocamera, e revoca quelli concessi a app che non usi più attivamente.

Come sapere se il tuo telefono è sotto controllo

telefono spiato – Come sapere se il telefono è sotto controllo

Come sapere se il tuo telefono è sotto controllo è una domanda che sempre più persone si fanno, spesso dopo aver notato comportamenti strani del proprio dispositivo: la batteria che si scarica inspiegabilmente, app che si aprono da sole, un consumo di dati anomalo. In alcuni casi si tratta di semplice malfunzionamento tecnico. In altri, ci può essere qualcosa di più preoccupante. Questa guida ti spiega come riconoscere i segnali concreti che il tuo smartphone potrebbe essere monitorato e cosa fare in quel caso.

📌 Articolo in breve
I segnali che un telefono potrebbe essere sotto controllo includono: batteria che si scarica rapidamente senza motivo apparente, traffico dati in background anomalo, surriscaldamento a riposo, app sconosciute installate, comportamenti insoliti dello schermo. Il monitoraggio può avvenire tramite spyware, stalkerware, accesso all’account cloud o configurazioni MDM aziendali. Esistono strumenti gratuiti per individuare e rimuovere software spia.

Indice

  1. I segnali principali da non ignorare
  2. Come avviene il controllo: i metodi più comuni
  3. Come verificare su Android
  4. Come verificare su iPhone
  5. Spyware e stalkerware: cosa sono e come riconoscerli
  6. Controllo aziendale sul telefono di lavoro
  7. Cosa fare se sospetti di essere monitorato
  8. Domande frequenti

I segnali principali da non ignorare

Non esiste un indicatore univoco che dice “sei spiato”. La maggior parte dei sintomi ha spiegazioni innocue più probabili. Ma se più segnali compaiono contemporaneamente, senza una causa tecnica evidente, vale la pena approfondire.

Il segnale più comune è la batteria che si scarica molto più velocemente del solito, senza che tu abbia cambiato le tue abitudini di utilizzo o installato nuove app. Il software di monitoraggio lavora in background, usa il GPS, trasmette dati — tutte operazioni che consumano energia. Se la tua batteria è andata da un’autonomia normale di un giorno e mezzo a meno di otto ore, qualcosa sta lavorando in background più del dovuto.

Il surriscaldamento a riposo è un altro campanello d’allarme. Tutti i telefoni scaldano sotto sforzo — durante una videochiamata, una sessione di gioco intensa, la ricarica. Ma se il telefono è caldo al tatto quando è fermo sul tavolo con lo schermo spento, significa che qualcosa sta girando. Puoi approfondire il tema nel nostro articolo su perché il telefono scalda.

Un consumo di dati mobile anomalo è uno dei segnali più concreti. Controlla il tuo utilizzo mensile nel pannello del gestore telefonico o nelle impostazioni del telefono. Se c’è un picco improvviso non collegato a nulla che ricordi (video in streaming, aggiornamenti grandi), potrebbe essere un’app che sta trasmettendo dati all’esterno.

Infine, comportamenti insoliti dello schermo — che si accende da solo, app che si aprono senza che tu le tocca, testi inviati senza che tu li abbia scritti — possono indicare accesso remoto al dispositivo, anche se spesso hanno spiegazioni più banali come bug software o notifiche pianificate.

Come avviene il controllo: i metodi più comuni

Capire come potrebbe avvenire il monitoraggio aiuta a sapere dove cercare. Il metodo più diffuso è l’installazione di un’app di spyware o stalkerware: software progettato appositamente per monitorare un dispositivo di nascosto. Per installarlo, qualcuno deve avere accesso fisico al tuo telefono sbloccato, anche solo per pochi minuti. Questi strumenti sono tecnicamente illegali se usati senza consenso in Italia, ma esistono e vengono venduti online con etichette come “parental control” o “controllo dipendenti”.

Un altro metodo è l’accesso all’account cloud. Se qualcuno conosce le credenziali del tuo account Google o Apple ID, può vedere i tuoi backup, le foto sincronizzate, la posizione in tempo reale (se attivata), i contatti e altro ancora — tutto senza toccare il tuo telefono fisicamente. Per questo proteggere l’account principale è fondamentale, come spiegato nell’articolo su come proteggersi dalle app spia.

I profili di configurazione MDM (Mobile Device Management) vengono usati dalle aziende per gestire i telefoni dei dipendenti. Se hai un telefono aziendale, o hai installato un profilo di configurazione per accedere alla VPN o all’email di lavoro, l’IT aziendale può avere accesso a dati e attività del dispositivo. Questo è legale se sei avvisato, ma vale la pena sapere cosa implica.

Infine, ci sono le vulnerabilità di sistema. Spyware sofisticati come Pegasus sfruttano falle di sicurezza del sistema operativo per installarsi senza che l’utente faccia nulla. Questi strumenti sono costosissimi e usati quasi esclusivamente da governi e agenzie di intelligence. Se sei un giornalista, un attivista o lavori con informazioni sensibili, esistono strumenti di verifica specifici come iVerify o Mobile Verification Toolkit (MVT) di Amnesty International.

Come verificare su Android

Su Android, il primo controllo da fare è la lista delle app installate. Vai in Impostazioni → App → Tutte le app. Scorri l’elenco cercando nomi che non riconosci o che sembrano generici (“System Service”, “Phone Monitor”, “Android Manager”). Gli spyware si mascherano spesso da app di sistema con nomi simili a quelli dei processi legittimi.

Controlla anche i permessi speciali: Impostazioni → App → Accesso speciale alle app. Qui trovi opzioni come “App con accesso ai dati sull’utilizzo”, “App amministratore del dispositivo”, “App per l’accesso alla notifiche”. Se vedi app sconosciute in questi elenchi, è un segnale preoccupante — queste autorizzazioni sono quelle che uno spyware cerca attivamente di ottenere.

La Privacy Dashboard di Android (Impostazioni → Privacy → Dashboard privacy) mostra quali app hanno usato microfono, fotocamera e posizione nelle ultime 24 ore con tanto di orario. Se un’app che non stai usando ha acceduto al microfono alle 3 di notte, qualcosa non va.

Infine, controlla se sul dispositivo è stata abilitata l’installazione da fonti sconosciute: Impostazioni → Sicurezza → Installa app sconosciute. Se l’opzione è attiva per un’app che non è né il Play Store né il tuo browser, qualcuno potrebbe aver usato quella app per installare software non autorizzato.

Come verificare su iPhone

iOS è più resistente agli spyware tradizionali perché le app non possono facilmente accedere alle risorse di sistema fuori dalla sandbox. Ma non è inattaccabile.

Il primo controllo è la lista dei profili di configurazione: Impostazioni → Generali → VPN e gestione dispositivi. Se vedi profili che non hai installato tu o che non riconosci, rimuovili immediatamente. I profili MDM possono concedere controllo significativo sul dispositivo.

Controlla i permessi delle app in Impostazioni → Privacy e sicurezza. Guarda soprattutto chi ha accesso a Microfono, Fotocamera, Posizione, Contatti e Messaggi. Se trovi app che non dovresti avere o che hanno permessi che non ricordi di aver concesso, rimuovi le app e revoca i permessi.

Verifica l’Apple ID su appleid.apple.com per vedere tutti i dispositivi connessi al tuo account e le sessioni attive. Se c’è un dispositivo che non riconosci, rimuovilo dall’account e cambia immediatamente la password. Attiva la verifica in due passaggi se non lo hai già fatto.

Spyware e stalkerware: cosa sono e come riconoscerli

Lo stalkerware è la categoria di software più preoccupante per gli utenti comuni. Viene usato spesso in contesti di violenza domestica o controllo ossessivo: un partner o familiare installa il software sul telefono della vittima per tracciarne posizione, leggere messaggi, ascoltare chiamate. In Italia, usarlo senza consenso costituisce reato ai sensi degli articoli 615-ter e 617 del Codice Penale (accesso abusivo a sistema informatico e intercettazione illecita).

