Il bonus caldaia 2026 è la cosa più cercata di questi giorni e insieme la più fraintesa, perché come misura autonoma semplicemente non esiste. Chi sostituisce una caldaia a gas con un’altra caldaia a gas oggi non porta a casa niente, e da agosto è caduta anche l’ultima scappatoia che restava, quella del pellet. Quello che resta è concreto ma passa da tre strade diverse, con percentuali, tempi di rimborso e vincoli che conviene conoscere prima di firmare il preventivo.
Dal 2025 le caldaie alimentate solo a combustibili fossili sono fuori dall’Ecobonus. Dal 3 agosto 2026, con il recepimento della direttiva RED III, anche stufe e caldaie a biomassa hanno perso gli incentivi quando sostituiscono un impianto a gas. Restano agevolate le pompe di calore, i sistemi ibridi certificati e il solare termico, con detrazione al 50% sull’abitazione principale e 36% sugli altri immobili per tutto il 2026, oppure con il Conto Termico 3.0 del GSE che rimborsa fino al 65% in contanti. Dal 2027 le aliquote scendono al 36% e al 30%.
Indice
- Perché il bonus caldaie è sparito
- La novità di agosto: niente più incentivi per stufe e pellet
- Cosa resta agevolato nel 2026
- Detrazione o Conto Termico: come si sceglie
- Tre preventivi a confronto
- La zona grigia della manutenzione straordinaria
- Domande frequenti
Perché il bonus caldaie è sparito
La radice non è italiana ma europea. La direttiva sulle prestazioni energetiche degli edifici, quella che i giornali chiamano direttiva case green, chiede agli Stati membri di smettere di finanziare con denaro pubblico l’installazione di caldaie alimentate esclusivamente da combustibili fossili. L’Italia si è adeguata con la legge di bilancio per il 2025, che ha escluso dalle detrazioni le spese per sostituire l’impianto di climatizzazione invernale con caldaie a gas metano o GPL. La condensazione non salva: anche una caldaia a condensazione in classe A, se lavora da sola, è fuori.
Questo vale per il 2025, il 2026 e il 2027. Non è quindi una misura in scadenza da rincorrere, è un cambio di direzione che durerà. E riguarda una fetta enorme di famiglie italiane, perché la caldaia murale a gas è ancora l’impianto più diffuso nel Paese e ha un ciclo di vita che si aggira sui quindici anni: ogni autunno una quota consistente di quel parco arriva a fine corsa proprio quando si riaccendono i termosifoni, momento in cui converrebbe aver già deciso. Se sei nella fase precedente, quella di capire quando si può accendere, abbiamo raccolto le regole aggiornate su date e orari di accensione dei riscaldamenti per zona climatica.
La novità di agosto: niente più incentivi per stufe e pellet
Fino alla scorsa primavera esisteva un’alternativa che molti installatori proponevano proprio per aggirare l’esclusione del gas: sostituire la vecchia caldaia con una stufa o una caldaia a biomassa, cioè a legna o pellet, che restava agevolabile purché avesse le cinque stelle ambientali. Dal 3 agosto 2026 quella strada si è chiusa.
Il cambio arriva dal recepimento della direttiva europea sulle energie rinnovabili, la cosiddetta RED III, attuata in Italia con il decreto legislativo 5 del 2026. Chi sostituisce un generatore a combustibile fossile con un impianto a biomassa non ha più diritto né alle detrazioni fiscali né al Conto Termico. È una notizia che è passata quasi inosservata ad agosto e che sta cogliendo di sorpresa chi in questi giorni chiede preventivi con un’idea di spesa costruita a giugno.
Attenzione a leggere bene il perimetro, perché qui la stampa ha semplificato parecchio. Non è vietato installare una stufa a pellet, e non tutte le installazioni a biomassa perdono l’incentivo in ogni situazione: quello che salta è l’agevolazione quando la biomassa prende il posto di un impianto alimentato a fonti fossili. Prima di dare per persa o per acquisita l’agevolazione conviene farsi mettere per iscritto dall’installatore quale intervento verrà dichiarato e a quale titolo.
Cosa resta agevolato nel 2026
Tre tecnologie restano dentro, e non è un caso: sono le tre che riducono davvero il consumo di combustibile fossile dell’edificio.
