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Trattenute in busta paga: IRPEF, contributi INPS e addizionali spiegati

trattenute busta paga – Trattenute in busta paga: IRPEF contributi INPS

Ogni mese lo stipendio che arriva sul conto è sensibilmente inferiore a quello scritto nel contratto. La differenza sono le trattenute in busta paga: INPS, IRPEF, addizionali. Ma cosa sono esattamente? Come si calcolano? E perché cambiano da un mese all’altro? Questa guida risponde a tutte le domande dei lavoratori dipendenti.

📌 In breve
Le trattenute principali in busta paga sono i contributi INPS (circa 9,19% del lordo) e l’IRPEF (dal 23% al 43% in base al reddito annuo, applicata in acconto mensile). Si aggiungono addizionali regionale e comunale. La somma totale di trattenute per un reddito medio (25.000-35.000 euro lordi) è circa il 22-28% del lordo.

I contributi INPS: cosa sono e come si calcolano

I contributi INPS sono versamenti obbligatori al sistema previdenziale italiano. Servono a finanziare la pensione futura, l’indennità di malattia, la maternità, la disoccupazione (NASpI) e altri ammortizzatori sociali.

Per i lavoratori dipendenti del settore privato, i contributi si dividono in due parti:

Quota a carico del lavoratore: circa il 9,19% dell’imponibile previdenziale. Questa è la parte che vedi trattenuta in busta paga.

Quota a carico del datore di lavoro: circa il 23-30% dell’imponibile previdenziale. Non la vedi sulla busta paga ma è una parte del “costo del lavoro” che l’azienda sostiene per tenerti.

In totale, ogni 100 euro di imponibile previdenziale, circa 32-39 euro vanno all’INPS (di cui circa 9 trattenuti dal tuo stipendio e 23-30 pagati dal datore).

L’IRPEF: l’imposta progressiva sul reddito

L’IRPEF è l’imposta principale sui redditi delle persone fisiche. È progressiva: più guadagni, più alta è l’aliquota. Nel 2026 le aliquote sono:

23% sui redditi fino a 28.000 euro annui
35% sui redditi da 28.001 a 50.000 euro
43% sui redditi oltre 50.000 euro

Queste aliquote sono marginali: si applicano solo alla parte di reddito che supera ogni scaglione, non a tutto il reddito. Esempio: chi guadagna 30.000 euro lordi non paga il 35% su tutto, ma il 23% sui primi 28.000 e il 35% sui 2.000 rimanenti.

L’IRPEF si calcola sull’imponibile fiscale (retribuzione lorda meno contributi INPS a carico del lavoratore) e viene poi ridotta dalle detrazioni.

Le detrazioni IRPEF per i lavoratori dipendenti

Le detrazioni riducono l’imposta IRPEF dovuta. I principali tipi per i dipendenti:

Detrazione per lavoro dipendente — automaticamente riconosciuta da tutti i datori. Vale 1.880 euro annui per redditi fino a 15.000 euro e si riduce progressivamente fino ad azzerarsi oltre i 55.000 euro. È la detrazione più rilevante per la maggior parte dei dipendenti.

Detrazioni per carichi di famiglia — per figli a carico (fino a 21 anni per i figli non in possesso di redditi propri sopra 2.840,51 euro). Si richiedono al datore compilando il modulo apposito. Dal 2022 sono state in parte sostituite dall’Assegno Unico per i figli.

Detrazioni per coniuge a carico — se hai un coniuge senza redditi o con redditi molto bassi (sotto 2.840,51 euro).

Le addizionali regionali e comunali

Oltre all’IRPEF nazionale, esistono due addizionali locali:

Addizionale regionale IRPEF — una percentuale aggiuntiva che va alla Regione di residenza. L’aliquota base è dell’1,23% ma le Regioni possono aumentarla fino al 3,33%. Alcune Regioni come Lazio e Campania applicano aliquote più alte; altre come Trentino o Valle d’Aosta applicano aliquote ridotte.

Addizionale comunale IRPEF — percentuale variabile da Comune a Comune (generalmente tra 0,1% e 0,9%). Viene trattenuta in rate mensili da gennaio a novembre sulla busta paga dell’anno successivo a quello di riferimento.

Importante: se cambi residenza durante l’anno, le addizionali si calcolano sulla base della residenza al 1° gennaio dell’anno di imposta.

Il bonus IRPEF (ex bonus Renzi)

I lavoratori dipendenti con redditi complessivi fino a 15.000 euro ricevono un trattamento integrativo (ex bonus Renzi) di 1.200 euro annui (100 euro/mese) che compare in busta paga come voce positiva, non come trattenuta. Tra 15.000 e 28.000 euro il bonus è ridotto in base alle detrazioni disponibili. Sopra 28.000 euro non spetta.

Perché le trattenute cambiano ogni mese

Le trattenute non sono sempre uguali perché:

  • Variano le voci di retribuzione (straordinari, premi, indennità)
  • A dicembre c’è il conguaglio fiscale annuale
  • Le addizionali partono a gennaio e terminano a novembre
  • Variazioni familiari (nascita figlio, matrimonio) cambiano le detrazioni
  • Errori corretti nelle buste successive

Domande frequenti

Perché a gennaio la busta paga è più bassa?

A gennaio iniziano le trattenute delle addizionali regionali e comunali relative all’anno precedente (pagate in rate da gennaio a novembre). Per chi ha già subito un conguaglio negativo a dicembre, a gennaio la situazione migliora; per chi riceveva il bonus integrativo ma non più lo ha, può peggiorare.

Come si abbassano legalmente le trattenute in busta paga?

Il metodo più efficace è aumentare le detrazioni: aggiornare le detrazioni per familiari a carico, aderire a un fondo pensione (i contributi sono deducibili), presentare al datore le spese anticipate per la detrazione (es. spese mediche, mutuo) tramite il modello 730 precompilato. Non è possibile ridurre i contributi INPS obbligatori.

Cosa succede se il datore non versa i contributi INPS?

I contributi INPS che vedi trattenuti dalla busta paga vengono detratti dal tuo stipendio e il datore ha l’obbligo di versarli all’INPS. Se non lo fa, commette un reato (omissione contributiva). Puoi verificare i contributi versati sul sito INPS con SPID, accedendo al tuo estratto conto contributivo.

Come leggere la busta paga: guida completa voce per voce

busta paga cedolino – Come leggere la busta paga: guida completa voce per voce

La busta paga è il documento che ogni lavoratore dipendente riceve ogni mese, eppure è anche uno dei documenti meno compresi. Cosa significa “imponibile previdenziale”? Perché la cifra sul cedolino è così diversa da quella del contratto? Cosa sono le “addizionali”? Questa guida spiega ogni voce in modo semplice e pratico.

📌 In breve
La busta paga è divisa in tre grandi blocchi: i dati anagrafici e del contratto in alto; le voci della retribuzione lorda al centro (stipendio base, superminimi, straordinari, ecc.); le trattenute in basso (contributi INPS, IRPEF, addizionali). La differenza tra retribuzione lorda e netto da pagare sono le trattenute che il datore versa per te a INPS e Agenzia delle Entrate.