Questi programmi si nascondono bene: spesso non appaiono tra le icone delle app, usano nomi tecnici neutri, si avviano automaticamente al riavvio del telefono. Un software specializzato come Malwarebytes (disponibile gratuitamente su Android) può identificarne alcuni. Su iOS, lo strumento iVerify (a pagamento, circa 1 dollaro) fa una scansione del dispositivo alla ricerca di indicatori di compromissione.

Il segnale umano più diretto, però, rimane spesso il più efficace: qualcuno sa cose su di te che non gli hai detto, conosce spostamenti che non hai condiviso, cita conversazioni private. Se hai questo tipo di sospetto, la priorità non è tecnica ma di sicurezza personale. Puoi contattare il Telefono Rosa (06 37518282) o il Centro Antiviolenza più vicino per ricevere supporto specifico.

Controllo aziendale sul telefono di lavoro

Se usi un telefono fornito dall’azienda, o se hai installato un profilo aziendale sul tuo telefono personale per accedere a email e strumenti di lavoro, l’IT aziendale ha quasi certamente capacità di monitoraggio sul dispositivo. Questo è legale e spesso comunicato (anche se in modo poco chiaro) nelle policy aziendali.

Un profilo MDM aziendale può permettere all’azienda di vedere le app installate, forzare aggiornamenti, bloccare il dispositivo da remoto, cancellare i dati in caso di furto, e in alcuni casi monitorare l’utilizzo. Su iPhone, i profili MDM possono avere accesso alla posizione, al traffico di rete e ad altri dati se l’azienda ha configurato questa sorveglianza.

La soluzione pratica: non mettere mai sul telefono aziendale app, conversazioni o dati che non vorresti che il tuo datore di lavoro potesse vedere, anche potenzialmente. E se hai un lavoro in cui la privacy è sensibile, mantieni separati il telefono aziendale e quello personale.

Cosa fare se sospetti di essere monitorato

Se dopo questi controlli hai ragionevole motivo di credere che il tuo telefono sia compromesso, i passi da seguire dipendono da quanto sei sicuro del problema.

Per una soluzione rapida, il ripristino alle impostazioni di fabbrica è il metodo più efficace per eliminare spyware. Prima di farlo, fai un backup solo dei dati essenziali — foto, contatti, note importanti — e non ripristinare un backup completo dopo il reset, perché potrebbe reintrodurre il malware. Reinstalla solo le app che conosci e di cui ti fidi.

Prima di arrivare al reset, però, cambia le password di tutti gli account importanti da un altro dispositivo. Se qualcuno ha accesso al tuo account Google o Apple ID, resettare il telefono non serve a nulla — rientrerebbe comunque attraverso la sincronizzazione cloud.

Se sospetti che il problema sia fisico — qualcuno ha avuto accesso al tuo telefono — cambia il PIN di sblocco, usa l’autenticazione biometrica (impronta o Face ID) e tieni il telefono sempre con te. Per sapere esattamente come proteggere la privacy sul telefono in modo sistematico, leggi la guida completa.

Domande frequenti

Si può spiare un telefono solo con il numero di telefono?

Tecnicamente sì, esistono metodi basati su vulnerabilità della rete SS7 (l’infrastruttura delle telecom) o su spyware come Pegasus che non richiedono installazione fisica. Ma questi strumenti costano centinaia di migliaia di dollari e sono usati quasi esclusivamente da governi e agenzie di intelligence. Per un utente comune, il rischio reale viene dall’accesso fisico al dispositivo o dall’accesso all’account cloud.

Coprire la fotocamera con un cerotto serve davvero?

Sullo smartphone è meno efficace che su un laptop, perché gli spyware mobili di solito sono interessati alla posizione GPS e alle comunicazioni, non tanto all’attivazione della fotocamera. Ma se hai un timore specifico, non fa certamente male. Per il microfono invece non esiste questa soluzione fisica semplice.

Gli antivirus per smartphone sono utili?

Su Android hanno senso, specie se installi app da fonti fuori dal Play Store. Malwarebytes è una scelta affidabile e gratuita. Su iOS sono molto meno utili per come funziona il sistema: le app hanno accesso molto limitato alle altre app, quindi un antivirus non può fare le stesse scansioni che farebbe su Android o Windows.

Se trovo uno spyware, devo andare alla polizia?

Se hai prove concrete (screenshot, nomi di app trovate, log) che qualcuno ha installato software di sorveglianza sul tuo telefono senza il tuo consenso, puoi sporgere denuncia. L’accesso abusivo a sistema informatico (art. 615-ter c.p.) e le intercettazioni illecite (art. 617 c.p.) sono reati perseguibili. Prima di resettare il telefono, fai screenshot come documentazione.

Come proteggere la privacy sul telefono: guida completa 2026

privacy smartphone – Come proteggere la privacy sul telefono

Come proteggere la privacy sul telefono è una di quelle cose che tutti rimandano finché qualcosa non va storto. Un account hackerato, un’app che si comporta in modo strano, la sensazione di essere monitorati. Gli smartphone sono diventati i contenitori più privati della nostra vita — messaggi, foto, coordinate GPS, abitudini, carte di credito — eppure quasi nessuno li configura davvero per proteggerli. Questa guida lo fa per te, passo dopo passo, senza bisogno di essere esperti di informatica.

📌 Articolo in breve
La privacy sul telefono si protegge agendo su quattro fronti: i permessi delle app (microfono, posizione, fotocamera), le impostazioni del sistema operativo, le abitudini di navigazione e la sicurezza dell’account. Sia su Android che su iOS esistono strumenti integrati potenti, quasi sempre ignorati. Bastano 30 minuti di configurazione per ridurre drasticamente l’esposizione dei tuoi dati personali.

Indice

  1. Perché il tuo telefono è il dispositivo più esposto
  2. Gestire i permessi delle app: il primo passo
  3. Impostazioni di sistema da modificare subito
  4. Navigare senza lasciare tracce
  5. Proteggere l’account Google e Apple ID
  6. Come capire se un’app ti spia
  7. Differenze tra Android e iOS sulla privacy
  8. Domande frequenti

Perché il tuo telefono è il dispositivo più esposto

Il tuo laptop lo usi qualche ora al giorno, di solito a casa o in ufficio. Il telefono lo porti sempre con te, lo sblocchi decine di volte al giorno, ci installi app gratuite senza troppo pensarci, lo connetti a qualsiasi rete Wi-Fi pubblica. È connesso alla tua posizione GPS 24 ore su 24. Conosce i tuoi contatti, le tue abitudini di sonno, dove fai la spesa, quanto cammini, a chi scrivi di notte.

Questo lo rende un target prezioso. Non soltanto per hacker e malintenzionati, ma per le aziende tech che raccolgono dati per profilare gli utenti, per le app gratuite il cui modello di business si basa esattamente sulla raccolta e vendita di questi dati. L’articolo sulle app che ti ascoltano ha spiegato come alcune applicazioni accedano al microfono anche in background. Questo è solo uno degli aspetti del problema.

La buona notizia è che sia Android che iOS, negli ultimi anni, hanno migliorato notevolmente gli strumenti di privacy a disposizione degli utenti. La cattiva notizia è che quasi nessuno li usa.

Gestire i permessi delle app: il primo passo

Il punto di partenza per proteggere la privacy è controllare quali permessi hai concesso alle app installate. Microfono, fotocamera, posizione, contatti, calendario — ogni app che ne fa richiesta può accedere a queste informazioni se glielo hai consentito, spesso distrattamente al momento dell’installazione.

Su iPhone e iPad, vai in Impostazioni → Privacy e sicurezza. Lì trovi ogni tipo di permesso elencato. Cliccando su “Posizione” vedi tutte le app che possono accedere alla tua posizione e con quale frequenza: “Mai”, “Mentre usi l’app” o “Sempre”. L’opzione “Sempre” andrebbe concessa solo ad app che ne hanno reale necessità, come mappe o navigatori. Per i social network, le app di shopping, i giochi — quasi mai giustificata.

