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Pensione di invalidità e lavoro autonomo: la dichiarazione all’INPS entro novembre 2026, chi deve farla

Chi riceve una pensione di invalidità e ha redditi da lavoro autonomo deve comunicarli all’INPS entro lunedì 2 novembre 2026: sia quelli effettivamente incassati nel 2025, sia quelli che prevede di incassare nel 2026. Lo ricorda il messaggio INPS n. 3281 del 15 ottobre 2026, che ogni anno fa il punto su chi è ancora sottoposto al divieto parziale di cumulo tra pensione e lavoro. Il gruppo è molto più piccolo di quanto si pensi, perché vecchiaia, anzianità e prepensionamenti ne sono fuori da anni. Restano soprattutto i titolari di assegno ordinario o pensione di invalidità con meno di 40 anni di contributi, e per loro dimenticare la comunicazione costa caro: la legge prevede il recupero di un anno intero di pensione.

📌 Articolo in breve
Il messaggio INPS 3281/2026 fissa al 2 novembre 2026 la dichiarazione dei redditi da lavoro autonomo 2025 (a consuntivo) e di quelli previsti per il 2026 (a preventivo). Devono farla i titolari di pensione o assegno di invalidità con decorrenza dal 1995 e meno di 40 anni di contributi, più alcuni pensionati di inabilità della Gestione dipendenti pubblici. Non la fanno i pensionati di vecchiaia, di anzianità e i prepensionati. Il divieto non scatta se il reddito autonomo 2025 non supera 7.844,20 euro. La trattenuta è il 30% della pensione oltre il trattamento minimo, ma non più del 30% del reddito autonomo. Si presenta con il servizio online RED Precompilato. Chi non la presenta deve restituire l’importo annuo della pensione.
⚠️ Disclaimer: Le informazioni contenute in questo articolo hanno scopo puramente informativo. Non costituiscono consulenza fiscale, previdenziale o tributaria. Le regole sul cumulo dipendono dal tipo di pensione e dalla sua decorrenza: verifica sempre la tua posizione sul sito dell’INPS o rivolgiti a un patronato o a un CAF.

Ultimo aggiornamento: ottobre 2026

Indice

  1. Cosa dice il messaggio INPS 3281 del 2026
  2. Chi deve fare la dichiarazione e chi no
  3. La soglia dei 7.844,20 euro e i redditi esclusi
  4. Come si calcola la trattenuta
  5. Quattro esempi con i numeri del 2026
  6. Quota 100 e Quota 103: un altro divieto
  7. Come si presenta: il servizio RED Precompilato
  8. Cosa succede se non la presenti
  9. Domande frequenti

Cosa dice il messaggio INPS 3281 del 2026

La regola di partenza è l’articolo 10 del decreto legislativo 503 del 1992. Al comma 4 stabilisce che i pensionati soggetti al divieto di cumulo devono comunicare all’ente che paga la pensione i redditi da lavoro autonomo dell’anno precedente, entro lo stesso termine della dichiarazione dei redditi ai fini IRPEF. Quest’anno il modello Redditi 2026 scade il 2 novembre, perché il 31 ottobre cade di sabato: di conseguenza slitta anche la comunicazione all’INPS.

Il messaggio n. 3281 del 15 ottobre 2026, firmato dalla direttrice generale Valeria Vittimberga, riguarda i titolari di pensione con decorrenza entro il 2025 che per quell’anno erano soggetti al divieto parziale di cumulo con il lavoro autonomo. Chiede due cose diverse nella stessa finestra: la dichiarazione “a consuntivo” dei redditi autonomi conseguiti nel 2025 e quella “a preventivo” di quelli che si prevede di conseguire nel 2026. La seconda nasce dal comma 4-bis dello stesso articolo: l’INPS applica le trattenute in via provvisoria sulla base della previsione, poi le conguaglia quando arriva il dato definitivo, cioè con la dichiarazione dell’anno successivo.

C’è un dettaglio che il messaggio sottolinea e che molti trascurano. La dichiarazione va presentata anche se nulla è cambiato: chi ha dichiarato a preventivo un certo reddito per il 2025 deve comunque confermarlo a consuntivo, e chi prevede per il 2026 lo stesso reddito del 2025 deve comunque fare la dichiarazione a preventivo.