La struttura della busta paga

Ogni cedolino paga è organizzato in sezioni. Vediamole dall’alto verso il basso:

Intestazione — dati del datore di lavoro (ragione sociale, codice fiscale, INPS matricola), dati del dipendente (nome, codice fiscale, livello contrattuale, qualifica), periodo di riferimento (mese e anno).

Retribuzione lorda — tutte le voci che compongono il compenso bruto del mese: stipendio tabellare, superminimo individuale, eventuali premi, straordinari, indennità, rimborsi.

Trattenute — i contributi INPS a carico del lavoratore, IRPEF, addizionali regionale e comunale, detrazioni (figli, lavoro dipendente).

Netto da pagare — la cifra che arriva effettivamente sul conto corrente.

Le voci della retribuzione lorda spiegate

Stipendio base (o tabellare) — è la paga minima prevista dal CCNL per il tuo livello contrattuale. Non può essere inferiore a quella prevista dalla contrattazione collettiva.

Superminimo (o assegno ad personam) — è una cifra aggiuntiva al tabellare negoziata individualmente o collettivamente a livello aziendale. Di solito è “assorbibile” (può essere ridotta se lo stipendio tabellare aumenta per rinnovo contrattuale) oppure “non assorbibile” (rimane fissa).

Contingenza o EDR — voci storiche legate al vecchio meccanismo di indicizzazione delle retribuzioni all’inflazione. Ancora presente in molte buste paga come voce fissa.

Straordinari — le ore lavorate oltre l’orario contrattuale, retribuite con una maggiorazione (di solito 25-35% per lo straordinario diurno feriale, 50% per notturno o festivo, a seconda del CCNL).

Indennità di turno/notturna/rischio — compensi aggiuntivi per particolari condizioni di lavoro previsti dal CCNL.

Rimborsi spese — i rimborsi per spese sostenute per lavoro (trasferte, chilometraggio, vitto/alloggio). Sono esenti da tasse e contributi entro certi limiti.

Le trattenute: cosa viene detratto dalla paga lorda

Contributi INPS a carico del lavoratore — la parte contributiva che spetta al dipendente è circa il 9,19% della retribuzione imponibile previdenziale (per i lavoratori della gestione privata). Questi contributi vanno all’INPS e formano la tua pensione futura. Il datore ne paga circa il 23-30% aggiuntivo (contributo datoriale) che non vedi sulla busta paga ma che fa parte del costo del lavoro.

IRPEF — l’Imposta sul Reddito delle Persone Fisiche, calcolata sull’imponibile fiscale (retribuzione lorda meno contributi INPS lavoratore). Le aliquote IRPEF 2026 sono: 23% fino a 28.000 euro, 35% da 28.001 a 50.000 euro, 43% oltre 50.000 euro. Il datore applica una ritenuta mensile stimata che verrà conguagliata a fine anno (o col 730).

Addizionale regionale IRPEF — una quota aggiuntiva d’imposta che va alla Regione di residenza. Le aliquote variano da Regione a Regione (di solito tra 1,23% e 3,33%).

Addizionale comunale IRPEF — analoga ma destinata al Comune. Di solito trattenuta in rate mensili.

Detrazioni da lavoro dipendente — riduzioni dell’imposta dovuta riconosciute automaticamente a tutti i lavoratori dipendenti. Diminuiscono al crescere del reddito. Per redditi fino a 15.000 euro la detrazione è piena; sopra 55.000 euro si azzera.

Detrazioni per carichi di famiglia — ulteriori deduzioni per figli e altri familiari a carico, richieste compilando il modello al datore di lavoro.

Cosa significa “imponibile previdenziale” e “imponibile fiscale”

Sono due concetti diversi che riguardano la stessa retribuzione lorda ma calcolati in modo differente:

Imponibile previdenziale — la base su cui si calcolano i contributi INPS. Include la maggior parte delle voci retributive ma esclude alcuni elementi (es. rimborsi spese documentati, fringe benefit entro certi limiti).

Imponibile fiscale — la base su cui si calcola l’IRPEF. È la retribuzione lorda meno i contributi INPS a carico del lavoratore. I rimborsi spese analitici non entrano nell’imponibile fiscale.

Il conguaglio di fine anno

A dicembre il datore effettua il conguaglio fiscale: confronta le ritenute IRPEF versate durante l’anno con l’imposta effettivamente dovuta in base al reddito totale annuo. Se hai pagato troppo (tipico se hai lavorato solo parte dell’anno), ricevi un rimborso in busta paga. Se hai pagato troppo poco, la differenza viene trattenuta dalla paga di dicembre (o ripartita su più mesi).

Domande frequenti

Perché la busta paga di gennaio è diversa dalle altre?

Perché a gennaio partono le trattenute delle addizionali IRPEF (regionale e comunale) dell’anno precedente, che vengono dilazionate in 11 rate da gennaio a novembre. La busta di dicembre è invece quella del conguaglio.

Come si calcola lo stipendio netto dal lordo?

Una formula approssimativa per redditi medi: netto ≈ lordo × 0,75 (per RAL da 20.000 a 35.000 euro). Il rapporto migliora per redditi bassi e peggiora per redditi alti a causa della progressività IRPEF. Per un calcolo preciso usa i simulatori online come quello di INPS o dei principali siti di finanza personale.

Posso contestare la busta paga?

Sì. Se noti errori (ore non pagate, voci mancanti, detrazioni non applicate), segnalalo prima al responsabile HR o all’ufficio paghe. Se non si risolve, puoi rivolgerti a un CAF, a un sindacato o, nei casi gravi, all’Ispettorato del Lavoro.

Fondo pensione o TFR in azienda: cosa conviene davvero nel 2026

fondo pensione previdenza – Fondo pensione o TFR in azienda: cosa conviene davvero nel 2026

Destinare il TFR a un fondo pensione o tenerlo in azienda? È una delle domande più importanti che un lavoratore dipendente si trova ad affrontare, spesso senza avere abbastanza informazioni per scegliere bene. La risposta giusta dipende dall’azienda in cui lavori, dal tuo CCNL e dalla tua situazione fiscale. Ecco tutto quello che serve sapere.

📌 In breve
Il fondo pensione conviene quasi sempre quando il datore di lavoro aggiunge una quota contributiva propria (che si perde se non aderisci). I contributi sono deducibili fino a 5.164 euro/anno. La tassazione finale è del 9-15% (contro il 23-43% IRPEF). L’unico svantaggio: i soldi sono bloccati fino alla pensione (con poche eccezioni).

TFR in azienda: come funziona

Se non fai nulla (silenzio-assenso non esercitato), il tuo TFR rimane in azienda (o al Fondo INPS per le aziende sopra 50 dipendenti). L’azienda lo rivaluta ogni anno del 75% dell’inflazione ISTAT più 1,5% fisso. Ricevi tutto alla fine del rapporto di lavoro con tassazione separata agevolata.

La rivalutazione del TFR è garantita per legge ed è stabile ma modesta. In periodi di alta inflazione (come il 2022-2023) la rivalutazione aumenta, ma non segue pienamente l’inflazione reale (solo il 75%).