Su Android, il percorso è Impostazioni → Privacy → Gestione permessi. Qui puoi vedere, categoria per categoria, quali app hanno accesso a cosa. Android ha anche una funzione chiamata Privacy Dashboard (da Android 12 in poi) che mostra una timeline di quando ogni app ha usato microfono, fotocamera o posizione nelle ultime 24 ore. È uno strumento molto utile per scoprire app che si attivano quando non le stai usando.

Una regola pratica: se un’app non ha bisogno di un permesso per funzionare, revocalo. Una torcia non ha bisogno dei tuoi contatti. Un’app per le ricette non ha bisogno del microfono. Se l’app smette di funzionare dopo che hai revocato un permesso che non dovrebbe servirle, c’è qualcosa che non va.

Impostazioni di sistema da modificare subito

Oltre ai permessi delle singole app, ci sono impostazioni di sistema che vale la pena rivedere. La prima è la pubblicità personalizzata. Sia Google che Apple usano un identificatore anonimo per tracciarti tra le app e mostrarti pubblicità mirata. Su iPhone (Impostazioni → Privacy → Pubblicità Apple) puoi disattivare la pubblicità personalizzata. Su Android (Impostazioni → Privacy → Annunci) puoi fare lo stesso e resettare l’ID pubblicitario.

La sincronizzazione con il cloud è pratica ma espone dati. Foto, note, messaggi, backup — tutto quello che sincronizzi con Google Drive o iCloud è accessibile anche ai rispettivi provider. Non significa che lo leggano, ma è bene essere consapevoli di cosa si sincronizza e cosa no. Se hai documenti particolarmente sensibili, valuta di tenerli offline.

Il Wi-Fi automatico può rivelare la tua posizione anche quando il GPS è spento. Il telefono ricorda le reti a cui ti sei collegato e cerca attivamente di riconnettersi quando le individua nelle vicinanze — questo processo emette segnali che tecnicamente permettono di triangolarne la posizione. Su iPhone puoi attivare “Indirizzo Wi-Fi privato” in Impostazioni → Wi-Fi per ogni rete. Su Android, cerca “randomizzazione MAC” nelle impostazioni Wi-Fi avanzate.

Infine, disabilita il Bluetooth quando non lo usi. Non solo risparmia batteria: il Bluetooth attivo emette segnali che i beacon (piccoli dispositivi fisici nei negozi, aeroporti, centri commerciali) possono usare per tracciarti fisicamente.

Il browser predefinito del tuo telefono, sia Chrome che Safari, tiene traccia della tua cronologia, dei siti visitati, delle ricerche effettuate. Tutto questo può essere sincronizzato con il tuo account Google o Apple e usato per profilazione pubblicitaria.

La navigazione in modalità privata (o “in incognito”) evita di salvare la cronologia in locale, ma non nasconde la tua navigazione al tuo provider internet o ai siti che visiti. È utile per non lasciare tracce sul dispositivo fisico, ma non è sinonimo di anonimato online.

Per una privacy più solida in navigazione, considera l’uso di Firefox Focus — browser progettato per bloccare tracker e cancellare automaticamente la cronologia — o di Brave, che blocca pubblicità e tracker per impostazione predefinita. Entrambi sono gratuiti e disponibili su Android e iOS.

Per le ricerche, DuckDuckGo è un motore di ricerca che non tiene traccia delle tue query e non costruisce un profilo su di te. La qualità dei risultati è buona per la maggior parte delle ricerche quotidiane. Se vuoi capire meglio come funziona una VPN e se vale la pena usarla anche sullo smartphone, c’è un articolo completo che spiega tutto. Se usi principalmente lo smartphone, leggi anche la guida specifica su VPN sullo smartphone: serve davvero?

Proteggere l’account Google e Apple ID

L’account Google o Apple ID è il centro di tutto sul tuo smartphone. Se qualcuno vi accede, ha accesso a email, foto, backup del telefono, metodi di pagamento. Proteggerlo bene è la singola azione con il maggiore impatto sulla tua sicurezza digitale.

Il primo passo è attivare l’autenticazione a due fattori (2FA). Significa che per accedere al tuo account non basta la password: serve anche un secondo codice, inviato via SMS o generato da un’app come Google Authenticator o Authy. Anche se qualcuno scopre la tua password, senza il secondo fattore non può entrare. Su iPhone si attiva in Impostazioni → [tuo nome] → Password e sicurezza. Su Android, vai su myaccount.google.com → Sicurezza → Verifica in due passaggi.

Usa una password forte e unica per l’account principale. Non la stessa che usi per altri siti. Un gestore di password come Bitwarden (gratuito e open source) o 1Password ti permette di generare e ricordare password complesse senza doverle memorizzare. Installarne uno è uno dei migliori investimenti di tempo che puoi fare per la tua sicurezza digitale.

Controlla periodicamente le sessioni attive sul tuo account: se vedi accessi da dispositivi o luoghi che non riconosci, cambia subito la password e revoca quelle sessioni.

Come capire se un’app ti spia

Non è sempre semplice capire se un’app si comporta in modo scorretto, ma ci sono alcuni segnali da tenere d’occhio. Una batteria che si scarica più velocemente del solito, un consumo di dati anomalo in background, il telefono che si scalda quando non lo stai usando — tutti questi segnali possono indicare app che lavorano in background.

Su Android, vai in Impostazioni → Batteria → Utilizzo batteria per vedere quali app consumano di più. Fai lo stesso con i dati mobili in Impostazioni → Rete → Utilizzo dati. Se un’app che non usi attivamente ha un consumo sproporzionato, vale la pena disinstallarla o quantomeno revocarle i permessi in background.

Su iPhone, Impostazioni → Batteria mostra il consumo per app nelle ultime 24 ore e nell’ultima settimana. La sezione “Attività in background” accanto a ogni app ti dice se ha usato risorse anche quando non era aperta.

Per approfondire il tema delle cause per cui il telefono scalda e quando preoccuparsi davvero, c’è un articolo dedicato che analizza tutte le possibili cause, incluse quelle legate ad app che lavorano in modo anomalo.

Differenze tra Android e iOS sulla privacy

La domanda su quale sia più sicuro tra Android e iPhone non ha una risposta semplice. Dipende da come si usa il dispositivo e da cosa si intende per “privacy”.

iOS è generalmente considerato più sicuro per via del suo ecosistema chiuso: le app vengono controllate da Apple prima di finire nell’App Store, i permessi sono gestiti in modo più granulare e il sistema operativo è aggiornato in modo uniforme su tutti i dispositivi compatibili per molti anni. Apple ha anche costruito la propria identità commerciale attorno alla privacy, con campagne pubblicitarie dedicate e funzioni come “Chiedi all’app di non tracciarmi” che, da iOS 14.5 in poi, impone alle app di chiedere il consenso prima di tracciare l’utente tra app diverse.

Android offre più flessibilità: puoi installare app da sorgenti esterne all’Play Store, personalizzare il sistema in modo più profondo, e alcune versioni specifiche (come GrapheneOS) sono progettate proprio per la massima privacy. Ma questa flessibilità è anche un potenziale rischio: è più facile installare app malevole, specie se si scaricano file APK da siti non ufficiali.

In entrambi i casi, la variabile principale rimane il comportamento dell’utente: un iPhone usato con poca attenzione è meno sicuro di un Android configurato bene.

Approfondimenti correlati

Una delle minacce più concrete alla privacy digitale è il phishing: capire come funziona e come riconoscerlo è il primo passo per non cadere nelle truffe online più diffuse.

Se vuoi andare oltre la configurazione base, due argomenti meritano lettura separata. Le chat crittografate spiegano come funziona la crittografia end-to-end e quali app offrono davvero privacy nelle conversazioni. La guida su come cancellare i dati personali dalle app illustra i diritti GDPR e come esercitarli concretamente.

Domande frequenti

Basta mettere il telefono in modalità aereo per bloccare tutti i tracciamenti?

La modalità aereo disabilita le connessioni di rete, quindi nessuna app può trasmettere dati in quel momento. Ma non impedisce alle app di raccogliere dati in locale (posizione GPS, attività), che poi invieranno non appena il telefono torna online. Non è una soluzione a lungo termine, ma può essere utile in situazioni specifiche.

Le app gratuite sono più pericolose per la privacy?

