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Come funziona il cervello degli animali

Quanta intelligenza si nasconde in un cervello grande come un pisello? Come può un corvo risolvere problemi che mettono in difficoltà i bambini di cinque anni? I delfini hanno davvero una coscienza di sé? E il polpo — con i neuroni distribuiti nei tentacoli — è forse la forma di intelligenza più aliena esistente sulla Terra? In questa guida esploriamo come funziona il cervello degli animali: le strutture, le capacità cognitive sorprendenti e quello che ci insegna su cosa significhi davvero “essere intelligenti”.

Indice

  1. L’evoluzione del cervello animale: da 500 milioni di anni fa a oggi
  2. Le dimensioni contano? Il rapporto encefalo-corpo
  3. Il cervello dei primati: quanto siamo vicini a loro
  4. I delfini: i cervelli più complessi dopo l’uomo
  5. Corvi e corvidi: gli ingegneri del mondo animale
  6. Il polpo: il cervello distribuito
  7. Il cervello del cane: perché capisce gli esseri umani meglio degli scimpanzé
  8. Le api: intelligenza collettiva con 960.000 neuroni
  9. Gli animali sono coscienti? La dichiarazione di Cambridge
  10. Domande frequenti

L’evoluzione del cervello animale: da 500 milioni di anni fa a oggi

Il cervello non è sempre esistito. I primissimi organismi multicellulari non avevano neuroni — si muovevano e reagivano all’ambiente attraverso semplici gradienti chimici. I neuroni compaiono nella storia evolutiva circa 600-700 milioni di anni fa, negli antenati comuni di quasi tutti gli animali moderni. I primi sistemi nervosi erano reti diffuse, senza un centro di elaborazione: strutture simili si vedono ancora oggi nelle meduse.

La cefalizzazione — la concentrazione dei neuroni in un polo del corpo che diventa la “testa” — emerge circa 500 milioni di anni fa. È un vantaggio evolutivo evidente: centralizzare l’elaborazione delle informazioni permette di rispondere più velocemente all’ambiente. Da questo punto, la storia evolutiva del cervello è una storia di complessità crescente — più neuroni, più connessioni, più strati di elaborazione.

Il cervello umano non è il punto di arrivo di un percorso lineare: è uno dei tanti rami di un albero enormemente ramificato. Ogni specie ha sviluppato il proprio cervello in risposta alle pressioni evolutive specifiche del suo ambiente. Capire il cervello degli animali significa capire quante soluzioni diverse l’evoluzione ha trovato allo stesso problema: sopravvivere in un mondo complesso.

Se ti interessa come funziona il cervello umano nel dettaglio, abbiamo un articolo dedicato su come funziona il cervello umano — questo articolo ne è il complemento naturale dal punto di vista evolutivo e comparativo.

Le dimensioni contano? Il rapporto encefalo-corpo

La prima domanda intuitiva sull’intelligenza animale è: i cervelli più grandi sono più intelligenti? La risposta è: dipende da come si misura.

In termini assoluti, il cervello più grande appartiene allo sperm whale (capodoglio): circa 8 kg, il più pesante di qualsiasi animale vivente. Ma questo non lo rende il più “intelligente” in senso assoluto. Il problema è che gli animali più grandi hanno naturalmente cervelli più grandi solo per gestire un corpo più voluminoso.

La misura più significativa è il quoziente di encefalizzazione (EQ — Encephalization Quotient): il rapporto tra il peso effettivo del cervello e quello previsto per un animale di quella massa corporea. Un EQ alto indica un cervello “più grande del necessario” per le funzioni di base — lo spazio extra è disponibile per funzioni cognitive superiori. Valori orientativi:

  • Essere umano: EQ ~7,5 (il più alto tra i mammiferi)
  • Delfino tursiope: EQ ~4,1
  • Scimpanzé: EQ ~2,5
  • Cane: EQ ~1,2
  • Gatto: EQ ~1,0
  • Topo: EQ ~0,5

Ma anche l’EQ ha i suoi limiti. I corvi e i pappagalli hanno EQ relativamente bassi ma capacità cognitive straordinarie — il che suggerisce che la struttura del cervello conta quanto le sue dimensioni. In particolare, la densità neuronale nella corteccia (il numero di neuroni per unità di volume) sembra essere un predittore migliore delle capacità cognitive della sola dimensione assoluta.