Fondo pensione: come funziona

Se scegli di aderire a un fondo pensione, il TFR che matura ogni mese viene versato nel fondo invece che accantonato in azienda. In più:

  • Puoi aggiungere contributi volontari propri
  • Il datore di lavoro aggiunge spesso una quota contributiva (es. 1% della RAL)
  • I contributi versati (incluso il TFR) sono deducibili dal reddito imponibile fino a 5.164,57 euro/anno

Il capitale viene investito in linee di investimento del fondo (garantita, obbligazionaria, bilanciata, azionaria) e cresce nel tempo in base ai mercati. Il rendimento non è garantito come il TFR, ma storicamente supera la rivalutazione del TFR su orizzonti di 10+ anni.

Il contributo del datore: il punto decisivo

Il fattore più importante nella scelta è questo: il tuo datore di lavoro contribuisce al fondo pensione?

In molti CCNL (commercio, metalmeccanico, edilizia, ecc.) il datore è obbligato a versare una quota aggiuntiva (es. 1-1,5% della RAL) al fondo pensione di categoria, MA SOLO SE il lavoratore aderisce e versa almeno il contributo minimo a suo carico.

Se non aderisci, perdi questo contributo del datore per sempre. Sono soldi aggiuntivi gratuiti: rifiutarli non ha praticamente nessun senso economico.

Esempio: RAL 30.000 euro, contributo datore 1% = 300 euro/anno gratuiti che perdi se non aderisci.

Il vantaggio fiscale dei contributi volontari

Oltre al TFR, puoi versare contributi volontari propri al fondo pensione. Questi sono deducibili dal reddito imponibile fino a 5.164,57 euro/anno. Per chi è in aliquota marginale IRPEF al 35%, versare 1.000 euro al fondo pensione riduce le tasse di 350 euro. Il risparmio fiscale immediato è un rendimento garantito aggiuntivo.

La tassazione finale: fondo pensione vs TFR in azienda

TFR in azienda: tassazione separata con aliquota media IRPEF degli ultimi 5 anni. Tendenzialmente tra il 20% e il 30% per la maggior parte dei lavoratori.

Fondo pensione: tassazione del 15% ridotta di 0,30 punti per ogni anno di partecipazione oltre il 15° anno, fino a un minimo del 9%. Chi aderisce presto e per molti anni può arrivare a pagare solo il 9%.

Il vantaggio fiscale del fondo pensione è significativo, soprattutto per chi aderisce con molti anni di anticipo rispetto alla pensione.

Quando il TFR in azienda può essere preferibile

Tenere il TFR in azienda può avere senso in pochi casi specifici: sei vicino alla pensione (meno di 5 anni) e non beneficeresti molto dei vantaggi fiscali a lungo termine del fondo; l’azienda non contribuisce al fondo; hai già altri investimenti previdenziali sufficienti; hai bisogno di liquidità e sai che richiederai l’anticipo TFR.

Domande frequenti

Posso trasferire il TFR già in azienda a un fondo pensione?

Il TFR già accantonato in azienda può essere trasferito al fondo pensione solo in alcuni casi (es. cambio lavoro, accordi aziendali). Il TFR che matura da quando aderisci al fondo viene destinato automaticamente al fondo; quello già accantonato resta in azienda.

Cosa succede ai soldi nel fondo se muoio prima della pensione?

Il capitale accumulato nel fondo pensione viene ereditato dai beneficiari designati o dagli eredi. Non va perso.

Posso prelevare dal fondo pensione prima della pensione?

Sì, in casi specifici: dopo 8 anni di iscrizione puoi richiedere fino al 75% per acquisto/ristrutturazione prima casa, o fino al 30% per qualsiasi motivo (senza specifiche). In caso di gravi malattie o perdita del lavoro, ci sono anticipazioni aggiuntive.

Per le ultime novità su pensioni e conguagli, leggi anche conguagli fiscali INPS pensioni agosto 2026.

Simula il tuo TFR

Prima di decidere tra fondo pensione e TFR in azienda, è utile vedere una stima concreta di quanto accumuleresti nei due scenari. Usa il simulatore qui sotto.

Inserisci la tua RAL attuale e gli anni di servizio (già maturati o previsti). Se vuoi includere la rivalutazione storica media, spunta la casella apposita. Il simulatore calcola il TFR lordo, la stima rivalutata e il netto dopo tassazione.

Simulatore TFR 2026

Inserisci i dati e premi “Calcola TFR” per stimare la liquidazione.



Reddito Annuo Lordo: lo trovi in busta paga come “retribuzione annua” o sulla Certificazione Unica (CU).


Inserisci gli anni totali di anzianità che vuoi simulare, inclusi quelli già maturati.

ℹ️ I risultati forniti sono stime indicative. Il TFR reale dipende dagli scatti di anzianità, dalle variazioni della RAL nel tempo e dall’aliquota IRPEF media degli ultimi 5 anni. Per un calcolo preciso rivolgiti al tuo ufficio paghe o a un consulente del lavoro.

Pensione anticipata 2026: tutte le uscite possibili prima dei 67 anni

pensione anticipata uscite – Pensione anticipata 2026: tutte le uscite possibili prima dei 67 anni

Andare in pensione prima dei 67 anni è possibile nel 2026, ma le strade sono diverse e i requisiti cambiano spesso. Quota 103, pensione anticipata ordinaria, opzione donna, APe sociale: ogni misura ha le sue condizioni, i suoi vantaggi e i suoi costi nascosti. Questa guida spiega tutte le uscite pensionistiche anticipate disponibili oggi in modo chiaro.

📌 In breve
Nel 2026 le principali vie d’uscita anticipata dalla pensione sono: Pensione Anticipata Ordinaria (42 anni e 10 mesi di contributi per gli uomini, 41 e 10 per le donne), Quota 103 (64 anni di età + 41 di contributi), APe Sociale (63 anni + categorie protette), Opzione Donna (61 anni + 35 di contributi, con penalizzazione). Non tutte convengono economicamente.

Pensione anticipata ordinaria (senza limite di età)

È la via più comune per chi ha iniziato a lavorare presto. Non ha requisiti di età ma richiede un numero elevato di contributi:

Uomini: 42 anni e 10 mesi di contributi, indipendentemente dall’età.

Donne: 41 anni e 10 mesi di contributi.

Attenzione: c’è una finestra mobile di 3 mesi dalla maturazione dei requisiti prima di poter effettivamente ricevere l’assegno (per chi era dipendente privato). Per i dipendenti pubblici la finestra è di 6 mesi.

La pensione anticipata ordinaria non prevede penalizzazioni sull’assegno ed è calcolata con il metodo contributivo o misto a seconda dell’anzianità contributiva al 31 dicembre 1995.

Quota 103 (prorogata nel 2026)

Quota 103 permette di andare in pensione con 64 anni di età e 41 anni di contributi (la somma fa 105, ma il nome è rimasto “103” da quando richiedeva 41+62). È una misura temporanea prorogata di anno in anno.