Chi deve fare la dichiarazione e chi no

Il divieto parziale di cumulo con il lavoro autonomo, negli anni, è stato smontato pezzo per pezzo. L’articolo 72 della legge 388 del 2000 ha reso del tutto cumulabili dal 2001 le pensioni di vecchiaia e quelle liquidate con almeno 40 anni di contributi. L’articolo 19 del decreto legge 112 del 2008 ha fatto lo stesso dal 2009 per le pensioni di anzianità, i prepensionamenti e la vecchiaia nel sistema contributivo. Il risultato è che oggi il divieto resta in piedi quasi solo per l’invalidità previdenziale, quella pagata dall’INPS a chi ha versato contributi, con una capacità di lavoro ridotta ma non azzerata.

Il messaggio elenca con precisione chi è fuori e chi è dentro. Lo riassumiamo in tabella.

Deve dichiarare entro il 2 novembre 2026 Non deve dichiarare
Titolari di pensione di invalidità o assegno ordinario di invalidità INPS con decorrenza dal 1° gennaio 1995 e meno di 40 anni di contributi Pensione o assegno di invalidità con decorrenza entro il 31 dicembre 1994
Iscritti alla Gestione dipendenti pubblici con pensione di inabilità: privilegiata, per dispensa dal servizio per inabilità assoluta e permanente o per inabilità alle mansioni Pensione di vecchiaia, anche contributiva
Titolari di pensione di invalidità ex INPGI (articolo 8 del regolamento), passati all’INPS Pensione di anzianità e trattamenti di prepensionamento
I pensionati sopra indicati che svolgono lavoro sportivo, anche dilettantistico Pensione o assegno di invalidità con almeno 40 anni di contributi
I pensionati sopra indicati che sono magistrati onorari confermati senza regime di esclusività Trattamenti privilegiati del comparto difesa e sicurezza a chi è passato a un impiego civile nella PA per inidoneità

Sui 40 anni il messaggio aggiunge una precisazione utile: contano anche i contributi versati dopo la decorrenza della pensione, purché siano già stati usati per liquidare un supplemento. Chi ha continuato a lavorare e ha chiesto il supplemento, quindi, potrebbe aver superato la soglia senza saperlo.

Restano fuori dal perimetro anche prestazioni che col nome “invalidità” vengono spesso confuse. La pensione di inabilità della legge 222 del 1984 non ammette cumulo parziale: secondo la scheda INPS sul cumulo è incompatibile con qualsiasi attività lavorativa, e chi riprende a lavorare deve comunicarlo subito. L’invalidità civile, invece, è una prestazione assistenziale con propri limiti di reddito e non rientra in questo divieto di cumulo: ne parliamo nella guida all’invalidità civile 2026. Le differenze tra assegno ordinario e pensione di inabilità sono spiegate nell’articolo sulla pensione di invalidità INPS.

La soglia dei 7.844,20 euro e i redditi esclusi

Anche chi rientra nella colonna di sinistra può non subire nessun taglio. Il comma 2 dell’articolo 10 esclude dal divieto i titolari di pensione di invalidità il cui reddito annuo da lavoro non supera il trattamento minimo del Fondo lavoratori dipendenti dello stesso anno. Per il 2025 il messaggio indica la cifra: 7.844,20 euro di reddito da lavoro autonomo. Sotto o pari a quell’importo, il divieto in concreto non si applica.

Il messaggio colloca questa soglia tra le “situazioni particolari” dei pensionati tenuti all’obbligo, e non scrive che chi sta sotto è esonerato dalla comunicazione. D’altra parte è proprio la dichiarazione che consente all’INPS di sapere che il reddito è rimasto sotto il limite. Chi ha avuto 5.000 euro di compensi nel 2025 farebbe bene a dichiararli comunque: gli costa dieci minuti ed evita il rischio della sanzione, che è sproporzionata rispetto a qualsiasi trattenuta.

Ci sono poi entrate che non contano affatto come reddito da lavoro ai fini del cumulo. Il messaggio le elenca: i compensi per attività socialmente utili nei programmi per anziani promossi da enti locali e altre istituzioni, le indennità e i gettoni di presenza degli amministratori locali, le indennità legate a cariche pubbliche elettive (consiglieri regionali, parlamentari nazionali ed europei), le indennità dei giudici tributari per quella funzione e le remunerazioni dei sacerdoti previste dalla legge 222 del 1985.