In generale sì, perché molte app gratuite si finanziano raccogliendo e vendendo dati degli utenti a terze parti. Non tutte lo fanno — esistono app gratuite open source con ottima reputazione sulla privacy — ma è un fattore da considerare. Prima di installare un’app gratuita, vale la pena leggere velocemente la sua privacy policy o cercare recensioni sulla sua gestione dei dati.

Le VPN proteggono la mia privacy sullo smartphone?

Una VPN crittografa il traffico di rete e nasconde il tuo indirizzo IP al sito che stai visitando, il che è utile su reti Wi-Fi pubbliche non sicure. Ma non protegge dai tracker delle app né dai permessi concessi. È uno strumento utile ma non sufficiente da solo.

Come faccio a sapere quali app hanno accesso alla mia posizione in tempo reale?

Su iPhone, Impostazioni → Privacy e sicurezza → Localizzazione mostra tutte le app con accesso alla posizione. Quelle impostate su “Sempre” sono quelle che la tracciano anche in background. Su Android, Impostazioni → Privacy → Gestione permessi → Posizione mostra lo stesso elenco con la distinzione tra accesso “Sempre”, “Solo durante l’utilizzo” e “Mai”.

Midjourney V7: cos’è, come funziona e come usarlo

Midjourney V7 – Midjourney V7

Midjourney V7 è l’ultima versione del generatore di immagini AI più apprezzato dai creativi di tutto il mondo. Uscita nel 2025, questa versione ha segnato un salto di qualità notevole rispetto alla precedente: immagini più coerenti, volti umani finalmente convincenti, una comprensione del testo migliorata e un sistema di personalizzazione che permette di addestrare il modello sul proprio stile visivo. Se hai sentito parlare di Midjourney ma non sai da dove cominciare, questo articolo è quello che fa per te.

📌 Articolo in breve
Midjourney V7 è la versione più recente del celebre generatore di immagini AI, accessibile tramite web app e Discord. Rispetto alle versioni precedenti, offre coerenza visiva superiore, migliore resa dei volti e un sistema di personalizzazione basato sulla propria estetica. Non esiste una versione gratuita: i piani partono da 10 dollari al mese. Funziona tramite prompt testuali e permette di creare immagini di alta qualità in pochi secondi.

Indice

  1. Cos’è Midjourney e chi c’è dietro
  2. Cosa cambia con la V7
  3. Come si usa: Discord e web app
  4. Come scrivere i prompt: la guida pratica
  5. Piani e prezzi: quanto costa Midjourney
  6. Midjourney vs altri strumenti AI
  7. A cosa serve davvero: usi pratici e creativi
  8. Domande frequenti

Cos’è Midjourney e chi c’è dietro

Midjourney è un laboratorio di ricerca indipendente fondato nel 2021 da David Holz, co-fondatore di Leap Motion. A differenza di OpenAI o Google, Midjourney è rimasta un’azienda privata e relativamente piccola — meno di una cinquantina di dipendenti, secondo i dati disponibili — ma ha costruito probabilmente il generatore di immagini AI con la comunità più attiva al mondo.

Il funzionamento di base è semplice: scrivi una descrizione testuale — il prompt — e il sistema genera quattro varianti di immagine in pochi secondi. Il modello è stato addestrato su miliardi di immagini e ha sviluppato un’estetica riconoscibile, tendenzialmente artistica e pittorica, che molti fotografi e designer trovano immediatamente utile per l’ispirazione e la prototipazione visiva.

Non è l’unico strumento nel settore: esistono DALL·E 3 integrato in ChatGPT, Stable Diffusion (open source), Adobe Firefly e altri. Ma Midjourney si è ritagliato un posizionamento preciso: qualità artistica elevata, community Discord vivace, aggiornamenti costanti. Per molti creativi professionisti, non ha davvero rivali su certi tipi di immagini.

Cosa cambia con la V7

Il salto dalla V6 alla V7 non è stato solo incrementale. La versione 7 ha affrontato direttamente i problemi storici del modello, con risultati visibili a occhio nudo.

Il miglioramento più evidente riguarda i volti umani. Le versioni precedenti producevano spesso mani sbagliate (il classico problema delle dita in più) e volti con proporzioni strane, specialmente nelle immagini con più personaggi. La V7 ha ridotto drasticamente questi artefatti: i volti sono più stabili, le espressioni più naturali, le mani — pur non perfette — molto più convincenti.

La coerenza visiva è migliorata in modo significativo. Se stai creando una serie di immagini con lo stesso personaggio, con la V7 è molto più facile mantenere le stesse caratteristiche fisiche tra un’immagine e l’altra. Funziona attraverso la funzione Character Reference, che permette di caricare un’immagine di riferimento per ancorare l’identità visiva del personaggio.

La comprensione del prompt è più precisa. In passato, Midjourney tendeva a ignorare parti del testo o a reinterpretarlo liberamente. Con la V7, le istruzioni dettagliate vengono rispettate con maggiore fedeltà, il che è ottimo per chi lavora con brief creativi precisi.

C’è poi il sistema di personalizzazione: puoi valutare centinaia di coppie di immagini indicate come più o meno vicine al tuo gusto estetico, e il modello costruisce un profilo stilistico personale. Il risultato è un Midjourney che genera immagini più simili a ciò che piace a te, senza dover ogni volta spiegare l’estetica nel prompt.

Come si usa: Discord e web app

Midjourney è accessibile in due modi. Quello storico è tramite Discord: entri nel server ufficiale di Midjourney, vai in uno dei canali di generazione e scrivi il comando /imagine seguito dal tuo prompt. Le immagini appaiono nel canale in pochi secondi, visibili a tutti gli altri utenti presenti.

Dal 2024, Midjourney ha una web app accessibile su midjourney.com. L’interfaccia è molto più comoda di Discord per chi non è abituato a quell’ambiente: c’è una barra di input, una galleria delle immagini create, le opzioni avanzate sono raggiungibili con un clic. Per i nuovi utenti, la web app è sicuramente il punto di partenza consigliato.

In entrambi i casi, dopo aver generato quattro varianti iniziali, puoi usare i pulsanti U1-U4 (Upscale, cioè ingrandimento e maggior dettaglio) e V1-V4 (Variation, per creare variazioni della singola immagine che ti è piaciuta di più). Puoi anche rielaborare completamente con il pulsante “Re-roll”.

Come scrivere i prompt: la guida pratica

La qualità del prompt determina quasi tutto. Midjourney funziona con prompt in inglese — è la lingua in cui dà i risultati migliori, anche se accetta l’italiano. La struttura classica di un prompt efficace segue questo schema: soggetto principale, stile visivo o fotografico, illuminazione, mood, eventuale riferimento artistico.

Un esempio concreto: invece di scrivere “donna in città”, scrivi “a woman walking in a rainy Tokyo street at night, neon reflections on wet pavement, cinematic lighting, photorealistic, shot on 35mm”. La differenza di qualità tra i due prompt è enorme.

Ci sono alcuni parametri tecnici fondamentali che si aggiungono alla fine del prompt. --ar cambia il rapporto d’aspetto: --ar 16:9 per formato widescreen, --ar 9:16 per formato verticale da smartphone, --ar 1:1 per il quadrato. --v 7 specifica esplicitamente di usare la versione 7 (anche se è già quella di default). --style raw riduce l’interpretazione artistica del modello e si avvicina di più alla realtà fotografica.

Per i negative prompt — cioè dire a Midjourney cosa non vuoi nell’immagine — si usa il parametro --no. Per esempio, --no text, watermark, blurry elimina testo, filigrane e sfocature non volute.

Piani e prezzi: quanto costa Midjourney

Midjourney non ha una versione gratuita. Esiste un trial limitato per i nuovi utenti, ma per usarlo regolarmente serve un abbonamento. I piani principali nel 2026 sono quattro.