La prima è la pompa di calore elettrica, la soluzione che l’impianto normativo sta spingendo con più decisione. La seconda è il sistema ibrido, ma solo nella versione cosiddetta factory made: un’unica unità progettata e certificata dal costruttore che integra una caldaia a condensazione e una pompa di calore. L’ibrido assemblato in cantiere mettendo insieme due macchine comprate separatamente non vale, ed è l’errore più frequente. La logica dell’incentivo è che la pompa di calore lavori come generatore principale e la caldaia intervenga solo da supporto nelle giornate più fredde. La terza è il solare termico per la produzione di acqua calda sanitaria.
Su queste tre, per tutto il 2026, la detrazione resta al 50% se l’intervento riguarda l’abitazione principale e al 36% negli altri casi, ripartita in dieci quote annuali. La legge di bilancio per il 2026 ha prorogato di un anno le aliquote del 2025: dal 1° gennaio 2027 scendono rispettivamente al 36% e al 30%, come abbiamo raccontato parlando delle detrazioni casa che calano nel 2027. Chi ha una caldaia agonizzante e stava pensando di tirare avanti un altro inverno ha quindi un motivo in più per non farlo.
| Intervento | Detrazione 2026 | Conto Termico 3.0 |
|---|---|---|
| Caldaia a gas a condensazione da sola | No | No |
| Stufa o caldaia a biomassa in sostituzione di impianto a fossili | No, dal 3 agosto 2026 | No, dal 3 agosto 2026 |
| Pompa di calore elettrica | 50% prima casa / 36% altri | Sì, contributo diretto |
| Ibrido certificato dal costruttore | 50% prima casa / 36% altri | Sì, contributo diretto |
| Solare termico | 50% prima casa / 36% altri | Sì, contributo diretto |
Detrazione o Conto Termico: come si sceglie
Le due strade non si sommano sullo stesso intervento, quindi la scelta va fatta prima. La detrazione fiscale restituisce metà della spesa ma in dieci anni e sotto forma di minori imposte, il che la rende inservibile per chi ha un’IRPEF annua troppo bassa per assorbire la quota: un pensionato al minimo o un incapiente non recuperano nulla, perché non c’è imposta da abbattere.
Il Conto Termico funziona in modo opposto. È un contributo in conto capitale erogato direttamente dal GSE, quindi arriva come bonifico e non dipende dalla capienza fiscale. La versione 3.0, introdotta dal decreto ministeriale del 7 agosto 2025 ed entrata in vigore quest’anno, arriva a coprire fino al 65% della spesa ammissibile per i privati, con una dotazione di 900 milioni di euro l’anno. La domanda si presenta sul Portaltermico del GSE entro 90 giorni dalla fine dei lavori, e per importi fino a 15.000 euro il rimborso arriva in un’unica soluzione nel giro di pochi mesi; sopra quella soglia viene spalmato in due-cinque rate annuali.
Quel 65% però è un tetto, non una promessa: la percentuale effettiva dipende dalla tecnologia, dalla potenza installata, dai rendimenti e dai massimali per taglia. Il modo onesto di ragionare è farsi fare dall’installatore una stima del contributo GSE sul modello specifico che si sta valutando, e confrontarla con il valore attualizzato della detrazione. Abbiamo approfondito il meccanismo nella guida dedicata al funzionamento del Conto Termico 3.0.
Tre preventivi a confronto
Per capire l’ordine di grandezza conviene ragionare su tre situazioni tipiche, tutte riferite a un appartamento usato come abitazione principale.
Nel primo caso la vecchia caldaia a gas viene sostituita con una nuova caldaia a condensazione, spesa attorno ai 3.000 euro tra macchina e posa. Il recupero fiscale è zero: si pagano 3.000 euro e restano 3.000 euro di costo. È lo scenario più comune e anche quello che sorprende di più chi si informa solo al momento del guasto.