Il cervello dei primati: quanto siamo vicini a loro

Gli esseri umani condividono il 98,7% del DNA con gli scimpanzé — una cifra così alta che ha spinto alcuni biologi a proporre di classificare gli scimpanzé nel genere Homo. Ma in termini cerebrali, quella differenza dell’1,3% si traduce in enormi differenze cognitive.

Cosa sanno fare gli scimpanzé

Gli scimpanzé hanno dimostrato capacità cognitive che fino a pochi decenni fa si pensavano esclusive degli esseri umani:

  • Uso e fabbricazione di strumenti — usano bastoni per estrarre termiti dai termitai, sassi come martelli per rompere noci, foglie come spugne. In alcune popolazioni si osserva la trasmissione culturale di tecniche da una generazione all’altra
  • Riconoscimento allo specchio — lo scimpanzé riconosce la propria immagine allo specchio, segno di autoconsapevolezza. Questo test (Mirror Self-Recognition) è superato solo da grandi scimmie, delfini, elefanti e gazze
  • Memoria di lavoro straordinaria — in un famoso esperimento giapponese, lo scimpanzé Ayumu ha dimostrato una memoria di lavoro visiva superiore a quella degli esseri umani adulti: riusciva a memorizzare la posizione di 9 numeri su uno schermo dopo averli visti per soli 200 millisecondi
  • Comprensione del numero — scimpanzé addestrati comprendono il concetto di quantità e possono eseguire operazioni di addizione semplici

Cosa gli manca

Nonostante queste capacità, gli scimpanzé mostrano limiti cognitivi netti rispetto agli esseri umani in alcune aree specifiche. La più interessante: la teoria della mente condivisa. Gli esseri umani — anche i bambini molto piccoli — seguono naturalmente la direzione dello sguardo degli altri e capiscono che gli altri hanno intenzioni e credenze diverse dalle proprie. Gli scimpanzé lo fanno in modo molto più limitato. Questa differenza sembra essere alla base della capacità umana di cooperare su larga scala e trasmettere cultura cumulativa attraverso le generazioni.

I delfini: i cervelli più complessi dopo l’uomo

I delfini sono spesso citati come gli animali più intelligenti dopo gli esseri umani, e con buone ragioni. Il loro cervello ha caratteristiche strutturali straordinarie: la corteccia del delfino tursiope ha più circonvoluzioni (pieghe) per unità di superficie che la corteccia umana, suggerendo una superficie corticale più ampia in proporzione. La neocortex dei delfini — la parte evolutivamente più recente associata alle funzioni cognitive superiori — è particolarmente sviluppata.

Il sonar come sistema cognitivo

I delfini usano l’ecolocazione — il biosonar — per navigare e cacciare. Non è solo un sistema sensoriale passivo: è un sistema attivo di costruzione del mondo. Il delfino emette click ultrasonici e interpreta gli echi per creare una rappresentazione tridimensionale dettagliata dell’ambiente. Studi suggeriscono che i delfini possano condividere immagini “soniche” tra loro — trasmettendo la rappresentazione mentale di un oggetto attraverso i click ultrasonici, come una forma di linguaggio non verbale.

Identità, nomi e culture

I delfini tursiopi sviluppano fischi di firma (signature whistles) — sequenze sonore uniche per ogni individuo che funzionano come nomi. Rispondono quando sentono il proprio fischio di firma, lo usano per identificarsi e lo mantengono stabile per tutta la vita. Quando due delfini si incontrano, si “presentano” scambiando i fischi di firma. I ricercatori hanno documentato delfini che imitano il fischio di firma di individui specifici — equivalente a “chiamare qualcuno per nome”.

I delfini hanno anche culture locali: alcune popolazioni usano spugne marine per proteggere il muso mentre cercano cibo sul fondo sabbioso — una tecnica che viene trasmessa quasi esclusivamente da madri a figlie, un caso di trasmissione culturale matrilineare nel mondo animale.

Corvi e corvidi: gli ingegneri del mondo animale

I corvi, le gazze, i ghiandai e gli altri corvidi rappresentano forse la sorpresa più grande dell’etologia moderna. Uccelli con un cervello grande come una noce di macadamia hanno capacità cognitive che in molti test superano quelle dei grandi primati.