Il piano Basic a 10 dollari al mese include circa 200 generazioni mensili in modalità Relax e accesso alla web app. È sufficiente per chi vuole sperimentare senza impegno. Il piano Standard a 30 dollari al mese aggiunge GPU veloci illimitate in Fast mode e la possibilità di usare Midjourney in privato (le immagini non sono visibili agli altri utenti nel server Discord). Il piano Pro a 60 dollari al mese aggiunge la modalità Stealth anche sulla web app e più GPU parallele per generare più velocemente. Per studi creativi e agenzie, c’è il piano Mega a 120 dollari al mese.

Midjourney vs altri strumenti AI

Il paragone più frequente è con DALL·E 3, integrato in ChatGPT. DALL·E 3 è più fedele al prompt testuale — se descrivi una scena con elementi precisi, li riproduce meglio. Midjourney invece reinterpreta artisticamente, aggiunge atmosfera, produce immagini visivamente più suggestive ma meno letterali. Per brief creativi con molta libertà, Midjourney vince. Per mockup e illustrazioni tecniche precise, DALL·E 3 può essere più utile.

Stable Diffusion è open source e gratuito, si può far girare sul proprio computer, ha plugin e controllo totale. Ma richiede competenze tecniche e tempo di setup che la maggior parte degli utenti non ha. Midjourney rimane lo strumento più accessibile per chi vuole risultati di qualità professionale senza configurazioni complesse. Per confrontare altri strumenti AI nel settore video, puoi guardare cosa fa Grok AI o i generatori di video come Veo 3.

A cosa serve davvero: usi pratici e creativi

Nella pratica, Midjourney V7 viene usato in modi molto diversi. I designer lo usano per moodboard rapidi, per visualizzare concept prima di lavorarci davvero, per generare varianti di un’idea visiva in pochi minuti. Quello che richiedeva ore di ricerca su Pinterest e banche immagini ora si fa in venti minuti di sessione con Midjourney.

I content creator lo usano per immagini di copertina, thumbnail di YouTube, visual per i social. La qualità è spesso superiore a quella delle foto stock, e l’immagine è unica — nessun rischio di trovare la stessa foto usata da un competitor.

Nel settore editorial, illustratori digitali usano Midjourney come punto di partenza: generano un’immagine di base, poi la rifiniscono in Photoshop o Procreate. È un modo per velocizzare la fase di bozza senza rinunciare al tocco personale.

Chi lavora nel marketing lo usa per campagne pubblicitarie, visualizzazione di prodotti non ancora esistenti, A/B test di visual in fase di pre-produzione. Costa molto meno di uno shooting fotografico e i tempi sono incomparabili.

Domande frequenti

Midjourney V7 è gratis?

No. Dal 2024 il trial gratuito è stato eliminato. Il piano più economico costa 10 dollari al mese. Esiste però la possibilità di provarlo per pochi giorni attraverso promozioni periodiche che Midjourney annuncia sul suo Discord.

Midjourney funziona in italiano?

Tecnicamente sì, ma i risultati migliori si ottengono con i prompt in inglese. L’italiano funziona per concetti generali, ma su descrizioni molto dettagliate la comprensione è inferiore. Vale la pena usare un traduttore per il prompt se punti alla massima qualità.

Le immagini create con Midjourney sono mie?

Con i piani a pagamento, hai i diritti commerciali sulle immagini generate, inclusa la possibilità di venderle o usarle in pubblicità. Con il piano Basic c’è qualche limitazione per uso commerciale intensivo. Le immagini generate in modalità gratuita (quando esisteva il trial) erano sotto licenza Creative Commons. Si consiglia di leggere i termini aggiornati su midjourney.com.

Midjourney può copiare lo stile di artisti reali?

È una questione ancora dibattuta legalmente. Midjourney può generare immagini “nello stile di” artisti noti, ma non riproduce opere specifiche. Molti artisti hanno sollevato obiezioni e ci sono cause legali in corso. Dal punto di vista pratico, usare stili di artisti viventi per scopi commerciali è una zona grigia che conviene evitare.

Qual è la differenza tra Fast e Relax mode?

In Fast mode, le immagini vengono generate in priorità su GPU dedicate — il processo dura 15-60 secondi. In Relax mode, la richiesta entra in una coda condivisa e l’attesa può arrivare a qualche minuto nei momenti di punta. La Relax mode è inclusa nei piani Standard e superiori ed è ideale per generazioni non urgenti.

Come funziona ChatGPT: guida aggiornata 2026

Come funziona ChatGPT: guida aggiornata 2026 – Come funziona ChatGPT: guida aggiornata 2026

Come funziona ChatGPT è la domanda che si sono posti decine di milioni di persone dal giorno del suo lancio a fine 2022. Oggi, nel 2026, lo strumento creato da OpenAI è cambiato radicalmente: nuovi modelli, nuove funzioni, un’interfaccia che permette di fare cose impensabili fino a tre anni fa. Eppure, molti lo usano ancora in modo superficiale, senza capire né i meccanismi che ci stanno dietro né come sfruttarlo davvero.

📌 Articolo in breve
ChatGPT è un assistente AI basato su modelli linguistici di grandi dimensioni (LLM) sviluppati da OpenAI. Funziona prevedendo la parola più probabile da scrivere in risposta a un input, ma il risultato finale è molto più sofisticato di quanto sembri. Nel 2026 la versione gratuita usa GPT-4o mini, mentre gli abbonati Plus e Pro accedono a modelli più potenti come GPT-4o e o3. Può scrivere testi, analizzare documenti, generare immagini, navigare il web e ragionare su problemi complessi.

Indice

  1. Cos’è ChatGPT e chi lo ha creato
  2. Come funziona tecnicamente: i modelli linguistici
  3. I modelli disponibili nel 2026: GPT-4o, o3 e mini
  4. Versione gratuita, Plus e Pro: le differenze
  5. Cosa sa fare davvero ChatGPT
  6. Limiti e quando sbaglia
  7. Come usarlo al meglio: consigli pratici
  8. Domande frequenti

Cos’è ChatGPT e chi lo ha creato

ChatGPT è un chatbot — un programma con cui si conversa in linguaggio naturale — sviluppato da OpenAI, un’azienda americana fondata nel 2015 a San Francisco. Tra i fondatori c’era anche Elon Musk, che poi ha lasciato il progetto nel 2018. Oggi OpenAI è guidata da Sam Altman ed è diventata una delle startup più valutate al mondo, con investimenti miliardari da parte di Microsoft.

Il nome “ChatGPT” unisce “Chat” (conversazione) e “GPT”, che sta per Generative Pre-trained Transformer — il tipo di architettura su cui si basa il modello. La prima versione pubblica è uscita a novembre 2022 e in soli cinque giorni aveva già un milione di utenti. Oggi ChatGPT supera i 400 milioni di utenti settimanali attivi.

Non è l’unico strumento del genere sul mercato: esistono Grok AI di xAI, Claude di Anthropic, Gemini di Google e altri. Ma ChatGPT è rimasto il punto di riferimento, il nome con cui la maggior parte delle persone identifica l’intera categoria degli assistenti AI.

Come funziona tecnicamente: i modelli linguistici

Dietro ChatGPT c’è un Large Language Model, cioè un modello linguistico di grandi dimensioni. Per capire cosa significa, bisogna partire da un’idea semplice: il modello ha letto una quantità enorme di testo — articoli, libri, siti web, forum, codice — e ha imparato a prevedere quale parola viene dopo un’altra, in qualsiasi contesto.

Questo processo di apprendimento si chiama pre-training e avviene su miliardi di testi. Il risultato è un sistema che non “sa” le cose nel senso in cui le sa un essere umano, ma ha interiorizzato i pattern statistici del linguaggio in modo così profondo da saper rispondere in maniera coerente e utile a quasi qualsiasi domanda.

Dopo il pre-training, OpenAI ha aggiunto un passaggio fondamentale: il fine-tuning con feedback umano. Persone in carne e ossa hanno valutato le risposte del modello e insegnato al sistema quali fossero buone o cattive. Questo processo, chiamato RLHF (Reinforcement Learning from Human Feedback), è ciò che rende ChatGPT più utile, più sicuro e meno incline a produrre contenuti pericolosi rispetto a un modello grezzo.