Aspetto critico: la pensione con Quota 103 è limitata a un massimo di 4 volte il minimo INPS fino al raggiungimento dei 67 anni. Questo significa che se hai diritto a un assegno più alto, non lo ricevi subito: la parte eccedente ti viene “bloccata” fino ai 67 anni. Per chi ha contribuzioni elevate, questo può rendere Quota 103 poco conveniente.

APe Sociale

L’APe Sociale è un sussidio statale riservato a categorie specifiche di lavoratori in difficoltà. Nel 2026 i requisiti sono:

  • 63 anni di età (aumentati rispetto agli anni precedenti)
  • 30 anni di contributi (36 per lavori non gravosi)
  • Appartenere a una delle categorie protette: disoccupati che hanno esaurito la NASPI, caregivers (chi assiste un familiare disabile), lavoratori invalidi (almeno 74%), lavoratori dipendenti in mansioni gravose

L’APe Sociale non è una pensione vera e propria ma un assegno ponte (massimo 1.500 euro/mese) che dura fino al raggiungimento della pensione di vecchiaia a 67 anni. Non è accumulabile con redditi da lavoro.

Opzione Donna

Opzione Donna permette alle lavoratrici di pensionarsi prima in cambio di una penalizzazione sull’assegno. Requisiti nel 2026:

  • 61 anni di età (60 per le lavoratrici con almeno un figlio, 59 con due o più figli)
  • 35 anni di contributi
  • Appartenere a una delle categorie protette (caregivers, invalide al 74%+, dipendenti da aziende in crisi)

Il grande svantaggio: la pensione è calcolata interamente con il metodo contributivo (anche per chi ha contributi anteriori al 1996), il che può ridurre l’assegno del 20-30% rispetto al metodo misto. Conviene fare i calcoli precisi prima di scegliere.

Pensione di vecchiaia: il riferimento a 67 anni

Per chi non rientra in nessuna misura anticipata, la pensione di vecchiaia ordinaria richiede 67 anni di età (nel 2026, rivalutata in base all’aspettativa di vita) e almeno 20 anni di contributi. L’assegno minimo garantito è di almeno 1,5 volte l’importo del minimo INPS (pari a circa 776 euro mensili nel 2026).

Come simulare la tua pensione

Il modo più semplice per conoscere la tua situazione pensionistica è accedere al portale INPS “La Mia Pensione” con SPID o CIE. Il servizio mostra i contributi versati, le proiezioni dell’assegno futuro e indica quando maturerai i diversi requisiti pensionistici.

Domande frequenti

Posso lavorare dopo la pensione anticipata?

Con la pensione anticipata ordinaria puoi lavorare liberamente senza limitazioni. Con Quota 103 ci sono limitazioni ai redditi da lavoro dipendente fino ai 67 anni. Con APe Sociale non puoi avere redditi da lavoro.

I contributi versati all’estero contano per la pensione italiana?

Sì, grazie ai regolamenti comunitari UE e alle convenzioni bilaterali. I periodi contributivi in altri paesi UE si sommano a quelli italiani per raggiungere i requisiti minimi, ma la pensione viene calcolata separatamente da ciascun paese.

Conviene riscattare la laurea per andare in pensione prima?

Il riscatto della laurea aggiunge fino a 5 anni di contributi. I costi variano molto in base all’età e alla retribuzione. Conviene farlo soprattutto da giovani (il costo è minore) o in regime forfettario (detraibile al 50%). Usa il simulatore INPS per calcolare la convenienza nel tuo caso.

Liquidazione TFR: quando prenderla subito e quando lasciarla in azienda

liquidazione tfr – Liquidazione TFR: quando prenderla

La liquidazione del TFR (Trattamento di Fine Rapporto) è uno degli aspetti della vita lavorativa che genera più dubbi: quando conviene prenderlo subito? Quando è meglio lasciarlo in azienda? E cosa succede quando si cambia lavoro o ci si licenzia? Questa guida risponde in modo pratico a tutte le domande più comuni.

📌 In breve
Il TFR matura ogni anno circa il 6,91% della retribuzione lorda annua e viene rivalutato del 75% dell’inflazione ISTAT più 1,5%. Se lasci l’azienda (per qualsiasi motivo), hai diritto a ricevere tutto il TFR maturato. La tassazione è separata e agevolata. Mantenerlo in azienda è più conveniente fiscalmente in molti casi; il fondo pensione è ancora meglio se l’azienda contribuisce.

Come si calcola il TFR

Il TFR si calcola dividendo la retribuzione lorda annua (comprensiva di tredicesima e altri elementi) per 13,5. Il risultato è la quota che matura ogni anno. Questa quota viene accantonata dall’azienda e rivalutata ogni anno del 75% dell’inflazione ISTAT più un tasso fisso dell’1,5%.

Esempio: stipendio lordo annuo 30.000 euro. TFR annuo = 30.000 / 13,5 = 2.222 euro. Dopo 10 anni di lavoro (senza aumenti di stipendio) il TFR lordo è circa 22.000-23.000 euro, rivalutazioni incluse.

Dove finisce il TFR: azienda, INPS o fondo pensione

Aziende con meno di 50 dipendenti — il TFR rimane in azienda, che lo paga direttamente al dipendente all’uscita.

Aziende con 50 o più dipendenti — il TFR maturato dal 2007 viene versato obbligatoriamente al Fondo Tesoreria INPS (salvo scelta esplicita del dipendente di destinarlo a un fondo pensione).

Fondo pensione — il dipendente può scegliere di destinare il TFR a un fondo pensione complementare. In questo caso, il datore di lavoro spesso aggiunge una quota contributiva propria (tipicamente 1-2% della RAL). Questo “contributo del datore” è soldi aggiuntivi gratuiti che vengono persi se non si aderisce al fondo.

Quando puoi prendere il TFR prima della fine del rapporto

In circostanze normali il TFR si riceve solo quando il rapporto di lavoro termina (licenziamento, dimissioni, pensionamento, decesso). Tuttavia esistono due eccezioni principali:

Anticipo ordinario — dopo almeno 8 anni di servizio continuativo con lo stesso datore, puoi richiedere fino al 70% del TFR maturato. Le motivazioni ammesse sono: acquisto o ristrutturazione della prima casa, spese sanitarie per malattie gravi del lavoratore o familiari.

Quir (Quota Integrativa della Retribuzione) — dal 2015 al 2018 era possibile ricevere il TFR in busta paga ogni mese. La misura non è stata rinnovata definitivamente ma potrebbe tornare nelle discussioni parlamentari.

Come viene tassato il TFR

La tassazione del TFR è separata dal reddito ordinario e di solito più favorevole. Si calcola applicando un’aliquota media IRPEF degli ultimi 5 anni al TFR maturato, con alcune agevolazioni. L’Agenzia delle Entrate ricalcola la tassazione definitiva e in genere rimborsa la differenza se è stata applicata un’aliquota troppo alta.

Se il TFR è in un fondo pensione, la tassazione è ancora più favorevole: si paga tra il 9% e il 15% (decresce con gli anni di adesione al fondo), contro il 23-43% IRPEF del reddito ordinario.