Uso di strumenti di quarto livello

In un esperimento ormai famoso condotto all’Università di Auckland, un corvo di Nuova Caledonia chiamato 007 di fronte a un problema apparentemente impossibile — prendere del cibo in fondo a un tubo inaccessibile — ha risolto la situazione in otto step consecutivi: usare un piccolo strumento per ottenere un strumento più lungo, usare quello per ottenerne un altro ancora più lungo, e così via fino a raggiungere il cibo. Nessuno glielo aveva insegnato. Lo ha capito osservando la situazione.

I corvi usano strumenti in natura — bastoni appuntiti, fili piegati ad uncino — e fabbricano strumenti nuovi per risolvere problemi che non hanno mai incontrato prima. La capacità di pianificare azioni future usando strumenti che non si hanno ancora è stata a lungo considerata esclusiva degli esseri umani.

Memoria episodica e pianificazione futura

I ghiandai (Aphelocoma californica) nascondono il cibo per consumarlo in futuro — un comportamento comune. Ma la ricercatrice Nicola Clayton ha dimostrato qualcosa di straordinario: i ghiandai ricordano non solo dove hanno nascosto il cibo, ma quando lo hanno nascosto e chi stava guardando quando lo facevano. Se sanno di essere stati osservati da un altro ghiandaio, nascondono di nuovo il cibo in un posto diverso quando l’osservatore se ne va — solo se loro stessi hanno rubato cibo in passato. Devono aver “capito” che gli altri potrebbero avere le stesse intenzioni che avrebbero loro.

Il polpo: il cervello distribuito

Il polpo è probabilmente la forma di intelligenza più radicalmente diversa dalla nostra che esiste sul pianeta. Il suo sistema nervoso è così insolito che alcuni neuroscienziati lo usano come modello per immaginare come potrebbe essere l’intelligenza extraterrestre.

Il sistema nervoso del polpo conta circa 500 milioni di neuroni — più di quello di un topo. Ma a differenza di tutti gli altri animali intelligenti, questi neuroni non sono concentrati nel cervello: circa due terzi si trovano nei tentacoli. Ogni tentacolo ha una propria mini-rete neurale e può prendere decisioni di base in modo autonomo, senza aspettare istruzioni dal cervello centrale. Taglia il tentacolo di un polpo e continuerà a muoversi e rispondere agli stimoli per un certo tempo.

Intelligenza senza corteccia

Il polpo non ha corteccia — la struttura cerebrale che negli altri animali intelligenti sembra essere la sede delle funzioni cognitive superiori. Eppure risolve labirinti, apre vasi chiusi con tappi a vite, usa conchiglie come ripari portatili, caccia cooperativamente con pesci di altre specie, e in alcuni esperimenti mostra quella che sembra curiosità genuina. Ha sviluppato tutto questo in modo completamente indipendente dai vertebrati — il suo ultimo antenato comune con noi risale a 700 milioni di anni fa. L’intelligenza del polpo è una prova che l’evoluzione può trovare soluzioni completamente diverse allo stesso problema.

Il cervello del cane: perché capisce gli esseri umani meglio degli scimpanzé

In molti test cognitivi, i cani ottengono punteggi inferiori agli scimpanzé. Ma c’è un’area in cui i cani superano non solo gli scimpanzé ma quasi tutti gli animali non umani: la comprensione delle comunicazioni sociali umane.

Se un essere umano indica qualcosa, un cane segue il gesto e guarda nella direzione indicata. Uno scimpanzé — anche addestrato — spesso no. I cani leggono i segnali sociali umani con una naturalezza che non si vede in nessun altro animale. Riconoscono le espressioni facciali umane, distinguono tonalità emotive nella voce, seguono lo sguardo umano, e capiscono il significato di gesti umani che non hanno mai visto.

Questo non è solo addestramento. È il risultato di circa 15.000 anni di coevoluzione con gli esseri umani. La domesticazione ha selezionato cani con cervelli particolarmente sintonizzati sui segnali sociali umani — un processo che ha modificato la struttura cerebrale a livello genetico. Studi di imaging cerebrale su cani addestrati mostrano che i volti umani attivano specifiche aree del cervello canino in modo molto simile a come i volti umani attivano aree del cervello umano.

Le api: intelligenza collettiva con 960.000 neuroni

Un’ape operaia ha circa 960.000 neuroni — contro gli 86 miliardi degli esseri umani. Eppure una colonia di api risolve problemi di ottimizzazione che metterebbero in difficoltà un ingegnere: trovare i percorsi più efficienti verso le fonti di cibo, regolare la temperatura dell’alveare con precisione di un decimo di grado, prendere decisioni democratiche per scegliere il nuovo sito dove trasferire lo sciame.