Quanto al modo di calcolare il reddito, la regola è una sola: i redditi da lavoro autonomo si dichiarano al netto dei contributi previdenziali e assistenziali e al lordo delle ritenute fiscali. Il reddito d’impresa va indicato al netto anche delle perdite deducibili riferite allo stesso anno. Per un forfettario, quindi, il punto di partenza è il reddito imponibile al netto dei contributi versati, non il fatturato.

Come si calcola la trattenuta

Il meccanismo è nell’articolo 72, comma 2, della legge 388 del 2000, e il messaggio lo riporta parola per parola: la quota di pensione che supera il trattamento minimo è cumulabile con il lavoro autonomo nella misura del 70%. In altre parole, l’INPS può trattenere il 30% della parte di pensione eccedente il minimo. C’è però un tetto: la trattenuta non può superare il 30% del reddito autonomo. Si calcolano entrambi i valori e si applica il più basso.

Ne derivano due conseguenze pratiche. La prima: chi ha una pensione pari o inferiore al trattamento minimo non subisce trattenute, perché non c’è una quota eccedente su cui applicarle. La seconda: con redditi autonomi modesti e pensioni medio-alte il tetto del 30% del reddito diventa il limite che conta, e la trattenuta non arriva mai a “mangiare” più di quanto il lavoro renda.

Per il 2026 il trattamento minimo vale 611,85 euro al mese, cioè 7.954,05 euro all’anno su tredici mensilità, secondo i valori provvisori della circolare INPS 153 del 19 dicembre 2025. Attenzione a non confondere questa cifra con i 619,80 euro che circolano come “pensione minima 2026”: quelli comprendono l’incremento straordinario dell’1,3% riservato alle pensioni basse, mentre per il cumulo conta il trattamento minimo vero e proprio.

Per l’assegno ordinario di invalidità c’è un secondo meccanismo che si somma al primo. L’articolo 1, comma 42, della legge 335 del 1995 rinvia alla tabella G, che riduce l’assegno in caso di redditi da lavoro dipendente, autonomo o d’impresa: secondo la scheda INPS la riduzione è del 25% se il reddito supera quattro volte il trattamento minimo annuo e del 50% se supera cinque volte. Con i valori 2026 le due soglie corrispondono, per nostro calcolo, a 31.816,20 e 39.770,25 euro. Il messaggio ricorda che questa riduzione opera anche quando l’assegno è stato liquidato con 40 o più anni di contributi. La stessa legge prevede una clausola di salvaguardia: l’assegno ridotto, sommato al reddito, non può dare un totale inferiore a quello che si avrebbe con un reddito pari al limite massimo della fascia precedente.

Quattro esempi con i numeri del 2026

Gli esempi che seguono riguardano la dichiarazione a preventivo per il 2026 e usano il trattamento minimo provvisorio di 7.954,05 euro. Sono calcoli semplificati su base annua, con importi lordi di pensione su tredici mensilità: l’INPS applica la trattenuta mese per mese e la ricalcola a conguaglio, ma l’ordine di grandezza è questo.

Lucia ha un assegno ordinario di invalidità di 850 euro lordi al mese e fa la grafica freelance in regime forfettario. Prevede per il 2026 un reddito di 6.500 euro al netto dei contributi. È sotto il trattamento minimo annuo, quindi il divieto non si applica e la trattenuta è zero. Conviene comunque indicare la previsione nel servizio RED.

Paolo riceve un assegno di invalidità di 1.100 euro al mese, 14.300 euro all’anno, e come consulente prevede 12.000 euro di reddito. La quota oltre il minimo è 14.300 meno 7.954,05, cioè 6.345,95 euro; il 30% fa 1.903,79 euro. Il tetto, il 30% di 12.000, è 3.600 euro. Si applica il valore più basso: 1.903,79 euro di trattenuta nell’anno.

Rita ha un assegno di 1.500 euro al mese, 19.500 all’anno, e un’attività artigiana che le rende 9.000 euro. La quota eccedente è 11.545,95 euro e il 30% vale 3.463,79 euro, ma il tetto del 30% del reddito si ferma a 2.700 euro. Trattenuta: 2.700 euro. Qui vince il tetto.