Quando conviene lasciare il TFR in azienda

Lasciare il TFR in azienda conviene principalmente quando l’azienda è solida e stabile, quando non si ha accesso a un fondo pensione con contributo del datore, o quando l’orizzonte lavorativo è breve (pochi anni alla pensione). La rivalutazione del TFR (legata all’inflazione) offre una protezione automatica dal potere d’acquisto.

Quando conviene il fondo pensione

Il fondo pensione conviene quasi sempre quando il datore di lavoro contribuisce. Ottenere il “contributo del datore” senza destinare il TFR al fondo è impossibile: è letteralmente soldi lasciati sul tavolo. In più, i contributi versati al fondo sono deducibili dal reddito imponibile fino a 5.164,57 euro l’anno, riducendo le tasse.

Domande frequenti

Se mi licenzio, quando ricevo il TFR?

I tempi variano per legge e per CCNL. In genere entro 30-45 giorni dal termine del rapporto per le aziende private con TFR in azienda. Se il TFR è al Fondo INPS, i tempi possono essere più lunghi (anche 90-120 giorni).

Il TFR è tassato come il normale stipendio?

No. Il TFR ha una tassazione separata e mediamente più favorevole rispetto alla tassazione ordinaria IRPEF, soprattutto per importi elevati. Se è in un fondo pensione, la tassazione è ancora più bassa (9-15%).

Cosa succede al TFR se l’azienda fallisce?

Se il TFR era in azienda (aziende sotto 50 dipendenti), interviene il Fondo di Garanzia INPS che copre il TFR non pagato, fino a certi limiti. Se il TFR era al Fondo Tesoreria INPS o in un fondo pensione, è completamente al sicuro dal fallimento dell’azienda.

Regime forfettario 2026: conviene ancora? Limiti, vantaggi e trappole

regime forfettario conviene – Regime forfettario 2026: conviene ancora

Il regime forfettario nel 2026 è ancora vantaggioso? La risposta dipende dalla tua situazione specifica. Negli ultimi anni le regole sono cambiate più volte — soglia di ricavi alzata a 85.000 euro, modifiche ai limiti, incertezze sulle agevolazioni per i nuovi contribuenti. Questa guida fa chiarezza su chi ci conviene davvero e chi invece rischia di pagare di più.

📌 In breve
Nel 2026 il regime forfettario si applica a chi ha ricavi/compensi fino a 85.000 euro annui. L’imposta sostitutiva è del 15% (5% per i primi 5 anni di attività). Non si paga IVA. I contributi INPS sono ridotti del 35%. È vantaggioso sotto una certa soglia di reddito ma può diventare svantaggioso rispetto al regime ordinario per chi ha alti costi deducibili o supera certi redditi.

Chi può accedere al regime forfettario nel 2026

Per accedere al regime forfettario nel 2026 devi rispettare questi requisiti principali:

Soglia di ricavi/compensi — non devi aver superato 85.000 euro nell’anno precedente. Se superi 100.000 euro nel corso dell’anno, esci dal regime in tempo reale (non all’anno successivo).

Limiti di spesa per lavoratori dipendenti — non devi aver sostenuto più di 20.000 euro lordi per lavoro dipendente, co.co.co., lavoro accessorio o assimilati.

Redditi da lavoro dipendente/pensione — se percepisci redditi da lavoro dipendente o pensione superiori a 30.000 euro, non puoi accedere al regime forfettario (con alcune eccezioni per contratti cessati).

Come funziona il calcolo dell’imposta

Il sistema è semplice: si applica un coefficiente di redditività ai tuoi ricavi (diverso per ogni categoria di attività) e sull’imponibile così ottenuto si paga l’imposta sostitutiva del 15% (o 5% per i nuovi contribuenti).

Esempio per un libero professionista (coefficiente 78%): ricavi 50.000 euro × 78% = imponibile 39.000 euro. Imposta al 15%: 5.850 euro. A questo si aggiungono i contributi INPS (calcolati sull’imponibile previdenziale).

Il vantaggio principale: non deduci le spese reali (non importa quanto spendi), il fisco presume già una quota forfettaria di costi tramite il coefficiente. Se le tue spese reali sono basse, ci guadagni. Se invece hai molti costi (es. affitto studio, collaboratori, attrezzature costose), potresti pagare meno nel regime ordinario deducendo tutto.

Vantaggi del regime forfettario

Semplicità contabile — non devi tenere la contabilità ordinaria, non emetti fatture con IVA, non presenti dichiarazione IVA. Il commercialista costa meno. La gestione quotidiana è molto più semplice.

Aliquota flat — 15% (o 5% per i primi 5 anni) invece delle aliquote IRPEF progressive che vanno dal 23% al 43%. Per redditi imponibili fino a circa 28.000 euro, il forfettario è quasi sempre più conveniente.

Niente IVA — non applichi IVA sulle fatture, il che semplifica i rapporti con i clienti privati. Attenzione: non puoi neanche detrarre l’IVA sugli acquisti.

Contributi INPS ridotti — chi è iscritto alla gestione separata INPS gode di una riduzione del 35% dei contributi. Chi è iscritto alle casse previdenziali di categoria (commercialisti, ingegneri, ecc.) segue le regole della propria cassa.

Svantaggi e trappole del regime forfettario

Non deduci le spese reali — se hai costi elevati (affitti, collaboratori, attrezzature), il regime forfettario può rivelarsi più costoso del regime ordinario dove le spese sono completamente deducibili.

Niente detrazioni personali — nel regime forfettario non puoi detrarre mutuo prima casa, spese mediche, figli a carico e altre detrazioni IRPEF. Per chi ha famiglia numerosa o mutuo elevato, questo è un svantaggio significativo.

Tetto a 85.000 euro — se cresci come libero professionista o imprenditore, il regime forfettario ha un soffitto. Superare i 100.000 euro in corso d’anno significa uscire immediatamente, con potenziale shock fiscale.

Limitazioni per dipendenti e pensionati — chi guadagna già oltre 30.000 euro come dipendente o pensionato non può accedere al regime.

Conviene ancora nel 2026? Il confronto numerico

Per un professionista con 40.000 euro di compensi e pochi costi, il forfettario è chiaramente conveniente: tassazione effettiva intorno al 10-12% totale tra imposta e contributi ridotti. Per chi ha 60.000 euro di compensi ma anche 20.000 di costi deducibili e un mutuo da detrarre, fare i conti precisi con un commercialista è indispensabile prima di scegliere.

Domande frequenti

Chi ha la partita IVA aperta da più di 5 anni paga ancora il 5%?

No. Il 5% si applica solo nei primi 5 anni di attività e solo per chi apre per la prima volta (o non ha avuto partita IVA nei 3 anni precedenti). Dopo il quinto anno si passa obbligatoriamente al 15%.

Posso passare dal regime ordinario al forfettario?

Sì, se rispetti i requisiti. Il passaggio avviene dall’anno successivo. Stessa cosa per l’uscita: esci dall’anno dopo aver superato i limiti (salvo superamento dei 100.000 euro in corso d’anno).

Il regime forfettario è compatibile con il lavoro dipendente part-time?