La danza delle api: un linguaggio simbolico

La danza waggle delle api mellifere è uno dei sistemi di comunicazione più sofisticati del regno animale al di fuori dei mammiferi. Un’ape esploratrice che torna all’alveare dopo aver trovato una fonte di cibo esegue una danza a forma di otto: la direzione dell’asse centrale indica la direzione della fonte rispetto al sole, la durata della sezione “waggle” indica la distanza, e l’intensità comunica la qualità della fonte. Le altre api “leggono” questi parametri e si dirigono verso il sito indicato con grande precisione. È comunicazione simbolica — il simbolo (la danza) rappresenta qualcosa di assente nello spazio e nel tempo.

Gli animali sono coscienti? La dichiarazione di Cambridge

Nel luglio 2012, un gruppo di neuroscienziati di fama internazionale riuniti a Cambridge — tra cui Stephen Hawking come ospite — ha firmato la Dichiarazione di Cambridge sulla Coscienza. Il documento afferma che tutti i mammiferi, tutti gli uccelli e molti altri animali (inclusi i polpi) “possiedono i substrati neurologici che generano la coscienza”. Non è una dichiarazione romantica: è una valutazione tecnica basata sulle prove neuroscientifiche disponibili.

La domanda sulla coscienza animale è filosoficamente e scientificamente complicata — dipende da cosa si intende per “coscienza”. Ma l’evidenza che molti animali abbiano esperienze soggettive, che soffrano, che abbiano qualcosa di analogo alle emozioni, è oggi molto più solida di quanto non fosse trent’anni fa. Questa consapevolezza sta lentamente modificando le leggi sul benessere animale in molti Paesi, inclusa l’Italia.

Domande frequenti sul cervello degli animali

Qual è l’animale più intelligente dopo l’uomo?

Non esiste una risposta univoca perché “intelligente” dipende da cosa si misura. In termini di capacità cognitive generali e struttura cerebrale, i delfini e i grandi primati (scimpanzé, bonobo, gorilla, orangutan) sono i candidati più accreditati. Ma i corvi superano i primati in molti test di pianificazione, e gli elefanti mostrano capacità sociali e di riconoscimento straordinarie. La domanda “chi è più intelligente” è probabilmente meno utile di “intelligente per cosa e in quale contesto”.

I pesci sono intelligenti?

Molto più di quanto si pensi tradizionalmente. Alcune specie di pesci — in particolare i Labridi pulitori — superano il test dello specchio, suggerendo una forma di autoconsapevolezza. I pesci ricordano soluzioni a problemi per mesi, riconoscono individui specifici della loro specie e dei loro predatori, e in alcune specie mostrano comportamenti che ricordano il gioco. L’idea del “pesce rosso con 3 secondi di memoria” è un mito: i pesci ricordano rotte, individui e soluzioni per periodi molto più lunghi.

Gli animali sognano?

Le prove suggeriscono di sì, almeno per i mammiferi e gli uccelli. Durante il sonno REM, i ratti mostrano pattern di attività neuronale nelle aree ippocampali identici a quelli osservati mentre percorrono labirinti — suggerendo che stiano “ripassando” i percorsi nel sonno. I gatti in fase REM mostrano comportamenti motori (graffi, balzi) che sembrano simulare la caccia. Gli uccelli canori in fase di sonno riproducono nella corteccia vocale i pattern neurali associati al canto che stanno imparando. Il sogno potrebbe essere un meccanismo di consolidamento della memoria evolutivamente antico, presente ben prima degli esseri umani.

I cani capiscono quando li sgridiamo?

Capiscono molto più di quanto il tono della voce da solo. Studi di imaging cerebrale su cani addestrati mostrano che il cervello canino elabora separatamente il tono emotivo della voce e il significato delle parole, usando aree cerebrali diverse — simili a quelle usate dagli esseri umani. Un cane riconosce una parola elogiativa (come “bravo”) e risponde con più entusiasmo quando è accompagnata da un tono positivo — ma risponde comunque alla parola positiva anche con tono neutro, e meno a una parola neutra con tono positivo. Capiscono, almeno parzialmente, sia quello che diciamo sia come lo diciamo.

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