Marco ha un assegno di 1.300 euro al mese, 16.900 euro all’anno, e un’attività professionale da 38.000 euro: sopra quattro volte il minimo, sotto cinque. Prima scatta la tabella G con il taglio del 25%: l’assegno scende a 975 euro al mese, 12.675 all’anno. Poi si applica il divieto di cumulo sulla parte del nuovo importo che supera il minimo: 12.675 meno 7.954,05 fa 4.720,95 euro, il 30% è 1.416,29 euro, molto sotto il tetto di 11.400. Alla fine l’assegno annuo scende a circa 11.258,71 euro. In questo caso la clausola di salvaguardia non interviene, perché assegno ridotto più reddito supera quanto avrebbe avuto con un reddito di 31.816,20 euro e l’assegno pieno.

Caso Assegno annuo Reddito autonomo 2026 Trattenuta annua stimata
Lucia 11.050 € 6.500 € 0 € (sotto il minimo)
Paolo 14.300 € 12.000 € 1.903,79 €
Rita 19.500 € 9.000 € 2.700 € (tetto 30% del reddito)
Marco 16.900 € 38.000 € 4.225 € (tabella G) + 1.416,29 € (cumulo)
✍️ Nota della redazione: la soglia di 7.844,20 euro indicata dal messaggio non è un numero nuovo: è esattamente tredici volte 603,40 euro, il trattamento minimo definitivo 2025 pubblicato nella circolare INPS 153 del 2025. Per lo stesso motivo la soglia da tenere a mente per la previsione 2026 è 7.954,05 euro, tredici volte i 611,85 euro provvisori. Ce ne siamo accorti incrociando i due documenti, perché il messaggio non indica il valore per il 2026. Se a fine anno il minimo definitivo cambierà, cambierà anche questa soglia.

Quota 100 e Quota 103: un altro divieto

Chi è andato in pensione con Quota 100, Quota 102 o Quota 103 sente parlare spesso di divieto di cumulo, ma il suo è un regime diverso e molto più rigido, che con il messaggio 3281 non ha niente a che fare.

ℹ️ Se hai Quota 100, 102 o 103
Secondo la scheda INPS sul cumulo, queste pensioni e la pensione anticipata flessibile non sono cumulabili con nessun reddito da lavoro, nemmeno estero, dalla decorrenza fino all’età della pensione di vecchiaia. L’unica eccezione è il lavoro autonomo occasionale fino a 5.000 euro lordi l’anno. Non c’è una trattenuta del 30%: chi supera il limite o svolge altre attività si vede sospendere la pensione per l’anno in cui ha percepito quei redditi, con recupero delle rate già pagate. La comunicazione all’INPS va fatta subito, appena si inizia a lavorare, non a novembre. Per le regole di accesso vedi la guida alla pensione anticipata 2026.

La stessa logica della sospensione vale per la pensione anticipata dei lavoratori precoci, che secondo l’INPS non è cumulabile con redditi da lavoro dipendente o autonomo per tutto il periodo di anticipo. Anche qui niente dichiarazione di novembre: l’obbligo è di comunicare tempestivamente i redditi.

Come si presenta: il servizio RED Precompilato

La dichiarazione si fa online, con SPID almeno di livello 2, CIE, CNS o eIDAS. I passaggi indicati dal messaggio sono pochi.

  1. Accedi al sito dell’INPS con la tua identità digitale e cerca nel motore interno “La dichiarazione della situazione reddituale (RED)”.
  2. Apri il servizio RED Precompilato e scegli la campagna “Campagna RED 2026 anno reddito richiesto 2025”.
  3. Indica i redditi da lavoro autonomo del 2025 per periodi: mese e anno di inizio, mese e anno di fine, importo. Si possono inserire fino a sei periodi per tipologia, in ordine cronologico e senza sovrapposizioni.
  4. Compila allo stesso modo la previsione per il 2026 e invia.

Il messaggio chiede di inserire solo i redditi da lavoro autonomo del titolare, senza altre tipologie di reddito. Se per una tipologia richiesta non c’è nessun importo, va indicato comunque un periodo da gennaio a dicembre (2025, oppure 2026 per la previsione) con importo zero. Chi non vuole fare da sé può rivolgersi a un CAF o a un altro soggetto abilitato convenzionato con l’INPS, o a una sede territoriale, come indica la scheda del servizio RED.