Sì, se il reddito da lavoro dipendente non supera 30.000 euro annui lordi.

Dividendi azionari: come funzionano e come si tassano in Italia

dividendi azionari – Dividendi azionari: come funzionano e come si tassano in Italia

I dividendi azionari sono una delle forme di rendimento più apprezzate da chi investe in borsa: ricevere un pagamento periodico solo per possedere delle azioni ha un fascino particolare. Ma come funzionano esattamente? E soprattutto, come vengono tassati in Italia? Questa guida risponde a tutte le domande pratiche.

📌 In breve
Il dividendo è una quota degli utili che l’azienda distribuisce agli azionisti. In Italia i dividendi sono tassati al 26% come imposta sostitutiva. Per ricevere un dividendo devi possedere le azioni entro la data di stacco (ex-dividend date). Il prezzo dell’azione scende di un importo pari al dividendo il giorno dello stacco.

Come funzionano i dividendi

Quando un’azienda quotata in borsa realizza utili, il consiglio di amministrazione può decidere di distribuirne una parte agli azionisti sotto forma di dividendo. Non tutte le aziende distribuiscono dividendi: le società in fase di crescita tendono a reinvestire gli utili nell’azienda; le società mature e stabili tendono invece a distribuirli regolarmente.

Il dividend yield (rendimento da dividendo) è il rapporto tra il dividendo annuo e il prezzo corrente dell’azione, espresso in percentuale. Un dividend yield del 4% significa che per ogni 1.000 euro investiti ricevi 40 euro di dividendi all’anno.

Le date chiave del dividendo

Data di dichiarazione — il CdA annuncia l’importo del dividendo e le date rilevanti.

Ex-dividend date (data di stacco) — devi possedere le azioni entro il giorno precedente questa data per avere diritto al dividendo. Se acquisti il giorno della ex-dividend date o dopo, non ricevi il dividendo corrente.

Record date — la data in cui la società verifica chi sono gli azionisti aventi diritto al dividendo. Di solito coincide con la ex-dividend date.

Payment date — la data in cui il dividendo viene effettivamente accreditato sul conto del broker.

Attenzione: il giorno della ex-dividend date il prezzo dell’azione scende teoricamente di un importo pari al dividendo. Comprare un’azione subito prima dello stacco per “intascare” il dividendo e rivendere subito dopo non crea valore aggiunto: la perdita in conto capitale compensa il dividendo ricevuto.

Come vengono tassati i dividendi in Italia

In Italia, i dividendi ricevuti da persone fisiche non imprenditori sono tassati con un’imposta sostitutiva del 26% sulla somma lorda percepita. La ritenuta viene applicata direttamente dal broker (se sostituto d’imposta) o dalla banca depositaria, quindi il dividendo viene accreditato già al netto delle tasse.

Esempio: ricevi 100 euro lordi di dividendi. La ritenuta è di 26 euro. Sul conto arriveranno 74 euro netti.

Dividendi esteri — se l’azienda è quotata all’estero (es. Microsoft, Coca-Cola, Nestlé), il dividendo subisce prima una ritenuta alla fonte nel paese di origine (es. 15% USA, 35% Svizzera, 30% Germania) e poi la tassazione italiana del 26%. Tuttavia, grazie alle convenzioni contro la doppia imposizione, la ritenuta estera è deducibile dalla tassazione italiana fino a un massimo dell’imposta dovuta in Italia. Il calcolo preciso dipende dal paese e dal broker.

ETF a distribuzione vs a accumulazione

Se investi in ETF, devi scegliere tra due versioni:

ETF a distribuzione (Dist) — distribuisce periodicamente i dividendi delle aziende sottostanti. Ricevi un pagamento in contanti tassato al 26%.

ETF ad accumulazione (Acc) — reinveste automaticamente i dividendi nel fondo senza distribuirli. Non ci sono pagamenti periodici; i dividendi aumentano il valore della quota. La tassazione avviene solo al momento della vendita. Nel lungo periodo, gli ETF ad accumulazione sono generalmente più efficienti dal punto di vista fiscale per chi non ha bisogno di flusso di cassa.

Le aziende più generose sui dividendi in Italia e in Europa

In Italia, le aziende storicamente note per dividendi elevati e costanti includono Eni, Enel, Intesa Sanpaolo, Poste Italiane e A2A. In Europa, i settori con dividend yield più alti sono spesso utilities, telecomunicazioni e bancario. Attenzione: un dividend yield molto alto (oltre 7-8%) può essere un segnale di rischio — significa che il prezzo dell’azione è calato molto, il che potrebbe indicare difficoltà dell’azienda.

Domande frequenti

I dividendi si dichiarano nel 730?

Se il broker è sostituto d’imposta italiano (tutti i broker italiani lo sono), no: la tassazione è già applicata alla fonte e non serve dichiararli. Se usi un broker estero senza sostituto d’imposta, devi dichiararli nel quadro RM del modello Redditi.

Conviene investire per i dividendi o per la crescita del capitale?

Dipende dall’obiettivo. I dividendi creano un flusso di cassa periodico, utile per chi è vicino alla pensione o vuole un “reddito passivo”. Per chi ha un orizzonte lungo e non ha bisogno di liquidità, reinvestire i dividendi (o usare ETF ad accumulazione) è statisticamente più redditizio nel lungo periodo.

Quanto dividendo si riceve per 10.000 euro investiti?

Dipende dal dividend yield. Con un yield medio del 3%, su 10.000 euro ricevi circa 300 euro lordi (222 euro netti dopo il 26% di tassazione) all’anno. Alcune aziende offrono yield del 5-6%, ma con più rischio.

Migliori broker trading online 2026: confronto per principianti

broker trading online – Migliori broker trading online 2026: confronto per principianti

Scegliere il miglior broker trading online nel 2026 è il primo passo per chi vuole iniziare a investire in azioni, ETF o altri strumenti finanziari. Ma tra commissioni, piattaforme, strumenti disponibili e sicurezza, le differenze tra un broker e l’altro sono enormi. Questa guida confronta i principali per chi parte da zero.

📌 In breve
I migliori broker per principianti in Italia nel 2026 sono DEGIRO (commissioni bassissime), Fineco (tutto-in-uno con conto corrente), XTB (zero commissioni su azioni fino a 100.000 euro/mese) e Trading212 (zero commissioni, ottimo per ETF). Per investire in ETF con PAC mensile, DEGIRO e XTB sono i più convenienti. Evita i broker non regolamentati e le piattaforme che promettono rendimenti garantiti.

I principali broker online disponibili in Italia

DEGIRO — broker olandese regolamentato, tra i più economici in Europa. Le commissioni per azioni italiane e europee partono da 2 euro a transazione. Ottimo per PAC su ETF (molti ETF sono scambiabili senza commissioni nell’ambito del programma ETF Core). Non ha conto corrente integrato; serve un conto bancario esterno per i versamenti.

Fineco Bank — banca italiana con licenza bancaria completa. Offre conto corrente, trading e advisory in un’unica piattaforma. Le commissioni sono leggermente più alte (da 3,95 euro per azioni italiane), ma l’integrazione bancaria completa e l’assistenza clienti italiana sono un vantaggio per i principianti.