Quando scrivi un messaggio, ChatGPT non lo “capisce” come farebbe un umano. Trasforma le parole in token — pezzi di testo che possono essere singole parole o sillabe — e poi calcola quale sequenza di token è la più probabile in risposta. Il risultato finale, però, è spesso straordinariamente utile, tanto da sembrare intelligente. Se vuoi approfondire come funzionano gli agenti AI, trovi un articolo dedicato.

I modelli disponibili nel 2026: GPT-4o, o3 e mini

Nel 2026 OpenAI offre diversi modelli, ognuno con caratteristiche diverse. Capire quale stai usando fa una differenza concreta nei risultati che ottieni.

GPT-4o (la “o” sta per “omni”) è il modello principale per la maggior parte degli utenti Plus. È veloce, multimodale — cioè capisce testi, immagini e audio — e sa navigare il web in tempo reale. Nella conversazione quotidiana è quello che dà i risultati migliori per la maggior parte delle attività: scrivere, riassumere, analizzare, tradurre, spiegare.

GPT-4o mini è una versione più leggera, usata nella versione gratuita. Costa meno da far girare, risponde più velocemente, ma ha capacità leggermente inferiori su compiti complessi. Per rispondere a domande semplici o generare testi brevi va benissimo. Per analisi profonde o ragionamento su problemi tecnici, si sente la differenza.

o3 è il modello di punta per il ragionamento. Prima di rispondere, “pensa” — letteralmente esegue una catena di ragionamento interno chiamata chain of thought. Il risultato è una capacità notevolmente superiore su problemi di matematica, logica, programmazione e analisi scientifica. È lento rispetto a GPT-4o, ma su certi compiti è di un’altra categoria. Disponibile per gli abbonati Pro.

Versione gratuita, Plus e Pro: le differenze

ChatGPT è disponibile gratuitamente su chatgpt.com, ma con alcune limitazioni. La versione gratuita usa GPT-4o mini come modello principale, ha accesso limitato a GPT-4o nei momenti di traffico basso e non include alcune funzioni avanzate come la navigazione illimitata del web o la generazione di immagini con DALL·E 3.

ChatGPT Plus costa 20 euro al mese e sblocca GPT-4o illimitato, la generazione di immagini, la navigazione web in tempo reale, l’analisi di documenti e di file Excel o CSV, la creazione di GPT personalizzati e l’accesso ai modelli o1 e o3 per il ragionamento avanzato. Per chi usa ChatGPT come strumento di lavoro, è probabilmente il miglior investimento mensile in produttività.

ChatGPT Pro arriva a 200 euro al mese — un prezzo alto, pensato per professionisti e aziende che hanno bisogno di accesso illimitato ai modelli più potenti, incluso o3 senza restrizioni. La maggior parte degli utenti non ne ha bisogno.

Cosa sa fare davvero ChatGPT

Elencare tutto quello che ChatGPT sa fare richiederebbe un libro. Ma ci sono alcune categorie dove è davvero utile, e vale la pena conoscerle.

Nella scrittura, ChatGPT è forte: può scrivere email, articoli, post per i social, lettere formali, script, storie. Non è un ghostwriter che ti sostituisce, ma un collaboratore che produce bozze veloci da rifinire. Funziona meglio quando gli dai contesto preciso: a chi è indirizzato il testo, che tono vuoi, quanto deve essere lungo.

Nel coding, è tra gli strumenti più usati dagli sviluppatori. Sa scrivere codice in Python, JavaScript, SQL, PHP e decine di altri linguaggi. Sa spiegare errori, suggerire ottimizzazioni, fare il debug di un pezzo di codice che non funziona. Non è infallibile — a volte produce codice plausibile ma sbagliato — quindi va sempre verificato, ma accelera moltissimo il lavoro.

Nell’analisi dei dati, con la versione Plus puoi caricare un file Excel o CSV e chiedere a ChatGPT di analizzarlo, creare grafici, individuare trend. Funziona sorprendentemente bene per chi non è esperto di statistiche.

Nella ricerca e sintesi, può riassumere articoli, trovare informazioni su argomenti specifici, confrontare opzioni. Con la navigazione web attiva, accede a informazioni aggiornate. Senza, i suoi dati si fermano alla data di addestramento — è importante tenerlo a mente per informazioni recenti.

Nella generazione di immagini, attraverso DALL·E 3 integrato, può creare immagini partendo da una descrizione testuale. I risultati sono di buona qualità per uso personale e creativo, anche se non raggiungono la precisione di strumenti specializzati come Midjourney.

Limiti e quando sbaglia

ChatGPT hallucina. È il termine tecnico per descrivere il fenomeno per cui il modello inventa informazioni con la stessa sicurezza con cui ne riferisce di vere. Può citare articoli inesistenti, sbagliare date, attribuire frasi a persone che non le hanno mai dette. Su fatti specifici, numeri, citazioni, va sempre verificato su fonti primarie.

Ha un limite di contesto: può gestire conversazioni lunghe, ma oltre una certa lunghezza comincia a “dimenticare” cosa ha detto nelle prime parti della chat. In conversazioni molto lunghe, può contraddirsi o perdere il filo.

Non è aggiornato in tempo reale nella versione base. Il modello ha una data di addestramento oltre la quale non sa nulla, a meno che non attivi la navigazione web. Questo crea problemi se cerchi informazioni su eventi recenti, prezzi aggiornati o notizie di attualità.

Infine, fa male la matematica complessa. Su calcoli semplici va bene, ma su problemi matematici elaborati i modelli di ragionamento come o3 sono molto più affidabili del GPT-4o standard, che può produrre errori numerici non immediatamente evidenti.

Come usarlo al meglio: consigli pratici

Il modo in cui fai la domanda cambia radicalmente la qualità della risposta. Un prompt vago produce una risposta vaga. Se chiedi “scrivimi un’email”, otterrai qualcosa di generico. Se chiedi “scrivimi un’email formale a un cliente che ha lamentato un ritardo nella consegna, in tono professionale ma empatico, di circa 150 parole”, otterrai qualcosa di usabile direttamente.

Dai contesto e ruolo. Puoi iniziare il prompt con “Sei un esperto di marketing digitale…” o “Stai aiutando un medico di base a…” — il modello si adatterà al contesto e produrrà risposte più pertinenti.

Usa le istruzioni di sistema (o la funzione “Istruzioni personalizzate” nelle impostazioni) per spiegare una volta sola chi sei e come vuoi che si comporti. Puoi dire che sei italiano, che lavori in un certo settore, che preferisci risposte concise — e ChatGPT le rispetterà in tutte le conversazioni.

Quando hai bisogno di qualcosa di preciso, chiedi a ChatGPT di ragionare passo per passo prima di rispondere. Questa tecnica, nota come “chain-of-thought prompting”, riduce notevolmente gli errori su problemi complessi. Puoi letteralmente scrivere “Pensa passo per passo” alla fine del tuo messaggio.

ChatGPT vs gli altri: i principali concorrenti

ChatGPT non è l’unico strumento disponibile. Gemini AI di Google è integrato nell’ecosistema Google (Gmail, Docs, Drive) ed è gratuito per la maggior parte degli usi. Microsoft Copilot è invece integrato in Windows, Word ed Excel, utile soprattutto per chi lavora nell’ecosistema Microsoft. Google ha anche lanciato Google AI Mode, una modalità di ricerca avanzata basata su AI che cambia il modo in cui i risultati vengono presentati. La scelta dipende dal tuo ecosistema e da cosa devi fare.

Domande frequenti

ChatGPT è gratis?

Sì, esiste una versione gratuita su chatgpt.com che usa GPT-4o mini. Le funzioni avanzate — GPT-4o completo, generazione di immagini, analisi file — richiedono l’abbonamento Plus a 20 euro al mese.

ChatGPT parla italiano?

Sì, parla italiano correntemente. Puoi scrivere in italiano e ricevere risposte in italiano senza problemi. La qualità in italiano è buona, anche se leggermente inferiore all’inglese, la lingua in cui ha ricevuto la maggior parte del training.

ChatGPT ricorda le conversazioni precedenti?