Nel secondo caso si installa un ibrido certificato, con una spesa realistica intorno ai 12.000 euro. Con la detrazione al 50% il recupero è di 6.000 euro, ma diluito in dieci rate da 600 euro l’anno: significa avere ogni anno almeno 600 euro di IRPEF lorda da abbattere, altrimenti la quota eccedente si perde. Con il Conto Termico, ipotizzando un contributo che si attesti attorno al 40% della spesa ammissibile, si tratta di circa 4.800 euro incassati in un’unica soluzione entro pochi mesi. Sulla carta la detrazione rende di più, ma cambia molto se quei soldi servono subito o se la capienza fiscale è risicata.
Nel terzo caso si passa alla pompa di calore pura, spesa attorno ai 9.000 euro per un appartamento di taglia media, con l’avvertenza che l’impianto rende davvero solo se l’edificio è ragionevolmente isolato e se i corpi scaldanti lavorano a bassa temperatura. Su una casa con radiatori tradizionali e nessun cappotto il risparmio in bolletta può essere molto inferiore alle attese, e questo è un calcolo che nessun incentivo sostituisce. Il confronto tecnico tra le due logiche di funzionamento lo abbiamo spiegato parlando di pompa di calore e condizionatore tradizionale.
Nel raccogliere preventivi per questo articolo abbiamo trovato ancora online, a settembre, diverse pagine di installatori che pubblicizzano la detrazione del 65% sulla caldaia a condensazione, aliquota abolita da anni. È il segnale che vale una regola semplice: l’aliquota non la dichiara chi vende l’impianto, la si verifica sul portale dell’Agenzia delle Entrate o del GSE prima di firmare.
La zona grigia della manutenzione straordinaria
Resta un punto su cui le fonti non concordano e che è giusto raccontare per quello che è. L’esclusione riguarda con certezza l’Ecobonus, cioè l’agevolazione pensata per la riqualificazione energetica. Sul bonus ristrutturazione ordinario, invece, alcune interpretazioni ritengono che la sostituzione della caldaia resti detraibile quando è parte di un intervento più ampio qualificabile come manutenzione straordinaria, mentre altre la considerano esclusa a tutti gli effetti.
Chi si trova in questa situazione ha due mosse sensate. La prima è non basarsi sulla rassicurazione verbale dell’installatore, che non risponde di un’eventuale contestazione in dichiarazione. La seconda è far valutare il caso specifico a un CAF o a un commercialista prima dell’inizio dei lavori, quando si è ancora in tempo a impostare diversamente l’intervento. Su una spesa di dieci o dodicimila euro, mezz’ora di consulenza costa meno di un recupero fiscale perso.
Domande frequenti
Posso ancora installare una caldaia a gas?
Sì. Non c’è nessun divieto di installazione oggi: quello che è venuto meno è l’incentivo pubblico. Il divieto vero e proprio di installare caldaie autonome alimentate a combustibili fossili è previsto dalla normativa europea a partire dal 2040, un orizzonte lontano che non riguarda la scelta di quest’anno.
Ho una casa senza cappotto e con i termosifoni: la pompa di calore conviene?
Dipende dalla temperatura di mandata necessaria. Su impianti che richiedono acqua a 65-70 gradi il rendimento della pompa di calore crolla e il vantaggio in bolletta può ridursi drasticamente. In queste situazioni l’ibrido certificato è spesso il compromesso più realistico, perché la caldaia copre i picchi di freddo e la pompa lavora nelle mezze stagioni.
Detrazione e Conto Termico si possono cumulare?
No, non sullo stesso intervento. Si sceglie una delle due strade. È possibile invece usare strumenti diversi per interventi distinti realizzati nella stessa casa, purché le spese siano tenute separate e documentate.
Se ho firmato il preventivo a luglio e i lavori li faccio adesso, quale regola vale?
Per le detrazioni conta il criterio di cassa, cioè la data del pagamento, non quella del preventivo. Per il Conto Termico contano invece le regole in vigore alla data di fine lavori e di presentazione della domanda. Un preventivo firmato prima del 3 agosto non mette al riparo dal nuovo assetto sulla biomassa.
Conviene aspettare il 2027 sperando in nuovi incentivi?
Sulla base delle norme oggi vigenti no: il 2027 porta aliquote più basse, 36% sull’abitazione principale e 30% sugli altri immobili. Salvo interventi legislativi che al momento non sono nemmeno annunciati, rimandare significa recuperare meno.