XTB — broker polacco con sede europea regolamentata, zero commissioni su azioni ed ETF reali fino a 100.000 euro di transato mensile (poi 0,2%). Offre anche CFD e forex per i più esperti. Interfaccia molto curata e materiali formativi ottimi.

Trading212 — piattaforma bulgara (regolamentata FCA e CySEC), zero commissioni, ottima per ETF e azioni. Ha anche la funzione “Piani di investimento” per automatizzare i PAC. Meno completo per chi vuole obbligazioni o strumenti avanzati.

Directa SIM — broker italiano storico, ottimo per chi vuole obbligazioni italiane e BTP. Commissioni competitive e interfaccia professionale. Meno adatto ai principianti assoluti.

Cosa guardare quando scegli un broker

Regolamentazione — il broker deve essere regolamentato da un’autorità europea (Consob in Italia, FCA in UK, BaFin in Germania, ecc.). Verifica sempre sul sito dell’autorità di vigilanza prima di depositare.

Strumenti disponibili — azioni, ETF, obbligazioni, fondi, CFD? Scegli in base a cosa vuoi fare. Per un principiante, bastano azioni ed ETF.

Commissioni reali — attenzione alle commissioni nascoste: spread bid/ask allargati, costi di custodia annuali, commissioni di inattività, costi di prelievo. Chiedi sempre la tariffa totale su uno scenario tipo.

Protezione del capitale — i broker regolamentati in UE garantiscono il capitale investito fino a 20.000 euro tramite i fondi di garanzia degli investitori in caso di fallimento del broker. La liquidità depositata è separata dai fondi del broker.

ETF vs azioni: cosa comprare da principiante

Per chi inizia, gli ETF (Exchange Traded Funds) sono la scelta più consigliata. Un ETF su indice (es. MSCI World, S&P 500, FTSE All World) permette di diversificare su centinaia di aziende con un singolo acquisto, con costi di gestione bassissimi (0,07%-0,30% annuo).

Le azioni singole richiedono più conoscenza dell’analisi fondamentale e comportano un rischio di concentrazione molto più alto. Meglio partire dagli ETF e aggiungere azioni individuali solo quando si ha più esperienza.

Come funziona un PAC (Piano di Accumulo Capitale)

Il PAC è la strategia di investimento più adatta per chi parte da piccole cifre. Si investe una quota fissa ogni mese (anche 50-100 euro) sullo stesso ETF, indipendentemente dal prezzo di mercato. Nel tempo, si acquista a prezzi diversi mediando il costo di carico. È il metodo più semplice per costruire un patrimonio a lungo termine senza doversi preoccupare del “momento giusto” per entrare.

Tassazione degli investimenti in Italia

In Italia, i guadagni da investimenti (plusvalenze, dividendi) sono tassati al 26% come imposta sostitutiva. Fa eccezione il reddito da titoli di Stato italiani e di paesi “white list”, tassato al 12,5%. La tassazione viene gestita automaticamente dal broker se è un sostituto d’imposta (tutti i broker italiani lo sono; per i broker esteri potrebbe servire la dichiarazione autonoma).

Domande frequenti

Posso iniziare a investire con 100 euro?

Sì. Con broker come XTB e Trading212 puoi investire anche in frazioni di azione o ETF con pochi euro. Per un PAC regolare, anche 50-100 euro al mese su un ETF globale è un ottimo punto di partenza.

I broker online sono sicuri?

I broker regolamentati dall’UE sono sicuri: il tuo portafoglio è separato dai conti del broker e garantito fino a 20.000 euro. Attenzione ai broker non regolamentati che spesso appaiono sui social con promesse di guadagni facili.

Qual è la differenza tra ETF e fondo comune?

Gli ETF si comprano e vendono in borsa come le azioni, hanno costi molto bassi e sono trasparenti. I fondi comuni si comprano tramite banca o promotore, hanno costi più alti (spesso oltre il 2% annuo) e meno flessibilità. In quasi tutti i casi, gli ETF sono più convenienti per l’investitore privato.

Prima di scegliere il broker, leggi anche la nostra guida su come investire in azioni per principianti.

Migliori conti deposito giugno 2026: tassi a confronto

conto deposito tassi – Migliori conti deposito giugno 2026: tassi a confronto

Con i tassi ancora sopra il 2%, i conti deposito nel 2026 restano uno degli strumenti di risparmio più sicuri e accessibili per chi non vuole rischiare il capitale. Ma le offerte sono molto diverse tra loro: tassi lordi che vanno dall’1,5% al 4,5%, vincoli da 3 mesi a 5 anni, condizioni di apertura variabili. Questa guida confronta le migliori opzioni disponibili oggi.

📌 In breve
I migliori conti deposito vincolati a 12 mesi a giugno 2026 offrono tassi lordi tra il 3% e il 4%. Il rendimento netto è inferiore per la tassazione al 26% (o 12,5% sui titoli di Stato). Il capitale è protetto fino a 100.000 euro dal Fondo Interbancario di Tutela dei Depositi. Convengono rispetto ai BTP solo su scadenze brevi (3-12 mesi).

Come funziona un conto deposito

Il conto deposito è un prodotto bancario in cui depositi una somma per un periodo prefissato (da 1 mese a 5 anni) e ricevi in cambio un interesse fisso. Esistono due varianti principali:

Vincolato — non puoi prelevare prima della scadenza (o puoi farlo perdendo parte o tutti gli interessi). Offre tassi più alti.

Libero (o svincolabile) — puoi prelevare in qualsiasi momento, ma il tasso è più basso. Utile come alternativa al conto corrente per la liquidità parcheggiata.

I migliori conti deposito a giugno 2026

Vincolati a 12 mesi:

Le offerte più competitive a giugno 2026 per vincoli annuali si trovano principalmente nelle banche online e nelle filiali italiane di banche europee. I tassi lordi più alti del mercato si aggirano tra il 3,5% e il 4,2%. Tra le banche che storicamente offrono i rendimenti più competitivi: Banca Progetto, Illimity, Renault Bank, Banca Sistema e alcune banche estere con sede in Italia come Raisin (piattaforma che aggrega offerte di banche europee).

Vincolati a 6 mesi:

I tassi scendono leggermente rispetto al 12 mesi, posizionandosi tra il 2,8% e il 3,5% lordo. Utili per chi non vuole bloccare il capitale a lungo.

Liberi:

Tra l’1,5% e il 2,5% lordo. Il Conto Arancio di ING e il Conto Contoconto di Fineco sono tra i più usati per la liquidità a breve.

Quanto rende davvero: il calcolo netto

Gli interessi sui conti deposito sono tassati al 26% (imposta sostitutiva). Su 10.000 euro vincolati a 12 mesi al 4% lordo:

Interessi lordi: 400 euro. Tasse (26%): 104 euro. Interessi netti: 296 euro. Rendimento netto: 2,96% annuo.

Confronto con BTP: i titoli di Stato italiani hanno tassazione agevolata al 12,5%. Un BTP a 12 mesi al 3% lordo rende il 2,625% netto — meno del conto deposito al 4%, ma più di uno al 3%.