Ha una funzione “Memoria” che, se abilitata, ricorda dettagli su di te tra una sessione e l’altra. Puoi gestirla o disabilitarla dalle impostazioni. All’interno di una singola conversazione, ricorda tutto ciò che è stato scritto fino al limite di contesto.

ChatGPT può accedere a internet?

Con la navigazione web attiva (disponibile nel piano gratuito in modo limitato e illimitata nel Plus), sì. Senza, ha accesso solo alle informazioni del suo training, con una data di taglio che dipende dal modello.

È sicuro usare ChatGPT per documenti aziendali?

Dipende. OpenAI usa i dati delle conversazioni per migliorare i modelli, a meno che non disattivi questa opzione dalle impostazioni. Per dati sensibili o riservati, è consigliabile usare versioni enterprise con garanzie di non utilizzo dei dati, oppure disabilitare la cronologia prima di incollare informazioni confidenziali.

Cos’è l’IRPEF e come funziona: guida alle aliquote 2026

irpef – Cos'è l'IRPEF e come funziona guida alle aliquote 2026

L’IRPEF — Imposta sul Reddito delle Persone Fisiche — è la tassa più importante che esiste nel sistema fiscale italiano. La pagano quasi tutti: lavoratori dipendenti, pensionati, liberi professionisti, artigiani, commercianti. Eppure pochissimi sanno davvero come viene calcolata, perché è progressiva e cosa significa concretamente questo sulla propria busta paga. In questa guida ti spiego come funziona l’IRPEF, quanto si paga e come capire se stai pagando la giusta aliquota.

📌 Articolo in breve
L’IRPEF è l’imposta progressiva sui redditi delle persone fisiche in Italia. Si applica a scaglioni: più guadagni, più paghi — ma solo sulla parte di reddito che supera ogni soglia, non su tutto. Nel 2026 le aliquote sono tre: 23% fino a 28.000 euro, 35% da 28.001 a 50.000, 43% oltre i 50.000. Il calcolo finale tiene conto di detrazioni e deduzioni che abbassano l’importo dovuto.

Indice

  1. Cos’è l’IRPEF e chi la paga
  2. Gli scaglioni IRPEF 2026
  3. Come si calcola l’IRPEF: un esempio pratico
  4. Detrazioni e deduzioni: la differenza che conta
  5. IRPEF e busta paga: come funziona la ritenuta alla fonte
  6. Addizionale regionale e comunale
  7. IRPEF per i lavoratori autonomi
  8. Quanto paga davvero un italiano medio
  9. Domande frequenti

Cos’è l’IRPEF e chi la paga

L’IRPEF nasce nel 1973, quando la riforma tributaria Visentini ha sostituito una serie di imposte frammentate con un’unica imposta sui redditi delle persone fisiche. L’obiettivo dichiarato era — ed è ancora oggi — quello di distribuire il carico fiscale in modo proporzionale alla capacità contributiva di ciascuno. Chi guadagna di più, paga di più. Non solo in termini assoluti, ma anche in percentuale.

La pagano tutti i residenti in Italia su tutti i redditi ovunque prodotti, e i non residenti che producono redditi nel territorio italiano. Rientrano nella base imponibile IRPEF i redditi da lavoro dipendente, da pensione, da lavoro autonomo, d’impresa, da partecipazione in società di persone, da fabbricati e terreni, da capitale e i cosiddetti redditi diversi — come le plusvalenze sulla vendita di immobili posseduti da meno di cinque anni.

Ci sono però redditi che sfuggono all’IRPEF ordinaria perché vengono tassati con regimi sostitutivi. Gli interessi sul conto corrente, i dividendi azionari e le plusvalenze finanziarie vengono tassati con un’imposta sostitutiva del 26% trattenuta direttamente dalla banca. I canoni di locazione possono essere tassati con la cedolare secca al 21% (o al 10% per i contratti concordati) invece di confluire nel reddito imponibile IRPEF. Chi aderisce al regime forfettario per le partite IVA paga invece un’imposta sostitutiva del 15% (o del 5% per i primi cinque anni), evitando completamente l’IRPEF ordinaria.

Gli scaglioni IRPEF 2026

Il meccanismo che rende l’IRPEF progressiva si chiama sistema a scaglioni. Il reddito imponibile viene diviso in fasce, e a ogni fascia si applica un’aliquota crescente. La riforma fiscale del 2024 ha ridotto gli scaglioni da quattro a tre, semplificando il calcolo rispetto al passato.

Nel 2026 le aliquote IRPEF sono le seguenti: il 23% si applica ai redditi fino a 28.000 euro, il 35% alla parte di reddito compresa tra 28.001 e 50.000 euro, il 43% alla parte di reddito che supera i 50.000 euro. È importante capire subito un concetto che molti fraintendono: l’aliquota più alta non si applica a tutto il reddito, ma solo alla parte che cade in quello scaglione.

Questo significa che chi guadagna 60.000 euro lordi l’anno non paga il 43% su tutto il reddito. Paga il 23% sui primi 28.000 euro, il 35% sui successivi 22.000 euro (da 28.001 a 50.000), e il 43% solo sugli ultimi 10.000 euro. L’aliquota media effettiva risulta molto più bassa dell’aliquota marginale del 43%.

Come si calcola l’IRPEF: un esempio pratico

Per capire davvero come funziona, prendiamo un esempio concreto. Supponiamo che Mario abbia un reddito imponibile IRPEF di 35.000 euro lordi annui. Come si calcola la sua imposta lorda?

Sui primi 28.000 euro si applica il 23%, che fa 6.440 euro. Sulla parte restante — cioè i 7.000 euro che vanno da 28.001 a 35.000 — si applica il 35%, che fa 2.450 euro. Il totale dell’IRPEF lorda di Mario è quindi 8.890 euro. Ma questa è solo l’imposta lorda: da qui si sottraggono le detrazioni (per lavoro dipendente, per carichi di famiglia, per spese mediche e così via), ottenendo l’IRPEF netta effettivamente dovuta.

Un secondo esempio per chi guadagna meno. Lucia è un’impiegata con 22.000 euro di reddito imponibile. Paga il 23% su tutti i 22.000 euro, quindi 5.060 euro di IRPEF lorda. Ma Lucia ha diritto alla detrazione per lavoro dipendente — che per quel livello di reddito vale circa 1.500 euro — e magari a qualche detrazione per spese mediche. L’IRPEF netta che paga effettivamente potrebbe scendere a 3.200-3.500 euro, cioè un’aliquota media reale del 14-16%.

Questo è il punto che i titoli dei giornali raramente spiegano bene: l’aliquota marginale (quella dello scaglione più alto) non è l’aliquota reale pagata sul reddito complessivo. L’aliquota media effettiva è sempre più bassa, perché le fasce più basse del reddito vengono tassate meno e le detrazioni abbassano ulteriormente il conto.

Detrazioni e deduzioni: la differenza che conta

Il linguaggio fiscale distingue tra deduzioni e detrazioni, e la differenza non è solo terminologica — cambia concretamente quanto risparmi.

Una deduzione abbassa il reddito imponibile prima che l’IRPEF venga calcolata. Se hai 35.000 euro di reddito e puoi dedurre 5.000 euro di contributi a un fondo pensione, paghi l’IRPEF su 30.000 euro invece che su 35.000. Il risparmio fiscale dipende dall’aliquota marginale del tuo scaglione: chi è nello scaglione al 35% risparmia 1.750 euro, chi è al 23% risparmia 1.150 euro. Le deduzioni più comuni sono i contributi previdenziali obbligatori, i versamenti ai fondi pensione integrativi (fino a 5.164,57 euro), gli assegni di mantenimento al coniuge separato e alcune erogazioni liberali.

Una detrazione invece si sottrae direttamente dall’imposta calcolata, non dal reddito. Se hai 8.890 euro di IRPEF lorda e hai diritto a 1.200 euro di detrazioni, paghi 7.690 euro. Le detrazioni valgono uguale per tutti, indipendentemente dallo scaglione di appartenenza. Le principali sono la detrazione per lavoro dipendente o pensione (che varia in funzione del reddito), le detrazioni per figli a carico, le detrazioni per spese mediche (19% delle spese che superano 129,11 euro), per gli interessi sul mutuo prima casa (19% fino a 4.000 euro annui) e per molte altre spese documentate che confluiscono nel modello 730. Se vuoi approfondire come recuperare queste spese nella dichiarazione dei redditi, la guida su come funziona il 730 spiega il meccanismo passo dopo passo.

