Gli screening oncologici 2026 si allargano: il nuovo Piano nazionale della prevenzione porta la mammografia anche alle donne tra 45 e 49 anni e tra 70 e 74, e il test per il tumore del colon-retto alla fascia 70-74. C’è però una parola che cambia tutto ed è scritta nel documento ufficiale: l’ampliamento è “graduale”. Tradotto, l’età in cui arriverà la lettera di invito dipende da dove si è residenti, e la distanza tra una regione e l’altra oggi è enorme.
Con l’Intesa Stato-Regioni del 21 maggio 2026 è stato adottato il Piano nazionale della prevenzione 2026-2031, che destina alle Regioni 200 milioni di euro l’anno più altri 50 milioni per il 2026 e fissa obiettivi vincolanti sugli screening oncologici. L’estensione delle fasce passa però dai Piani regionali, quindi non parte ovunque nello stesso momento. Nel frattempo poco più di un italiano su due aderisce all’invito, con un divario Nord-Sud che sul colon-retto va dal 65,3% del Veneto al 6,4% della Calabria.
Indice
- Cosa cambia con il nuovo Piano
- Le fasce di età, prima e dopo
- Perché conta la regione in cui vivi
- I numeri veri dell’adesione
- Lo screening organizzato è gratuito, e non serve l’impegnativa
- Cosa fare se l’invito non arriva
- Domande frequenti
Cosa cambia con il nuovo Piano
Il Piano nazionale della prevenzione 2026-2031 è stato adottato con l’Intesa in Conferenza Stato-Regioni del 21 maggio 2026. È il documento che stabilisce, per sei anni, gli obiettivi che le Regioni devono raggiungere in materia di prevenzione, e questa volta gli obiettivi sono dichiaratamente vincolanti e coperti da risorse: 200 milioni di euro all’anno per tutto il periodo, più 50 milioni aggiuntivi per il 2026 destinati alle attività territoriali.
Le aree tematiche sono quattordici, ma il capitolo che apre l’elenco è quello degli screening oncologici, con due direzioni indicate in modo esplicito: l’ampliamento graduale dello screening colorettale alla fascia 70-74 anni e quello mammografico alle fasce 45-49 e 70-74 anni. Nessuna di queste estensioni nasce dal nulla: seguono le raccomandazioni europee aggiornate, che da tempo suggeriscono di abbassare la soglia d’ingresso per il tumore al seno e di alzare quella d’uscita.
Il passaggio successivo, quello che determina i tempi reali, è nelle mani delle Regioni: ciascuna deve redigere e adottare il proprio Piano regionale della prevenzione, con le proprie priorità e il proprio calendario. È lì che il “graduale” diventa un anno, oppure tre.
Le fasce di età, prima e dopo
Per capire cosa cambia serve sapere da dove si parte. I livelli essenziali di assistenza prevedono oggi tre programmi organizzati, ciascuno con la sua fascia e la sua cadenza.
| Programma | Esame | Fascia standard | Estensione prevista |
|---|---|---|---|
| Mammella | Mammografia ogni 2 anni | 50-69 anni | 45-49 e 70-74 anni |
| Colon-retto | Ricerca del sangue occulto nelle feci | 50-69 anni | 70-74 anni |
| Cervice uterina | Pap test fino a 30 anni, poi test HPV-DNA | 25-64 anni | Nessuna estensione di fascia |
Sul terzo programma il Piano non tocca le età, e c’è una ragione: il problema della cervice uterina in Italia non è il perimetro ma la partecipazione, che sta andando nella direzione sbagliata. È l’unico dei tre screening in calo.
Perché conta la regione in cui vivi
Questo è il punto che i comunicati non mettono in evidenza. L’estensione delle fasce non entra in vigore con una data uguale per tutti, perché passa dai Piani regionali e dalla capacità organizzativa delle singole aziende sanitarie: servono mammografi, radiologi, personale per la lettura dei vetrini e per la gestione degli inviti.
Diverse Regioni, del resto, si erano già mosse per conto proprio con risorse regionali. In Lombardia, per fare l’esempio più esteso, il programma mammografico copre già le donne dai 45 ai 74 anni, con cadenza annuale nella fascia 45-49 e biennale dai 50 in su. Chi vive lì non vedrà cambiare nulla; chi vive in una regione che parte adesso dovrà attendere che il Piano regionale venga adottato e finanziato.
La conseguenza pratica è che la domanda giusta da fare non è “da quando spetta”, ma “da quando spetta qui”. La risposta si trova sul portale sanitario della propria Regione o chiamando il centro screening della ASL di riferimento, che ha l’elenco aggiornato delle coorti invitate.
I numeri veri dell’adesione
Il monitoraggio dell’Osservatorio nazionale screening, riferito agli inviti spediti nel 2025 e alle adesioni registrate fino al 30 aprile 2026, restituisce una fotografia che spiega perché il Piano insista tanto sugli obiettivi vincolanti. Nel 2025 sono stati invitati oltre 17,7 milioni di cittadini e hanno risposto poco più di 7,5 milioni.