Piattaforme per confrontare i conti deposito

Raisin.it — aggrega offerte di banche europee accessibili dall’Italia. Unico accesso, più banche. I depositi sono garantiti dai fondi europei equivalenti al FITD.

ConfrontaConti.it e SoldiExpert — comparatori italiani con aggiornamenti settimanali sui tassi disponibili.

Direttamente sulle app bancarie — molte banche riservano le offerte migliori ai clienti già attivi o come promozioni di benvenuto per nuovi clienti.

Rischi e protezioni

I conti deposito presso banche italiane sono protetti dal Fondo Interbancario di Tutela dei Depositi (FITD) fino a 100.000 euro per depositante per banca. Se hai più di 100.000 euro da depositare, distribuiscili su più banche per mantenere la copertura piena.

Per le banche europee accessibili tramite Raisin, la protezione equivalente è garantita dal fondo del paese di origine (Germania, Lituania, ecc.) per lo stesso importo.

Domande frequenti

Conviene un conto deposito o un BTP nel 2026?

Per scadenze brevi (3-12 mesi), i conti deposito con tassi sopra il 3,5% lordo battono i BTP equivalenti grazie al tasso più alto, nonostante la tassazione sfavorevole. Per scadenze lunghe (3-5 anni), i BTP diventano più convenienti grazie alla tassazione al 12,5%.

Posso avere più conti deposito?

Sì. Non c’è limite al numero di conti deposito che puoi aprire, anche presso la stessa banca. Molti risparmiatori ne aprono più di uno con scadenze diverse (strategia della “scala”).

Gli interessi del conto deposito vanno dichiarati?

No. La banca applica direttamente l’imposta sostitutiva del 26% e versa il netto. Non devi inserire nulla nella dichiarazione dei redditi.

Mutuo 2026: conviene fisso o variabile adesso?

mutuo fisso variabile – Mutuo 2026: conviene fisso o variabile adesso?

La domanda che ogni potenziale mutuatario si pone nel 2026 è sempre la stessa: mutuo a tasso fisso o variabile? Con i tassi BCE in fase di discesa ma ancora sopra i livelli pre-2022, la scelta non è mai stata così delicata. Sbagliare può costare decine di migliaia di euro sull’intera durata del mutuo. Questa guida fa i conti in modo chiaro.

📌 In breve
Nel giugno 2026 il tasso fisso medio per mutui 20-25 anni si aggira intorno al 3,2-3,6%. Il variabile è intorno all’Euribor 3 mesi + spread (totale circa 3,4-3,8%). Il fisso conviene a chi vuole certezza della rata; il variabile può convenire se i tassi scendono ulteriormente nei prossimi 2-3 anni come previsto dalla BCE.

Come funziona il tasso fisso

Con il mutuo a tasso fisso la rata rimane identica per tutta la durata del finanziamento, indipendentemente da cosa succede ai tassi di mercato. Il tasso viene fissato al momento della stipula sulla base dell’IRS (Interest Rate Swap), il tasso di riferimento interbancario per le operazioni a lungo termine.

Vantaggi: certezza assoluta della rata, pianificazione finanziaria precisa, protezione da futuri rialzi dei tassi. Svantaggi: se i tassi scendono significativamente dopo la stipula, paghi più del necessario (a meno di non surrogare il mutuo).

Come funziona il tasso variabile

Con il mutuo a tasso variabile la rata cambia ogni mese o ogni trimestre in base all’Euribor (il tasso interbancario europeo a breve termine) più uno spread fisso stabilito dalla banca. Se l’Euribor scende, scende anche la rata; se sale, la rata aumenta.

L’Euribor 3 mesi nel giugno 2026 è intorno al 2,8-3,0%, in calo rispetto ai picchi del 2023 (oltre il 4%). Le proiezioni della BCE indicano ulteriori riduzioni graduali nei prossimi 12-24 mesi, il che rende il variabile potenzialmente più conveniente nel medio termine.

Il confronto numerico: fisso vs variabile su 200.000 euro

Prendiamo un mutuo di 200.000 euro a 25 anni come esempio:

Tasso fisso al 3,4%: rata mensile di circa 990 euro, totale interessi pagati in 25 anni circa 97.000 euro.

Tasso variabile (Euribor + 1,2% = 4,0%): rata mensile iniziale di circa 1.055 euro. Se l’Euribor scende al 2% nei prossimi anni, la rata scenderebbe a circa 900 euro.

La differenza dipende tutto dall’andamento futuro dei tassi. Se l’Euribor si stabilizza intorno al 2% entro 2 anni, il variabile risulta più conveniente nel lungo periodo. Se torna a salire oltre il 3,5%, il fisso era la scelta giusta.

Il tasso misto e il CAP: le alternative

Molte banche offrono soluzioni ibride:

Tasso misto — fisso per i primi 5-10 anni, poi variabile. Offre protezione nella fase iniziale (la più critica per molte famiglie) con possibilità di beneficiare di riduzioni future.

Variabile con CAP — tasso variabile con un tetto massimo oltre il quale la rata non può salire. Il costo è leggermente superiore al variabile puro ma inferiore al fisso. Buona soluzione per chi vuole il variabile ma teme rialzi estremi.

Quando conviene il fisso nel 2026

Il fisso conviene se: hai una rata già sostenuta rispetto al tuo reddito e non potresti permetterti aumenti; hai un orizzonte temporale lungo (oltre 20 anni); preferisci la certezza alla potenziale convenienza futura; pensi che i tassi non scenderanno significativamente.

Quando conviene il variabile nel 2026

Il variabile conviene se: hai una buona capacità di assorbire eventuali aumenti di rata; l’orizzonte è medio (10-15 anni); credi nella discesa dei tassi BCE nei prossimi 2-3 anni; puoi surrogare rapidamente se il variabile dovesse salire troppo.

La surroga: la via d’uscita se cambi idea

Se scegli il fisso e poi i tassi scendono molto, puoi fare la surroga: trasferire il mutuo a un’altra banca a condizioni migliori senza costi. La surroga è gratuita per legge in Italia (legge Bersani). Puoi farla quante volte vuoi, purché la nuova banca accetti. È lo strumento che rende il fisso meno “definitivo” di quanto sembri.

Domande frequenti

Qual è il miglior mutuo nel 2026?

Dipende dal profilo. Per chi vuole certezza: fisso sotto il 3,5% su 20-25 anni. Per chi può sopportare variabilità e scommette sulla discesa BCE: variabile con spread basso (sotto 1%). Confronta almeno 5-6 banche e usa un broker mutui gratuito.

I tassi BCE scenderanno ancora nel 2026?

Le proiezioni del mercato a giugno 2026 indicano 1-2 tagli aggiuntivi entro fine anno. Nulla è certo, ma la direzione è di graduale normalizzazione verso il 2-2,5%.

Posso passare da variabile a fisso?

Sì, tramite surroga o rinegoziazione con la tua banca. La rinegoziazione è gratuita ma la banca può rifiutarsi; la surroga è sempre possibile se un’altra banca accetta il tuo profilo.