Non confondere questa scadenza con la campagna RED ordinaria, quella che serve a chi riceve prestazioni legate al reddito come l’integrazione al minimo: ha tempi propri e un esonero per chi ha già dichiarato tutti i redditi con il 730 o il Redditi. Cosa succede a chi la salta l’abbiamo raccontato nell’articolo sui tagli INPS per il modello RED. Il messaggio 3281 non prevede un esonero analogo per chi ha già presentato la dichiarazione dei redditi.

Cosa succede se non la presenti

La sanzione è scritta nel comma 8-bis dell’articolo 10, aggiunto dalla legge 662 del 1996: chi omette la dichiarazione dei redditi da lavoro autonomo deve versare all’INPS una somma pari all’importo annuo della pensione percepita nell’anno a cui la dichiarazione si riferisce. L’Istituto la preleva direttamente sulle rate di pensione successive.

Basta fare due conti per capire perché conviene non rischiare. Per Paolo, il nostro secondo esempio, una dimenticanza vale 14.300 euro, contro una trattenuta di meno di 2.000. Per Lucia, che di trattenute non ne avrebbe affatto, la stessa dimenticanza potrebbe costare oltre 11.000 euro. La norma non distingue tra chi ha omesso per evitare il taglio e chi semplicemente non sapeva di dover comunicare.

La scadenza del 2 novembre si incrocia con molte altre: modello Redditi, 770, concordato preventivo. Il calendario completo è nel nostro articolo sulle scadenze fiscali di novembre 2026.

Domande frequenti

Ho una pensione di vecchiaia e lavoro come libero professionista: devo dichiarare qualcosa all’INPS?

No, per il cumulo no. Le pensioni di vecchiaia sono interamente cumulabili con il lavoro autonomo dal 2001, a prescindere dai contributi, e quelle contributive dal 2009. Restano gli ordinari obblighi fiscali con il modello Redditi.

Prendo l’assegno di invalidità ma quest’anno non ho lavorato: devo fare la dichiarazione?

Il messaggio prevede che, in assenza di importi, si indichi il periodo da gennaio a dicembre con valore zero per ogni tipologia di reddito richiesta. Se negli anni precedenti avevi dichiarato redditi autonomi, comunicare lo zero chiude la posizione e consente il conguaglio.

Il reddito da dichiarare è il fatturato?

No. Si dichiara il reddito da lavoro autonomo al netto dei contributi previdenziali e assistenziali e al lordo delle ritenute fiscali. Per il reddito d’impresa vanno sottratte anche le perdite deducibili dell’anno.

Se la previsione 2026 si rivela sbagliata cosa succede?

Le trattenute a preventivo sono provvisorie: l’INPS le conguaglia con la dichiarazione a consuntivo del 2026, che si presenta nel 2027. Se hai stimato troppo, ti viene restituita la differenza; se hai stimato poco, ti viene trattenuta.

Ho l’assegno di invalidità con 41 anni di contributi: sono fuori da tutto?

Dal divieto di cumulo e quindi dalla dichiarazione di novembre sì. Ma per l’assegno ordinario resta la riduzione della tabella G della legge 335 del 1995, che secondo il messaggio opera anche con 40 o più anni di contributi.

Il lavoro occasionale conta come lavoro autonomo?

Secondo l’INPS i redditi da attività svolte senza vincolo di subordinazione sono redditi da lavoro autonomo ai fini del cumulo, indipendentemente da come vengono dichiarati al fisco. Quindi sì, vanno comunicati.

Ho una pensione di invalidità del 1983: cosa cambia?

Se la decorrenza è entro il 1994 non sei soggetto al divieto con il lavoro autonomo. Le pensioni di invalidità con decorrenza entro il 1° luglio 1984 hanno però una disciplina propria, descritta nella scheda INPS: vengono sospese se il reddito da lavoro supera tre volte il trattamento minimo annuo, fino all’età della pensione di vecchiaia.

👉 Leggi anche: Pensione di invalidità 2026: importi, requisiti e domanda · Scadenze fiscali novembre 2026 · Modello RED e tagli INPS

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