IRPEF e busta paga: come funziona la ritenuta alla fonte

I lavoratori dipendenti non versano l’IRPEF direttamente all’Agenzia delle Entrate. Il datore di lavoro funge da sostituto d’imposta: ogni mese trattiene dalla busta paga una quota stimata di IRPEF e la versa al fisco per conto del lavoratore. Questo meccanismo si chiama ritenuta alla fonte.

Il problema è che la ritenuta mensile è una stima basata sul reddito annuo previsto: il datore di lavoro calcola quanto IRPEF il dipendente dovrebbe pagare nell’anno intero e divide per dodici. Se durante l’anno cambiano le condizioni — ad esempio prendi un aumento a luglio, o lavori solo sei mesi — la stima potrebbe risultare sbagliata. Il conguaglio avviene a fine anno, solitamente nella busta paga di dicembre, quando il datore di lavoro ricalcola l’imposta definitiva e aggiusta il tiro: se hai pagato troppo, ricevi un rimborso; se hai pagato troppo poco, trattiene la differenza.

Nella busta paga la voce “IRPEF” compare solitamente nella sezione delle trattenute. Accanto all’IRPEF statale trovi spesso le addizionali regionali e comunali, che sono imposte aggiuntive calcolate sullo stesso imponibile. Per sapere esattamente cosa significano tutte le voci della busta paga, conviene leggere la nostra guida su come funziona la pensione in Italia, che spiega anche come i contributi previdenziali si intrecciano con la tassazione IRPEF.

Addizionale regionale e comunale

Oltre all’IRPEF statale, chi è residente in Italia paga due imposte aggiuntive calcolate sullo stesso reddito imponibile: l’addizionale regionale e l’addizionale comunale. Queste imposte alimentano i bilanci di regioni e comuni, e le aliquote variano significativamente da un territorio all’altro.

L’addizionale regionale è fissata da ogni regione entro i limiti stabiliti dalla legge nazionale. L’aliquota base è dello 0,9%, ma le regioni possono alzarla fino all’1,4% per esigenze di bilancio — tipicamente le regioni con piani di rientro sanitario (come il Lazio fino a qualche anno fa) applicano aliquote più alte. L’addizionale comunale funziona in modo simile: il comune fissa l’aliquota entro un massimo dello 0,8%. I capoluoghi di regione tendono ad avere aliquote più alte rispetto ai comuni piccoli.

In pratica, chi vive a Milano paga un’addizionale regionale dello 0,9% (Lombardia) e una comunale dello 0,8%, per un totale dell’1,7% di imposta aggiuntiva sul reddito imponibile IRPEF. Chi vive in Calabria, dove l’addizionale regionale è più alta, può arrivare al 2,03% complessivo. Su un reddito di 30.000 euro, questa differenza vale circa 400 euro l’anno — non una cifra trascurabile.

Una delle deduzioni più interessanti per ridurre l’imponibile IRPEF è il versamento a un fondo pensione integrativo: fino a 5.164,57 euro annui sono deducibili dal reddito complessivo, con un risparmio fiscale diretto che dipende dallo scaglione IRPEF di appartenenza.

IRPEF per i lavoratori autonomi

Per chi ha la partita IVA la gestione dell’IRPEF è più complessa rispetto al lavoro dipendente, perché non c’è un sostituto d’imposta che pensa a tutto. Il professionista o il lavoratore autonomo deve versare l’IRPEF da solo, attraverso il modello Redditi PF, in due tranche: il saldo dell’anno precedente (entro giugno) e gli acconti per l’anno in corso, il primo entro giugno (40% dell’acconto totale) e il secondo entro novembre (60%).

Chi aderisce al regime forfettario, invece, paga un’imposta sostitutiva del 15% su una base imponibile calcolata applicando un coefficiente di redditività ai ricavi lordi — non sulle spese effettive. Per un grafico o un consulente con coefficiente al 78%, un ricavo di 50.000 euro genera un imponibile di 39.000 euro, su cui si paga il 15%, cioè 5.850 euro. Molto meno di quanto pagherebbe con le aliquote IRPEF ordinarie, il che spiega perché il regime forfettario sia così attraente per chi rientra nei limiti di 85.000 euro di ricavi annui.

Quanto paga davvero un italiano medio

I dati delle dichiarazioni dei redditi pubblicati ogni anno dal Ministero dell’Economia raccontano una storia precisa. Il reddito medio dichiarato in Italia è intorno ai 22.000-23.000 euro lordi annui. Su questo reddito, un lavoratore dipendente paga circa 4.000-4.500 euro di IRPEF lorda, ma grazie alla detrazione per lavoro dipendente e alle altre detrazioni standard, l’imposta netta scende spesso a 2.500-3.500 euro. L’aliquota media effettiva per chi guadagna 22.000 euro lordi è quindi intorno al 12-15%, non al 23% dell’aliquota nominale dello scaglione.

Chi guadagna 40.000 euro lordi paga invece circa 10.000-11.000 euro di IRPEF lorda, ma le detrazioni la abbassano a 8.000-9.000 euro netti. L’aliquota media effettiva è intorno al 20-22%. Chi supera i 70.000 euro — e sono meno del 5% dei contribuenti italiani — ha un’aliquota media effettiva reale che si avvicina al 30-33%, mai al 43% dell’aliquota marginale massima.

Questi numeri aiutano a capire perché il dibattito sulle aliquote IRPEF sia spesso fuorviante: le aliquote nominali degli scaglioni non corrispondono mai all’imposta reale pagata, che dipende dal mix di detrazioni, deduzioni e regimi agevolati a cui ciascuno ha accesso. Un sistema complesso che, paradossalmente, diventa più equo proprio grazie alla sua complessità.

Domande frequenti

L’IRPEF si paga anche sulle pensioni?

Sì, le pensioni INPS sono redditi imponibili IRPEF a tutti gli effetti. L’INPS funge da sostituto d’imposta e trattiene l’IRPEF direttamente dalla pensione mensile, esattamente come fa il datore di lavoro con lo stipendio. Le pensioni di invalidità civile e gli assegni sociali sono invece esenti.

Se lavoro part-time, pago meno IRPEF?

Dipende dal reddito totale. L’IRPEF si calcola sul reddito annuo complessivo, non sull’orario di lavoro. Un part-time a 12.000 euro lordi annui paga pochissima IRPEF (o quasi nulla, considerando le detrazioni per lavoro dipendente), ma non perché lavori part-time, bensì perché guadagna poco.

Cosa cambia tra IRPEF e IRES?

L’IRPEF si applica alle persone fisiche. L’IRES (Imposta sul Reddito delle Società) si applica invece alle persone giuridiche — SpA, Srl, cooperative — con un’aliquota fissa del 24%. Le società di persone (snc, sas) non pagano l’IRES: il reddito viene attribuito pro quota ai soci, che lo dichiarano nel loro modello IRPEF.

Posso ridurre l’IRPEF legalmente?

Sì, e sono tanti i modi per farlo nel pieno rispetto della legge. I principali sono: versare in un fondo pensione integrativo (deduzione fino a 5.164 euro), sfruttare tutte le detrazioni per spese mediche, portare in detrazione gli interessi del mutuo, usare il bonus ristrutturazioni, e — se sei un autonomo — valutare se il regime forfettario conviene rispetto all’ordinario. Non si tratta di evasione fiscale ma di pianificazione fiscale legittima.

L’IRPEF è uguale in tutta Italia?

L’aliquota statale è uguale ovunque. Ma aggiungendo le addizionali regionali e comunali, il carico fiscale totale varia da regione a regione e da comune a comune. La differenza tra il territorio con pressione addizionale più bassa e quello con pressione più alta può valere qualche centinaio di euro l’anno su un reddito medio.