Guardando la copertura per programma, la mammografia sale al 53,1% e il colon-retto cresce leggermente arrivando al 34,9%, mentre lo screening cervicale scende al 48,4%, con una flessione di 2,6 punti rispetto all’anno precedente. Ma è la disaggregazione territoriale a raccontare la storia vera. Sul colon-retto l’adesione passa dal 47,2% del Nord al 22,1% del Sud e delle Isole, con estremi regionali che vanno dal 65,3% del Veneto al 6,4% della Calabria. Sulla cervice il divario è dello stesso ordine: dal 72% del Friuli Venezia Giulia al 16,7% della Calabria. Sulla mammografia il quadro è meno drammatico ma coerente, con il Nord al 66%, il Centro al 55,9% e il Sud e le Isole al 47%.
Su questi numeri si innesta la stima che ha fatto più discutere quest’estate, ripresa da Il Sole 24 Ore: circa 7,6 milioni di persone restano fuori dai programmi organizzati e questo si tradurrebbe in oltre 50.300 tumori e lesioni precancerose non intercettati. È una proiezione, non un conteggio di casi reali, e va letta per quello che è: un ordine di grandezza del costo della mancata partecipazione.
Nel confrontare i dati regionali abbiamo notato una cosa che sfugge quando si guarda solo la media nazionale: sul colon-retto la differenza tra Veneto e Calabria è di oltre dieci volte. Nessun altro indicatore sanitario italiano di uso comune ha una forbice simile tra due regioni dello stesso Paese, e riguarda un esame che consiste nel raccogliere un campione a casa propria e riconsegnarlo in farmacia.
Lo screening organizzato è gratuito, e non serve l’impegnativa
C’è un equivoco che pesa più di quanto si creda sulla mancata adesione. Molte persone rinunciano perché immaginano un percorso con impegnativa del medico, prenotazione al CUP, ticket da pagare e lista d’attesa. Nello screening organizzato non funziona così: l’invito arriva a casa con appuntamento già fissato, l’esame è a carico del Servizio sanitario nazionale e non prevede né ticket né richiesta del medico curante. Vale anche per gli approfondimenti eventualmente necessari dopo un risultato non negativo.
È una cosa diversa dalla prevenzione individuale, quella che si fa spontaneamente fuori dal programma: lì si rientra nelle regole ordinarie di prescrizione e compartecipazione, con i relativi codici di esenzione dal ticket sanitario. Chi ha già un’esenzione per patologia, o rientra tra le condizioni riconosciute per malattia rara, segue percorsi ancora diversi che vale la pena verificare con il proprio specialista.
Un’ultima avvertenza che tocca il portafoglio oltre alla salute: se ricevi l’appuntamento e non puoi andarci, disdici. Il nuovo Piano nazionale sulle liste d’attesa ha introdotto una linea più severa sulle mancate disdette, al punto che in alcune situazioni il ticket si paga anche da esenti. A prescindere dalla sanzione, ogni posto lasciato vuoto senza avvisare è un posto sottratto a un altro invito.
Cosa fare se l’invito non arriva
Capita, e le ragioni sono quasi sempre banali: un indirizzo non aggiornato dopo un trasloco, un cambio di medico non registrato, una coorte che in quella ASL viene chiamata più tardi. La cosa da non fare è aspettare in silenzio.
Chi rientra nella fascia prevista e non ha ricevuto nulla può contattare direttamente il centro screening della propria azienda sanitaria e chiedere l’adesione spontanea: in tutte le Regioni esiste una procedura per inserirsi nel programma anche senza lettera, e resta gratuita esattamente come l’invito. Le informazioni generali sui tre programmi e sulle raccomandazioni aggiornate sono pubblicate dall’Osservatorio nazionale screening, che è anche la fonte dei dati di adesione citati qui sopra.
Vale infine la pena ricordare una distinzione che i programmi organizzati danno per scontata ma che genera confusione: lo screening si rivolge a persone senza sintomi. In presenza di un sintomo — un nodulo, una perdita di sangue, un cambiamento persistente delle abitudini intestinali — il percorso corretto non è aspettare la lettera, è il medico di base, subito.
Domande frequenti
Da quando le donne di 45 anni riceveranno l’invito alla mammografia?
Non c’è una data nazionale unica. Il Piano indica l’obiettivo, ma l’attivazione dipende dal Piano regionale della prevenzione e dalla capacità organizzativa della singola azienda sanitaria. Alcune Regioni coprono già quella fascia da anni con risorse proprie, altre partiranno più avanti.
Se ho più di 69 anni e non ricevo più inviti, cosa posso fare?
L’estensione a 70-74 anni è prevista sia per la mammografia sia per il colon-retto, ma vale il discorso della gradualità regionale. Nel frattempo si può chiedere al centro screening della ASL se è già attiva l’adesione spontanea per quella fascia.
Lo screening del colon-retto è la colonscopia?
No. Il test di primo livello è la ricerca del sangue occulto nelle feci, che si esegue raccogliendo un campione a casa. La colonscopia arriva solo come approfondimento in caso di esito positivo, e in quel caso rientra anch’essa nel percorso gratuito.
Il test HPV ha sostituito il pap test?
Per le donne dai 30 anni in su sì, come test primario, con intervallo più lungo rispetto al pap test. Sotto i 30 anni resta il pap test, perché a quell’età l’infezione da HPV è molto frequente e nella grande maggioranza dei casi si risolve da sola.
Fare un esame privatamente equivale a partecipare allo screening?
Dal punto di vista clinico dipende dal test e dalla qualità del percorso; da quello statistico no, perché il programma organizzato garantisce richiamo, tracciamento del risultato e presa in carico degli approfondimenti. È anche il motivo per cui i dati di copertura ufficiali sottostimano leggermente la prevenzione realmente praticata.
